Doctor Who – 9×01 The Magician’s Apprentice
If someone who knew the future pointed out a child to you and told you that that child would grow up totally evil, to be a ruthless dictator who would destroy millions of lives, could you then kill that child?

Queste sono le parole pronunciate dal Quarto Dottore in “Genesis of the Daleks”, ed è proprio attorno a questo concetto che Steven Moffat, con una mossa tanto audace quanto d’effetto, costruisce una sorprendente premiere, indebolita solo minimamente dalla divisione in due parti del racconto.

“The Magician’s Apprentice” è un episodio che non ha paura di osare e di sfruttare tutte le sue carte, mettendo in scena i due arcinemici del Dottore e andando a manipolare in maniera consistente la mitologia delle serie. Si tratta sicuramente di una scelta molto rischiosa, ma che – almeno per ora – appare gestita con grande abilità e coerenza. Moffat punta in alto e opera un vero e proprio ritorno alle origini, sia nel formato – recuperando la suddivisione in due episodi –, che nel contenuto, mostrandoci quello che molto probabilmente può essere considerato il primo anello della catena di eventi che hanno condotto alla creazione dei Dalek e quindi alla Time War. Quella che si delinea è una origin story che riguarda sia l’eroe che il villain, i cui tratti – così come quelli della vittima e del carnefice, del creatore e della creatura – si confondono fino a diventare indistinguibili. Davros è considerato folle e spietato in quanto creatore dei Dalek, ma, per usare le parole del Dottore, chi ha creato Davros?

Davros knows. Davros remembers.

A tornare al centro dell’attenzione e a essere messa alla prova è quindi nuovamente l’umanità del Dottore, come a ribadire che la domanda che ha attraversato tutta la passata stagione – “Am I a good man?” – è ancora lontana dal trovare una risposta, soprattutto una risposta affermativa. Le sequenze d’apertura e di chiusura dell’episodio, che vedono Twelve interagire con il giovane Davros, giocano entrambe su una certa ambiguità interpretativa, che riflette appunto la complessità della questione.

L’abbandono del ragazzo da parte del Dottore in seguito alla scoperta della sua identità può essere infatti letto sia come un’espressione della volontà di non interferire con il corso della storia che come una sua profonda alterazione, come un atto di viltà o di compassione. Lo stesso discorso vale anche per il cliffhanger finale, in cui il Dottore – mai così esplicitamente assimilato ai Dalek prima d’ora – sembra finalmente pronto a rispondere al quesito posto da Four, al fine di cancellare la catena di eventi che ha condotto in ultima battuta alla morte di Clara e Missy. Quale sia questa risposta non è ancora del tutto chiaro, ma quello che è certo è che l’eliminazione del giovane Davros avrebbe delle conseguenze enormi sia sulla storia che conosciamo che, forse ancora di più, sul Dottore stesso.

L’operazione messa in atto da Moffat appare impeccabile nell’intrecciare non solo alcuni degli snodi fondamentali della smisurata mitologia dello show – Davros, la genesi dei Dalek, la Time War – con la narrazione attuale, ma anche l’approfondimento psicologico portato avanti sulla figura del Dottore con le implicazioni etiche che il viaggio nel tempo comporta.

A friendship older than your civilization and infinitely more complex.

A rendere questa premiere ancora più interessante troviamo l’annunciato ritorno di Missy. Al di là della bravura di Michelle Gomez nel mettere in scena questa nuova incarnazione del Master, ciò che rende il suo ritorno ancora più gradito è l’intuizione di Moffat, semplice e al tempo stesso efficace, di puntare ancora di più che in passato sulla profondità del rapporto che lega la Time Lady e il Time Lord, utilizzando l’espediente del testamento e del ritorno di Davros per trasformarla in una sorta di alleato. I due nemici storici del Dottore vengono accostati e contrapposti, in modo da delineare una coerente cornice narrativa in cui inserire questa svolta: si pensi ad esempio allo sguardo terrorizzato di Missy di fronte all’apparizione di Skaro, da solo in grado di evocare la tragedia della Guerra del Tempo che ha visto scontrarsi le creature di Davros e i Time Lord.

Non a caso, durante lo scambio con Clara all’ombra del jet, Missy ribadisce alla ragazza – e indirettamente anche a noi – l’alienità del Dottore, un elemento che spesso tendiamo a dimenticare ma allo stesso tempo il solo in grado di spiegare e giustificare il legame che li unisce e la sua complessità, estranea agli umani sentimenti di odio e amore. Altrettanto apprezzabile e coerente è in quest’ottica la scelta di non addomesticare la natura crudele di Missy per meglio piegarla a questo suo nuovo seppur temporaneo ruolo.

Not dead. Back. Big surprise. Never mind.

Il filo rosso che attraversa questa puntata sembra essere la morte: quella annunciata ma non ancora avvenuta del Dottore e di Davros, a cui si contrappongono quelle effettive, ma a cui è difficile credere, di Clara e Missy. Nel corso degli anni Doctor Who ha fatto di morti presunte e relativi ritorni più o meno prevedibili il suo marchio di fabbrica. Moffat però mostra di esserne perfettamente consapevole e, oltre a ironizzare esplicitamente sulla questione, riesce a mescolare almeno un po’ le carte in tavola tramite l’annuncio dell’addio di Jenna Coleman rilasciato proprio poche ore prima della messa in onda della premiere (qui trovate la notizia).

Ad ogni modo, assistere all’annientamento di una companion, di un Time Lord e del Tardis in un colpo solo risulta comunque una scena inaspettata e che colpisce nel segno, soprattutto nell’ottica di ciò che questo può significare per il Dottore. A funzionare meno è invece, nonostante la meravigliosa sequenza di ambientazione medievale, proprio l’annuncio della morte del Dottore, la cui certezza di andare incontro alla fine non appare del tutto giustificata se non nell’ottica di fornire un pretesto per il ritorno di Missy.

Bisognerà attendere settimana prossima per poter valutare in modo completo il racconto impostato in “The Magician’s Apprentice”, ma nel frattempo possiamo affermare che questa premiere non ha certo deluso le aspettative, bilanciando i toni cupi prevalenti con momenti più scanzonati ma altrettanto riusciti e soprattutto generando un’attesa spasmodica per il prosieguo della stagione, che speriamo si mantenga su questi ottimi livelli.

Voto: 8½
Doctor Who – 9×02 The Witch’s Familiar
“I didn’t come here because I’m ashamed – a bit of shame never hurt anyone. I came here because you’re sick, and you asked”.
Compassione e pietà sono le due parole chiave che fanno da filo conduttore a questa ambiziosa premiere in due parti di Doctor Who. Bisogna avere pietà per il proprio nemico, anche per il peggiore? Pur sapendo che poi causerà del male?

In parole povere, la compassione come qualcosa di giusto o di sbagliato, come forza o come debolezza: due posizioni agli antipodi su cui da sempre si contrappongono nettamente il Dottore e Davros. Si tratta di un dibattito nato da “Genesis of the Daleks” e che di volta in volta, scontro dopo scontro, è stato portato avanti fino a quella che entrambi dichiarano essere (mentendo) la loro ultima notte. Una discussione riportata in auge con l’audace aggiunta da parte di Steven Moffat di un nuovo elemento nella storia tra i due: l’incontro tra Twelve e Davros bambino e il conseguente abbandono di quest’ultimo da parte del Time Lord sul campo della battaglia millenaria di Skaro.

An enemy is just a friend you don’t really know yet.

È su questo confronto tra i due arci-nemici che si gioca gran parte della riuscita di “The Witch’s Familiar”, nonché dell’intera doppia premiere di questa stagione: di fronte non ci sono solo due nemici mortali, portatori di visioni del mondo completamente contrapposte, ma anche due personaggi con un’enorme storia in comune alle spalle e tra cui, nonostante l’accesa ostilità, ha avuto modo di crearsi un vero legame. Una lunga conoscenza da cui è nata un’affinità reciproca, attraverso la quale è possibile comprendersi, aprirsi l’uno con l’altro e, ovviamente, manipolarsi a vicenda.

Il dialogo fra loro è un gioco fatto di tentazioni, di dissertazioni argomentative e intellettuali, di momenti di immedesimazione e di ambiguità, dove la verità è perennemente intrecciata alla macchinazione e il confine fra i sentimenti reali e il bluff dissimulato appare molto sfocato. Il risultato è sfaccettato, cupo e composto da momenti di grande intensità emotiva – di lacrime e di risate. Moffat pesca a piene mani dalla storia della serie e non solo scrive un confronto capace di narrare efficacemente i due personaggi coinvolti, ma porta la loro relazione su un nuovo livello. Merito anche e soprattutto degli immensi Peter Capaldi e Julian Bleach, che dimostrano con forza di essere all’altezza della sfida, facendo mostra di una chimica incredibile e mettendo in scena una performance attoriale da applausi.

Are you ready to be a god? / Am I a good man?

Davros prende per mano il Dottore in due occasioni durante il loro dialogo: quando gli pone le due domande qui sopra citate. Ciascun di questi interrogativi rappresenta uno step del piano di Davros, dei trabocchetti atti a far sì che il Dottore tocchi volontariamente i cavi del congegno. Due quesiti che, però, se accostati l’uno accanto all’altro, assumono le sembianze di un dilemma: essere un dio o essere un uomo buono?

And because sometimes, on a good day, if I try very hard, I’m not some old Time Lord who ran away. I’m the Doctor.

Il Dottore si ritrova spesso nei suoi viaggi ad affrontare situazioni e scelte che comportano l’avere a che fare con il cosiddetto “God Complex”: il salvataggio o meno del giovane Davros è solo l’ultima di queste. La stirpe dei Time Lord, del resto, per sua stessa natura può apparire divina, superiore e, in quanto tale, capace di prendere delle decisioni che vanno oltre il raggio di azione dei comuni mortali, ma non è così. L’ex ultimo figlio di Gallifrey lo ha imparato a sue spese e da allora ha cercato di sfuggire a questo tipo di tentazioni (non riuscendoci sempre), preferendo all’essere un dio una missione più difficile: cercare di essere un uomo buono. Per questo aver deciso di abbandonare il giovane Davros sul campo di battaglia lo tormenta profondamente.

“Compassion then.” “Always.” “It grows strong and fierce in you, like a cancer.”

Dall’altro canto, Davros gli contesta il fatto di non averlo ucciso allora, imputando tutto ciò alla codardia e al “cancro” compassione. Differentemente dalla sua nemesi, lo scienziato di Skaro avrebbe ben pochi dubbi a rispondere alla domanda sul voler essere un dio. In “Genesis of The Daleks”, Four pone al suo allora nuovo nemico un quesito simile a quello che il creatore dei Dalek pone a Twelve in questo episodio: “If you had created a virus in your laboratory, […] a virus that would destroy all other forms of life, would you allow its use?”. Davros non ha il minimo dubbio e risponde affermativamente. E non solo: arriva a questa conclusione perché (come afferma lo stesso Moffat in uno degli Extra) Davros ritiene se stesso un uomo buono.

Take the darkest path, into the deepest hell, but protect your own… as I have sought to protect mine.

“Who made Davros?” si chiedeva il Dottore nello scorso episodio. La guerra è ciò che ha concepito e plasmato il creatore dei Dalek, non solo nello spirito ma anche nel fisico: il suo corpo, mostrato per la prima volta privato della sua piattaforma, è un corpo-catastrofe, ibrido raccapricciante tra organico e macchina, nato probabilmente da un’esplosione, di una bomba o una mina, che lo ha dilaniato brutalmente, privandolo delle gambe e di un braccio. In questo episodio, Il Dottore lo irride chiamandolo “genius scientist who couldn’t even invent legs”, ma la realtà è che Davros i propri arti non li ha mai rivoluti indietro – forse come memento a se stesso su cosa vuol dire essere compassionevole.

Egli ha creato i Dalek per porre fine alla guerra e portare la pace nell’universo e ciò può esserci solo con lo sterminio totale del nemico (chiunque non sia un Dalek). Soltanto in questo modo la sua gente può sopravvivere: questo è il suo greater good, una visione della realtà fatta di assoluti indiscutibili. Il Dottore mette in discussione tale realtà, per questo non è sufficiente ucciderlo o sconfiggerlo: Davros deve dimostrargli che ha torto (“Compassion is wrong”). Così prima lo tenta con il “potere divino” di sterminare tutti i Dalek (quello che farebbe Davros se fosse al suo posto), poi decide di far leva proprio sulla compassione, cercando di portalo alla rovina con le sue stesse mani – la vittoria definitiva. Il discorso di Davros è indubbiamente atto a manipolare il Signore del tempo, ma ciò non esclude che non ci sia davvero sincerità nella sue parole, anzi è molto plausibile. L’apertura degli occhi (solo Steven Moffat poteva osare tanto) dà credibilità allo sfogo dello scienziato, che, nonostante il doppio fine, emoziona, perché quello che dice è veritiero, è credibile. Mente servendosi della verità. Ed è convinto di avercela fatta, ridendo ancor prima che il Signore del tempo arrivi a toccare i cavi. Ancora una volta, però, il Dottore è un passo avanti, perché fondamentalmente, come ci insegna Clara, “he always assumes he’s going to win”.

Consider the Doctor.

In molti si sono lamentati di come nello scorso episodio non ci siano state spiegazioni riguardo al modo in cui Missy e Davros sono sopravvissuti. Mentre per il signore oscuro di Skaro il chiarimento non è necessario – a questo punto della storia sarebbe solo un inutile spiegone che non aggiungerebbe nulla a questa premiere –, per la Time Lady Moffat decide di rivelare la modalità del salvataggio solo quando la storia lo richiede. In più, il racconto narrato da Missy, oltre a fornire una spiegazione ed essere un inizio divertente, racchiude dentro di sé piccoli spunti interessanti sulla puntata.

Between us and him is everything the deadliest race in all of history can throw at us. We, on the other hand, have a pointy stick.

In particolare, in un episodio dove Twelve siede al posto di Davros e Clara torna (per la terza volta, dopo “Asylum of the Daleks” e “Into the Dalek”) dentro un Dalek, Missy si ritrova, in questo gioco delle parti, a ricoprire, a modo suo, il ruolo del Dottore. “Why does the Doctor always survive?” chiede Missy, che di solito in questo tipo di storie occupa il posto dei “50 invisible, indestructible android assassins”. Solo dopo che Clara le dà una risposta soddisfacente, il fu Master decide di partire nella sua missione di salvataggio – con una companion a suo fianco e un bastone appuntito al posto di un cacciavite sonico.

“Can you see the bottom?” “Too dark.” “We could chuck a stone down, or something.” “Oh, yeah, good idea!”

Il filone di Missy e Clara, ed in particolare la dinamica fra le due, risulta essere una delle cose più riuscite dell’episodio: in primis, perché assolve pienamente la sua funzione di alleggerimento del ritmo; in secondo luogo, perché ci dà l’occasione di vedere la personale versione di Missy del rapporto Dottore–Companion, con la Time Lady che maltratta, sballotta, prende in giro e usa come esca la povera Oswald; in ultima istanza, grazie al talento scintillante di Michelle Gomez che, nella circostanza, ruba la scena, regalando dei momenti comici davvero notevoli ed evitando il rischio, grazie al suo carisma e alla sua bravura attoriale, di trasformare il suo personaggio in una caricatura.

Cybermen suppress emotion. Daleks channel it… through a gun.

Così come in “Asylum of the Daleks”, Moffat coglie l’occasione per aggiungere un nuovo elemento ai nemici storici del Dottore: se da una parte il traduttore psichico Dalek risulta un’idea vincente e originale sulla carta, nella pratica, però, potrebbe incorrere in diversi problemi. È noto ormai che i Dalek sono stati creati a livello biologico per non provare altre emozioni se non l’odio verso chiunque sia diverso da loro; da questo punto di vista, l’armatura che di fatto sopprime anche le ultime possibilità di devianza da questa visione del mondo (con tanto di neolingua di orwelliana memoria) è molto coerente, se non calzante. Dall’altra parte, però, questa scelta, se applicata sempre, rischia un po’ di limitare la potenzialità dei Dalek, per non parlare del fatto che potrebbe entrare in contrasto con qualche episodio delle scorse stagioni.

I’m not sure any of that matters. Friends, enemies. So long as there’s mercy. Always mercy.

Quello che sapevamo per certo, grazie a River Song (in “The Big Bang”), è che i Dalek conoscessero il concetto di “pietà”: un qualcosa di cui incredibilmente non era informato il Dottore – incredibile, ma comunque plausibile. Grazie a Clara e all’involontario contributo di Missy, Twelve scopre il suo vero contributo nella biografia di Davros: non colui che lo ha abbandonato nel campo di battaglia, o che ha provato a cambiare la storia, bensì la persona che gli ha insegnato il valore della pietà, un concetto che poi trasferirà (anche se solo come parola) alle sue creature. Così facendo Twelve salverà Clara: un finale che è forse leggermente anti–climatico, ma perfettamente coerente con quanto raccontato.

Answer: I’m the Doctor. Just accept it.

Le aspettative dopo “The Magician’s Apprentice” erano molto alte e il rischio concreto che, come avvenuto in passato, questa seconda parte non sarebbe stata all’altezza c’era (vd. “Death in Heaven”): “The Witch’s Familiar” supera invece brillantemente la difficile prova. I difetti ci sono, ma inficiano molto poco l’ottimo risultato finale. Coadiuvato da quattro attori in stato di grazia, Steven Moffat (alla sceneggiatura) e Hettie MacDonald (alla regia) – la coppia dietro quel capolavoro chiamato “Blink” – realizzano un episodio denso, emotivamente fortissimo, con un perfetto equilibrio fra la parte drama e quella ironica. Su tutto si staglia il confronto tra il Dottore e Davros, una sequenza che è già di diritto tra le scene più memorabili della serie. Allo stesso modo possiamo annoverare questa doppia premiere come una delle migliori del New Who. Insomma le premesse per una nona stagione eccezionale ci sono tutte.

Voto: 8/9

Misteri, teorie e perplessità

“The Witch’s Familiar” lascia però alle proprie spalle diversi punti oscuri: alcuni voluti, altri meno, altri ancora che necessitano di un ulteriore chiarimento. Ecco un breve elenco:

– Confession Dial. Sebbene dovesse affrontare uno dei suoi nemici peggiori (se non il peggiore), non c’era nulla che potesse spingere il Dottore a pensare che questa volta sarebbe andato incontro a morte certa, tanto da fare testamento. Questo induce a pensare che in realtà il Confession Dial abbia a che fare con qualcos’altro, che quasi sicuramente farà parte della trama stagionale. Nel caso specifico, comunque, l’oggetto è stato usato da Twelve per attrarre Missy e ottenere il suo aiuto – del resto l’ultima volta per sconfiggere Davros ci sono voluti ben tre Dottori: Ten, la metacrisi e Doctor Donna.
– “This is why I gave her to you in the first place; a friend inside an enemy, an enemy inside a friend. Everyone’s a hybrid”: Missy fa un altro riferimento enigmatico al perché ha fatto sì che Clara e il Dottore finissero insieme – no, non ho mai creduto alla questione “è una maniaca del controllo”.
– Missy ha una figlia!
– Il dottore che svela a Davros il salvataggio di Gallifrey è una scelta che lascia più di qualche perplessità. Nonostante il suo pianeta natale sia irraggiungibile, il Dottore non ha alcuna ragione per rivelare questa informazione al suo arci-nemico.
– Energia rigenerativa ai Dalek. La decisione del Dottore di passare volutamente l’energia rigenerativa ai Dalek (sebbene solo a quelli su Skaro) può effettivamente far sorgere qualche dubbio, ma presumibilmente era l’unica alternativa a sua disposizione per sconfiggere Davros e i suoi figli, salvando se stesso. Vedremo quali saranno le conseguenze di questa scelta, alla luce del fatto che quasi certamente sia i Dalek, sia Missy, e non è da escludere lo stesso Davros, potrebbero riapparire più avanti, verosimilmente nel finale di stagione.
– Occhiali sonici. Twelve non è il primo Dottore, e forse non sarà l’ultimo, a non usare il cacciavite sonico, ma Moffat poteva avere idee migliori per sostituirlo.
Doctor Who – 9×03 Under The Lake
Dopo una premiere divertente e controversa in perfetto stile Moffat, torna finalmente Toby Whithouse e, con lui, gli episodi doppi intra-stagionali che tanto ci erano mancati.

L’autore di “School Reunion” (stagione 2, con la compianta Elizabeth Sladen), “Vampires in Venice” e gli ottimi “The God Complex” e “A Town Called Mercy” sforna un episodio praticamente perfetto, nel quale le diverse anime dello show dialogano tra loro con la stessa naturalezza con cui il Dottore risolve di volta in volta i misteri più improbabili. Dal momento che ci tocca aspettare la prossima puntata per conoscere l’esito della missione, è certamente affrettato trarre adesso delle conclusioni sulla storia nella sua interezza o magari sulla prova complessiva dell’autore; tuttavia non si può restare indifferenti di fronte ai tanti punti di forza di questa puntata, che sembra voler affrancarsi dal titolo di semplice “apripista” per il prossimo episodio e rappresentare anche singolarmente un esempio convincente di avventura whovian. Ma andiamo con ordine.

Abbiamo già visto in passato degli episodi doppi con caratteristiche simili a quest’ultima versione della “base sotto attacco”, uno dei temi più ricorrenti nella storia di Doctor Who. “The impossible Planet/Satan’s Pit” o “The Rebel Flesh/The Almost People”, per non parlare di tante storie della serie classica che, come saprete, erano tutte multi-episodio, seguono, infatti, lo stesso identico schema di “Under the Lake”: una base militare solitamente molto lontana dalla civiltà (o magari un centro di ricerca o uno stabilimento industriale) si trova ad affrontare una minaccia che elimina uno alla volta o comunque mette in pericolo i pochi esperti presenti sul posto. Senza restringere il campo alle puntate doppie, ci accorgiamo che gli episodi di questo tipo sono davvero tantissimi, da “42” a “Last Christmas“, passando per un capolavoro come “The Waters of Mars”.

Riuscire a tirare fuori da un concept trito e ritrito come questo una storia fresca ed avvincente non deve certo essere semplice. Per quanto lo spettatore sia ormai abituato al genere e alle sue costanti rivisitazioni, accettandone, magari inconsciamente, il legame indissolubile con la serie, non sempre gli autori sono riusciti ad intrattenere brillantemente il pubblico e a fargli digerire un setting asfissiante e claustrofobico. In “Under the Lake”, al contrario, il ritmo è talmente ben costruito che quasi non ci accorgiamo del limitato raggio d’azione dei personaggi; ogni singola scelta creativa, poi, trasuda incisività, modernità e pregnanza espressiva, dalle soluzioni registiche alla colonna sonora, a dimostrazione che anche il più classico dei cliché può essere smontato e ricostruito in modo da risultare nuovo ed interessante. In questo senso “Under the Lake” si inserisce perfettamente nella tradizione (e nella filosofia) che ha permesso a Doctor Who di rappresentare ancora oggi un prodotto “giovane” e vivace, in particolare dopo l’avvento dell’era Moffat (la più rappresentativa di questa particolare dimensione).

Tutto questo è ancora più sorprendente se pensiamo che si tratta soltanto della prima parte di un episodio doppio, ovvero quella che in genere serve semplicemente a presentare i personaggi, l’ambientazione e il mostro della settimana; una funzione introduttiva che è fondamentale nell’economia del racconto, specie quando la trama è complessa o la caratterizzazione richiede uno screentime maggiore, ma di cui alcuni episodi risentono fin troppo pesantemente, configurandosi spesso come dei lunghi e noiosi spiegoni. “Under the Lake”, invece, potrebbe anche costituire un ottimo stand-alone, se non fosse ovviamente per il cliffhanger finale e per tutte le questioni ancora irrisolte che ci aspettano la prossima settimana. Il motivo di questo successo è il percorso di scoperta pensato per lo spettatore, che viene gettato nel vivo dell’azione fin da subito a partire da un cold open molto movimentato per poi proseguire con una serie di eventi e rivelazioni già così sufficienti ad impostare un episodio unico. Invece di relegare tutta la tensione e le sequenze più brillanti alla seconda parte della storia, Whithouse sceglie di non limitarsi, e seguire quindi l’esempio di Steven Moffat (che nonostante i passi falsi è pur sempre il padre di un gioiellino come “Silence in the Library/Forest of the Dead”), dando vita ad un episodio (o presumibilmente una coppia di episodi) davvero ricchissimo – ma mai eccessivo, come spesso il buon Moffat finisce invece per essere. Interessante, in questo senso, anche la scelta di toccare un tema molto delicato come il ritorno di Clara sul Tardis dopo la morte di Danny, che va ad aumentare ulteriormente lo spessore della puntata.

A tal proposito, un altro tocco di classe è costituito proprio dal modo in cui questo tema viene introdotto; come abbiamo visto già in “Kill the Moon” e, ancora meglio, in “Dark Water“, il rapporto tra Clara e il Dottore è fatto di scambi (e spesso scontri) molto brevi, essenziali, quasi freddi e distaccati, ma che nascondono, forse proprio per questo, una grande complicità. Anche stavolta non c’è bisogno di tante parole, e il Dottore smaschera quell’approccio un po’ morboso di Clara ai viaggi nel tempo con la sua tipica naturalezza strafottente, dichiarando la propria preoccupazione ma allo stesso tempo astenendosi da inutili ramanzine. Analogamente è piacevole osservare il ritratto che Whithouse fornisce di Cass, il personaggio sordomuto della cui condizione non si discute neanche una volta nel corso dell’episodio. Questa, infatti, assume rilevanza nella storia solo ai fini della trama – per la lettura del labiale dei fantasmi – esattamente come il malessere di Clara non ci viene in alcun modo sbattutto in faccia, ma soltanto raccontato attraverso i suoi comportamenti e un veloce, ma significativo, scambio di opinioni.

Per concludere “Under the Lake” è decisamente un episodio solido e avvincente, nonché un prologo perfetto per ciò che vedremo nella seconda parte del racconto. Il fatto che molti spettatori non si siano resi conto di stare assistendo ad un episodio doppio fino alla fine della puntata la dice lunga sulla qualità della stessa, che può fare tranquillamente invidia a moltissimi stand-alone dell’era Moffat.

Voto: 9
Doctor Who – 9×04 Before The Flood
Il primo episodio di questo dittico che porta la firma di Toby Whithouse ha aperto una serie di piste narrative (e non solo) che questo segmento conclusivo è chiamato al difficile compito di chiudere. Liberiamo il campo da ogni dubbio, ci riesce benissimo.

Wibbly wobbly timey wimey stuff, again. Steven Moffat ha un erede, finalmente. Dalla scorsa puntata è stato chiaro – ma a molti anche da prima – che, se proprio l’autore scozzese dovesse lasciare la conduzione di Doctor Who, il miglior candidato a sostituirlo sarebbe Toby Whithouse. Da oggi, con la chiusura di questo episodio doppio, Whithouse si dimostra non solo all’altezza ma anche capace di assorbire una poetica che l’autore di Sherlock e Doctor Who ha reso inconfondibile. “Under the Lake” e “Before the Flood” potrebbero infatti essere tranquillamente scritti da Moffat, viste le affinità tematiche e la qualità con cui alcune questioni sono sviluppate, a dimostrazione della capacità dell’attuale showrunner di amalgamare una stagione in cui non è sempre accreditato come autore.

Arriviamo finalmente alla parola chiave, il paradosso. Da un’idea di Moffat si apre e si chiude l’episodio, ovvero da quella chitarra elettrica con cui il Dottore suona l’incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven: il famoso “Fato che bussa alla porta” in maniera assolutamente geniale (per via della dimensione impersonale del Fato) diventa il veicolo di un paradosso, il quale a sua volta, in quest’episodio, serve all’autore per intavolare una serie di questioni che probabilmente saranno fondamentali alla trama orizzontale della stagione. A partire, come in “Listen”, da un bellissimo monologo d’apertura del Dottore (che solo nel finale comprendiamo completamente), il marchingegno narrativo si dipana attraverso il Bootstrap Paradox, già citato da Ten in “The Shakespeare Code”. L’infinito cortocircuito creato dal rompicapo vuole andare a mettere i riflettori sul rapporto tra ispirazione e originalità, utilizzando l’escamotage dei viaggi nel tempo per creare un what if tale da problematizzare questa relazione. La domanda alla base è: siamo così sicuri dell’originalità delle opere? O si tratta solo di un mito romantico? E ancor più nello specifico: quanto di originale e quanto di “copiato” c’è nei prodotti artistici? Ciò porta a una riflessione sul concetto di canone, letterario ma non solo, al quale una serie come Doctor Who non può sfuggire. Il potere metaforico del paradosso in questione rimanda alla disseminazione dell’immaginario di Who, ovvero a un universo narrativo molto fitto rispetto al quale ormai è impossibile stabilire chi ha ispirato chi e da dove questi materiali, queste idee e questi temi sono nati. Proprio come la Quinta Sinfonia, l’unica certezza è la loro esistenza, della quale non possiamo far altro che trarre giovamento.

Non c’è tregua tra Clara e il Dottore, mai un episodio in cui i presagi si facciano un po’ più lievi, ma si assiste viceversa a un’escalation di brutti presentimenti, a cominciare dalla separazione fisica che in questo caso è totale. Non basta una telefonata, anzi una vera e propria videochiamata, per accorciare la distanza: questo tipo di comunicazione non fa altro che sottolineare la lontananza di esistenze ormai alla deriva, che unite come una volta non lo saranno più, cosa che fa ancora più male in un momento come questo in cui il loro affetto reciproco è ai massimi livelli. L’uscita dell’attrice dalla serie e quindi il cambio di companion mette sul tavolo una serie di alternative per nulla felici e questa prima parte di stagione non fa che dare indizi della peggior specie; a questi si aggiungono le preoccupazioni nei confronti del Dottore, la cui storyline iniziata con l’arrivo di Capaldi verte su una riscrittura dell’intera mitologia all’insegna dei grandi temi, primo tra tutti la sua mortalità. Fin dalla scorsa stagione, con il cambio di Dottore, Clara ha visto il suo ruolo trasformarsi nettamente e, da personaggio femminile secondario rispetto a quelli che l’hanno preceduta (anche perché entrata in corsa dopo una figura molto amata come Amy), è diventata una vera co-protagonista, tanto da fare da perno delle situazioni narrative più complicate, specie dal punto di vista emotivo. Non è un caso se anche stavolta, quando c’è da parlare di sentimenti, lutto e perdita, si tiri in ballo il ricordo di Pink (nel parallelo con Bennett) e la ferita ancora non completamente sanata nel cuore di Clara, tanto da far immaginare un drammatico ricongiungimento tra i due.

L’episodio si distingue però anche per una fattura straordinaria. Non c’è solo la scrittura cristallina di Whithouse, ma anche una realizzazione tecnica davvero sopra la media, con il regista Daniel O’Hara che mette in scena alla perfezione i mostri secondari, già visti nello scorso episodio, ma che soprattutto lavora sull’assenza e sull’immaginazione per quanto riguarda il temutissimo Fisher King – che, proprio come ne Lo squalo di Spielberg, per gran parte dell’episodio non si vede. Di lui si manifesta solo la sua ombra o la paura che incute nei volti degli altri, fino al duello finale, realizzato come un film espressionista, tutto giocato sulle rifrazioni di luci e ombre e che vede metaforicamente il ritorno a un regime diurno solo quando la vittoria del Bene viene suggellata dal crollo della diga. “Before the Flood” si distingue per il lavoro che fa sull’horror, giocando con i fantasmi, le apparizioni, le proiezioni dell’inconscio e sulla materializzazione delle paure umane e lo fa con una resa visiva e un missaggio sonoro davvero stupefacenti. Tornando al Dottore e al suo paradosso, molto gira intorno alla sua volontà di darsi una scossa e affrontare un destino quasi inevitabile attraverso una sorta di sdoppiamento motivazionale che ha l’obiettivo di pluralizzare la sua personalità così come le sue paure. Ciò che rimane è il legame con Clara, che lui tenta di salvare nonostante tutti i rischi, nonostante i limiti delle timeline (I’m locked in my own time stream), proprio perché spinto dalla disperazione del dead man walking che non ha nulla da perdere.

In conclusione non ci rimane che applaudire davanti ad una chiusura tutt’altro che scontata di un dittico davvero interessante. Gli episodi doppi sono potenzialmente forieri di novità, oltre che un bacino di sperimentazione, ma spesso possono rivelare insidie difficili da superare. Non è questo il caso soprattutto grazie alla consapevolezza creativa di Toby Whithouse che tiene insieme il tutto senza passi falsi.

Voto: 8½
Doctor Who – 9×05 The Girl Who Died
Dopo quattro episodi di elevata fattura tecnica e tematica, Doctor Who non rallenta ma anzi alza la posta, regalandoci una nuova avventura dalle premesse innocue, ma ricca di spunti di riflessione sul percorso di crescita del Dottore e sul suo statuto di “Dio tra gli uomini”.

Lo sfondo della vicenda non potrebbe essere più classico (il Dottore catapultato in un’epoca arcaica, con tutte le difficoltà, comunicative e non, che questo comporta), ma Steven Moffat e Jamie Mathieson non si concentrano tanto sullo scontro tra Twelve e Odino, quanto piuttosto sul conflitto morale del protagonista che la battaglia porta alla luce.

Come detto sopra, ad essere messa in discussione è innanzitutto la caratura divina del Dottore e come questa influenzi i suoi rapporti con il mondo (e l’universo) circostante. La sfida con il falso Odino è presentata da principio come un confronto dialettico tra due diverse visioni del potere divino e del suo utilizzo: se da un lato Odino si atteggia a dio vendicativo che vede gli esseri umani come inferiori, e quindi facilmente sacrificabili per preservare la propria invincibilità, il Dottore invece ricopre il ruolo del demiurgo, spinto dall’affetto sconfinato verso i terrestri e dalla volontà di intervenire nel loro lungo percorso evolutivo.

Come tutti gli dèi, tuttavia, anche il Dottore sa essere bizzoso. Twelve si differenzia dai suoi predecessori certamente per il carattere scorbutico e impaziente, come emerge dal suo approccio con i poco evoluti Vichinghi, ma anche per una certa dose di cinismo dai risvolti tragici: la sua missione rimane la salvaguardia dell’universo, ma questo comporta, in circostanze estreme, il sacrificio di coloro che incrociano il suo cammino e Twelve, in un misto di rassegnazione e noncuranza, si rivela spesso pronto a compiere scelte di questo genere. Ciò non cambia in “The Girl Who Died”, dove il Dottore si ritrova nuovamente a tenere in mano le sorti della battaglia: è legittimo condannare a morte certa un piccolo gruppo di individui per garantire la salvezza dell’intera umanità?

A fare da ago della bilancia ci pensa Clara, ormai diventata più di una semplice compagna di viaggio e diretta responsabile dei mutamenti interiori di Twelve. Rispetto all’ottava stagione, il Dottore si rivela, seppur con fatica, meno distante e insensibile nei confronti dei suoi interlocutori, e questo è certamente merito di Clara, l’unica persona capace di non fargli dimenticare il suo lato umano, evitando così un suo completo distacco emotivo. Gli influssi benefici della Ragazza Impossibile, tuttavia, arrivano addirittura a influenzare le scelte tattiche di Twelve: se prima si gettava irresponsabilmente nella mischia, ora il Dottore esita a scendere in campo per paura di mettere a rischio l’incolumità di Clara; il distacco emotivo sopracitato, quindi, si rivela essere l’ultima arma di difesa del Dottore contro il dolore per l’eventuale perdita della compagna.

Una creatura divina, dunque, divisa tra allontanamento e partecipazione, tra isolamento forzato e coinvolgimento eccessivo, ed è qui che si inserisce perfettamente la giovane Ashildr, il tanto atteso personaggio interpretato da Maisie Williams di Game of Thrones. La giovane vichinga, inizialmente presentata in maniera convenzionale, viene invece usata da Moffat come contenitore dei principali punti tematici dello show. È lei, grazie al suo contributo nella vittoria contro Odino, a portare in trionfo gli ideali del Dottore di supremazia dell’intelligenza e dell’immaginazione sulla violenza insensibile, ma al tempo stesso la sua morte funge da macabro promemoria: la lotta contro il Male comporta sempre inevitabili perdite da entrambe le parti.

La morte di Ashildr scatena un cortocircuito emozionale nel Dottore: perché un dio capace di tutto deve sempre perdere le persone a lui care? Come già successo in passato, la rabbia del Dottore lo porta a sovvertire l’ordine naturale delle cose e, in preda a un delirio di onnipotenza, decide non solo di resuscitare Ashildr, diventata un ibrido umano-alieno, ma di darle la possibilità di condividere la vita eterna con un’altra persona; ciò che Twelve in cuor suo vorrebbe fare con Clara ma senza averne il coraggio, perché nessuno meglio del Dottore conosce le infauste conseguenze dell’immortalità. Il Dottore, dunque, si rivela essere anche un dio creatore (il paragone con Frankenstein è inevitabile) incapace di prevedere che effetto avranno sul suo futuro le proprie scelte. Scelte che accrescono esponenzialmente le aspettative per gli episodi successivi e che pongono allo spettatore un quesito tutt’altro che semplice: se potessimo vivere in eterno, useremmo le nostre abilità a fin di bene?

Come negli episodi precedenti, anche qui Moffat dimostra di saper sfruttare l’eredità storica del Dottore in maniera mai scontata. Per quanto semplicistico possa sembrare (I’m the Doctor, and I save people!), il collegamento con “The Fires of Pompeii” e l’enigma della scelta della faccia vengono finalmente rivelati al pubblico in maniera funzionale per i temi che gli sceneggiatori hanno scelto di approfondire. Gli appassionati della serie, però, non potranno fare a meno di riscontrare analogie con altri due episodi cruciali: “The Water of Mars”, in cui il Dottore si ritrovava a subire sulla propria pelle le conseguenze dello sconvolgimento delle leggi del tempo, e “Utopia”, in cui la sua cieca volontà di aiutare il prossimo non porta ad altro che alla resurrezione definitiva del Master, allora interpretato da John Simm.

“The Girl Who Died” si rivela quindi un episodio cruciale per questa nuova stagione di Doctor Who, in cui l’azione lascia spazio alla riflessione sul mito del Dottore e vengono gettate le basi per un eventuale sconvolgimento degli eventi futuri.

Voto: 8½
Doctor Who – 9×06 The Woman Who Lived
Con questo sesto episodio la nona stagione di Doctor Who raggiunge il giro di boa, permettendoci di trarre i primi giudizi generali su questa particolare annata. Particolare non solo perché il dodicesimo Dottore acquisisce sempre più dei contorni individuali – elemento in parte assente lo scorso anno – ma anche perché, ormai è certo, sarà l’ultima per Clara Oswald.

Questa nona stagione è, sotto vari aspetti, piuttosto inconsueta rispetto all’andamento degli ultimi anni, anche perché composta per lo più da episodi doppi, o tali perché uniti da un unico racconto lungo oppure, come in questo caso, perché incentrati su un discorso o un personaggio che unisce due diverse narrazioni. È il caso del sesto episodio che, pur trattando una storia differente da quanto accaduto nell’episodio precedente, riporta al centro il personaggio di Ashildr e le modalità con le quali il Dottore interagisce con la sua immortalità.

Scritto da Catherine Tregenna (già autrice, non a caso, di alcune puntate di Torchwood incentrate proprio su Jack Harkness), questo sesto appuntamento mette da parte Clara e si concentra sulle conseguenze del finale di “The Girl Who Died”, quando il Dottore ha preso la discutibile scelta di dare l’immortalità ad Ashildr. Pur essendo questo il punto di partenza su cui si concentra la maggior parte dell’attenzione (e che è, obiettivamente, di grande bellezza), l’episodio in sé cammina con passo incerto quando invece deve affrontare l’ennesimo tentativo di invasione aliena. La scelta del villain Leandro è debole sia per quanto riguarda una eventuale ed assente profondità caratteriale sia per il ritmo che è, necessariamente, rallentato e piegato al risveglio emotivo a cui Ashildr è sottoposta. Questo non toglie, però, che la parte del furto, grazie anche all’ennesima dimostrazione della bravura artistica di Murray Gold, sia un vero gioiello di comicità, uno dei più alti della narrazione di NewWho.

– What happened to you?
– You did, Doctor. You happened.


La totale assenza di Clara è funzionale a concentrare le attenzioni dello spettatore sul particolare rapporto che si è venuto a creare tra il Dottore ed Ashildr. La storia personale della vichinga dal salvataggio del Dottore in poi è una sequela di disastri: si è ritrovata improvvisamente dotata di una vita innaturalmente eterna, senza però che a questo cambiamento ne siano seguiti altri; la maledizione (o benedizione, a seconda dei casi) di una memoria normale ha fatto sì che ella dimenticasse tutto quello che non ha trascritto nei libri. Chiamarsi semplicemente “me” è quanto di più disumano e disumanizzante possibile: è la perdita di un’identità che non sa più cos’è, stanca e disillusa da una vita fatta di dolori e sofferenze atroci. Quella che sembrerebbe una possibilità tanto agognata (appunto, il diventare immortale) diventa una maledizione a cui Ashildr comunque non sa rinunciare (potrebbe uccidersi, ma lo spirito di sopravvivenza comunque vince).

La perdita dei figli è solo una delle molte sofferenze a cui la vichinga è stata sottoposta nella sua vita, così come essere tacciata come strega o la perdita del proprio amato: tutti aspetti che l’hanno allontanata dalla propria mortalità, le hanno necessariamente indurito il cuore e fatto dimenticare le basi fondamentali dell’essere umano al punto che l’unico modo per sentirsi viva è stato quello di mettersi costantemente in pericolo, tra epidemie e guerre a cui ha preso personalmente parte. Per questo per lei le vite degli altri rischiano di diventare insignificanti, perché durano poco più di un attimo se paragonate alla sua esistenza. Ci sarebbe da chiedersi perché non abbia usato il secondo dispositivo alieno per trasformare qualcun altro in suo compagno con cui condividere la propria esistenza (aspetto che il Dottore rimarca molto, ma che si applica anche a lui): ma come si può condannare qualcun altro alle medesime sofferenze a cui lei stessa è sottoposta?

Ci sono vari segnali, però, che ci dimostrano che Ashildr non è comunque diventata una macchina senza cuore e che il Dottore ci aveva visto lungo: l’errore di Twelve si rivela, tutto sommato, un’opportunità nuova di interagire con qualcosa di simile alla propria natura. Così, quando la donna credeva di aver perso ogni aspetto empatico con il resto dell’umanità, si risveglia in lei l’animo sincero ed altruista che avevamo conosciuto la scorsa settimana. Da vari suggerimenti è possibile notare come Ashildr non abbia terminato il proprio racconto: ci sono troppi aspetti ancora non chiariti ed informazioni che non avrebbe potuto avere. Eppure la sua funzione non si ferma solo a strumento di narrazione intorno alla quale costruire l’episodio, ma trova un ruolo ancora più centrale nell’approfondimento della nostra idea circa il Dottore stesso.

– He knows what it is to be alone.
– So do I!
– Then how could you do what you did?


Se qualcuno aveva avuto dubbi sinora, con questo episodio si conferma ulteriormente come Capaldi sia il Dottore di cui Moffat aveva bisogno. L’impostazione principale dell’ottava stagione si è basata sul concentrare l’attenzione in particolare su Clara ed usare il suo punto di vista per mostrarci un Dottore atipico rispetto al passato. Il problema, però, è sorto quando ci si è immersi in un’operazione del genere senza prima avere un’idea chiara di chi fosse questa ennesima Rigenerazione: abbiamo avuto fasi alterne in cui il burbero Dottore non riusciva ad essere equilibrato. Ben diversa la situazione adesso con un Capaldi più sicuro delle proprie possibilità ed una scrittura che si fa, intorno a lui, davvero molto più riuscita. Che cosa sappiamo del Dottore, che cosa abbiamo imparato sinora? Twelve, a differenza di quanto visto con la rigenerazione precedente (ma con qualche richiamo evidente con le due ancora prima), è un Dottore che ha saputo mostrare un cinismo molto più accentuato che lo ha condotto a sacrificare delle vite umane per salvare quelle a cui teneva maggiormente. Un Dottore che non è mai stato così aperto nei confronti dei propri sentimenti e che ha costruito intorno alla figura di Clara (“The first face this face saw”) un punto di ancoraggio sicuro e di richiamo alla propria umanità (“Am I a good man?”).

Perché il Dottore non vuole Ashildr come sua compagna? Ancor prima che ci spieghi le ragioni alla base di un tale rifiuto è già possibile intuirlo da come, in questo episodio così particolare, i ruoli canonici della serie si siano invertiti: non è il Dottore il personaggio istintivo e superiore, alieno nei confronti di un’umanità che spesso non capisce fino in fondo. Adesso tocca a lui essere quello razionale, che ha il compito di ricordare alla persona con cui viaggia (come accade spesso di fare con i propri compagni) che la vita degli altri conta e va salvata. Un ruolo che, però, non gli appartiene: accanto a sé ha bisogno di un’umanità che sappia smussarne gli aspetti più spinosi e ricordargli, come accaduto ai tempi di Donna in “The Runaway Bride”, di evitare gli eccessi a cui per natura e da una vita estremamente lunga è costantemente soggetto.

– I actually do, I… I care.
– It’s awful, isn’t it? It’s infuriating. You think you don’t care and then you fall off the wagon.


Il Dottore si trova tutto nel confronto con Ashildr: è il rendersi conto che dietro quella scorza dura, dietro quella corazza che il tempo crede d’aver formato batte un cuore (…o due) che ancora prova lo stesso senso di rivalsa, la stessa volontà di prestare il soccorso di sempre. Il Dottore, ed è un argomento questo che ormai stiamo affrontando da tempo, ha sempre voluto aiutare gli altri e sa perfettamente che per farlo è costretto a sacrificare tanto della propria esistenza, persino gli affetti più cari, quelli che prende come suoi compagni di avventura. Ha bisogno di loro, ha bisogno di sentire la loro fragilità e la possibilità che possano morire perché è proprio attraverso il paragone con loro che riesce a non “stancarsi”, a non vedere tutto come effimero e destinato a spegnersi.

È l’eternità che il Dottore teme ed è anche la ragione per cui Ashildr non potrà viaggiare con lui: due immortali insieme dimenticheranno presto le motivazioni che li spingono a fare ciò che il Dottore porta avanti da una vita. È molto interessante il parallelismo con Jack Harkness (l’ennesimo riferimento all’era di Russell T. Davies, sarà il modo di Moffat per celebrare il decimo anniversario del NewWho?) ma è anche fuorviante su molti aspetti: Jack invecchia ed è invulnerabile, un po’ l’opposto di Ashildr. Con lei condivide l’essere un umano potenzialmente immortale; ma anche qui le differenze ritornano perché Jack, forse proprio per emulazione del Dottore, si circonda di altri mortali con cui condividere la propria vita. Ashildr invece ha scelto l’isolamento, la solitudine come protezione da una vita di dispiaceri; ecco perché si butta costantemente in nuove pericolosissime avventure ed ecco perché si fida di Leandro, in cui percepisce – falsamente – la stessa sofferenza a cui lei è sottoposta.

Cosa succederà adesso? Ashildr ha molto altro da dire all’interno della narrazione del Dottore: le sue molte reticenze rendono evidente come sia destinata a tornare (e ne siamo felici perché Maisie Williams si è rivelata una presenza davvero riuscita). Molto interessante il ruolo che si è costruita: così come il Dottore ha abbandonato lei, così succederà a molti altri compagni e suo compito sarà quello di proteggerli. Scelta davvero peculiare, questa, ma che ci ricorda ancora una volta gli enormi sacrifici a cui il Dottore sottopone se stesso e gli altri con cui vive.

A tal proposito, non si può non parlare di Clara Oswald, il cui destino è sempre più segnato: come se non bastassero le dichiarazioni della Coleman, è ormai chiaro che l’intera stagione sia costruita anche come canto del cigno per quella che sarà una delle companion che è rimasta nella nuova serie più a lungo di tutte. Il Dottore ne è sempre più consapevole anche perché ormai lei è nel Tardis principalmente perché ha bisogno di fuggire dalle sofferenze che ha vissuto. Sempre più simile al Dottore su certi aspetti, la donna è in una fuga continua e solo un esperto dell’argomento come il Signore del Tempo sa che la cosa non potrà durare troppo a lungo.

Un altro straordinario episodio di Doctor Who che, nonostante una debolezza nella sua struttura narrativa, ci regala uno degli approfondimenti umani più riusciti degli ultimi anni della serie. Capaldi, ormai una sicurezza sia nei momenti comici che in quelli più intensi, è sempre più a suo agio in questi panni ed è aiutato da una scrittura molto più ispirata di quanto fatto da un bel po’ a questa parte. Non possiamo, quindi, che esprimere una sincera soddisfazione per come quest’annata si sta muovendo, sperando solo che Moffat non commetta gli errori dello scorso anno proprio in dirittura d’arrivo.

Voto: 8½

P.S. Il Dottore accenna al grande incendio di Londra del 1666 causato dai Terileptil: è un riferimento ad un’avventura del Quinto Dottore (anche se, a dirla tutta, fu lui stesso a causare l’incendio).
Doctor Who – 9×07 The Zygon Invasion
È sempre difficile avere a che fare con un episodio che, in modo velato o meno, fa riferimento alla realtà: viviamo periodi difficili, in cui quasi qualunque tematica trascina con sé polemiche, estremismi e dietrologie. È ancora più difficile se la serie non fa di questi temi il suo perno, ma li usa per raccontarci qualcos’altro, perché il rischio di essere superficiali si fa davvero molto elevato.

Prima ancora di valutare questo “The Zygon Invasion” bisogna quindi fare un passo indietro e ricordarsi di cosa stiamo parlando: Doctor Who è una serie che ha come protagonista un alieno che viaggia nel tempo e nello spazio prestando soccorso a popolazioni e esseri viventi di qualunque tipo seguendo il primo principio che caratterizza i veri dottori, ossia “Do No Harm”. E noi, con lui, siamo spinti costantemente a guardare il diverso con occhi nuovi: quante volte, davanti a nemici che agivano solo ed esclusivamente per se stessi, siamo stati sul punto di sperare che venissero sconfitti? E quante volte il Dottore ci ha fatto cambiare idea, ricordandoci che anche quelli erano esseri viventi degni di un loro spazio?

È su questo principio che si chiudeva, e non a caso, “The Day of The Doctor”, episodio celebrativo per i 50 anni dello show, che oltre alla serie stessa dava lustro a un tale concetto con un accordo storico tra umani e Zygon; un accordo allora non meglio specificato ma che aveva già avuto molto da dirci grazie alle due Osgood: nella stanza insieme a Ten e Eleven nessuno era consapevole della propria natura (umana o zygon) tranne le ragazze (grazie all’inalatore in possesso di una sola delle due), che decisero tuttavia di tacere per il bene di entrambi i popoli. È con questo concetto in mente, e soprattutto con le dichiarazioni di entrambe le Osgood all’inizio di questo episodio, che va affrontata l’intera questione. Ad un primo sguardo, infatti, abbiamo un gruppo di diversi che, per reclamare il proprio diritto ad essere se stessi, si rivolta nei confronti del paese ospitante in maniera ostile – utilizzando la propria abilità mimetica come arma – e che per questo viene attaccato con una motivazione che ci sembra di sentire praticamente tutti i giorni da dopo l’11 settembre – It’s not paranoia when it’s real. Ma dare voce a entrambe le forze in gioco non vuol dire necessariamente prendere le parti, anzi: ad uno sguardo più attento entrambe le posizioni vengono rappresentate con delle ragioni e dei torti, con punti a favore e a sfavore. “Any race is capable of the best and the worst. Every race is peaceful and warlike”, ci ricordano le Osgood, in qualità di rappresentanti della tregua, con un filmato che funziona quasi da “warning” iniziale, per aiutarci a capire ciò a cui assisteremo: ci sono torti e ragioni da tutte e due le parti e quando si perde la capacità di mantenere l’equilibrio di entrambe si arriva a trasformare un sogno di pace in un incubo – The Nightmare Scenario.

We demand the right to be ourselves.

Gli Zygon ribelli rappresentano una parte della popolazione, non tutta, e il parallelo con l’ISIS viene espresso più volte nell’episodio, tra videomessaggi, città occupate e inquietanti simboli nelle zone conquistate. Sarebbe stato quindi ancora più facile, proprio in virtù di questo riferimento, rappresentarli unicamente come terroristi, senza alcuna ragione dalla loro parte, votati solo alla loro salvezza e alla distruzione altrui. Invece “The Zygon Invasion” non rappresenta solo le conseguenze delle loro minacce, ma anche la loro richiesta, che è tutto fuorché incomprensibile: la verità, la necessità di non nascondersi più, di non negare la loro natura. È interessante notare, a tale proposito, come gli Zygon (e sin dai tempi di “The Day of The Doctor”) manifestino quasi sempre una necessità di rivelare la propria natura in modo plateale, senza colpire il nemico alle spalle ma dandogli il tempo di capire che chi ha davanti non è quello che sembra. Lo fece Kate Stewart con Clara ai tempi del 50° anniversario (“Oh, they’ve probably just finished disposing of the humans a bit early.” “The humans…?” “Dear me! I really do get into character, don’t I?”); lo fa la guardia in New Mexico con la vera Kate, quando le racconta del bambino lasciato ad imparare da solo come mantenere la forma umana (“And then word went round these primitives… that we were monsters”) e allo stesso modo agisce Bonnie davanti alla UNIT. Questo modo, quasi improvvisato, di rivelare la propria identità, lungi dall’essere un meccanismo narrativo, appare proprio come una caratteristica intrinseca degli estremisti Zygon, che trovano in quella necessità di Verità un vero e proprio credo, e di fatto una chiamata alle armi.

Ma non è questo il modo di raggiungere i propri obiettivi, ed è per questo che – nonostante una motivazione sensata – nemmeno il Dottore può accettare quello che stanno facendo: stanno sbagliando, lo sa anche lui, ma sa anche che sono solo una parte degli Zygon, e che non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio – This is a splinter group. The rest of the Zygons, the vast majority… they want to live in peace. Le conseguenze della generalizzazione – qualcosa che noi viviamo costantemente, soprattutto quando si ha a che fare con persone che non fanno distinzione tra religione ed estremismo – non fanno altro che fomentare una situazione il cui equilibrio è già precario, in un gioco al rialzo in cui chi viene colpito cerca solo il modo di reagire con tutti i mezzi che ha: se gli Zygon hanno l’abilità di mutare aspetto e la usano senza scrupolo alcuno, l’uomo ha le bombe. Armi diverse, ma pur sempre armi.

Isn’t there a solution that doesn’t involve bombing everyone?

Gli umani hanno le loro ragioni: il trattato su cui si basava la “Operation Double” preservata dalle Osgood è stato violato e ora ogni persona è in pericolo perché non è più in grado di riconoscere chi ha davvero davanti. Ma siamo così sicuri che gli umani vengano rappresentati solo come vittime della situazione? Non è quello che sembra dirci Peter Harness, autore dell’episodio, che mette in scena umani dalla più che dubbia morale, incapaci di scendere a compromessi e di provare anche solo a capire l’altro. La soluzione, come fa notare il Dottore, sembra sempre e solo una, e questo in nome di una paura che, per quanto vera, viene utilizzata come giustificazione per qualunque nefandezza – e non è davvero difficile vedere in questo una critica a un certo interventismo. L’unica occasione che ha l’uomo di mettersi in relazione con la propria parte interiore è solo quando si sente chiamato in causa personalmente: quando il bombardare non diventa più “sganciare una bomba sull’altro” ma su qualcuno che ha lo stesso volto di un nostro parente; quando l’uccidere viene messo in dubbio anche davanti ad un’ovvietà (una “madre” che glissa su data e luogo di nascita di un figlio), ma non davanti alla prospettiva di ammazzare degli innocenti insieme a dei colpevoli.

It’s a town in New Mexico… Truth or Consequences.

Bisognerà ovviamente attendere la seconda parte di questo doppio episodio per avere le idee ancora più chiare a riguardo, ma sembra ormai fuori di dubbio che, al di là di una rappresentazione simile alla realtà che stiamo vivendo, non ci sia alcuna presa di posizione davvero politica (come molti lamentano a seguito della puntata) da parte di Peter Harness. Il vero punto debole dell’episodio sta invece in una tripartizione (Londra, Turmezistan, New Mexico) chiaramente necessaria per abbattere la UNIT e lasciare campo libero a Bonnie/Clara, ma raggiunta in modo piuttosto ridicolo da un punto di vista narrativo. È davvero possibile che una Kate Stewart si rechi da sola in un luogo che è o è stato sede in mano ad una pericolosa frangia estremista degli Zygon? Che senso ha portare il Dottore in Turmezistan per non fargli fare in sostanza nulla se non prendere quell’aereo che serve al cliffhanger (ammesso che si voglia chiamare così)?

La puntata funziona decisamente di più sotto il profilo della caratterizzazione dei personaggi e dei loro percorsi. Non era certo impossibile accorgersi della sostituzione di Clara, ma fa comunque un certo effetto la rivelazione, grazie soprattutto all’interpretazione di Jenna Coleman, eccellente nei panni di una spietata e crudele Zygon; spiace vederla così lontana dal Dottore per un altro episodio, ma, chissà, forse è proprio su questa strada che si giungerà alla sua uscita di scena. Sul versante del protagonista, invece, viene nuovamente portato avanti un tema ricorrente in questa stagione, ossia quello dell’ibrido: dopo il dalek-Time Lord e Ashildr, ecco che torna l’idea del mix, questa volta tra umani e Zygon come unica possibile rappresentazione di pace – “I am the peace. I am Human AND Zygon”. Difficile capire dove la trama della stagione stia andando a parare, ma grazie alle diverse sfumature messe in campo sembra delinearsi un quadro decisamente complesso; nella speranza che non si dissolva tutto in una bolla di sapone, come il famoso “Am I a good man?” che non ha avuto il seguito che ci si poteva aspettare, questa volta sembra che si stiano ponendo le basi per qualcosa di davvero interessante.

“The Zygon Invasion”, come tutte le prime parti di episodi doppi, è soggetto ad un giudizio che può essere solo parziale e che non può tenere conto di quanto potrebbe essere spiegato nella prossima puntata. Stando così le cose, è impossibile non notare i difetti di costruzione di una puntata che, per giungere ai suoi obiettivi, sacrifica molto del realismo (anche minimo) necessario a giustificare determinate scelte, rendendole così discutibili quando non addirittura incomprensibili. Ciononostante, il riutilizzo di una storyline come quella degli Zygon, il discorso dell’integrazione con tutte le sue implicazioni e i riferimenti al passato della serie (non solo a Ten e a Eleven, ma anche al Classic Who con i punti di domanda) si amalgamano in un modo piacevole e di buon impatto, con alcuni momenti (soprattutto le Osgood) di raro spessore. In attesa della seconda parte, per ora il giudizio è complessivamente buono.

Voto: 7½
Doctor Who – 9×08 The Zygon Inversion
Nel week end del Remembrance Sunday, giorno dedicato in UK alla memoria dei caduti (militari e civili) dei due conflitti mondiali, Doctor Who dà il suo contributo nel ricordare tale ricorrenza attraverso un episodio portatore di un messaggio forte e universale contro ogni forma di guerra e crudeltà.

Le polemiche e le derive interpretative di stampo politico, arrivate la settimana scorsa dopo la trasmissione di “The Zygon Invasion” per via dei riferimenti ai fatti dell’attualità, vengono spazzate via da “The Zygon Inversion”, che dimostra – neanche ce ne fosse davvero bisogno – quanto queste speculazioni fossero senza ombra di dubbio infondate.

Come ottimamente spiegato nella scorsa recensione, rappresentare entrambi i fronti del conflitto, con relative ideologie e motivazioni, non vuol dire prendere le parti di uno dei due, specie in uno scenario, come quello delineato nel precedente episodio, dove torti e ragioni sono rintracciabili da entrambi i lati della barricata: i ribelli Zygon reclamano il loro diritto ad essere se stessi e a vivere come tali, ma per conseguire il loro obiettivo adottano un modus operandi terrorista; gli umani dal canto loro reagiscono alla violazione della tregua in maniera interventista, senza fare distinguo o cercare compromessi, preferendo alla soluzione diplomatica quella della bombe.

When you fire that first shot, no matter how right you feel, you have no idea who’s going to die!

Il Dottore non ha criticato le ragioni di uno e dell’altra parte, ma ha sempre messo in discussione il metodo della guerra. Le motivazioni degli Zygon sono giuste idealmente, ma nell’atto pratico si scontrano con una realtà fatta di esseri umani che tuttora faticano ad accettare le diversità dei propri simili. Un problema del genere richiede del tempo per essere discusso e risolto: questo perché l’integrazione di per sé è un processo lungo e a volte zoppicante, fatto di compromessi non sempre giusti al 100%, come la tregua sottoscritta, durante “The Day of The Doctor”, fra le due parti – reputata appunto dalla frangia minoritaria Zygon “not fair”.

La guerra (cercata sia da Bonnie sia dai militari rappresentati da Kate Stewart) rappresenta la “facile soluzione”, quella apparentemente più rapida, perché semplifica un problema complesso, riducendolo alla sola eliminazione del nemico in nome di un ideale da conseguire a tutti costi. In quanto tale, come dimostra il Dottore, non si preoccupa di costruire prospettive, non si propone il bene di tutti, ma crea solo una catena di odio, di morti e di conseguenze non previste.

Il meccanismo delle Osgood Box mette i due leader, Bonnie e Kate, di fronte a tutto questo: le costringe a misurarsi con “la verità e le conseguenze” della guerra e, implicitamente, le spinge anche a pensare che deve esserci un’altra strada oltre alla reciproca distruzione. Dal design delle due scatole è fin da subito chiaro il richiamo al Momento, l’arma finale della Time War; un riferimento che si fa immediatamente più esplicito quando il Dottore inizia il suo discorso.

Il Time Lord ha ricostruito, o meglio ha creato una simulazione del momento peggiore della sua vita, in modo tale che chiunque voglia rompere la tregua, umano o Zygon che sia, debba confrontarsi con la medesima situazione che egli stesso ha dovuto affrontare. Ma nel realizzare tutto ciò, il Dottore è ben attento a fare la cosa più importante di tutte: non le lascia da sole davanti a questa scelta. La prima volta, infatti, che il Signore del Tempo si è ritrovato di fronte al Momento, era da solo e la sua decisione è stata quella di sterminare il suo popolo. Quando però è tornato indietro a quell’istante, in “The Day of the Doctor”, la presenza di Clara lo ha spinto a trovare una soluzione diversa, un’altra via possibile.

Twelve ricopre in questa trasposizione il ruolo che l’Impossible Girl ha avuto per lui, e cioè quella di stimolare le due parti a cambiare idea. E lo fa attraverso un discorso di un’intensità eccezionale: un climax emotivo ascendente, dove un Peter Capaldi incredibile porta all’esterno la compassione, la determinazione, la frustrazione e il dolore del Dottore, che esplodono quando riemerge il ricordo di quanto fatto nella Time War. Una prestazione maestosa dell’attore scozzese che per quasi 10 minuti tiene lo spettatore incollato allo schermo, portandolo dentro una spirale emotiva; allo stesso modo il suo Dottore prende e cattura i suoi due interlocutori all’interno di quello che è di fatto un enorme bluff a fin di bene.

Il discorso è entrato istantaneamente nella storia della serie, diventando non solo un “Doctor Moment” (come lo è stato “The man that stops the monsters” in “Flatline”), ma probabilmente il “Doctor Moment” per eccellenza di Twelve e Peter Capaldi – così come per l’Eleven di Smith è stato il discorso di Stonehenge in “The Pandorica Opens”.

Gotcha!

Tuttavia, oltre alla stella brillante che è Peter Capaldi, non va sottostimata o dimenticata la splendida performance di Jenna Coleman, che ha dimostrato ancora una volta (al di là dell’opinione che si possa avere sul personaggio di Clara Oswald) quanto sia un’attrice validissima, sia nel ruolo di protagonista sia in quello di spalla. Già nella scorsa puntata, la Coleman aveva dimostrato di essere a proprio agio nel ruolo del villain; in questa circostanza non solo conferma quest’impressione, ma è perfetta nel rendere credibile la conversione di Bonnie (la zygon inversion che dà il titolo alla puntata).

Durante il discorso del Dottore, vediamo gradualmente come le certezze e le convinzioni di Zygella si sgretolino, venendo meno rifiuto dopo rifiuto, fino al “how can you be so sure” finale, quando è ormai evidente il suo cedimento: un processo di conversione che porta Bonnie a smettere di chiudersi nel proprio punto di vista ciecamente ideologico, e a empatizzare con quello che fino a qualche istante prima considerava un nemico, iniziando a ragionare come lui. Proprio questo balzo ulteriore porta Bonnie su un piano superiore di consapevolezza rispetto alla Stewart: l’ufficiale della Unit chiude per prima la scatola perché prova pietà per quanto viene espresso dal Dottore, ma la sua è una comprensione puramente emotiva e dettata dal momento; il capo degli Zygon va oltre e per questo Twelve non le cancella la memoria.

The day nobody cares about the answer.

Proprio alla luce di ciò, la decisione di Bonnie di diventare “a sorpresa” la seconda Osgood risulta perfettamente coerente con questa evoluzione: l’ex-Zygella ha ora capito la necessità del mantenimento della tregua (non giusta, certo, ma la migliore possibile per il momento) come tappa fondamentale nel cammino che porterà forse un giorno il suo popolo a poter vivere sulla terra senza nascondersi – lo stesso giorno in cui le due Osgood potranno finalmente rivelare la loro identità. A ciò non si arriverà sicuramente attraverso un percorso privo di ostacoli: in questo senso la frase del Dottore rivolta a Kate, “you’ve said that the last 15 times”, lascia intendere che questa non è stata la prima volta, e non sarà l’ultima, che la pace è stata messa in pericolo.

Oltre al discorso del Dottore, che fa da padrone nell’episodio, merita una menzione speciale anche il confronto fra Bonnie e Clara: una scena che si dimostra apprezzabile, oltre che per la bravura di Jenna Coleman e per la tensione di fondo, anche dal punto di vista della continuity, con Clara che riesce ad esercitare un certo controllo sul piano onirico grazie a quanto imparato in “Last Christmas”.

I’ll be the judge of time.

La scena finale dell’episodio torna a soffermarsi sulla dipartita di Clara che avverrà più avanti nella stagione: un addio dal carattere prolungato, che si fa sempre più tangibile di puntata in puntata, alimentato dal gioco di sguardi malinconico tra i due nel TARDIS, e proprio per questo si preannuncia come devastante per il Dottore – nelle note troverete una teoria interessante su Clara, lascio a voi lettori la scelta se leggerla o meno.

“The Zygon Inversion” è un episodio che trova la sua forza principale nella bravura dei due attori protagonisti in grande spolvero, ma anche in una scrittura più concentrata e accurata rispetto alla prima parte. “The Zygon Invasion” infatti aveva sofferto di alcune debolezze strutturali legate principalmente alla frammentazione eccessiva della trama e al poco realismo di alcune scene: in particolare le scelte di far usare al Dottore l’aereo presidenziale e di far andare Lethbridge-Stewart in New Mexico alla fine si sono rivelate puramente funzionali al cliffhanger tra i due episodi – e nel secondo caso anche a far citare la catchphrase del Brigadiere (“Five rounds rapid”) alla figlia.

Essendo i difetti principalmente nella prima parte, a livello di singolo episodio possiamo considerare “The Zygon Inversion” probabilmente il migliore di questa ottima nona stagione finora. Se valutiamo però il tutto come doppio episodio, il giudizio ovviamente non può che uscirne ridimensionato, anche se leggermente.

Voto 9×08: 9

*Teoria su Clara*.

Secondo una teoria che sta acquistando sempre più forza episodio dopo episodio, la dipartita di Clara sarebbe già avvenuta: il “longest month of my life” del Dottore, in questo senso, potrebbe essere più di una semplice percezione, indicando come in realtà la Oswald sia morta da un mese e che il Signore del Tempo, ancora non pronto ad accettarne la perdita, abbia ripercorso la linea temporale della ragazza per rivederla e vivere con lei ancora qualche avventura. Del resto non è la prima volta in questa stagione che al Dottore viene detto che Clara è già morta (“The Witch’s Familiar” e “Before the flood”). Se così fosse sarebbe effettivamente un plot twist assai devastante, sebbene depotenziato per coloro che ci sono arrivati prima.
Doctor Who – 9×09 Sleep No More
Mark Gatiss, vecchia conoscenza di ogni whovian (e sherlockian) che si rispetti, è anche uno degli autori più problematici della storia di New Who. Le sue creature, da “Victory of the Daleks” a “Robots of Sherwood“, suscitano quasi sempre reazioni relativamente fredde, siano esse positive o negative.

In altre parole, i suoi episodi vengono sistematicamente percepiti dallo spettatore come dimenticabili o comunque insipidi, anche quando non si riscontrano difetti significativi o veri e propri strafalcioni. Il peggior difetto della scrittura gatissiana, al netto di altri piccoli problemi secondari, è quindi la mediocrità, che si traduce a sua volta in una sorta di diffidenza da parte degli spettatori più attenti agli aspetti produttivi della serie, un pubblico ormai abituato a storie sottotono, senza mordente, incapaci di stupire. In questo senso “Sleep no More” rappresenta la sorpresa più grande del percorso compiuto finora da Gatiss in Doctor Who: qualunque sia la vostra opinione rispetto alla puntata, non potrete certo negare che vi abbia lasciato completamente di stucco una volta conclusasi.

Innanzitutto si è trattato del primo, vero, episodio singolo di quest’annata (“The Girl who Died” e “The Woman who Lived” sono due storie distinte ma strettamente collegate tra loro). Già questo provoca una certa sensazione di straniamento, soprattutto se pensiamo che in un primo momento lo stesso Gatiss aveva in mente una puntata doppia – come il background piuttosto dettagliato o il finale aperto lasciano effettivamente intendere. In secondo luogo, troviamo una costruzione dell’episodio altrettanto destabilizzante, basata su una tecnica molto comune nel cinema horror detta “found footage“. Come avrete notato anche dall’assenza dei titoli di testa, ciò che vediamo è infatti presentato come un videodiario interamente realizzato e montato da Rasmussen/Sandman, con delle motivazioni che verranno svelate più avanti nella storia e che andranno poi a completare anche il quadro tecnico/stilistico. Più precisamente, scopriremo solo alla fine che il filmato non è in effetti una videocronaca degli eventi occorsi nella base, ma piuttosto il frutto di un elaborato piano di conquista e qualcosa di più simile ad un vero e proprio film – ma con attori inconsapevoli.

Confusi? Cerchiamo di mettere un po’ d’ordine.

I Sandmen sono creature generate dalla privazione del sonno indotta dall’utilizzo di Morpheus e formate per l’esattezza dalla “sleep dust”, ovvero quelle fastidiose secrezioni che laviamo via ogni mattina sciacquandoci il viso dopo una notte di sonno. Il macchinario altera la chimica del cervello attraverso dei segnali elettrici, dando vita ad un processo graduale che termina con la fagocitazione dei membri dell’equipaggio da parte di questa polvere. I Sandmen, però, sono ciechi, o comunque questo è ciò che vogliono farci credere: i loro recettori visivi sono sparsi nell’aria e si trovano nelle prime formazioni semi-senzienti di “sleep dust” “attaccate” agli occhi di chi ha dormito nel Morpheus almeno una volta. Il filmato che osserviamo è girato proprio a partire da questi recettori, ed è per questo che molte delle scene ci vengono presentate dal punto di vista di uno dei personaggi. Clara, avendo passato quei pochi minuti all’interno del Morpheus, è soggetta alla trasformazione tanto quanto gli altri membri della squadra che si sono sottoposti al trattamento, ma resta comunque da chiarire per quanto tempo sia necessario dormire nella capsula affinché il processo diventi irreversibile. Ciò che sappiamo, comunque, è che il Dottore ha perso, a prescindere dal destino della sua companion: il fatto stesso che possiamo guardare il video, infatti, è la prova che il piano di Rasmussen/Sandman ha almeno in parte funzionato.

Ma in cosa consisteva questo piano, di preciso? Dal momento che la formazione delle creature è dovuta ad alcuni segnali elettrici in grado di modificare il sistema nervoso degli esseri umani, per poterne generare migliaia ed impossessarsi dell’Universo era necessario far sì che questi segnali raggiungessero il numero più alto possibile di persone. Quale sistema migliore, quindi, di un video virale che contenesse tali impulsi elettrici? Da qui la scelta di montare una storia avvincente che garantisse sia la diffusione del filmato sia l’attenzione dello spettatore fino alla fine, in modo da portare il processo a compimento senza sorprese. Il Dottore ha ragione quando dice che i Sandmen si comportano in modo assurdo: non c’è alcun motivo per attaccare la squadra di soccorso, lo fanno soltanto per rendere il racconto più coinvolgente e spingere il pubblico a restare incollato allo schermo. Rasmussen non viene salvato (e probabilmente nemmeno ucciso) durante lo scontro, semplicemente è già stato infettato, ed è quindi il Sandman a parlare per lui.

È probabile che nonostante questa spiegazione siate ancora un po’ disorientati. In parte si tratta di un effetto voluto dallo stesso Gatiss e che possiamo tutto sommato giudicare positivamente. Allo stesso tempo è comunque evidente che se una seconda visione risulta non soltanto consigliabile ma proprio necessaria – e non per cogliere delle piccole sfumature ma per comprendere la puntata nella sua interezza –, qualcosa non ha funzionato come doveva. L’episodio è molto avvincente e le considerazioni finali di Rasmussen/Sandman (come tutta la puntata, del resto) sono deliziosamente meta, eppure questo da solo non può bastare a riabilitare del tutto l’operazione. Con ogni probabilità una trama meno complessa avrebbe permesso allo spettatore di apprezzarla molto di più e di farsi a sua volta coinvolgere in misura maggiore, mettendo a tacere ogni eventuale dubbio legato all’assenza di una seconda parte. Non sappiamo se ci saranno strascichi per il personaggio di Clara, ma proprio quest’incertezza lascia inevitabilmente l’amaro in bocca e la brutta sensazione di aver assistito ad un’occasione sprecata.

Tuttavia “Sleep No More” rimane forse la prova più riuscita di Gatiss autore dai tempi di “The Unquiet Dead”: un esperimento non proprio solidissimo ma pieno di potenziale, ispirato e accattivante, che pur non raggiungendo i livelli di altre ottime prove di quest’anno riesce comunque a non sfigurare nel confronto. I problemi ci sono, e si vedono, ma per una volta possiamo affermare con certezza che, finalmente, anche Gatiss ha saputo stupirci.

Voto: 7
Doctor Who – 9×10 Face the Raven
Doctor Who è innanzitutto uno show per ragazzi, ma ogni tanto confeziona episodi dal tono talmente profondo e cupo che è davvero difficile tenerlo a mente. È questo il caso di “Face the Raven”, siglato da Sarah Dollard, esordiente nella serie, a cui spetta l’arduo compito di scrivere l’addio – definitivo? – di quella che col tempo si è rivelata una delle companion più complesse della serie.

“Face the Raven” a prima vista sembra nulla di più di un classico episodio stand-alone, ben costruito nell’ambientazione e nei personaggi e arricchito da alcuni riferimenti alla continuity, rappresentati in primis dal gradito ritorno di Ashildr e da quello, all’apparenza poco significativo, di Rigsy.

Dollard, seguendo una formula cara alla serie, rilegge in chiave sci-fi riferimenti e topoi tratti dalla cultura anglosassone e legati al racconto gotico e fantasy – la Diagon Alley di Harry Potter, il corvo di Edgar Allan Poe –, inserendoli abilmente nella cornice fantascientifica dello show. Ecco quindi che la trap street dall’aspetto ottocentesco e magico si rivela in realtà un luogo di rifugio delle più svariate specie aliene che popolano l’universo di Doctor Who, mentre il corvo portatore di morte nasconde dietro il suo aspetto gotico una letale ombra quantistica.

Dopo gli avvenimenti di “The Zygon Invasion” e “The Zygon Inversion”, la strada nascosta non fa che ribadire come gli alieni siano ormai una presenza costante e sempre più consistente sul pianeta Terra e non più una semplice minaccia esterna; si tratta di una svolta notevole che ha già dato prova di essere ricca di potenziale sia in termini narrativi che allegorici e che potrebbe riservare degli interessanti ulteriori sviluppi.

Il vero cuore dell’episodio è però senza ombra di dubbio costituito dallo straziante addio tra Clara e il Dottore. Se confermata, la morte della companion, oltre a rappresentare una scelta coraggiosa e inedita nel New-Who, andrebbe a costituire la perfetta conclusione del percorso evolutivo del personaggio, che fin dalla scorsa stagione ha ricevuto un sempre maggiore spazio di approfondimento, al punto da divenire una vera e propria co-protagonista dello show.

Il processo di emulazione e identificazione tra Clara e il Dottore trova infatti le sue radici nella scorsa annata, per poi essere accelerato e intensificato dalla morte di Danny Pink. Questa ha infatti rappresentato per la ragazza la scomparsa del suo unico appiglio alla normalità, senza il quale ha finito col dimenticare la sua umanità, sottovalutando i pericoli che i viaggi con il Dottore portano con sé. Emblematico del legame tra questa mancanza e il suo atteggiamento sconsiderato è proprio lo scambio tra lei e Rigsy, in cui un peso fondamentale nelle scelte compiute da entrambi è assunto dalla famiglia: Rigsy, al contrario di Clara, ha una compagna e una figlia ad aspettarlo a casa ed è proprio questo discrimine a convincerlo ad accettare la proposta della ragazza e, in definitiva, ad aver spinto lei a farla.

Ecco quindi che per la prima volta, almeno in maniera così accentuata, il focus si sposta dal Dottore alla companion, facendo emergere come, se è vero che il Dottore ha bisogno di un compagno umano, mortale, per bilanciare la sua alienità – da qui il rifiuto di viaggiare con Ashildr –, d’altro canto questo “bisogno” ha delle conseguenze significative su chi gli sta accanto, in un processo di osmosi che funziona in entrambe le direzioni. Clara ha contribuito in maniera fondamentale a preservare l’umanità del Dottore, finendo però col perdere di vista la sua. In quest’ottica, non è affatto un caso che a dare avvio alla catena di eventi che condurrà alla sua morte sia proprio Rigsy, che abbiamo conosciuto in “Flatline”, un episodio Doctor-lite (ovvero in cui il Dottore è quasi totalmente assente) durante il quale la companion si era ritrovata, in maniera più esplicita che mai, a fare le veci del Time Lord.

Clara non perde la vita durante un’invasione aliena, non si sacrifica per salvare l’universo; muore per un semplice errore di valutazione, per un atto di impulsività motivato dal voler salvare una semplice e “insignificante” vita umana. Si tratta di un’uscita di scena solo all’apparenza crudele e anti-climatica, ma che in realtà mostra come il processo di identificazione tra la companion e il Time Lord sia effettivamente giunto a compimento. La ragazza si comporta esattamente come avrebbe fatto il Dottore – pensiamo ad esempio a Ten in “The End of Time” – pagando a caro prezzo l’unico fatale discrimine che li distingue: “I am nothing but less breakable than you”.

A rendere ancora più devastante l’addio di Clara è poi la reazione del Dottore: la rabbia e il senso di colpa – per aver chiuso gli occhi di fronte al comportamento della ragazza e, in definitiva, per aver contribuito alla sua dipartita donando l’immortalità ad Ashildr – lasciano progressivamente il posto a una dolorosa rassegnazione. Clara, così come lo spettatore, sa quanto la solitudine possa influire sulle azioni del Dottore, ed è per questo che, rievocando gli eventi di “The Day of the Doctor”, la companion placa il desiderio di vendetta del Time Lord ricordandogli che il suo nome è innanzitutto una promessa a cui tenere fede: “You don’t be a warrior, promise me, be a Doctor”.

Alcuni indizi sparsi lungo tutta la stagione – primo fra tutti quel “longest month of my life” pronunciato dal Dottore in “The Zygon Inversion” – lasciano supporre che il percorso di Clara verso l’addio al Dottore potrebbe non essere (stato) così lineare come sembra e che questa non sia davvero la sua ultima apparizione. A questo punto tutte le possibilità sono aperte, dall’incontro con un’altra sua incarnazione a un ritorno del Dottore indietro sulla sua linea temporale, con la speranza che la sua morte resti però un punto fermo e definitivo della narrazione. Altrettanto incerto è poi il futuro del Dottore stesso, considerando che non conosciamo la sua destinazione né l’identità di chi ha ordinato la sua cattura; spetterà ai prossimi episodi il compito di rispondere a questi numerosi quesiti, che certamente però costituiscono delle ottime premesse per il finale di stagione.

“Face the Raven”, nonostante la trama a tratti contorta e qualche piccola forzatura narrativa, si delinea nel complesso come un episodio coraggioso e intenso, in cui l’ottima scrittura, unita all’incredibile performance dei protagonisti, riesce a regalarci quello che è forse l’addio più riuscito di una companion nella storia del New-Who.

Voto: 8/9
Doctor Who – 9×11 Heaven Sent
Era abbastanza difficile, soprattutto per quegli spettatori (la maggioranza) non abituati a padroneggiare la complessità della struttura narrativa di Doctor Who e della sua mitologia, avere delle aspettative concrete su questa stagione. Col senno di poi si può dire che è stata un’annata sorprendente che ha visto il suo momento (per ora) apicale al penultimo atto.

Prima di addentrarsi in interpretazioni e analisi bisogna mettere in chiaro una cosa: nessuna recensione su “Heaven Sent” potrà mai essere esaustiva; su un episodio del genere si potrebbero scrivere pagine e pagine, saggi di approfondimento, racconti di fan fiction, interpretazioni variamente forzate e via discorrendo, tanta è la complessità della narrazione abbinata a una messa in scena che raramente (le dita della mano sarebbero sufficienti) ha conosciuto questo livello di stratificazione e ancor più raramente ha dimostrato di saper intessere un rapporto con la storia così sofisticato. Si prendano ad esempio anche solo i simboli, tutte quelle immagini che partono dal concreto per portarci fuori, nello spazio della metafora e dell’immaginazione; pensiamo alle immagini di morte, alle mosche che costantemente ronzano attorno al corpo del Dottore come se fosse già in decomposizione, o alle partiture di Murray Gold che questa volta variano di tono e melodia rimanendo sempre stupefacenti, o ancora si pensi all’immagine di rara potenza del Dottore che si scava la fossa da solo. Mettere insieme tutte queste cose, anche se inizialmente un po’ a caso, senza il bisogno e la capacità di ordinarle, ci riporta alla questione principale della poetica di Steven Moffat: l’ossessione costante dell’autore per la morte, la paura di affrontarla e venirne sopraffatto, la voglia di lavorare sulla fiction per esorcizzare la brutalità del reale, la fiducia (come abbiamo avuto modo di sottolineare l’anno scorso a proposito di “Dark Water”) tutta umanista nelle risorse infinite della mente umana (si veda il lavoro fatto su Sherlock e in particolare “The Empty Hearse”), tanto da credere di poter sfidare l’impossibile, compresi i limiti della natura.

It’s funny, the day you lose someone isn’t the worst.

La potenza della riflessione di “Heaven Sent” risiede anche nella scelta di far coabitare due morti: da una parte si ha quella irrimediabile di Clara, dall’altra quella (per ora soltanto temuta) dello stesso Dottore. È difficile stabilire quale delle due sia dominante in questo segmento narrativo, anche perché la loro relazione è estremamente intrecciata, soprattutto per via del ruolo che aveva la donna nella tutela delle fragilità del suo più anziano compagno di avventure. In questo episodio ci si trova nel pieno dell’elaborazione del lutto, in quella disperazione generata da un dolore apparentemente insopportabile, dato dalla consapevolezza che di quella donna (per tanti versi sicuramente amata) non rimane che l’immagine: quella mentale (ma su questo ci arriveremo dopo) e quella reale, confinata in una cornice enorme, impossibile da evitare con lo sguardo. Al cospetto di quel quadro pieno di significato Peter Capaldi è come l’Edward G. Robinson de La donna del ritratto di Fritz Lang: solo, impotente e sconfortato di fronte alla presenza di un oggetto che non fa che sottolineare la lancinante assenza di un soggetto. Come il protagonista del film di Lang del 1944, il Dottore non può che rifugiarsi nel sogno e affidarsi alla protezione della dimensione onirica. Perdita della donna amata, ritratto e sogno sono profondamente intrecciati e questo lo sappiamo ormai da tanti anni, come ci hanno ricordato l’Hitchcock di Rebecca, ma soprattutto il Preminger di Vertigine, film in cui, in maniera molto simile a questo episodio del Dottore, la contemplazione del ritratto della donna scomparsa conduce verso un viaggio tra sogno e realtà dentro se stessi, alla scoperta delle proprie più recondite paure.

How could there be other prisoners… in my hell?

L’immagine ricorsiva del Dottore che senza fiato appare nella cabina del teletrasporto, che in prima istanza non chiarisce se si stia riprendendo o stia agonizzando, è il lasciapassare per addentrarsi nell’idea più interessante dell’episodio, ovvero la (sostanziale) variazione sul tema del lavoro sulla riscrittura del tempo che da sempre caratterizza il pensiero di Moffat. Questa volta però siamo su un altro campo da gioco: senza ridurre o voler sminuire i lavori sulla temporalità non lineare che l’autore ha fatto in passato (“The Impossible Astronaut”), in questo caso siamo di fronte a una situazione di ben altra serietà: la morte di Clara, la possibile e temuta morte del Dottore, il mistero legato a Gallifrey, l’anzianità del protagonista e tutto ciò che ne consegue, rappresentano delle spinte talmente forti da influenzare il pensiero moffattiano in maniera decisiva. Quello che in altre situazioni sarebbe stato un loop qui viene totalmente distorto e razionalizzato, piegato verso una consapevolezza che mette davanti ad ogni cosa la riflessione sull’esistenza e sul suo significato. Siamo davanti a un wibbly wobbly upgraded, non più attorcigliato come un’opera di Escher, ma stiracchiato dalla rilevanza del discorso filosofico, fino a costituire una strada che ha un inizio e una fine, senza uscite laterali o scappatoie. Il Dottore ha il dovere di percorrerla se vuole arrivare alla fine, conscio che non riuscirà mai a farla tutta in una volta, che avrà bisogno di morire e ricominciare innumerevoli volte e come in un videogioco affinare le proprie abilità e diventare più forte e capace di arrivare a destinazione, che si chiami premio finale o game over (a questo proposito si consiglia Edge of Tomorrow, film dello scorso anno che lavora proprio sulle ibridazioni tra narrazione audiovisiva e videogioco attraverso la figura del protagonista).

Whatever I do…
… you still won’t be there.


A caratterizzare questo percorso c’è la paura, condizione di enorme fragilità di un Dottore mai così solo, lasciato inerme di fronte alla vita e alla sofferenza. Ben presto diviene chiaro che le paure principali sono sostanzialmente due: quella della propria morte e quella di restare a Gallifrey (questione che rappresenta la storyline principale dell’era Capaldi, il territorio in cui il dodicesimo Dottore ha trovato, trova e troverà una vera definizione identitaria). Lasciando per un attimo da parte la questione legata al suo passato, il rapporto con la morte genera un vortice di riflessione e autoriflessione impostato sull’analisi delle paure, tanto da saggiare a piccoli bocconi cosa vuol dire davvero morire, o star per morire, per poi elaborare i dati in maniera estremamente personale. Nessuno si ricorda i momenti della propria nascita e della propria morte, dice a un certo punto il protagonista alle prese con il teschio del se stesso di qualche vita precedente (immagine sconvolgente), ed è tale paura nei confronti dell’ignoto che collega questo episodio a uno dei due capolavori della scorsa stagione, “Listen”, anche esso dominato dalla figura del protagonista e da una riflessione intima e pervasa da monologhi di grande intensità legati a tutto ciò che c’è al di fuori della propria conoscenza. Rifugiatosi nel suo spazio mentale, il Dottore ha bisogno di sdoppiarsi per sopravvivere alla solitudine, e il suo alter ego ha le fattezze di Clara, altra metà di una bipolarità inevitabile. Il senso di protezione, amore e compagnia che Clara ha sempre incarnato diventa qui l’occasione di un botta e risposta con l’altra metà della sua anima; la strada per la soluzione dell’enigma, per vincere a quel gioco dove in palio c’è la vita, ricordando molto da vicino la partita a scacchi con la morte dell’indimenticabile Il settimo sigillo di Ingmar Bergman.

Burning the old me to make the new one?

Come si sopravvive a questo camera di torture? Dov’è l’uscita e dove l’entrata se questo labirinto è tutto nella tua testa? Si è sempre detto che il Tardis è un vero e proprio carattere – tanto da incarnare anche un personaggio in un bellissimo episodio scritto da Neil Gaiman –, ma questa volta diventa qualcosa in più: il cuore pulsante del pensiero del protagonista, la cabina di controllo e lo spazio d’elaborazione, tanto da mettere sotto una nuova e affascinante luce quel bigger in the inside che sempre lo ha caratterizzato, poggiando l’attenzione sulle infinite risorse del cervello umano. Per uscire dall’ossessione per la perdita della donna amata il Dottore ha bisogno di fare un lungo percorso di messa in discussione della propria persona, accettando di morire per rinascere, o nascere con la consapevolezza di non poter far altro che morire (proprio come nello straordinario monologo d’apertura). Questo percorso in avanti, fatto di inciampi obbligati e pause riflessive, ricorda una vera e propria discesa agli inferi, dove questi ultimi rappresentano per il Dottore il cuore delle proprie paure, riconoscibili solo al limite tra la vita e la morte – proprio come in “His Last Vow” di Sherlock, in cui Moffat porta il suo protagonista attraverso una caduta nelle zone più sommerse e recondite della propria memoria, al fondo della quale lo aspetta la più terrificante delle sue nemesi. Come sempre nelle opere di Moffat i rimandi intertestuali con altre opere, specie se scritte da lui, non sono mai privi di un senso profondo, anche nei casi in cui il ludus recita la parte del leone. In questo caso le cadute di Sherlock e del Dottore sono apparentate proprio perché rappresentano lo sforzo sovraumano di due personaggi speciali che si trovano, al limite delle proprie forze, a dover fronteggiare le loro maggiori insicurezze. Steven Moffat in questo caso riesce ad essere al contempo divertente, romantico, tragico e coltissimo (ma questo lo sapevamo), specie quando usa come soluzione dell’enigma un estratto di una fiaba dei fratelli Grimm, che a rileggerlo fa venire la pelle d’oca, specie se sovrimpresso ai primi piani dell’immenso Peter Capaldi.

The hybrid is me.

Prima di concludere questa recensione, le cui parole non saranno mai abbastanza per rendere merito a questo episodio, è necessario dire ancora qualcosa sulla questione Gallifrey, sul finale e sul mistero legato all’ibrido. L’autore dimostra di saper tenere insieme il macro racconto e collegarsi a una parte della mitologia di cui è tra i principali responsabili, una questione legata al passato del Dottore già anticipata in “The Day of The Doctor” e “The Time of The Doctor” e ora ripresa in maniera certamente più incisiva. Che tipo di terrore ha costretto il Dottore a fuggire da Gallifrey? Chi lo ha spedito lì? Quanto c’entra Missy in tutta questa vicenda? E poi la questione dell’ibrido: sappiamo che i Dalek sono impermeabili a questo tipo di fusioni, ma allora a chi si riferisce con quel “me”? Qui Moffat ha realizzato un altro dei sui trucchi geniali perché ad oggi siamo di fronte a un bivio: avrà scelto di terremotare la mitologia del Dottore in modo affascinante anche a costo di ri-canonizzare un film del passato quasi dimenticato; oppure di coronare una stagione con un personaggio apparso nella prima parte e che potrebbe ritornare in pompa magna e pregno di significati?

Di tutte queste domande solo alcune troveranno risposte concrete nel prossimo e conclusivo episodio, anche perché il percorso di Capaldi non finisce con quest’anno. Per ora possiamo senza dubbio affermare che “Heaven Sent” è un episodio perfetto, caratterizzato da una scrittura sofisticata e solidissima, da una messa in scena originale e da un’interpretazione, quella di Peter Capaldi, che porta davvero molto in là il lavoro sul corpo e sulla voce del Dottore. Non sappiamo come finirà e se l’autore riuscirà a concludere con lo stesso slancio (ripetere queste vette qualitative pare impossibile, specie nell’episodio immediatamente successivo), ma per ora ci limitiamo ad applaudire, e a rivedere a oltranza questo indimenticabile episodio.

Voto: 10
Doctor Who – 9×12 Hell Bent
Steven Moffat è senza ombra di dubbio uno sceneggiatore geniale, come ci ha dimostrato più volte a partire da “Blink” fino all’ultimo “Heaven Sent“. Ma, d’altra parte, se c’è un termine che va di pari passo con “genio” è quasi sempre “sregolatezza”, altro marchio di fabbrica della produzione moffattiana in Doctor Who.

Il divisivo showrunner è, infatti, un autore tanto brillante quanto eccessivo, tanto acuto quanto smodato, la cui difficoltà nel tirare le somme degli ambiziosi progetti che mette in piedi è ormai diventata tristemente proverbiale. Una specie di maledizione, insomma, che ha accompagnato (e in parte rovinato) le ultime stagioni della serie, ma a cui, dopo un’annata sorprendente e bellissima come la nona, speravamo di riuscire almeno per una volta a sottrarci. Si può dire che le nostre aspettative siano state contemporaneamente deluse e rispettate: “Hell Bent” è un episodio moffattiano fino al midollo – e dunque macchinoso, non sempre coerente, servile nei confronti dei fan e, soprattutto, di un’idea spesso tossica di “spettacolarità” –, ma allo stesso tempo un enorme passo avanti nel tentativo di dare finalmente una certa organicità a questi elementi e di farne quindi un uso più equilibrato, anche subordinandoli al character development (e non viceversa, come fatto in passato).

Cosa non funziona – Gallifrey, The Hybrid, il Diner, la (non) morte di Clara

Dopo la rivelazione di “The Day of the Doctor” e ben due stagioni per mettere insieme i pezzi, il Dottore torna finalmente su Gallifrey, e lo fa soltanto per salvare Clara. Abbiamo atteso a lungo questo momento, ma arrivati al dunque non c’è nulla che renda giustizia a tanta anticipazione. Anzi, a ben vedere, non si capisce perché il Dottore sentisse il bisogno di ritrovare il proprio pianeta, se a conti fatti non aveva alcuna intenzione di metterci davvero piede (visto il motivo per cui lo aveva abbandonato fin dal principio). Ma anche tralasciando questo punto, che è sicuramente controverso e soggetto a facili fraintendimenti, l’uso di Gallifrey in questa occasione risulta comunque piuttosto limitato e superficiale, laddove sarebbe stato invece possibile costruire una storia molto articolata e ricca di spunti. In altre parole, Gallifrey e gli stessi Time Lord sono stati inseriti nel racconto in maniera del tutto strumentale rispetto al salvataggio di Clara nonché alla minaccia dell’hybrid, e di conseguenza trattati come una questione secondaria.

Tutto questo genera una sensazione di spaesamento, acuita dal fatto che lo stesso tema dell’ibrido non è stato introdotto adeguatamente nel corso della stagione ma solo accennato di tanto in tanto, pur giocando un ruolo a quanto pare fondamentale nell’economia della puntata – perfino della serie – e soprattutto nel rapporto tra il Dottore e la sua terra d’origine. È strano che qualcosa di così importante per i personaggi non sia stato percepito allo stesso modo dallo spettatore, andando quindi a generare una sorta di scollamento tra intenzioni e realizzazione, che di fatto indebolisce tanto l’impatto dell’arrivo su Gallifrey quanto del pericolo costituito dall’ibrido (per il protagonista e per i suoi simili). A questo, poi, si aggiunge un ulteriore problema: il coinvolgimento di Missy nell’incontro tra Clara e il Dottore. La spiegazione ridicola fornitaci l’anno scorso – è una maniaca del controllo – si è rivelata, fortunatamente, l’ennesimo depistaggio à la Moffat; ma anche ora che ci troviamo alla fine del ciclo di Clara, e dunque l’ultima volta in cui dovremmo (almeno secondo logica) occuparci della questione, qualcosa, inevitabilmente, non torna.

La ragazza è molto simile al Dottore, è vero, ma come se ne sarebbe dovuta accorgere Missy? Prima dell’incontro con il Signore del Tempo, Clara era una donna ordinaria, con un’intelligenza brillante, certo, ma pur sempre una persona qualunque. Non c’erano occasioni in cui Missy avrebbe potuto scorgere in lei un potenziale in quel senso, anche perché per capire che direzione avrebbe preso il suo rapporto con il Dottore ci sarebbe voluto di certo un po’ di tempo. Questo va considerato soprattutto se pensiamo che la somiglianza tra i due non si riduce alla capacità di trovare soluzioni sorprendenti a problemi apparentemente irrisolvibili, ma ha a che fare anche con la dimensione del coraggio, dello spirito di sacrificio, della sensibilità e, soprattutto, è qualcosa che si è sviluppato nel tempo, attraverso una serie di esperienze (tra le quali ha probabilmente giocato un ruolo fondamentale la decisione di introdursi nel flusso temporale del Dottore in “The Name of the Doctor“) che hanno profondamente cambiato il modo in cui Clara guarda alla vita. Pensare che Missy li abbia fatti incontrare soltanto perché la ragazza era già da prima molto simile al Dottore non solo non convince appieno per via dei problemi logistici che comporta, ma svilisce anche il lavoro di character development effettuato nel corso delle ultime due stagioni, andando di fatto a sminuire la questione, invece molto suggestiva e inedita, dell’influenza negativa che viaggiare nel Tardis può avere sulla psicologia delle companion.

Un’altra incongruenza tra le esigenze narrative (ma anche e soprattutto del pubblico) e quelle dei personaggi all’interno della storia è data dalla scelta del setting vero e proprio, ovvero quel diner dall’aspetto molto familiare in cui il Tardis va a mimetizzarsi. Se ci riflettiamo un attimo, non c’è alcun motivo logico per cui Clara dovesse (o volesse) salutare per l’ultima volta il Dottore proprio nel mezzo del deserto americano, impersonando una cameriera della stessa tavola calda già vista in “The Impossible Astronaut”.

È comprensibile che sentisse il bisogno di scambiare con lui qualche parola, perfino di verificare se si fosse effettivamente dimenticato di lei (un po’ come River, che spera sempre di incontrare una versione del Dottore che possa riconoscerla), ma non si capisce perché farlo proprio in questo modo, se non per giocare con i sentimenti dello spettatore o per costruire una cornice accattivante per le vicende di Gallifrey. La soluzione è quindi affascinante ma immotivatamente macchinosa e, in ultima analisi, per nulla spontanea e credibile dal punto di vista dei personaggi. Moffat, insomma, sacrifica la loro esperienza all’interno della storia in favore di ciò che è al di fuori di essa, ovvero il modo in cui è raccontata (e per chi). Sebbene ciò avvenga in misura diversa in ogni opera di finzione, dovrebbe essere sempre possibile trovare un punto d’incontro tra le soluzioni più spettacolari e l’effettiva opportunità di utilizzarle. In una serie come Doctor Who la dimensione meta è giustamente fortissima, ma non dovrebbe comunque arrivare al punto di soverchiare tutte le altre.

Infine, dobbiamo fare i conti anche con il parziale ridimensionamento degli eventi di “Face the Raven” che, nonostante la cura con cui è stato messo in scena, presenta senza dubbio delle evidenti criticità. Già in passato Moffat aveva scelto di “riscrivere” – letteralmente – un evento passato luttuoso e inaccettabile come la distruzione di Gallifrey, ma in quel caso la decisione era funzionale all’avvio di un nuovo ciclo che ponesse fine ad alcune dinamiche già abusate e aprisse la strada al nuovo Dottore di Capaldi. Qui il congelamento di Clara in uno stato di quasi-morte è motivato unicamente dal desiderio di concederle nuove avventure da vivere e di farle assumere definitivamente il ruolo che è stato (e rimane comunque) del Dottore. In questo caso, quindi, si tratta di una scelta molto meno coraggiosa e più problematica, almeno dal punto di vista delle sue specifiche finalità. La dipartita di Clara in “Face the Raven” aveva avuto un impatto fortissimo e una ragion d’essere precisa; scegliendo di salvarla, anche se in maniera contorta, Moffat ha depotenziato notevolmente l’efficacia di quello specifico segmento e ribaltato, almeno in parte, le premesse su cui si basava, dando comunque a Clara (per quanto non al Dottore) un lieto fine che probabilmente non meritava e che cambia completamente il percorso svolto dalla ragazza. Questa diventa, infatti, una sorta di Doctor-Donna 2.0, ovvero quella che potremmo definire la risposta moffattiana al bellissimo personaggio di Catherine Tate, il cui destino si rivela simile, ma antitetico, a quello di Clara. Vedremo più avanti in che modo tale soluzione non sia, comunque, priva di fascino.

Cosa funziona – Gallifrey, The Hybrid, il Diner, la (non) morte di Clara

Dopo aver discusso di tutti quegli elementi che rendono “Hell Bent” un episodio non pienamente riuscito, possiamo concentrarci su ciò che, invece, ha funzionato alla grande. Curiosamente, ma neanche tanto visto che stiamo parlando di Moffat, ci renderemo conto che si tratta almeno in parte delle stesse scelte creative, osservate semplicemente da un altro punto di vista.

La possibilità di ritrovare il pianeta d’origine del Dottore ci ha accompagnato per tutte le ultime due stagioni della serie, ma a ben vedere il terreno per questo grande evento non era stato mai preparato granché: senza una storia collaterale che riempisse di senso i buchi lasciati dalla poca cura rivolta a quel preciso filone narrativo, avremmo rischiato di restare ancora più delusi e interdetti dal risultato finale. Certo, si sarebbe potuto ovviare al problema rimandando ulteriormente questo momento e scegliendo di includere altri nemici, e non i Signori del Tempo, nel piano di recupero delle informazioni sull’ibrido, ma – posto che comunque non è per niente detto che Gallifrey non torni nella prossima stagione per correggere il tiro – ciò avrebbe comportato uno stravolgimento della trama (e del messaggio) che ci avrebbe impedito di godere di alcune trovate, al contrario, molto gradite. Giusto per restare in questo ambito, il ritorno del Dottore sul pianeta è anche l’occasione per riprendere alcuni dei temi più interessanti della serie, in particolare quello del “combattente disarmato” e della possibilità per il Signore del Tempo di svestire i panni del dottore e di comportarsi in maniera “crudele e codarda”. Ciò non annulla completamente la sensazione di straniamento di cui si parlava più su, ma di certo aiuta ad attenuarla, specie ad una seconda visione.

Per quanto riguarda l’ibrido, invece, non si può negare che la scelta di trasformarlo nell’unione del Dottore con la sua companion sia stata una sorpresa riuscitissima e affascinante, in grado perfino di ribaltare il principio per cui Moffat tende sempre a sacrificare l’evoluzione dei personaggi sull’altare del colpo di scena strabiliante e artificioso. Pur con tutte le remore già esposte, si tratta infatti di un’immagine molto potente, che porta alle estreme conseguenze il tema dell’ascendente negativo del Dottore sulle companion attraverso l’elaborazione di un “viceversa” che arricchisce ulteriormente la questione.

In quest’ottica, “Hell Bent” può considerarsi un “The Waters of Mars” rivisitato, in cui il Dottore sfida nuovamente ogni legge del tempo soltanto per “curare il suo cuore” e ribellarsi ad un destino che non vuole accettare. In quell’occasione era stata la solitudine a spingerlo verso il baratro; stavolta, invece, si è trattato di qualcosa di diverso ma del tutto analogo e assimilabile a quanto accaduto in passato. Il Signore del Tempo, infatti, non è stato in grado di porre un freno ai propri desideri perché anche stavolta aveva viaggiato per troppo tempo da solo con se stesso: se Clara negli anni è diventata come il Dottore, allora questi non ha fatto altro che guardarsi allo specchio di avventura in avventura, perdendo il contatto con la realtà di cui ha sempre avuto bisogno per non diventare pazzo. Il legame tra di loro si è trasformato, quindi, in qualcosa di tossico, sia perché erano ormai troppo simili per poter rendersi conto dei loro eventuali e reciproci sbagli, sia perché nessuno dei due riusciva di fatto a contenere l’altro: da un lato Clara non voleva essere trattata come una creaturina indifesa incapace di badare a se stessa, reclamando il diritto a mettersi costantemente in gioco (e in pericolo) proprio come fa ogni volta il Dottore; dall’altro quest’ultimo sentiva fortissimo quel “duty of care” che gli impediva di riconoscerla a tutti gli effetti come sua pari, spingendola a prendere autonomamente le proprie decisioni e, in definitiva, ad incontrare la morte nella Trap Street.

In atre parole, il Dottore adorava ma allo stesso tempo non accettava né era pronto a rendersi pienamente conto di avere a che fare con una persona estremamente compatibile con il suo modo di essere (seppure allo stesso tempo altrettanto “breakable”), e ciò alla lunga ha portato entrambi ad un punto di non ritorno che costituiva un pericolo per l’intero universo. La rivelazione dell’immortale Me – la cui presenza è fondamentale in questo frangente, in quanto simboleggia l’impossibilità per il Signore del Tempo di viaggiare con qualcuno così uguale a lui – è quindi il momento della presa di coscienza definitiva e il culmine del percorso pensato da Moffat: così come l’unione di due razze guerriere, frutto essa stessa di una forzatura delle regole dell’universo operata dal Dottore e rappresentata da Ashildr, ha portato a delle terribili storture, allo stesso modo l’ibrido è un bellissimo abominio che non sarebbe mai dovuto esistere; qualcosa di contemporaneamente “sad” e “beautiful” come la morte delle stelle o della stessa Clara, ma che è destinata ad essere dimenticata o comunque superata – proprio come dice Me, “to be over”.

Perché la questione fosse chiusa, però, era necessario concedere ai personaggi un’ultima occasione per dirsi addio ed elaborare “il lutto”. Da questo punto di vista anche l’inserimento del diner nel racconto acquista una sua ragione d’essere, andando a rappresentare, grazie alla sua precisa iconografia, il luogo più adatto per raccontarsi, mettersi a nudo di fronte ad un estraneo che poi, in realtà, non lo è mai per davvero (sia metaforicamente che concretamente) e trovare quindi un’oasi di pace in mezzo al deserto della propria solitudine. Si tratta comunque di una scelta controversa, che continua ad avere poco senso nell’universo di riferimento dei personaggi, ma che, se vista in quest’ottica, è qualcosa di più di un semplice “fan service”. Probabilmente un buon compromesso sarebbe stato servirsi di un bar londinese piuttosto che di un diner americano, magari per citare uno dei primi dialoghi tra Clara e il Dottore in “The Bells of Saint John”. Tuttavia, in fin dei conti, possiamo dire che Moffat abbia fatto comunque un grande passo avanti rispetto al passato, riuscendo ad arricchire di significato anche quelle scelte creative che più amplificano i difetti della propria scrittura.

Per concludere, soffermiamoci un attimo sulla scelta di far tornare Clara a Gallifrey passando per “the long way around” piuttosto che condannarla ad una morte coraggiosa ma tristemente definitiva. Sebbene rappresenti, come abbiamo detto, una soluzione molto meno drammatica e dunque coraggiosa di quella prospettata da “Face the Raven”, trasformare la ragazza in una sorta di Time Lady bloccata nell’attimo tra un battito e l’altro è un espediente non soltanto molto singolare e creativo ma anche decisamente ispirato. Se è vero che da un lato sminuisce la tragicità (e dunque l’impatto emotivo) della morte di Clara e della questione ibrido, dall’altro getta una luce nuova sulla figura della companion, che ne esce decisamente valorizzata. In questo modo, infatti, la donna non subisce passivamente gli errori del Signore del Tempo, ma trova un modo per sfruttarli a suo vantaggio e aggiungere valore alla propria esperienza di vita anche in maniera indipendente da lui.

A differenza di Donna Noble, che era soltanto una “precaria di Chiswick” prima di incontrare il Dottore e che tale tornerà ad essere dopo la metacrisi, Clara ha l’opportunità di riscattarsi e condurre un’esistenza parallela a quella del suo vecchio amico ma altrettanto soddisfacente. Da questo punto di vista il percorso pensato per lei è molto più “empowering” di quello costruito intorno alla companion daviesiana, la cui grandezza – anche nei panni di Doctor-Donna – viene sempre posta in relazione al Dottore, catalizzatore delle potenzialità di chi gli sta accanto. Ovviamente anche per Clara è almeno in parte così, dal momento che senza di lui non avrebbe mai potuto vivere le avventure che ha vissuto e mettere alla prova la propria intelligenza e sensibilità, ma con lei Moffat compie un salto di qualità, plasmandola sì ad immagine e somiglianza del Dottore, ma permettendole di affrancarsi dalla sua ingombrante presenza e restare comunque una persona straordinaria. In fondo, nella vita, siamo tutti il prodotto degli incontri e delle esperienze che facciamo, ed è solo attraverso il confronto con l’altro che possiamo scoprire le nostre vere potenzialità: da questa prospettiva il ciclo di Clara è quindi un percorso di scoperta del sé, un racconto di formazione che, come tutte le storie di questo genere, si conclude con il passaggio all’età adulta e dunque l’accettazione dei propri limiti e l’esaltazione dei propri punti di forza.

In ultima analisi “Hell Bent” è un episodio molto lontano dalla perfezione, ma forse proprio per questo ancora più affascinante. Steven Moffat si conferma, ancora una volta, un autore brillante e problematico, in grado di consegnarci una stagione bellissima come non se ne vedevano da tempo e contemporaneamente di distruggere parte del lavoro fatto attraverso un finale costantemente accompagnato, nonostante i pregi, da un senso di insoddisfazione che ne inquina la visione. Tutto sommato, però, non possiamo che giudicare questa prova in maniera positiva, riconoscendo allo showrunner più discusso di New Who il merito di avere compreso, come il Dottore, i limiti del proprio operato e aver cercato, a modo suo, di porvi rimedio.

Perché il consiglio di Clara “run you clever boy, and be a doctor”, in fondo, è valido per tutti.

Voto episodio: 8
Voto stagione: 9
Doctor Who – 10×01 The Pilot
Il titolo di questa decima season premiere del nuovo ciclo di episodi legato al leggendario Signore del Tempo è al tempo stesso una dichiarazione d’intenti e la descrizione dello stato di crescita in cui si trova la serie in questo momento storico. Steven Moffat, infatti, si prepara a lasciare le redini dello show al suo successore, il già annunciato Chris Chibnall, introducendo la nuova – e ultima – companion di Twelve e costruendo un episodio che è sia un compendio di tutto quello che Doctor Who è stato dal 1963 ad oggi, sia un nuovo punto di partenza per il protagonista e per i fan.

L’autore scozzese che ha sostituito Russell T. Davies dalla quinta stagione in avanti è da sempre famoso per il modo anticonvenzionale e totalmente non lineare con cui è solito raccontare le storie del Dottore: trame complesse e articolate, che si propagano solitamente lungo una stagione o addirittura lungo tutta la vita televisiva di una rigenerazione (è stato così per Eleven). Questa volta il vero colpo di scena di Moffat è la semplicità che sottende il plot di “The Pilot”, lineare e molto diretto nel presentare la nuova vita del Dottore dopo gli eventi fondamentali della scorsa stagione e degli ultimi speciali natalizi.

Time is the space made by our lives where we stand together, forever.

Come si diceva, questo episodio è un vero e proprio nuovo inizio per lo show: il Dottore di Peter Capaldi si lascia alle spalle quello che ha perduto e le persone a cui ha dovuto dire addio, concedendosi una sosta molto lunga rispetto a quanto ci ha abituati in passato. È un momento particolare della sua vita – e anche della serie – in cui c’è bisogno di fermarsi ad analizzare tutto quello che è stato e porre le basi di quello che sarà; l’aria di cambiamento permea ogni inquadratura ed è come se i personaggi stessi l’avvertissero, comportandosi di conseguenza. Difatti quello che ci si para davanti è un Dottore nuovo, completamente cambiato rispetto all’impacciato e scorbutico uomo di “Deep Breath”; la sua maturazione è la conseguenza diretta del tempo passato con Clara Oswald nelle due stagioni passate, un condizionamento tanto fondamentale da fare di Twelve uno dei dottori più influenzati e caratterizzati dal proprio compagno di viaggio. Clara scompare proprio quando la sua funzione viene meno: esaurito il compito di plasmare la coscienza del Dottore e di salvarlo da se stesso, è tempo di lasciar spazio ad una nuova companion, con una storia e un legame con il Signore del Tempo meno complesso, ma non per questo meno importante.

But that’s life, isn’t it? Beauty or chips. I like chips.

L’introduzione di Bill e il suo incontro con il Dottore avviene già nella prima scena dell’episodio, una scelta caratterizzante delle intenzioni di Moffat che non ha, per la prima volta, la necessità – e forse neanche il tempo effettivo – di elaborare una origin story cervellotica come quelle di Amy – in “The Eleventh Hour” – e di Clara, con la sua introduzione lungo tutta la seconda parte della settima stagione. Bill Potts, interpretata da una Pearl Mackie apparentemente già a suo agio nel personaggio, è una ragazza del tutto normale che lavora nella friggitoria della mensa dell’università di Bristol e che rimane affascinata dalle lezioni del Dottore sul tempo e lo spazio.

Non viene rivelato molto su di lei in questa premiere, se non il suo orientamento sessuale – per fortuna non esclusivamente definitorio del personaggio – e il suo personale dolore nel non aver mai conosciuto la madre biologica. La sua curiosità e sagacia la portano ad un feeling quasi immediato con il Dottore, che nota subito in lei qualcosa di diverso, e la spingono a cercare di allargare il suo piccolo mondo alla ricerca di qualcosa di più nella vita. Il compito più difficile dello showrunner in questa stagione sarà quindi quello di riuscire a dare una tridimensionalità convincente al personaggio, qui comunque ben introdotto, nel poco tempo a disposizione e, sempre in relazione alla “normalità” di Bill rispetto alle precedenti companion, di costruire un legame con il Dottore all’altezza di quanto ci ha abituato in passato.

La trama che unisce i due personaggi in “The Pilot” è piuttosto semplice e lineare: un olio alieno intelligente cerca un pilota per poter abbandonare il pianeta Terra e lo trova nella donna di cui si è invaghita Bill. È chiaro che la situazione non è altro che un pretesto per avvicinare il nuovo personaggio al mondo del Dottore ma, per quanto ordinaria, è possibile individuare al suo interno più di un tema interessante da analizzare. Intanto l’utilizzo dell’acqua come liquido-veicolo attraverso cui la sostanza assume una forma richiama numerosi episodi del passato della serie – a partire dallo storico “The Waters Of Mars” – e per questo risulta poco interessante e non del tutto originale. Sicuramente più intrigante, sebbene mancante di una giustificazione davvero convincente, la sua abilità di raggiungere il TARDIS ovunque viaggi, nello spazio e nel tempo, in virtù del legame forte che unisce Bill a Heather, la donna selezionata come pilota con il desiderio di fuggire. In una delle ultime scene dell’episodio che le vede protagoniste, inoltre, il Dottore assiste ad una circostanza per lui relativamente nuova ma che gli spettatori ben conoscono: Heather invita Bill a viaggiare con lei e ad esplorare l’universo, mostrandole cose che non avrebbe mai immaginato di vedere. Il Signore del Tempo diventa in questo frangente uno spettatore di se stesso, finalmente consapevole di com’è osservare dall’esterno la formazione di quei legami che hanno caratterizzato il suo modus operandi nell’approcciarsi ai compagni di viaggio del passato.

Do what you’ve got to do. But imagine… just imagine how it would feel if someone did this to you.

L’identità di “The Pilot” non è plasmata, però, solo dalla connotazione di nuovo punto di partenza per il Dottore, ma è anche un crocevia importante in cui si raccoglie tutto l’universo espanso e la mitologia cinquantennale che caratterizzano la serie della BBC, ormai un vero e proprio simbolo della cultura popolare inglese e non solo. A partire dai molteplici riferimenti individuabili sulla scrivania che appare nel centro della prima inquadratura dell’episodio, tra cui spiccano un portapenne pieno di cacciaviti sonici e la statua di un corvo – che ovviamente si riferisce alla morte di Clara in “Face The Raven” – a fianco alle fotografie di Susan e River – rispettivamente prima e ultima companion del Dottore –, sino all’intrusione temporale durante la guerra con i Movellan di “Destiny Of The Daleks”, serial del 1979 che vedeva Tom Baker nei panni del quarto Dottore. Da non dimenticare anche il ritorno del tema della memoria, che emerge nel momento in cui Twelve tenta di rimuovere i ricordi di Bill: la sua risposta emotiva scuote il Signore del Tempo che ricorda, probabilmente, ciò che successe a Donna e, più recentemente, proprio a lui, incapace di ricordarsi del volto di Clara – di cui però sentiamo ancora una volta il tema musicale.

“The Pilot” è un episodio che segna un solco importante nella programmazione della serie proprio per la sua duplice natura di fine di un percorso e al tempo stesso nuovo inizio. Nonostante una trama verticale poco originale e una struttura molto lineare, funzionano bene sia l’introduzione di Bill come nuova companion che l’autoreferenzialità, mai fine a se stessa, attraverso la quale Moffat si conferma come il primo grande fan della serie televisiva più longeva della storia, a cui tra l’altro si prepara a dire addio.

Voto: 7½
Doctor Who – 10×02 Smile
La scommessa di Steven Moffat per la sua ultima stagione del Dottore è apparsa subito ben chiara dopo la visione di “The Pilot”: gettare le basi per un nuovo corso della serie rivisitando archetipi e tematiche alla base della mitologia dello show. “Smile” non fa assolutamente eccezione ed è con queste intenzioni che viene delineato il rapporto tra il protagonista e la nuova arrivata Bill, inserendola in una sorta di “episodio tutorial” necessario a farle capire cosa significhi essere la compagna del Dottore.

La trama dell’episodio prende spunto da uno dei tòpoi più affascinanti e ricorrenti di tutta la serie, ossia la lotta dell’umanità per la sopravvivenza alle soglie della fine del mondo. Se ripensiamo a episodi come “The Beast below” o “The end of the World” della gestione Davies, è evidente come scenari di questo genere abbiano una duplice funzione: rivelare alla nuova companion l’importanza dell’operato del Dottore nel preservare l’equilibrio dell’Universo e, viceversa, aiutare il Dottore a comprendere le modalità di pensiero e azione della sua nuova compagna umana. In questo caso, il teatro dell’azione è un’ipertecnologica colonia umana (ricostruita all’interno della Città delle Arti e delle Scienze di Valencia) controllata da robot che comunicano tramite emoji, il contesto più appropriato per aiutare il Dottore a conoscere meglio Bill, forse la companion più moderna e pop apparsa finora nella serie.

A differenza di Clara, personaggio empatico di matrice vittoriana, Bill porta una ventata di contemporaneità e di genuina schiettezza nella vita del Dottore. I dialoghi pieni di riferimenti ai fumetti e alla fantascienza, i selfie scattati all’interno della colonia, sono tutte azioni che pongono ironicamente il Dottore a contatto con le abitudini e le forme di comunicazione dei millennials, ma a creare la vera sinergia tra i due è l’insolito sguardo di Bill sul mondo e sul Dottore. Se alla base dell’alchimia con Clara vi era la sua abilità nel guardare oltre alla superficie delle cose e nell’entrare in contatto emotivo con gli altri, Bill si contraddistingue per il pragmatismo con cui si approccia alle infinite possibilità che il Dottore e il TARDIS le forniscono. Le insolite domande della ragazza sono dirette, superficiali nel senso letterale del termine, cercano risposte senza mezzi termini e controbilanciano la lungimiranza del Dottore dettata dal dubbio e dalla curiosità. L’apparente cinismo di Bill, unito a un grande spirito d’osservazione, la aiuta tuttavia a scoprire, prima di molte altre companion, le verità nascoste del Dottore e le ragioni profonde del suo operato.

Dopo svariate stagioni dettate dalla necessità di fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni, Bill redarguisce da subito il Dottore sull’importanza delle sue scelte. Quella che prima era la rivelazione finale di un doloroso processo di riscoperta di sé viene qui espresso come una lampante realtà dei fatti, ed è questa prodigiosa capacità di analisi ad attirare l’interesse del Dottore, a renderlo protettivo nei confronti di Bill e ad impostare il loro rapporto secondo le dinamiche maestro/allieva. La semplicità, quindi, come strumento per decifrare la complessità, un approccio in netto contrasto con quello dei Vardy, i robot assassini che reagiscono ad emozioni complesse come felicità e dolore semplificandole e sminuendole attraverso le emoji. Gli appassionati della serie, e della fantascienza in genere, non sono di certo nuovi a storie di macchine consapevoli che aggrediscono l’uomo per migliorarlo e sostituirsi ad esso, ma lo spunto narrativo delle emoji riesce a dare un’impronta personale a un archetipo della narrativa sci-fi e ad arricchire l’episodio di riferimenti e strizzate d’occhio ai capisaldi del genere: le emoji usate come fattore determinante di sopravvivenza sono figlie degli incubi distopici di Black Mirror e i corpi delle vittime usati dalle macchine come fonte di energia e nutrimento non possono che far tornare in mente i campi di coltivazione umana della saga di Matrix.

La risoluzione dell’episodio ci riporta ad un contesto classico in cui il Dottore interviene come garante della convivenza pacifica tra due specie ma è leggendo tra le righe di questo finale che si può intravedere il vero impatto della vicenda per il Dottore sul piano emotivo. La follia dei Vardy è causata dal dolore della morte, un sentimento devastante che sfugge a qualunque comprensione umana o artificiale, e ciò che un robot non può comprendere diventa un errore di sistema da cancellare ad ogni costo. Il cortocircuito scatenato dal naturale ciclo degli eventi porta i robot ad un rifiuto categorico del dolore e al raggiungimento della felicità ad ogni costo: una negazione spropositata dell’infelicità già descritta da Moffat in “Hell Bent”, dove il Dottore arrivava a compromettere l’esistenza del tempo e dello spazio pur di non affrontare il lutto per la morte di Clara. Così come nello scorso finale di stagione, anche qui la soluzione viene ottenuta con la cancellazione della memoria, un compromesso traumatico che continua a non perdere di importanza dopo “The Pilot” e potrebbe essere una potenziale chiave di lettura dell’intera stagione.

“Smile” compie a dovere la sua funzione introduttiva e getta le basi del rapporto tra il Dottore e Bill grazie a una perfetta sinergia tra classicità e innovazione. La linearità della storia può apparire alquanto insolita per gli standard a cui la serie ci ha abituato, ma se Steven Moffat ci ha insegnato qualcosa in questi anni al timone della serie è che i plot twist e le contorsioni narrative con cui ha costruito la sua carriera non tarderanno certo ad arrivare.

Voto: 7½
Doctor Who – 10×03 Thin Ice
Dopo il deludente Christmas Special e un inizio di stagione decisamente sottotono, i dubbi circa lo stato di salute della serie più longeva della televisione iniziano a farsi sempre più insistenti; “Thin ice” rappresenta in questo senso un piccolo ma rassicurante passo avanti per lo show, che finalmente sembra aver recuperato, almeno in parte, la sua potenza narrativa.

Pur non presentando consistenti riferimenti a quella che presumibilmente sarà la trama stagionale, Sarah Dollard – già autrice dell’ottimo “Face the Raven” – lavora molto bene sulla costruzione della struttura stand-alone dell’episodio, impegnandosi su una doppia direttrice: da un lato sulla definizione dell’ambientazione storica, in questo caso la Londra della Regency era, che sfrutta abilmente il fatto storico dell’ultima Frost Fair del Tamigi per creare un’atmosfera suggestiva – con l’elefante, gli artisti di strada… – a cui mischia echi dickensiani e steampunk; dall’altro sulla costruzione di un sostrato tematico forte che vada a costituire l’ossatura del racconto.

Human progress isn’t measured by industry, it’s measured by the value you place on a life. An unimportant life. A life without privilege.

Fin dai primi minuti, in cui vediamo Bill esprimere dei timori circa la sua presenza nella Londra di inizio Ottocento – “Slavery is still totally a thing” -, risulta chiara infatti la volontà di non glissare sui risvolti più oscuri dell’imperialismo britannico, ma anzi di renderli parte integrante della narrazione, seppur attraverso il filtro della metafora fantascientifica. Poco importa quindi che il mostro (o meglio, l’alieno) della settimana non sia particolarmente originale, né il suo modus operandi del tutto chiaro: il principale punto di forza dell’episodio, e a ben vedere dello show, non risiede infatti nell’elemento sci-fi tout-court, che inevitabilmente tende a ripetersi e ad avere alti e bassi, bensì nella sua capacità di connettersi a una riflessione sulla natura umana e sul rapporto che il Dottore ha instaurato con essa nel corso di duemila anni di vita.

L’alieno che da secoli vive incatenato sul fondo del Tamigi al servizio delle smanie di progresso (e di arricchimento) dei Sutcliffe non è altro che un chiaro emblema delle dinamiche di oppressione e sfruttamento imperialiste, che trovano la loro giustificazione in un’insensata e aberrante gerarchizzazione del valore della vita umana. Se il bel monologo Dottore ha il compito di ribadire l’importanza e il valore di tutte le vite, che sia quella di un povero ragazzino di strada o quella di un alieno costretto a cibarsi di esseri umani, riprendendo così un tema molto caro alla serie (pensiamo ad esempio al discorso di Eleven in “A Christmas Carol”), ancora più importante è in quest’ottica la sua decisione di lasciare a Bill la scelta di liberare o uccidere il mostro.

Why is it up to me? Because it can’t be up to me. Your people, your planet. I serve at the pleasure of the human race, and right now, that’s you.

A ben vedere tale sequenza dialoga in modo interessante con un episodio dell’ottava stagione, “Kill the Moon“, tramite cui è possibile misurare il percorso compiuto da Twelve fino ad ora: se in “Kill the moon” infatti il comportamento del Dottore nei confronti di Clara assumeva le forme brusche dell’abbandono e della prova da superare, suscitando una reazione molto dura da parte della ragazza, qui al contrario vediamo il personaggio di Capaldi più a suo agio nei panni del mentore, più disposto a far comprendere alla nuova companion il perché delle sue azioni e la necessità che siano gli stessi umani a prendersi le responsabilità, innanzitutto etiche, di tali scelte. Oltre a parlarci dell’evoluzione di Twelve e del suo rapporto con Bill – pensiamo anche allo scambio riguardo il bisogno di accettare la morte di un innocente al fine di salvare altre vite –, questa dinamica si rivela ancora più importante in un contesto come quello rappresentato, che si propone di riflettere su minoranze e categorie subalterne: in questo modo Dollard riesce infatti a smarcarsi dal topos del white savior, evidenziando però, a un livello meta-narrativo, quanto si sia fatta pressante l’esigenza di fare un ulteriore passo avanti in questa direzione.

Everybody has got slightly different stories to tell, slightly different perspectives, slightly different experiences. All of those voices should be represented on the show and in the show; whether that be by gender or race or class.

Dopo dieci stagioni di NewWho e tre rigenerazioni, i tempi sembrano infatti più che maturi per una rappresentazione ancora più inclusiva da parte dello show, che non si limiti quindi solo ai comprimari e ai temi trattati, ma che vada direttamente a investire il suo protagonista, in modo da dare voce in maniera più efficace ed attuale – per parafrasare le parole di Dollard a commento della puntata – alle diverse storie e prospettive delle minoranze, siano esse razziali o di genere. Si tratterebbe di una scelta indubbiamente di rottura e rischiosa, ma che alla luce di un episodio come “Thin Ice” si dimostra carica di un enorme potenziale narrativo, soprattutto tenendo conto del momento di stanchezza creativa che sembra attraversare attualmente lo show.

Nonostante il suo carattere autoconclusivo, “Thin Ice” si chiude con un accattivante rimando al misterioso caveau che il Dottore e Nardole stanno custodendo, il cui contenuto sarà inevitabilmente al centro del racconto di questa annata: se i suoni che sentiamo provenire dall’interno lasciano pochi dubbi sul fatto che dentro non ci sia qualcosa, bensì qualcuno, l’ultima raffica di quattro colpi sembra presagire l’imminente ritorno di una vecchia conoscenza del Dottore, nella speranza che questo basti a portare nuova linfa vitale alla serie.

Voto: 7½
Doctor Who – 10×04 Knock Knock
L’ultima stagione di Peter Capaldi nei panni del Dottore è stata anticipata da un’attesa sfiancante in cui la decisione di saltare quasi completamente il 2016 ha contribuito ad alimentare aspettative sempre più consistenti, alle quale non sarà semplice dare risposte soddisfacenti.

È un anno strano questo per Doctor Who, una stagione a lungo desiderata, che si vorrebbe divorare in un sol boccone ma anche far durare in eterno, conosci che al suo scadere finirà anche la partnership che da tanti anni ormai lega la serie e Steven Moffat. Le chiavi di questo meraviglioso parco divertimenti passeranno a Chris Chibnall, che, impegnato nella chiusura di Broadchurch quest’anno, non ha firmato neanche un episodio (come invece gli è capitato in altre occasioni) e si limiterà scrivere la prima sequenza del nuovo Dottore – o Dottoressa, come chi scrive auspica – immediatamente dopo la rigenerazione. Sono forse queste enormi aspettative riposte sulla destinazione finale a indebolire un percorso che fino a questo momento non ha visto alcun passo falso, ma neanche una qualità in grado di competere con l’ansia da nuovo Dottore che circonda questa stagione. È difficile a questo punto sciogliere il seguente nodo: è il livello di questi primi episodi a non essere abbastanza alto, oppure la bramosia/paura di arrivare al termine di quest’annata a far percepire tutto ciò che precede quell’obiettivo come qualcosa di inevitabilmente interlocutorio? Molto difficile dirlo con certezza ed è abbastanza probabile che siano vere entrambe.

“Knock Knock” sembra sin dall’inizio l’ennesimo episodio di passaggio di questa stagione, la quarta tappa di un percorso la cui trama orizzontale viene sottolineata passo dopo passo in maniera ormai un po’ troppo ridondante, quasi a voler tener incollati gli spettatori nel caso dovessero essere insoddisfatti degli episodi andati in onda fino a questo momento. In questo caso abbiamo Bill e un gruppo di amici alla ricerca di una nuova casa e un misterioso proprietario di quella che ha tutta l’aria di essere una residenza magica che fa insospettire non poco il Dottore. L’intero episodio è impostato sull’alternanza tra la caccia al tesoro del protagonista, il quale fiuta giustamente una minaccia dietro l’angolo, e l’incoscienza esibita dagli altri personaggi, compresa Bill che, un po’ per vergogna, un po’ per appartenenza anagrafica, sembra stare dalla parte dei suoi colleghi sminuendo gli avvertimenti del Dottore. Molto prevedibilmente il racconto si concentra sempre più sulla figura del proprietario, l’unico in grado di svelare il mistero che lo lega alla residenza e in particolare alla sparizione degli studenti. La casa si rivela un posto magico dominato da particolari insetti alieni chiamati Driadi che l’anziano signore dimostra di saper controllare a piacimento, ma naturalmente vi è un punto debole e questo risiede nei sentimenti del villain di turno.

Come si è potuto intuire, “Knock Knock” non è certamente tra gli episodi migliori di Doctor Who e rappresenta un leggero passo indietro in una stagione già non eccezionale. L’intero schema narrativo è basato sull’abusatissimo canovaccio della casa infestata, che l’autore Mike Bartlett non riesce a rivitalizzare con soluzioni originali, finendo per riprenderne molti cliché – dagli ospiti che prima di essere catturati fingono di esserlo per spaventarsi a vicenda, ai rumori provocati dal Dottore che destano sospetto, fino ai ragazzi che per quasi tutto l’episodio sembrano avere i paraocchi rispetto a ciò che sta succedendo –, rendendo l’episodio estremamente prevedibile. Fin da subito sappiamo che la casa è abitata da qualcosa di paranormale, che chi ha dei sospetti avrà ragione mentre chi fa finta di nulla torto, sappiamo che il proprietario nasconde qualcosa e non è difficile intuire che la sua durezza nasconde una vulnerabilità legata a un trauma del passato. Se questa impostazione fosse stata utilizzata per lavorare su altre questioni come lo sviluppo di una determinata storyline orizzontale del Dottore o l’approfondimento della relazione tra quest’ultimo e Bill, allora non sarebbe stato un problema ma probabilmente una scelta vincente ed efficace. Tuttavia anche il rapporto tra i due personaggi principali segna un passo indietro rispetto al percorso fatto nei primi tre episodi. I due vengono infatti separati per buona parte della puntata, ma questa scelta non costituisce l’occasione per permettere a Bill di fare un percorso di crescita individuale e finire per sbalordire il Dottore (come più volte è capitato ad Amy o a Clara), bensì una sorta di ritorno alla normalità, un netto passo indietro che si riflette nella sua (in)capacità di comprendere la situazione nonostante le avventure già passate col Dottore e i ripetuti avvertimenti di quest’ultimo. Non è un caso, infine, che nel venire a capo del mistero il protagonista si serva di uno degli studenti amici di Bill, quasi come se fosse un surrogato della companion, in quel momento incapace di rivestire quel ruolo.

Dopo una prima mezz’ora caratterizzata da una scarsa originalità e da un livello poco più che mediocre elevato solo dalla performance sempre ottima di Peter Capaldi, l’ultima parte di “Knock Knock” riesce finalmente a raccontare qualcosa all’altezza del valore della serie, adottando come quasi sempre un linguaggio universale e capace di parlare a tutti i tipi di spettatore. Lo scioglimento è naturalmente legato al faccia a faccia tra il Dottore e il misterioso proprietario, tutto incentrato sull’identità della donna di legno, prima creduta figlia e poi rivelatasi essere madre dell’anziano signore. In questo climax di buoni sentimenti ma anche di ferite aperte la serie riesce a parlare del rapporto genitori-figli (con riferimenti neanche tanto velati all’attuale dinamica tra il protagonista e Bill) e di quel senso di autorità necessario in ogni figura paterna o materna. Più in generale però, ciò che emerge da questo epilogo è una riflessione sull’impossibilità di prendere decisioni dalla rilevanza collettiva nel momento in cui si è emotivamente coinvolti, ovvero sulla mancanza di lucidità di chi è toccato nel profondo da determinati traumi e quindi sulle scelte sbagliate che sull’onda di un’emotività ferita è portato a commettere. Questo discorso non riguarda solo il qui e ora, ma anche per estensione il Dottore e la sua storia, se si pensa a tutte quelle volte in cui si è fatto trascinare dalla rabbia del momento o alla stessa nascita del War Doctor.

“Knock Knock” è un episodio abbastanza deludente, che avrebbe avuto anche una sua ragion d’essere in una stagione diversa, magari incasellato tra segmenti narrativi più brillanti e sostanziosi; purtroppo però arriva dopo una serie di episodi tutt’altro che eccellenti, proprio nel momento in cui ci si sarebbe aspettati il cambio di passo. Il cliffhanger finale lascia presagire la possibilità di una svolta importante, sulla quale però andiamo con i piedi di piombo vista l’insistenza costante su tutto ciò che riguarda il caveau che ogni volta si è puntualmente rivelata un nulla di fatto, tanto da avere un effetto anestetizzante simile alla favola Al lupo! Al lupo!.

Voto: 6
Doctor Who – 10×05 Oxygen
Sebbene ci si sia ampiamente inoltrati nella decima stagione della serie, è ancora estremamente complesso riuscire ad avere un quadro chiaro di quello che è l’ultimo arco narrativo che vedrà Steven Moffat quale showrunner e che al momento sembra piuttosto brancolare nel buio.

Non c’è da far mistero, né tantomeno può essere facilmente negato, che questa prima parte della decima stagione sia stata, sino a questo quinto episodio, ampiamente al di sotto delle aspettative. E questo non perché si sia alle prese con degli episodi in sé deludenti: al massimo li si può tacciare di mediocrità; il problema principale è che non aggiungono nulla all’arco narrativo del Dottore. Non solo non divertono particolarmente né sanno raccontare in profondità personaggi o temi, ma trasmettono un’idea di riempitivo e di stanchezza che non può che lasciare perplessi. Se a questo aggiungiamo la consapevolezza che siamo all’ultima stagione per Peter Capaldi ed il suo Twelve, allora una sensazione di generale delusione è innegabile. Non tutto è, però, da mettere sotto accusa: alcuni elementi funzionano e questo episodio, che presenta una maggiore generale armonia strutturale, ne è la più evidente dimostrazione.

Space, the last frontier.

Coadiuvata dalla regia di Charles Palmer, che aveva già diretto alcuni episodi della terza stagione, la scrittura di Mathieson ci porta direttamente alle atmosfere più tipiche ed apprezzate della serie, in quegli episodi di pura fantascienza dedicati allo spazio e alle sue storture. Giocando con una demonizzazione delle mire consumistiche del genere umano – tema che però viene affrontato solo marginalmente, pur non essendo certo nuovo in Doctor Who –, la scrittura costruisce un episodio che a differenza dei precedenti è in grado, in prima istanza, di intrattenere. Sebbene non presenti una trama delle più innovative, e pur con una forte eco della coppia di episodi scritti dallo stesso Moffat “Silence in the library” e “Forest of the Dead”, “Oxygen” ha un ottimo ritmo e riporta il Dottore alle prese con ciò che sa far meglio: imporsi, anche con forte determinazione, su una umanità spesso, per profitto, colpevole ed artifice della propria rovina.

Ci sono dei problemi in questo episodio: per quanto capace di intrattenere si ha costantemente la sensazione che si sarebbe potuto sfruttare al meglio alcune sezioni narrative ed abbandonarne delle altre. In particolare, l’episodio lancia tutta una serie di spunti che non vengono colti, oppure vengono sfruttati in modo troppo esiguo per funzionare davvero. L’idea che una compagnia venda l’ossigeno ai propri dipendenti è un modo brillante di trattare temi che esulano del mero sfruttamento comico, ma si tratta comunque di uno spunto che non ha il giusto tempo per evolversi; così anche per i personaggi secondari, a cui viene costruito un background che per ovvi motivi di tempo ed importanza non trova sviluppo di alcun tipo. Allo stesso tempo, però, continua a dedicarsi energia alla costruzione dell’hype su cosa possa esserci dietro il vault, lasciandoci sempre più prefigurare una importanza capitale per quella che sarà l’ultima avventura del Dottore di Capaldi.

Death, where is thy sting?

Ciò che però funziona qui ancor maggiormente è quanto è stato già notato di buono negli episodi precedenti: la caratterizzazione del Dottore e di Bill. Per quanto riguarda quest’ultima, si trova nella sua semplicità il suo tratto più evidente. Arrivata dopo Clara, che aveva nei confronti del Dottore un ruolo un po’ troppo incisivo, con il rischio (talvolta realizzatosi) di soffocarne la figura, Bill risulta semplice, solare, diretta ma al contempo matura ed intelligente. Scevra del peso di dover essere il fulcro principale della trama, Bill può tornare a svolgere il ruolo più canonicamente riconosciuto ad una companion, ossia quello di ricordare al Dottore tutte le buone qualità della natura umana, di fungere da stimolo e da sfida senza però arrivare a dettarne il cammino. Infatti, è proprio questo nuovo equilibrio a funzionare alla perfezione; ed anche se Bill non dovesse riuscire ad imporsi nell’immaginario della serie – molto dipenderà se questa sarà o meno la sua unica stagione –, avrà comunque avuto il merito d’aver permesso a Twelve di mostrarsi al massimo della propria espressione.

Per ciò che concerne il Dottore, invece, ci sono fondamentali passi avanti. Diventa sempre più chiaro che Peter Capaldi e Steven Moffat non avessero avuto sin da principio le idee chiare su come caratterizzare il dodicesimo dottore: la realizzazione iniziale, che lo aveva avvicinato (forse anche in virtù dell’età) alla primissima incarnazione del Dottore, l’alieno che fatica a comprendere l’umanità ed è nei suoi modi burbero e velato d’oscurità, ha lasciato spazio ad una personalità di certo caustica ma anche estremamente buona, intenzionata a non abbandonare il proprio “lavoro”, la propria professione di fede. Mai come quest’anno il Dottore di Capaldi si getta di continuo in soccorso delle persone in difficoltà con una spinta umanitaria che ci riporta con la mente a ben altre incarnazioni del passato. In tutto questo Capaldi ha finalmente modo di lasciarsi andare e prendere ancor più possesso del personaggio. Pensare al Dottore, adesso, significa vedere Capaldi calzare con grande abilità proprio i panni di questo iconico personaggio e le sue capacità attoriali saltano dal drama alla comedy con una leggiadria invidiabile. Molti degli scettici di questa incarnazione rimarranno soddisfatti dal vedere un Dottore come quello che questo di Capaldi è ormai diventato.

Non basta questo episodio, però, a sciogliere le riserve su una stagione che rimane in sé non molto riuscita, soprattutto in virtù della tendenza di Moffat ad avere degli episodi introduttivi di grandissimo pregio (a discapito talora di una seconda parte meno centrata). Chiaro, potremmo essere davanti ad un cambiamento di ritmo che voglia favorire una seconda sezione narrativa più focalizzata su quello che sarà da ora fino alla fine, ma certo non sarà facile dimenticare questo inciampo iniziale. Bisogna dire, però, che il cliffhanger con cui l’episodio ci ha lasciato ha il sapore di qualcosa di nuovo, di un cambiamento che se anche dovesse durare una sola puntata avrebbe comunque il potere di dire moltissimo. Gli spunti narrativi che potrebbero infatti trarsi sono così numerosi che c’è solo l’imbarazzo della scelta.

“Oxygen” è dunque un buon episodio, una leggera risalita dopo le evidenti debolezze di questa prima parte di stagione; siamo però ancora molto lontani dalle vette a cui questa serie ha saputo abituarci. C’è ancora tempo e gli ingredienti principali ci sono tutti: con dei personaggi come il Dottore di Capaldi e la Bill della Mackie, e con una scrittura come quella di Moffat, non riuscire a creare una seconda metà di stagione all’altezza delle aspettative sarebbe davvero uno spreco.

Voto: 7
Doctor Who – 10×06 Extremis
C’è una biblioteca. C’è il rapporto complicato tra il Dottore e una donna. C’è la scrittura inconfondibile di Steven Moffat. Questo però non è il 2008, David Tennant è un lontano ricordo, l’episodio non si chiama “Silence In The Library”, né “Forest Of The Dead“, e la donna di cui stiamo parlando non è River Song. Per quanto l’autore scozzese si diverta a creare un collegamento extradiegetico tra i suoi lavori, “Extremis” si presenta come un segmento narrativo del tutto nuovo, ma soprattutto quanto mai necessario dopo una prima parte di stagione finora alquanto deludente sotto diversi punti di vista.

I difetti più evidenti di questa falsa partenza emergono ancor maggiormente se si confronta questa decima annata con l’eccezionalità della stagione che la precede, considerata da molti come uno dei migliori archi narrativi della storia del Time Lord. La coesione narrativa e la progettazione accurata di ogni aspetto dei dodici episodi che compongono la nona stagione di Doctor Who è in completa antitesi con le difficoltà riscontrate dalla gestione di ciò che è venuto dopo “The Pilot”, la buona premiere che ha aperto le danze quest’anno introducendo Bill come nuova companion. Gli episodi stand-alone che vanno da “Smile” a “Oxygen” si sono posti come obiettivo quello di costruire e di cementare il legame tra il Dottore e i suoi nuovi compagni di viaggio, evitando quasi completamente qualsiasi accenno alla costruzione di una trama orizzontale – l’unico collegamento tra gli episodi è il mistero del vault – e proponendo la firma di diversi autori che si sono cimentati nell’arduo compito di traghettare lo show verso il punto di svolta della stagione. Quello che non ha funzionato è individuabile soprattutto nella mancanza di idee davvero originali, un problema di un certo peso nei confronti dell’appeal della trama verticale di ognuno di questi episodi, e nell’approfondimento non sempre all’altezza del personaggio di Bill, companion già svantaggiata in partenza rispetto a quelle che l’hanno preceduta per via dell’unica stagione che le sarà concessa al fianco del Dottore. Solo a partire dal finale di “Oxygen” ci si comincia ad accorgere che qualcosa sta per cambiare e che il ritorno di Steven Moffat alla sceneggiatura di un episodio è la garanzia di un deciso cambio di passo per l’ultima stagione di Peter Capaldi e dello stesso autore scozzese come showrunner.

La struttura di “Extremis” si divide su due diverse linee temporali: la prima fa riferimento a quel periodo sconosciuto della vita del Dottore che va dall’ultima notte su Darillium con River (“The Husbands Of River Song”) sino allo speciale natalizio dell’anno successivo (“The Return Of Doctor Mysterio”), la seconda si svolge nel presente, subito dopo gli avvenimenti del quinto episodio che aveva portato il Signore del Tempo nello spazio profondo. Al termine della visione della puntata ci si rende subito conto che questa divisione è decisamente rivedibile, considerando che il plot twist finale riscrive quasi completamente l’ordine degli eventi, mantenendo allo stesso tempo invariato lo status quo ante. A conti fatti è, quindi, conveniente andare con ordine nell’analisi di quanto accade.

Please, I’ll do anything. Just let me live.

È passato del tempo dall’ultima apparizione di Missy, alias The Master, nello show, più di un’intera stagione; la ritroviamo ad essere giudicata e condannata a morte, di fronte ad un boia che conosce meglio di chiunque altro. Il Dottore deve eseguire la sentenza, che prevede la morte totale – senza possibilità di rigenerazione – del Signore del Tempo condannato e che comprende anche la custodia e la veglia dei suoi resti per un tempo molto lungo, una precauzione verso le straordinarie abilità rigenerative degli abitanti di Gallifrey. Il rapporto che lega i due Time Lord è sempre stato complicato e profondo; i due si conoscono da quando erano bambini sul loro pianeta d’origine e si sono trovati più volte avversari o, meno frequentemente, alleati. Nonostante le atrocità attribuite alle azioni del Maestro, il Dottore non ha mai avuto il coraggio di ucciderlo veramente, prospettando sempre una possibilità di redenzione per lui. Lo stesso accade in questo lungo flashback disseminato lungo tutto l’episodio, nel quale si scopre anche il ruolo interpretato da Nardole, promemoria vivente incaricato da River perché il suo amato non dimenticasse mai la sua natura profondamente buona. Non per niente il personaggio di Matt Lucas ammonisce Bill, in un segmento dell’episodio, dicendole “I am the only person you have ever met, or ever will meet, who is officially licensed to kick the Doctor’s arse.”, riferendosi proprio all’investitura ufficiale da parte della donna. La scoperta del mistero del vault si lega, quindi, alla rinnovata misericordia del protagonista, svelando quello che era stato sinora il principale mistero della stagione e creando i presupposti per un incontro/scontro tra i due che sarà alla base della seconda parte di stagione e, forse, anche della fine del Dodicesimo.

It’s like, um… Super Mario figuring out what’s going on. Deleting himself from the game, because he’s sick of dying.

Ma il vero fulcro dell’episodio è giocoforza la trama legata ad Extremis, la simulazione richiamata nel titolo nella quale si ritrovano tutti i protagonisti. La scelta di ambientare la narrazione in un luogo fittizio in cui si scopre alla fine che nulla di quanto avvenuto è reale trova riferimenti culturali in un mare di altre produzioni cinematografiche, televisive e letterarie; seppur declinato sempre in contesti e situazioni differenti, questo espediente è ritrovabile soprattutto in opere di genere fantascientifico, da “The Matrix” sino a “Person Of Interest” e addirittura in “Rick And Morty”. Un luogo “altro”, paragonato dal dottore ad un videogioco nel quale i personaggi non sono altro che righe di codice: ma cosa succederebbe se uno di loro scoprisse la sua vera natura? In questo dilemma si inserisce il Dottore, chiamato a scoprire qual è la “verità” che tutti temono e che porta al suicidio non appena conosciuta. È una piccola distopia, quindi, nella quale ogni propria scelta è utilizzata da una razza aliena ancora indefinita per studiare i meccanismi di azione/reazione e pianificare al meglio la conquista della Terra. Alla luce del fatto di trovarsi in una simulazione, risulta quindi più accettabile e sensata la straniante presenza del Papa – il cui italiano non viene inspiegabilmente tradotto dal TARDIS – e della congregazione Vaticana che fa irruzione nella camera di Bill proprio nel mezzo di un appuntamento galante. Da sottolineare in questo senso il grande rispetto che l’autore riserva alla rappresentazione su schermo della Chiesa cattolica e della sua massima autorità, seppur non risparmi alcune righe di dialogo velatamente critiche nei confronti delle religioni.

Moffat gioca con il sorprendere lo spettatore lungo tutto il corso dell’episodio, lesinando sulle spiegazioni che sono riservate all’incontro finale tra Twelve e Bill nello studio ovale; la scrittura dell’episodio impone quindi un’attenzione totale ai minimi dettagli, impreziosita dall’afflato internazionale che assume la narrazione che tocca tanti luoghi simbolo della contemporaneità, dal Pentagono al CERN. L’altro lato della medaglia mostra, tuttavia, i difetti dell’episodio, che sono sempre gli stessi derivanti dalla personalissima scrittura dell’autore scozzese: la mancanza di linearità del plot impone, infatti, la libertà di piegare a proprio piacimento la consecutio degli avvenimenti anche a costo di soprassedere ad alcune inesattezze logiche; capita a volte che si esasperi questo sistema di storytelling e che la sceneggiatura cada nell’autocelebrazione fine a se stessa. Per fortuna “Extremis” riesce a limitare abbastanza questo rischio, risultando meno dispersivo e più compatto di altri episodi di Moffat.

– The layout is designed to confuse the uninitiated.
– Sort of like religion, really.


La vera novità, dal punto di vista dei personaggi, è data in “Extremis” da un Dottore mutilato e non in pieno possesso delle sue capacità. La cecità è un handicap significativo per un eroe che sfrutta l’analisi di ciò che lo circonda per elaborare strategie e sfuggire alle situazioni di pericolo; questo si rivela, difatti, un espediente narrativo intrigante e avvincente, che ridimensiona l’efficacia del Signore del Tempo nei confronti degli ostacoli che gli si parano davanti. Anche leggere un libro diventa, così, un’impresa e un problema a cui deve trovare una soluzione. C’è spazio anche per i segreti in questo episodio, entrambi riguardanti Bill: la donna nasconde la reale inclinazione sessuale alla madre adottiva, mentre il Dottore nasconde alla compagna di viaggio la sua condizione di cecità. I due personaggi non sono pronti a rivelare ciò che sono o sono diventati e, anche se si parla di due situazioni completamente diverse, si può individuare un timore comune della reazione dell’altro: la paura di come potrebbe reagire o di come la considerazione di una persona verso di loro possa cambiare li blocca e li porta a nascondere la verità – collegandosi così con il tema della veritas, filo rosso tematico dell’intero episodio.

Dopo un inizio di stagione zoppicante e sottotono, “Extremis” è la scossa che serviva allo show per rianimarsi e lanciarsi verso la seconda parte di questa annata che, si spera, produrrà un climax ascendente sino all’addio di Steven Moffat come showrunner e al passaggio di consegne all’attesissimo Chibnall.

Voto: 8½
Doctor Who – 10×07 The Pyramid at The End of the World
I Monaci si sono dimostrati fin da subito degli antagonisti degni di nota: e infatti, il Dottore non poteva certo accantonarli dopo una puntata. Il discorso in questa “The Pyramid at The End of the World” si fa ancora più interessante, andando a toccare temi fondamentali nella narrazione di tutta la serie.

– I mean the President. The Doctor.
– The Doctor’s not a President. What’s he President of?
– Well, in times of crisis… Earth.


Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: il Dottore non si è mai tirato indietro quando si trattava di salvare l’umanità, ma qui la situazione non è dura, è disperata. E allora viene tirata in ballo di nuovo la nomina a Presidente della Terra, una nomina che grava sulle spalle del Dottore come tante altre cose, ma è un fardello che deve portare per la missione a cui si è dedicato per tutta la vita. La situazione è aggravata dal fatto che il nostro non ci vede: il Dottore è costretto a fare i suoi soliti salti mortali ma con una difficoltà non da poco in più, un handicap che si rivelerà decisivo per le sorti dell’umanità e del suo rapporto con Bill, che è un po’ il simbolo del rapporto che il Dottore ha da sempre con le companion: il Presidente della Terra non ha (quasi) mai visto il profondo legame che la companion instaura con lui, o forse non ha voluto vederlo, per preservare la fortunata (o no?) di turno da tutta la morte e la distruzione che lo circonda. I Monaci sono un nemico subdolo, forse tra i più pericolosi che il Dottore ha dovuto affrontare: ben lontani dai Dalek per modo di agire e, soprattutto, di pensare, fanno dell’appoggio incondizionato la loro arma, chiave di volta per salvare la Terra. Una condivisione di ideali per secondi fini per loro non è assolutamente concepibile: non può esserci paura, non può esserci strategia. La condivisione deve essere come l’amore: puro e allo stesso tempo rischioso.

The end of the world… is a billion, billion tiny moments. And somewhere, unnoticed, in silence or in darkness, it has already begun.

I Monaci sono principalmente pericolosi perché sono intelligenti: al contrario di molti nemici del Dottore, la violenza e la voglia di distruggere non fanno parte del loro DNA. Ci sono voluti millenni prima che trovassero la chiave di lettura della nostra storia e del nostro destino, agendo solo quando ci saremmo ritrovati con le spalle al muro. È british humor quello che sottolinea come non è la guerra, la violenza o un conflitto nucleare quello che ci porterà alla rovina, ma un paio di occhiali rotti e qualche birra in più: l’assoluta banalità del male. E la banalità del destino, della vita stessa, che è assolutamente irrazionale nel suo dipanarsi ma che ha un binario ben preciso su cui si muove: non bisogna guardare dove indica il dito, ma esattamente dall’altra parte. I Monaci trattano lo svolgersi degli eventi come se fossimo marionette, come se tutti noi fossimo dei pupazzi in balia di un burattinaio che decide per noi e sa già come andrà a finire. La scelta dei fili tirati che rappresentano i vari movimenti degli eventi ricorda un po’ da vicino il mito di Cloto, Atropo e Lachesi, le tre Parche che deciderebbero delle nostre vite tessendo fili, trame, finché l’ultima, con una bella forbice, pone fine a tutto quello che c’è stato prima.

Because I’m blind.

La cecità del Dottore non gli vieta comunque di vedere chiaro il pericolo e di intimare all’umanità di non accettare nessun tipo di accordo: la soluzione sembra a portata di mano, ma incredibilmente Twelve non si ricorda di fare i conti con colui che ci governa tutti, persino lui: il Destino. L’assoluta banalità di un destino che gli ricorda come le cose più semplici – e che diamo per scontate – siano quelle che poi ci fregano; il diavolo sta nei dettagli, dice qualcuno. E allora è la banalità di una combinazione – di cui peraltro è a conoscenza – a innescare una catena di eventi che il Dottore non aveva previsto. Bill non può ragione come il Dottore, non ha quelle conoscenze che la potrebbero portare a trovare una soluzione folle in tempi rapidi: allora la soluzione è una sola, ovvero l’amore incondizionato verso colui che le ha cambiato per sempre la vita. Restituire la vista al Dottore vuol dire salvarlo ma anche finalmente aprigli gli occhi in senso lato sul fatto che non sempre la soluzione più logica è quella giusta per ogni momento. Stavolta serve fare una scelta di cuore, una scelta che non ammette condizioni, del tutto disinteressata, e difatti Bill è l’unica della spedizione originaria a non diventare cenere.

Con “The Pyramid at The End of the World”, Moffat e Harness danno il là a una seconda parte di stagione ben definita, dove ci aspetta un futuro con i Monaci a capo della Terra e i nostri eroi relegati a ruoli completamente differenti. Si arriva alla fine del mondo dopo aver scelto il cuore al posto del cervello: un messaggio molto forte che probabilmente né gli spettatori né i protagonisti dimenticheranno tanto facilmente.

Voto: 7½
Doctor Who – 10×08 The Lie of the Land
Da spettatori di Doctor Who abbiamo imparato nel corso degli anni che, per quanto soddisfacente possa essere, anche nel migliore degli episodi c’è quasi sempre qualcosa che non quadra al 100% – in fondo si tratta di una serie che della plausibilità e del rigore logico non si è mai preoccupata troppo e, considerati il concept e i risultati, in realtà nemmeno noi.

Quando i passaggi goffi e incompiuti si fanno più consistenti, però, anche un pubblico comprensivo e affezionato come quello whovian inizia a spazientirsi. La linea che separa il “non quadrare” dal “non funzionare”, d’altra parte, è molto sottile, e le due dimensioni finiscono spesso per sovrapporsi. Questo è esattamente quello che succede con “The Lie of the Land”, un episodio pieno di cose che non soltanto non quadrano, ma anche e soprattutto non funzionano, in un mix di spunti interessanti ma purtroppo gettati alle ortiche, situazioni senza senso e storie mal riciclate.

Ultimo di una trilogia che sembrava poter dare una svolta a questa stagione così sottotono, il capitolo conclusivo del ciclo dei “Monks” delude perché, nonostante le buone intenzioni, risulta manchevole e confuso, e dà l’idea di essere soltanto la brutta copia di momenti ben più riusciti del passato della serie. Pensiamo ad esempio al (già di per sé controverso) finale della terza stagione o al bellissimo “Turn Left”: la condizione in cui si trova Bill all’inizio della puntata ricalca, nello stile e nei contenuti, quella di Martha e Donna nei rispettivi episodi. La sequenza del sacrificio della ragazza ricorda molto quello di River Song in “Forest of the Dead”, e più in generale ritroviamo sicuramente qualcosa del rapporto tra Clara e il Dottore (capaci di distruggere l’universo pur di non rinunciare l’uno all’altro). Infine il dilemma etico costituito dalla scelta tra risparmiare Bill o liberare gli uomini dalla schiavitù rimanda direttamente a Torchwood: Children of Earth, la splendida terza stagione dello spinoff daviesiano. Per il fan più attento questi riferimenti sono quasi immediati e il confronto è impietoso: fatti salvi alcuni momenti particolarmente riusciti, come il dialogo tra Missy e il Dottore sul concetto di bontà, l’episodio non riesce ad eguagliare i risultati raggiunti dai suoi predecessori né a ricreare un’atmosfera altrettanto efficace. L’ambientazione distopica e il concept che la dovrebbe animare sono senza dubbio interessanti, ma gli autori falliscono nel momento di dar loro vita: le premesse, come vedremo più avanti, non convincono pienamente, e non c’è la stessa incisività nella rappresentazione che aveva reso credibili e coinvolgenti gli esperimenti precedenti.

Senza soffermarci troppo sulle incongruenze o gli aspetti poco chiari degli altri capitoli della trilogia – come ad esempio la questione del “consenso per amore”, che perde ancora più di senso alla luce del fatto che gli umani devono comunque essere coercizzati affinché i monaci mantengano il potere – sono diverse le soluzioni e le situazioni inspiegabili in “The Lie of the Land”. Gli antagonisti, mostratici inizialmente come in grado di intervenire sulla realtà e sullo spazio fisico in maniera potentissima, si rivelano incapaci di difendersi e perfino di tenere sotto controllo la propria base. Catturano il Dottore (come e perché non ci è dato sapere) ma non lo tengono sotto sorveglianza, il tutto mentre lasciano Bill – la fonte principale del loro potere sulla Terra – libera di vivere la propria vita senza alcun tipo di controllo. Perfino quando si presenta all’interno della nave dove è tenuto prigioniero il Dottore, il monaco che le si avvicina non sembra in alcun modo riconoscerla. Stiamo parlando di nemici in teoria molto temibili, che si perdono davvero in un bicchier d’acqua e come se non bastasse vengono liquidati in maniera fondamentalmente indecorosa. Come dicevamo più su, Doctor Who non è certo famosa per accuratezza e plausibilità; in questo caso però non soltanto diventa davvero difficile sospendere l’incredulità e farsi trascinare dalla storia, ma l’insieme risulta così forzato da essere a tratti anche abbastanza ridicolo.

A questo si aggiunge l’infelice scelta della rigenerazione per scherzo, un trucchetto da due soldi che risulta inevitabilmente irritante agli occhi dei fan. Anche in questo caso, non è la prima volta che il Doctor Who di Moffat, come di Davies, ricorre ad una soluzione analoga (season finale 4° e 6° stagione), ovviamente con tutt’altro spirito ed effetto: la combinazione di “già visto”, delusione generale e presa in giro crea un risultato ben diverso. Senza concentrarci, poi, sulla credibilità del plot (le basi del piano sono abbastanza deboli), si ha anche la sensazione che un momento dal fortissimo potenziale a livello di caratterizzazione venga banalmente sacrificato sull’altare di un colpo di scena alla fine comunque piuttosto scontato. Nonostante si tratti di un test, Bill sceglie effettivamente di sparare al Dottore dopo aver, soltanto un episodio prima, scommesso il destino di un intero pianeta per salvarlo, il tutto nel contesto di un interessantissimo discorso sulla libertà di scelta e di azione, a sua volta ridotto a mero strumento della trama. La speranza è che questi spunti vengano recuperati successivamente, magari anche nell’ambito del percorso di crescita del personaggio di Missy, per quanto la conclusione sbrigativa dell’episodio (ovvero il modo in cui viene liquidata la parentesi del regime dei monaci) non lo lasci intendere.

Il ritorno di Toby Whithouse, in sostanza, non soddisfa le aspettative costruite nel corso delle puntate precedenti, offrendoci un epilogo anticlimatico e poco coraggioso per quella che poteva essere la storia più interessante di questa annata. La scrittura appare svogliata, fuori forma, incapace di valorizzare quei passaggi – come l’emergere dei ricordi “ricostruiti” della madre di Bill e più in generale le varie sequenze all’interno del nucleo della piramide, la cui stessa “struttura” (con tanto di schermi esplicativi) non denota grande slancio creativo – che necessitavano di maggiore cura per non risultare stucchevoli o didascalici (come invece è successo). Non è un brutto episodio tout court, anzi rimane comunque più avvincente ed intrigante della maggior parte dei suoi precedessori nella stagione in corso, ma resta comunque una copia sbiadita della serie che abbiamo imparato ad amare – e questo è forse il suo peccato più grave.

Voto 6-
Doctor Who – 10×09 Empress of Mars
Chiusa la parentesi non del tutto riuscita dei Monks, la longeva serie targata BBC torna a proporre un episodio stand-alone che porta la firma di Mark Gatiss, in cui l’omaggio al glorioso passato dello show diviene purtroppo emblematico della sua incapacità di rinnovarsi e guardare al futuro.

Che Gatiss abbia una vera e propria passione per gli Ice Warrior è ormai chiaro, dobbiamo infatti proprio a lui la presenza, a dire il vero finora abbastanza marginale, di queste figure dal passato illustre all’interno del New Who: dopo l’apparizione in “Cold War” e il riferimento agli hive su Marte in “Robot of Sherwood”, non c’è quindi da stupirsi che l’autore abbia deciso di dedicare quello che potrebbe essere il suo ultimo episodio di Doctor Who proprio a questi personaggi. Come si accennava, la civiltà marziana degli Ice Warriors è considerata tra le più iconiche della serie classica, durante la quale, tra gli anni ’60 e ’70, è stata protagonista di ben quattro storie. “Empress of Mars” si propone quindi di aggiungere un altro tassello alle vicende degli Ice Warriors, ponendosi come una sorta di prequel di “The Curse of Peladon” e strizzando l’occhio, in particolar modo sul finale, agli estimatori del Classic Who, grazie alla menzione della Federazione Galattica e alla fugace comparsa di Alpha Centauri.

Messi da parte gli omaggi, le citazioni e gli easter egg, però, che cosa resta? “Empress of Mars” sembra cadere vittima di uno dei maggiori rischi dell’intrattenimento audiovisivo contemporaneo, fatto di remake, rebooth e adattamenti, i quali per loro natura sono continuamente scissi tra l’esigenza di soddisfare il fan di vecchia data e quella di aprirsi a un pubblico nuovo, che non deve essere tenuto a conoscere nei minimi dettagli il materiale di partenza per poter apprezzare il prodotto che si trova di fronte. Doctor Who ha quasi sempre dimostrato, fin dal suo ritorno sul piccolo schermo nell’ormai lontano 2005, di saper gestire molto bene questa duplice necessità, riproponendo e ampliando l’iconografia e la mitologia che hanno fatto la fortuna della serie senza però presupporre pressoché alcuna conoscenza pregressa di tali elementi, ma anzi reintroducendoli mano a mano in maniera organica all’interno di un racconto che si è posto così a metà strada tra il sequel (cosa che di fatto è) e il rebooth. Le cose qui non funzionano però altrettanto bene, complice una scrittura densa sì di citazioni – non solo della serie classica, ma anche di prodotti cinematografici coevi come Zulu e Robinson Crusoe on Mars –, ma nel complesso poco coinvolgente nell’intreccio e non particolarmente ispirata dal punto di vista dei contenuti e per questo non in grado di entusiasmare lo spettatore che non ha familiarità con questi personaggi.

Gatiss torna a riflettere sul tema del colonialismo britannico: si tratta di un argomento più volte affrontato nella serie classica, quando la situazione storica lo rendeva certamente più attuale, ma anche in tempi più recenti e con buoni risultati in episodi come “Thin Ice“. Se però quest’ultimo era riuscito a imbastire un discorso sulle minoranze e sulla disuguaglianza in grado di dialogare in modo interessante con la realtà contemporanea, “Empress of Mars”, al di là di qualche suggestione visiva riuscita (il tè su Marte, la tomba della regina), fallisce nel costruire un sostrato tematico solido che vada oltre la basilare messa in scena delle tendenze espansionistiche inglesi – “You don’t belong here” “Don’t belong? We’re british!”.

Ciò è dovuto innanzitutto al fatto che il conflitto che va ad innescarsi tra umani e marziani, entrambi presentati come specie in sostanza guerrafondaie, oltre a non risultare particolarmente originale – si tratta in fin dei conti di uno dei topos più sfruttati dallo show – appare infatti debole e a tratti pretestuoso: l’arrivo dei soldati su Marte non può infatti ritenersi una vera e propria invasione, considerando che sono stati invitati da Friday e che sono impossibilitati ad abbandonare il pianeta. Pur non mancando alcuni buoni spunti, questi risultano quindi inficiati sia dalla debolezza della premessa che da una mancanza di approfondimento, quanto mai necessaria per sopperire a tali lacune: il dilemma morale del Dottore, che si dice indeciso su quali parti prendere, non acquisisce infatti spessore, traducendosi in una sostanziale passività di fronte agli eventi; allo stesso modo, l’interesse della Regina nei confronti di Bill e della sua opinione non trova il giusto spazio per svilupparsi, rimanendo uno scambio isolato che influisce in maniera marginale sulla risoluzione delle vicende.

Anche il presunto percorso di redenzione di Missy fatica ad acquisire corpo e quindi credibilità: dopo la telefonatissima rivelazione della sua presenza all’interno della vault e il suo parziale coinvolgimento nelle vicende dei Monaci, la Time Lady torna a essere relegata ai margini del racconto, in quanto figura strumentale unicamente alla costruzione del cliffhanger. Giunti a soli tre episodi dal finale, l’impressione è che il rapporto tra i due, a prescindere da come si evolverà, avrebbe meritato in questa fase un maggior approfondimento, in modo da preparare il terreno a quello che presumibilmente costituirà uno dei nuclei narrativi fondamentali dei capitoli conclusivi, che come sappiamo condurranno Twelve alla rigenerazione.

“Empress of Mars” è, in definitiva, un episodio nostalgico, che non riesce però a infondere nuova linfa vitale ai topos e alle citazioni su cui poggia, confermando purtroppo, come se ce ne fosse ancora bisogno, la stanchezza creativa di questa decima annata dello show e la necessità sempre più urgente di un cambio di rotta, nella speranza che questo avvenga, se non entro la fine della stagione, con l’avvento di Chibnall e della nuova incarnazione del Dottore.

Voto 6
Doctor Who – 10×10 The Eaters of Light
Arrivati alle porte dell’arco finale della decima stagione, mai come quest’anno Doctor Who sente il peso delle sue dieci stagioni; la storia ormai si trascina a fatica verso il finale che sembra essere il punto di approdo programmato sin dall’inizio e a cui si è arrivati con stanchezza e pochi guizzi. Questo decimo episodio è, in effetti, un miglioramento rispetto a quanto visto in precedenza ma non sufficiente – e forse non è più possibile salvare la stagione – a riprendere in mano le fila del discorso.

Che Moffat avrebbe lasciato alla fine di questa annata era ben noto, tanto quanto l’abbandono di Peter Capaldi. Quello che non era immaginabile, però, è che uno dei più interessanti e peculiari scrittori per la televisione britannica a questo importante traguardo ci sarebbe arrivato con una tale sciattezza da lasciare sinceramente spiazzati. Perché ormai non si può negare che questa decima stagione di Doctor Who sia una delle peggiori da quando il Dottore ha fatto ritorno con la sua nona reincarnazione. Che cosa è successo e come si inserisce in questo quadro l’episodio “The Eaters of Light”?

Il primo punto su cui vale la pena concentrarsi, parlando di questa puntata, è che rappresenta il ritorno alla scrittura per la serie di Rona Munro, sceneggiatrice del Dottore Classico (è lei ad aver scritto l’ultima storia del Settimo Dottore); un ritorno reso ancor più evidente grazie soprattutto al tono generale del racconto che sembra davvero ispirarsi ad alcune delle storie classiche della serie, con un’attitudine ad una semplicità nella narrazione pur non dimenticando l’importanza del lato umano (con quel pizzico di fiducia nell’umanità che non guasta). Il risultato, al netto di qualche semplificazione di troppo, è un episodio gradevolissimo, capace di illuminare alcuni temi sociali senza però riempirli di vuota o eccessiva retorica.

Così il Signore li disperse sulla faccia di tutta la terra e cessarono di fabbricare la città, alla quale perciò fu dato il nome di Babele, perché ivi il Signore confuse la lingua di tutta la terra.

“The Eaters of Light” è un episodio che si concentra su alcune creature di cui sappiamo poco e di cui, francamente, ci interessa altrettanto; lo scopo fondamentale dell’autrice è quello di concentrare la nostra attenzione sul lato umano delle vicende, sullo scontro tra due popolazioni – i conquistatori belligeranti e gli attaccati disposti a scatenare una creatura terribile piuttosto che abbandonare la propria terra – che non riescono a venire ad un punto d’incontro. Sarà solo quando il TARDIS permetterà alle due schiere di parlare e capirsi che la pace sarà finalmente possibile. Ecco Doctor Who al suo meglio: una serie che ha come protagonista un alieno innamorato della Terra non può che dare il meglio di sé quando si concentra sull’umanitarismo del proprio racconto. Si tratta di un’apertura diretta all’importanza della comunicazione e del dialogo che possono scavalcare ogni difficoltà; si tratta di un racconto di fiducia e di fratellanza contro le avversità comuni. Il TARDIS è l’intervento divino di Babele al contrario: se in quel caso Dio interviene per confondere le lingue ed impedire all’umanità di coalizzarsi, qui un’altra entità aliena – mi si passi la definizione – svolge un ruolo opposto e permette all’uomo di parlare e, così, di capirsi. Nella comprensione l’umanità trova un terreno comune per sconfiggere il nemico, per il bene comune: una lettura di profondo ottimismo ma che va ad illuminare un tema di ampia attualità come la capacità – o incapacità, nei casi più moderni – di capire l’altro fino in fondo, di parlare per trovarsi e scoprirsi.

È in questo sostrato che si sviluppa uno dei dialoghi più interessanti dell’episodio, quello che vede coinvolta Bill ed i giovani legionari romani. La sua aperta ammissione della propria omosessualità – omosessualità che la serie mai drammatizza né rende il fulcro principale del personaggio – viene accettata dal resto dei romani con una facilità che apparentemente stona; ma a prescindere dalla credibilità o meno di questa reazione, quella conversazione rappresenta il modo per illustrare quanto Bill sia poco “alternativa” per una società come quella romana. Ciò che interessa davvero è mostrare come, in un mondo che evolve e che cambia costantemente nella storia, in cui gli ideali e la moralità sono sempre fluidi, ciò che scandalizza oggi potrà essere stato innocuo nel passato (e di nuovo lo sarà nel futuro).

Come per il linguaggio quale chiave per la comprensione, anche questo tema viene trasmesso con una insolita delicatezza di scrittura che quasi cozza con la grossolanità e magniloquenza con cui la penna di Moffat si è sempre mostrata. È tutto un lavoro di sottrazione in cui il vero fulcro non è rappresentato dal Dottore stesso, che fa quasi un passo indietro defilato, ma Bill, interprete e rappresentante dell’intera umanità. Se il Dottore è mitizzato attraverso il racconto stesso della ragazza, è lei ad assumere il centro della narrazione proprio per la sua capacità di intuire l’importanza del Dottore e mettere in pratica i suoi insegnamenti come poche altre companion avevano fatto sinora. Vale dunque ancora la pena ribadirlo: Bill è la cosa migliore capitata a questa zoppicante decima stagione.

Chiaramente questo episodio non è esente da alcuni problemi, perlopiù semplificazioni eccessive dovute alla volontà di raggiungere uno scopo preciso (non è infatti chiaro come possano gli umani con una vita breve sostituire il Dottore che poteva far affidamento sulle proprie rigenerazioni), ma sono peccati veniali che si perdonano con facilità quando si riesce a creare tutta una serie di piccole innovazioni che arricchiscono il racconto: pensiamo al verso dei corvi, che servono a celebrare il sacrificio della Guardiana, oppure alla musica che dopo millenni riesce ancora ad udirsi in quei luoghi. Tutto questo si nota soprattutto perché avvolge ogni cosa con l’aura magica e fiabesca di cui tanti racconti del Dottore, soprattutto quelli classici, erano ammantati.

Il problema, però, è che questo bell’episodio è inserito alle porte dell’arco finale della decima stagione, un’annata che ormai è dichiaratamente una lunga attesa per quello che ci si prospetta davanti. Tutto il racconto sin dal primo episodio è stato impostato su una prospettiva che solo adesso possiamo intuire. Se lo scorso anno la stagione aveva funzionato bene era perché l’equilibrio tra trama orizzontale e quella verticale aveva trovato uno sviluppo singolare (semmai lì i problemi riguardavano il ruolo di Clara, tiro corretto con Bill); ma funzionavano anche gli episodi singoli, che quest’anno faticano a rendersi persino piacevoli, figurarsi interessanti. Ciò che domina senza dubbio è una sensazione di stanchezza persino nell’interpretazione di Peter Capaldi; sebbene sia chiaro ormai che si tratti di una cosa voluta e che troverà spiegazioni nell’ultimo viaggio di questo Dottore, allo spettatore il protagonista rischia di apparire spento e senza più alcuna verve, mancando di quel respiro coinvolgente che in passato aveva saputo coinvolgere ed ispirare. La trama di Missy va via via destando un qualche interesse, ma è così tirata per le lunghe che rischia di perdere la propria forza propulsiva ancor prima di essere messa in campo direttamente.

“The Eaters of Light” è dunque un episodio gradevolissimo, dal sapore favolistico e moraleggiante e figlio diretto di alcune delle storie della serie classica, ma si inserisce in una stagione sciatta e spenta, che si avvia verso un finale che non potrà, anche con i migliori risultati, allontanarsi da un tendenziale giudizio negativo.

Voto 7
Doctor Who – 10×11 World Enough And Time
Il tempo e lo spazio sono i due vettori principali su cui si basa la fantascienza che sottende le storie di Doctor Who: sin dal suo principio lo show ha lavorato per esplorare e piegare questi due concetti ai fini della trama delle avventure dell’ultimo dei Time Lords, declinandoli in tutte le forme e situazioni possibili. Steven Moffat, in particolare, ha da sempre caratterizzato la scrittura dei suoi episodi con la voglia di portare all’estremo i rapporti che intercorrono tra di essi, e “World Enough And Time” non fa eccezione.

Prima di parlare di quello che succede in questo penultimo episodio della stagione – e terzultimo di Moffat come showrunner della serie – bisogna necessariamente premettere il “come” ci siamo arrivati. È già stato più volte oggetto di discussione il fatto che la decima annata del nuovo Doctor Who non sia stata all’altezza delle aspettative createsi prima della sua messa in onda, un problema che risulta ancora più evidente se la si confronta con la precedente, e i problemi strutturali che si supponeva potessero inficiare la riuscita dello show in ottica futura – considerata l’importanza che avrà il finale – si presentano oggi in tutta la loro gravità: l’episodio in esame, infatti, dovrebbe porre le basi su quanto seminato nei precedenti, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra i personaggi – Dottore/Bill e Dottore/Missy – ma, per forza di cose, non trova solide fondamenta su cui costruire. Per questo motivo gli eventi di “World Enough And Time”, seppur sorprendenti e, in potenza, emozionanti, risultano leggermente depotenziati della carica che avrebbero potuto avere se sorretti da una stagione all’altezza e meglio gestita.

Il pregio più grande dell’episodio in questione non è, però, il lavoro effettuato dall’autore scozzese su spazialità e temporalità di cui si parlava – e di cui parleremo meglio più avanti –, bensì la scelta di attingere a piene mani dal vasto e cinquantennale universo della serie, proponendo rimandi sia al passato più prossimo – nello specifico l’era Davies – che a quello più lontano, il cosiddetto Classic Who. Si evince così la profonda passione per lo show che è da sempre stata motore della scrittura di Moffat, capace sia di omaggiare il prodotto televisivo più longevo della storia che di imprimere una traccia personale del tutto originale, facendosi amare – e a volte anche odiare – dai fan in tutto il mondo. Per questo non sorprende come nell’episodio vi sia un chiaro richiamo a “The Tenth Planet” del 1966 e alla rigenerazione di William Hartnell, la prima in assoluto, quella scelta narrativa geniale che ha in pratica consegnato la serie all’immortalità e alla possibilità di reinventarsi continuamente. Il collegamento più evidente allo storico serial è rappresentato dai cybermen mondasiani, i primi mai incontrati dal Dottore ed esteticamente molto differenti da quelli visti finora nel New Who. Come se non bastasse, a confermare la vastità e la poliedricità di questa mitologia, per la prima volta si assiste all’incontro tra due incarnazioni del Master – come era avvenuto ai Dottori in “The Day Of The Doctor” –, questo un colpo di scena meno sorprendente perché già ampiamente pubblicizzato prima della messa in onda della stagione.

Si può affermare, quindi, che le vicende dell’episodio si svolgano in un tempo antecedente ai fatti del serial sopracitato, mostrando l’origine dei cybermen e consegnando la povera Bill ad un destino a dir poco atroce. Se l’ultima companion del Dottore, infatti, sembrava non poter avere un ruolo di primissimo piano, come era stato ad esempio per Amy e Clara, Moffat spiazza tutti trasformandola nel primo cyberman della storia, una scelta disorientante e decisamente coraggiosa che non potrà non avere conseguenze su Twelve, il cui sguardo in chiusura di episodio è esemplare della sorpresa e della disperazione che lo assalgono improvvisamente. L’upgrade di Bill è la conclusione di un rapporto tra lei e il Dottore che si è sviluppato nel corso di tutta la stagione ma che, come è già stato detto, non è stato esplorato abbastanza a fondo e che ha compiuto diversi passi falsi. Di certo la tragicità e la malinconia di questo finale sono un epilogo che riesce in qualche modo a ripagare qualche mancanza nella loro relazione: il Dottore lascia alla donna un messaggio – “Wait for me” – che non può non far tornare la mente al rapporto con Amelia Pond, “the girl who waited” per eccellenza, un rinvio che, pur sembrando una ripetizione poco originale, si incasella invece in quella serie di insuccessi e fallimenti relazionali che fanno parte della storia del Signore del Tempo. Effettivamente il destino di Bill Potts, e di tutti gli altri companion, è sempre stato nelle mani del Dottore, come in questo stesso episodio è volutamente sottolineato nel flashback in cui la donna chiede, quasi ironicamente, di prometterle che non sarebbe morta.

Vi è, però, un altro rapporto, ancora più profondo e complesso, che è di importanza capitale per l’episodio e che presumibilmente lo sarà anche per il prossimo: quello tra il Dottore e il Maestro. Il dialogo con Bill in cui se ne parla è esemplificativo della difficoltà di inquadrare questa relazione su schemi predefiniti: il Maestro è la nemesi per eccellenza del Dottore, l’ultimo rimasto della sua specie e l’unico in grado di tenergli testa; forse proprio per questo l’unico in grado di capirlo veramente. Vale anche in questo caso lo stesso discorso fatto per Bill: se il rapporto Doctor/Missy fosse stato raccontato e analizzato meglio negli episodi precedenti la scena che apre “World Enough And Time” sarebbe stata molto più significativa. È comunque chiaro il tentativo di voler stimolare le doti di Missy affinché siano incanalate verso un fine positivo, così come fa il Dottore, eppure questa scelta non è supportata da solide e adeguatamente sviluppate premesse, lasciando pensare che tutta la vicenda potesse essere gestita molto meglio. Certo è che la scena in cui Michelle Gomez scimmiotta l’atteggiamento di Capaldi, reinterpretandolo attraverso il proprio stile, è divertente e interessante se rapportata a quella che chiude l’episodio, l’incontro con la perfida rigenerazione interpretata da John Simm, di cui vedremo le conseguenze la prossima settimana.

In ultima analisi è doveroso tornare sull’intelligente sfruttamento della consecutio temporale degli eventi, un campo in cui Moffat è un maestro e non lesina nell’offrire sempre variazioni originali sul tema. L’idea che il tempo scorra in modo diverso da un capo all’altro della nave non viene rivelato immediatamente ma è il frutto di un disvelamento progressivo, intervallato da intelligenti e brevi flashback che chiariscono le ragioni che hanno portato i protagonisti in quella situazione. Il Dottore deve, così, lottare contro l’elemento che più lo caratterizza e con cui dovrebbe avere maggiore familiarità, il tempo, per poter giungere al salvataggio di Bill. Il montaggio è dunque frenetico, facendo rimbalzare l’attenzione dello spettatore da un ambiente ad un altro e coinvolgendolo sempre di più man mano che ci si avvicina al termine dell’episodio. L’autore scozzese dimostra così di non aver perso l’abitudine nella decostruzione e ricostruzione dei concetti di spazio e tempo, giocando continuamente sulle aspettative dello spettatore e sul ribaltamento di prospettiva.

Come valutare, quindi, l’effettiva riuscita di questo episodio? È indubbio che “World Enough And Time” sia strutturalmente accattivante e ottimamente costruito in vista degli ultimi due segmenti narrativi che vedranno protagonista il Dottore di Peter Capaldi; è altresì evidente come l’intera stagione che avrebbe dovuto condurci passo dopo passo verso il finale sia stata incolore, insipida e, non è un azzardo pensarlo, quella gestita peggio in tutta l’era Moffat, privando questo penultimo atto di gran parte della potenza narrativa e stilistica che avrebbe potuto avere. In generale, tuttavia, dopo un episodio così immerso e plasmato nella mitologia classica dello show, capace di guardare intelligentemente al passato quanto al futuro, non si può che essere ottimisti nei confronti del finale di stagione e del ben più atteso Christmas Special di quest’anno.

Voto: 7½

Nota:
L’Aikido Venusiano sfoggiato da Twelve nell’episodio è una mossa di karate che utilizzava il terzo Dottore, interpretato da John Pertwee, nella serie classica.
Doctor Who – 10×12 The Doctor Falls
“The Doctor Falls” chiude la decima stagione di Doctor Who con un finale che serve ad aprire l’ultimo atto dell’esperienza di Steven Moffat come showrunner della serie inglese più famosa al mondo.

A differenza dell’esperienza di Russell T. Davies, che aveva avuto il difficile compito di riportare Doctor Who in televisione dopo gli anni di pausa dalla serie classica, quella di Steven Moffat ha dovuto traghettare il Dottore da una serie meramente britannica ad un prodotto con un taglio più internazionale. L’autore scozzese ha un’impronta personale fortissima che è anche piuttosto divisiva e che di certo non passa inosservata; e d’altronde, solo a lui poteva uscire una coppia di episodi finali di grande fattura (nonostante alcuni difetti piuttosto evidenti) in una stagione che è innegabilmente tra le peggiori da quando la serie è tornata sulla BBC.

Come è stato fatto notare in più occasioni, infatti, non si può parlare di questa stagione senza definirla una delusione: troppi episodi privi di mordente, privi di stimoli ed incapaci di intrattenere anche come semplici filler. L’altro lato della medaglia, però, evidenzia una coppia di episodi finali molto più riusciti, in grado di equilibrare trama, emozioni e divertimento leggero con una sapienza apprezzabile. Ora più che mai è evidente che l’intera stagione ha voluto condurci a questo momento finale (che necessita, però, dell’ultimo tassello rappresentato dallo speciale di Natale, l’ultima volta per Moffat e Capaldi), anche se il metodo che ci ha condotto sin qui è stato stanco e evidentemente fallimentare.

Visto dunque in un’ottica generale, nemmeno “The Doctor Falls” può fare il miracolo di farci rivalutare questa decima stagione. Siamo alle prese con un episodio che cattura il meglio che Moffat sa donarci; non è un caso, infatti, che esso possegga un numero enorme di citazioni all’intera storia del Dottore, tutti elementi secondari capaci però di arricchire notevolmente il tessuto narrativo che l’autore sa bene mettere in campo per le grandi occasioni. Anche per tali ragioni bisogna ammettere che questo finale è un episodio davvero ottimo, per la sua capacità di parlare del Dottore sotto una nuova prospettiva e per aver saputo sfruttare al meglio la presenza delle due versioni del Maestro della nuova era.

Oh, the way you burn. Like a sun. Like a whole screaming world on fire. I remember that feeling, and I always will.

Partiamo proprio da qui. È innegabile che Missy sia stata, dopo River Song, la miglior creazione di Steven Moffat – ricordate le polemiche sull’autore scozzese ed i personaggi femminili? – e, nonostante si stia parlando di un personaggio non originale, è pur sempre qualcosa di unico nella storia delle numerose incarnazioni del Maestro. A renderci esplicita questa nuova evidenza è l’ardita scelta autoriale di riportare John Simm nella serie. Il confronto tra i due attori/incarnazioni è assolutamente perfetto per evidenziare le differenze e la notevole evoluzione che questa nemesi ha compiuto nell’arco degli anni e delle stagioni. Il Maestro di Simm è molto vicino alla sua versione più canonica, è l’alter ego perfetto del Dottore, colui che di fronte al pericolo, di fronte al Vortice ha scelto di guardare e non di fuggire. Egli è Caos, è distruzione e predominio, incapace di sopportare l’enormità a cui ha assistito. La follia del Maestro, che tanta fortuna aveva avuto nelle prime stagioni del nuovo corso, è qualcosa di straordinario ed ha notevolmente arricchito l’esperienza di David Tennant quale Decimo Dottore.

Missy, tuttavia, è qualcos’altro, è più complessa perché si porta dietro quel profondo background che continua a rivivere negli anni, ma è anche avvolta dalla stanchezza per una vita in cui, tutto sommato, ha inanellato solo insuccessi e fallimenti. Missy ha avuto modo di vedere come il Dottore non abbia mai perso completamente la speranza nei suoi confronti, convinto sino all’ultimo di poterla cambiare. E così, quando sembra pronta finalmente a dare un senso al suo cambiamento, quando quell’odio folle e distruttivo nei confronti del Dottore sembra pronto a lasciare spazio finalmente alla redenzione, tale cambiamento sembra credibile ed umano.

La Storia del Maestro, però, non può che concludersi con l’uccisione vicendevole delle due versioni: l’una per “nascere”, l’altro per impedirle di snaturare la propria essenza. Il Maestro preferisce togliersi la vita, privarsi di ulteriori rigenerazioni piuttosto che cedere a quello che ha sempre visto come il suo destino ed il suo obiettivo nella vita: come può il Maestro definirsi senza l’odio e la guerra al Dottore stesso? E così, il Maestro sembrerebbe finito. Non c’è più speranza di ulteriori rigenerazioni; e, pur prescindendo dalle decisioni che gli showrunner futuri decideranno di intraprendere nei confronti di questo personaggio, è necessario sottolineare quanto questa ricchezza di sfaccettature sia stata possibile grazie alla prova piuttosto convincente di Simm e alla ancor più precisa e poliedrica interpretazione di Michelle Gomez, che ha saputo – anche quando la sceneggiatura calcava un po’ troppo la mano – muoversi sul sottile strato di ghiaccio che divide istrionismo ed esagerazione.

Where there’s tears, there’s hope.

Se c’è uno sporco lavoro in Doctor Who è essere un Companion del Dottore, il lavoro dalla più alta percentuale di morte della televisione inglese. Se si guarda indietro anche solo alla storia recente della serie si vedrà come raramente i suoi compagni possano essere lieti del proprio esito; e questo nonostante alla fine, soprattutto con Moffat, si sia sempre cercato un finale per loro che fosse dolceamaro e non lasciasse la sensazione di totale sconfitta (la crudeltà con Donna difficilmente verrà eguagliata in futuro). Bill, che è stata la cosa migliore di questa decima stagione, finisce la sua esperienza malissimo. E lo fa perché si ritrova a diventare una nuova forma di vita, a morire; ma soprattutto perché avrebbe necessitato, sia per la brillante interpretazione di Pearl Mackie sia per quanto ancora avrebbe potuto dire, di almeno un’altra stagione. Su di lei e sul suo ottimismo si è in modo speculare basato il percorso del Dottore che sembrava sin dalla premiere destinato alla rigenerazione per una inedia generale.

Bill è una donna forte, capace e decisa che non ha mai davvero avuto bisogno del Dottore. I due si sono vicendevolmente aiutati: l’uno aveva necessità della donna per ritornare a percepire quell’empatia che temeva perduta dopo River, l’altra per vedere il mondo ed esplorare i suoi orizzonti che riteneva, a torto data la propria omosessualità, già sufficientemente spalancati. I due insieme hanno funzionato perché per una volta – e in netto contrasto con Clara – alla Companion è stato dato un ruolo meno centrale nella trama ma non per questo non altrettanto azzeccato. La sua presenza, dunque, è stata più leggera ma si può dire lo stesso per il finale che le viene riservato e che non sarebbe potuto terminare in modo meno tragico, se persino il Dottore sembra non sapere cosa fare con lei adesso che è diventata un Cyberman ed accetta con rassegnazione il sacrificio che è intenzionata a condividere con lui.

Il problema semmai è la scelta di chiudere la sua storia in modo un po’ troppo sbrigativo ricollegandosi con la ragazza di cui sembrava essersi invaghita nella premiere. Una scelta che, sebbene voglia idealmente ricollegare l’intera stagione, non funziona. E non lo fa sia perché le vicende sono troppo lontane e poco significative (perché Bill dovrebbe rifiutare di tornare umana per andarsene con una che non conosce, in una forma di vita tra l’altro differente?), sia perché l’intenzione di creare un finale dolceamaro è troppo gridata e posticcia. Bill avrebbe senza dubbio necessitato di qualcosa di migliore, di qualcosa che avesse a che fare con l’estrema umanità e semplicità che ha dimostrato nel corso dell’intera stagione. Chiaro, non c’era più tempo e forse si è preferito puntare l’attenzione su qualche altro aspetto, nella fattispecie sul rapporto tra il Maestro ed il Dottore.

Who I am is where I stand, and where I stand is where I fall.

Arriviamo, così, al nostro protagonista che non avrebbe potuto sperare in una rappresentazione migliore di quella datagli da Peter Capaldi. Non per le capacità attoriali – quelle dell’attore scozzese sono innegabili, ma ci arriveremo – ma soprattutto per l’umanità che questo “vecchio brontolone” ha saputo esprimere in ogni suo arricciamento di sopracciglia o ogni sua smorfia. Proprio per questo sarà difficilissimo mettere da parte questa incarnazione per abbracciare la prossima che verrà: Twelve è il Dottore perfetto, è l’alieno dal cuore d’oro disposto ad aiutare l’umanità pur consapevole di tutti i suoi limiti. Sebbene fosse ben conscio delle proprie prospettive e di quante volte sia stato in grado di salvare il mondo – ed anche di come morirà cercando di farlo ancora una volta –, il Dottore ha indossato questo titolo con consapevolezza perché, come lui stesso dirà, “I do what I do, because it’s right, because it’s decent and above all, it’s kind. Just kind”. È tutto qua: la gentilezza e la possibilità di aiutare non necessitano di ulteriori spiegazioni né motivazioni. Quando il Dottore sembra ormai morto, egli ritorna in questo piano d’esistenza perché richiamato da tutti (ma proprio tutti, è sempre un piacere rivedere i volti che ci hanno accompagnato in queste dieci stagioni) i propri Compagni. Si comprende, dunque, perché si apra al termine dell’episodio la non volontà del Dottore di rinnovarsi ancora una volta, perché voglia fermarsi dopo queste dodici incarnazioni: ogni trasformazione è una nuova personalità, ogni volta è conoscere persone nuove e perderle una dietro l’altra.

E qui arriva l’idea, geniale, di richiamare David Bradley per interpretare il Primo Dottore di Hartnell. D’altronde, gli accostamenti tra la prima e l’ultima incarnazione del personaggio sono stati sempre presenti per alcuni modi di fare e per un atteggiamento maturo ed infastidito che hanno condiviso sin dall’esordio di Capaldi. Questo incontro è spiazzante e al contempo eccitante e non c’è modo migliore per traghettare l’attenzione dello spettatore da qui a più di cinque mesi quando finalmente vedremo l’ultimo atto. Staremo a vedere cosa accadrà, ma certo si prospetta la chiave di volta dell’interpretazione moffattiana del Dottore nella sua essenza.

Intanto ci godiamo questo ottimo episodio che, nonostante qualche difetto evidenziato in precedenza, ha saputo anche godere di momenti di ottima scrittura. In particolare gli ultimi cinque minuti sono un vero gioiello di emozioni che non saranno dimenticati grazie soprattutto alla bravura ormai sempre più innegabile di Peter Capaldi (il modo in cui richiama Eleven di Smith è impressionante). E così, in maestosi fuochi d’artificio si conclude una stagione mesta ed insipida. Solo Moffat avrebbe potuto dar vita ad un effetto schizofrenico così evidente.

Voto episodio: 8
Voto stagione: 5
Doctor Who – 11×01 The Woman Who Fell to Earth
Quando l’anno scorso, nel giorno della finale maschile di Wimbledon, BBC annunciò Jodie Whittaker come nuova Doctor, una delle fanbase più grandi e rumorose al mondo venne colta da un terremoto di ingenti dimensioni. I soliti (e prevedibili) fischi vennero travolti dalle urla di entusiasmo di appassionati e appassionate che vedevano in questa scelta uno squarcio su un mondo nuovo, la possibilità di una radicale diversificazione della serie, cosa di cui Doctor Who ha per sua natura bisogno.

Dal 2005 BBC ha riportato in vita un progetto televisivo gigantesco, che per tantissimi anni ha raccontato la cultura britannica in modo unico, diventando un vero e proprio punto di riferimento per gli spettatori di tutte le età. Dal ritorno di Doctor Who per dieci stagioni si sono alternati quattro Doctor e due showrunner: Russell T. Davies e Steven Moffat, due fan sfegatati della serie classica e conoscitori maniacali della mitologia dello show. Il primo ciclo, quello di Davies, ha dato l’imprintig estetico-narrativo all’intero New Who, declinando il racconto in modo più drammatico e adottando un approccio fortemente umanistico; il secondo è invece stato plasmato a partire dall’esuberante poetica di Steven Moffat (il quale aveva scritto già alcuni degli episodi più originali delle stagioni precedenti), che ha amplificato l’aspetto ludico dello show, oltre che il ritmo e la brillantezza della scrittura. Con la conclusione della decima stagione si può tranquillamente parlare della fine di un’era e dell’inizio di un ciclo che parte con pochissime certezze ma anche con una lunga serie di sfide intriganti all’orizzonte. È difficile stabilire quale cambiamento sia più radicale tra il passaggio da Steven Moffat a Chris Chibnall (nuovo showrunner) e quello da Peter Capaldi a Jodie Whittaker. Di sicuro il fatto che avvengano contemporaneamente rende questa premiere tra le cose più attese dell’anno.

Does it suit me?

“The Woman Who Fell to the Earth” è un titolo decisamente emblematico per questo inizio di stagione, tanto da essere quasi una dichiarazione di intenti. Il tredicesimo Doctor, per la prima volta con fattezze femminili, cade letteralmente sulla Terra enfatizzando la propria natura aliena e arrivando nell’episodio e nella serie come qualcosa di totalmente anomalo rispetto al passato e alla “norma”. Le virgolette sono d’obbligo perché fino ad oggi è stato normale considerare il personaggio principale di Doctor Who un maschio, quando invece si tratta solo di una delle alternative possibili, che, essendo stata l’unica scelta fino a questo momento (e sempre nella declinazione maschio, bianco, britannico), è stata erroneamente identificata come la norma. Il ciclo di Moffat non è finito con un climax né dal punto di vista emotivo (Capaldi è stato un grandissimo protagonista ma la sua uscita di scena non è stata tra le migliori) né da quello critico e la decima stagione non è stata certo il momento più brillante della gestione dell’autore di Sherlock. Serviva una rivoluzione copernicana e alla BBC hanno pensato bene di creare una protagonista che si allontanasse il più possibile da chi l’ha preceduta, di trasformare la companion in un gruppo dalle caratteristiche variegate e soprattutto di affidare la conduzione dello show ad un autore che, pur essendo come chi l’ha preceduto un fan accanito di Doctor Who sin da bambino e già autore di alcuni episodi delle stagioni precedenti, ha una poetica molto diversa da quella di Moffat.

Right, this is gonna be fun.

Questa premiere per certi versi ricorda molto da vicino quella che ha visto l’esordio di Matt Smith nei panni di Eleven, soprattutto per alcune somiglianze strutturali: anche in quel caso il protagonista viene presentato come un elemento profondamente alieno rispetto al resto, chi gli sta accanto è affascinato dal suo carisma e il momento in cui si dichiara al pubblico e al villain di turno arriva al termine di una sequenza con un picco emotivo ottimamente costruito. Tuttavia, nonostante queste affinità, “The Woman Who Fell to the Earth” dà inizio ad un percorso completamente nuovo che, per riprendere le parole della protagonista, ha il coraggio di evolversi pur rimanendo fedele alla sua essenza originaria. Sotto questo punto di vista la gestione dei nuovi companion è perfetta: la loro presentazione si prende tutto il tempo che serve, anche a costo di posticipare il momento più atteso dal pubblico, ovvero la presentazione dell’attesissima female Doctor. Chibnall sembra voler dire che questa volta la struttura narrativa della serie avrà basi più solide, che il racconto non si articolerà nella formula Doctor vs. tutti (e probabilmente diminuiranno anche i momenti timey wimey), ma affronterà ogni questione mettendone in luce più facce possibili. I compagni di viaggio della protagonista sono un esempio emblematico: tutti molto differenti tra loro, con backstory che rimandano a problematiche specifiche e interpreti capaci di essere efficaci nei momenti ironici ma anche di reggere sulle proprie spalle momenti drammatici (non a caso l’episodio e la sua ciclicità ruotano attorno a un lutto). Anche da questo punto di vista l’approccio di Chibnall sembra essere più vicino a quello di Davies, in particolare per l’importanza che viene conferita a ciascuna delle individualità presentate e per il ruolo dei sentimenti, messi fin da subito al centro del racconto.

We’re all capable of incredible change. We can evolve and still stay true to who we are. We can honor who we’ve been, and choose who we want to be next.

Da questo episodio d’esordio l’identità sembra porsi come una delle parole chiave della nuova gestione, che anche in questo senso si pone in forte discontinuità con il ciclo di Moffat. La prospettiva non è più quella del Doctor che, quasi fosse un supereroe, guarda la Terra e gli esseri umani dall’alto in basso, come qualcosa e qualcuno da salvare, i cui problemi sono quasi insignificanti rispetto a quelli dell’Universo e ai suoi stessi tumulti interiori. Sotto la guida di Chirs Chibnall Doctor Who pare essere intenzionato a mettere al centro la Terra e gli esseri umani (l’assenza del Tardis non è un caso), sviluppando un racconto che, a partire dal campione emblematico del gruppo di companion, intende ragionare su un’umanità consapevole dei propri limiti ma anche coraggiosa e determinata a voler continuamente migliorarsi. In questo senso tutti e tre i personaggi presentati, Yasmin, Ryan e Graham, sono immediatamente raccontati come esseri umani tridimensionali, fatti di contraddizioni, ambizioni e paure che tanto hanno a che fare con la costruzione dell’identità. Ed è proprio qui che arriva a gamba tesa l’importanza della nuova eroina – il cui personaggio sarà in gran parte sviluppato a partire dall’identità e dall’autodeterminazione –, pronta a fare da guida al nuovo gruppo di amici (che tra l’altro si conoscono già tutti e la accolgono come in una vera e propria famiglia).

Don’t care how, use your initiative.

Cosa dire della performance di Jodie Whittaker? Innanzitutto che l’attrice ha fatto un lavoro di personalizzazione del personaggio meticoloso. Come emerge da questa intervista, l’interprete britannica, nel momento in cui Chibnall (che con lei ha lavorato in Broadchurch) le ha proposto questo ruolo, ha immediatamente messo in chiaro la sua scarsissima conoscenza della serie. In realtà – rivela l’attrice – è anche a partire da questa peculiarità che lo showrunner l’ha scelta, dandole quasi carta bianca nella creazione da zero di un personaggio tutto suo, seppur in continuità con la tradizione. L’attrice dà così forma a una Doctor dalle tonalità cartoonesche, che pur avendo sembianze umane è perfettamente consapevole delle proprie disumane capacità, dimostrando sempre una totale sicurezza in se stessa e mettendo in atto con allegria e coraggio il proprio ingegno, come dimostrato dalla bellissima sequenza in cui costruisce da sé il proprio cacciavite sonico. Ogni premiere di Doctor Who successiva a una rigenerazione è caratterizzata da una sensazione agrodolce, perché in genere l’entusiasmo per il ritorno della serie amata è accompagnato dalla sensazione di spaesamento e dalla nostalgia per il Doctor precedente. Naturalmente si tratta di impressioni puramente soggettive, però in questo caso la novità è talmente dirompente che ogni paragone (e quindi preferenza) sarebbe inadeguato, o rivestirebbe un’importanza del tutto relativa di fronte alla rivoluzionaria scelta della serie, incarnata alla perfezione da Jodie Whittaker.

Questa ripartenza di Doctor Who è stata anticipata da grandi aspettative e altrettante paure, con fan e hater ad attendere al varco. A visione avvenuta è possibile dire che si tratta del classico episodio post-rigenerazione, con la presentazione della nuova protagonista, del gruppo di compagni di viaggio, con l’impostazione dello stile generale del racconto, che in questo caso sembra giovare di un budget più alto rispetto al passato. Possiamo inoltre dire con certezza che la prima prova è stata ampiamente superata, che una protagonista donna non solo funziona (la premiere è stata l’episodio più visto degli ultimi cinque anni e il lancio stagionale più seguito da dieci anni a questa parte), ma è esattamente ciò che serviva, soprattutto perché Jodie Whittaker, con la sua recitazione frenetica, sfrontata e piena di smorfie, in solo un episodio ha già dimostrato di poter prendere in mano un personaggio di grandissima complessità e modellarlo a propria immagine e somiglianza.

Voto: 8
Doctor Who – 11×02/03 The Ghost Monument & Rosa
Dopo l’ottimo primo episodio della nuova stagione in cui abbiamo finalmente visto Jodie Whittaker vestire i panni della nuova Doctor, la serie prosegue la sua undicesima annata chiudendo la parte introduttiva di inserimento dei personaggi in “The Ghost Monument” (senza dimenticare la nuova sigla) e, soprattutto di fronte alla situazione politica mondiale attuale, regalando uno dei capitoli più importanti di Doctor Who con “Rose”.

I’m on a spaceship. Okay.

L’episodio, scritto dal nuovo showrunner Chris Chibnall, riparte dal cliffhanger della premiere, con la Doctor e i suoi companion bloccati nel vuoto dello spazio, alla ricerca del TARDIS. Qui vengono catturati da Angstrom ed Epzo, gli ultimi due concorrenti di una sorta di The Amazing Race intergalattica, diretti verso il pianeta Desolation, la tappa finale della lunga corsa, ricreato negli scenari desertici mozzafiato del Sudafrica usati anche in Mad Max: Fury Road. L’ultimo evento della competizione prevede di raggiungere un oggetto chiamato Ghost Monument, che si rivela essere il TARDIS. I nostri eroi si uniscono alla spedizione, in una lotta contro il tempo per raggiungere la destinazione prima che il pianeta completi una rotazione.

“The Ghost Monument” è il classico episodio autoconclusivo di Doctor Who, che sfrutta la sua struttura per concedere più spazio ai personaggi calandoli in un contesto tutto sommato divertente grazie a una premessa avvincente e alla spasmodica attesa di rivedere la Doctor riunirsi al TARDIS. La puntata si sofferma di più sui companion, mossa anche giusta visto il loro numero triplicato, ed è sempre divertente vederli reagire di fronte alle meraviglie della galassia. Tra i tre, quello che risulta sicuramente più interessante è Graham, e questa sensazione prosegue anche nella puntata successiva, dove però Ryan e Yaz iniziano piano piano a sbocciare.

L’episodio sembra porre anche le basi per quelli che saranno i veri antagonisti di questa stagione: gli Stenza. Introdotti nella puntata precedente, sono gli artefici del genocidio di metà della popolazione – una mossa di thanosiana memoria – del pianeta natale di Angstrom. Vista la dichiarazione di Chibnall di non voler utilizzare i Dalek nel corso di questa annata, è sempre più chiaro che rivedremo gli Stenza più avanti, magari di nuovo sulla terra per una rivincita dello scontro della premiere. Questa specie è anche fautrice della scomparsa della popolazione di Desolation, morta mentre costruiva armi di distruzione di massa che presero la forma dei Remnants; i mostri “lenzuolo” sono anche al centro della scena che ha fatto più discutere i fan, quella in cui viene menzionato il timeless child. Online si sta ovviamente già speculando tantissimo su chi possa essere; alcune teorie suggeriscono che sia la Doctor stessa, mentre altre parlano di un figlio avuto durante una fase di rigenerazioni ormai dimenticata. Sicuramente giocare subito la carta “maternità” sarebbe un mezzo passo indietro rispetto al desiderio di voler modernizzare la serie. Alla fine, potrebbe trattarsi di un personaggio nuovo dato che, come visto con l’introduzione degli Stenza, si sta cercando di costruire una nuova mitologia, una mossa anche giusta per rendere la gestione di Chibnall diversa da quelle precedenti.

Il tanto atteso ricongiungimento con il TARDIS arriva nel finale ed è sicuramente un momento molto emozionante che chiude il processo di “reboot” delle prime due puntate. L’unica pecca è che il nuovo look interno del TARDIS non convince pienamente: la struttura glaciale ricorda un po’ Krypton nella versione di Superman del 1978, ma è un elemento su cui si può sorvolare e che forse richiede un po’ di tempo per abituarcisi. La sensazione è comunque che dopo due puntate la serie abbia gettato le fondamenta per una stagione in grado di rigenerare Doctor Who.

“It took so long. It took her whole life.”
“Yes, it did but she changed the world. In fact, she changed the universe.”

Dove “The Ghost Monument” usa elementi classici della saga per declinarli in quella che sarà la nuova mitologia della serie, “Rosa” sceglie la struttura della puntata a tema storico per prendere una posizione importante su tematiche che oggi più che mai vanno trattate. Come suggerisce il titolo, l’episodio ruota attorno a Rosa Parks, simbolo dei movimenti per i diritti civili e una donna che ha cambiato il corso della storia la sera del primo dicembre 1955 a Montgomery, Alabama, in un’America profondamente razzista. Diventa quasi superfluo soffermarsi a parlare dei pregi puramente televisivi di questo episodio, perché è impossibile guardare “Rosa” e non pensare a quello che accade quotidianamente intorno a noi.

Una serie che ha avuto il coraggio di abbattere l’immagine classica del Dottore come personaggio unicamente maschile mostra un cast multietnico confrontarsi con l’odio di chi è contro il cambiamento e non riesce ad accettare ciò che è diverso. Diventa quindi ancora più forte la scelta di affiancare alla Doctor Yaz e Ryan, rappresentati di minoranze che ci permettono di vedere attraverso i loro occhi le assurdità di quello che vivono, dimostrando quanto sia insensato che situazioni praticamente uguali stiano ricominciando a prendere piede. In un mondo come il nostro, che nel 2018 sembra voler tornare ad essere come l’Alabama del 1955, Doctor Who ci mette a confronto con la realtà dei fatti per ricordarci l’importanza di un evento che, nonostante sia accaduto solo 63 anni fa, sta svanendo dalla memoria di molti. Da questo punto di vista è molto interessante l’antagonista, pur non essendo uno dei più memorabili, che agisce seguendo delle motivazioni che, come del resto quasi tutto in “Rosa”, offrono spunti di riflessione per quello che succede oggi. Krasko incarna perfettamente chi vuole cancellare e riscrivere la storia, una figura a cui non è permesso uccidere e che trova un nuovo modo per portare dolore e, indirettamente, morte; sono le azioni di un uomo che agisce per soddisfare le proprie pulsioni. Allo stesso tempo, la Doctor appare più determinata che mai, come a voler rappresentare la forza delle sue idee che schiacciano quelle del rivale.

Era da molto tempo che Doctor Who non regalava emozioni così forti. La televisione è spesso una via di fuga dalle difficoltà che ci circondano, ma “Rosa” è in grado di unire gli aspetti di intrattenimento puro a una storia che vuole ricordarci che insieme possiamo portare un cambiamento; ad alcuni può sembrare un messaggio da biscotto della fortuna, ma dobbiamo ricordarci che l’odio è sempre volto a dividere e ad allontanare. Una Doctor che dipende così tanto dai suoi companion rafforza ancora di più questa idea e ne valorizza il messaggio.

L’episodio si chiude con la bellissima “Rise Up” di Andra Day, un inno al rialzarsi nei momenti di difficoltà che incarna perfettamente le azioni di Rosa Parks. Puntate come queste sono in grado di risvegliare il senso di comunità e di istruire le nuove generazioni; in questo modo la serie si ricollega alle sue origini, visto che Doctor Who nasce proprio come prodotto didattico. L’arte ha il potere di incuriosire lo spettatore e di portarlo a riflettere su ciò che lo ha preceduto e che lo circonda. Continuando così, Doctor Who può davvero diventare uno dei prodotti più rilevanti a livello culturale del momento, un segno di speranza in tempi bui che ci ricorda anche che abbiamo la forza di portare un cambiamento quando sembra che non ci sia via di scampo al male. Proteggere la storia è essenziale, perché la memoria storica ci permette di non commettere gli stessi errori e di muoverci verso un futuro migliore: in anni di cinismo e odio, abbiamo bisogno più che mai di un personaggio come questa Doctor.

Voto 11×02: 7
Voto 11×03: 8½
Doctor Who – 11×04/05 Arachnids in the UK & The Tsuranga Conundrum
Alla luce di un cambiamento epocale come l’arrivo di Jodie Whittaker, il livello d’aspettative dei fan di Doctor Who per questa nuova stagione è alle stelle, e con i primi tre episodi abbiamo avuto un primo assaggio di ciò che Chris Chibnall ha in mente per il nuovo Time Lord. Proprio in virtù di questo hype spropositato “Arachnids in the UK” e “The Tsuranga Conundrum” non possono che apparire come battute d’arresto o banali incursioni nelle classicità dello show, ma sotto l’aspetto innocuo di questi episodi autoconclusivi si scorge anche il vero obiettivo del nuovo showrunner: lavorare di fino sulla caratterizzazione dei nuovi protagonisti della mitologia whovian.

Il quarto episodio prende direttamente ispirazione dai monster movies anni Cinquanta, in particolare dal cult movie Tarantula: tornati nel presente, la Doctor e i suoi nuovi companion affrontano un’invasione di ragni giganti sparsi per tutta Londra e si scontrano con Jack Robertson, bieco imprenditore senza scrupoli che ha causato la mutazione degli aracnidi smaltendo rifiuti tossici sotto il suo nuovo hotel prossimo all’inaugurazione. I facili paragoni con Donald Trump vengono esplicitati dal villain stesso che esprime il suo disgusto verso il Presidente americano ma, al tempo stesso, la sua ambizione di superarlo, ed è con questo personaggio che Doctor Who continua a parlare del tempo presente. Se in “Rosa” si guardava al passato per porre l’accento sull’ombra dell’intolleranza razziale che sta prendendo il controllo della società contemporanea, “Arachnids in the UK” si concentra sulle figure di potere che alimentano l’intolleranza e la violenza di cui siamo quotidianamente testimoni. L’indole crudele e ignorante di Jack Robertson – personaggio genialmente affidato a Chris Noth, il Mr. Big di Sex and the city – va contro tutti i princìpi morali del Dottore, interessato a capire le motivazioni dei ragni piuttosto che a sopprimerli, ma rappresenta ciò a cui l’umanità al momento aspira, e persino la Signora del Tempo appare inerme di fronte a una tale barbarie.

Forse è anche in questo che la Doctor di Jodie Whittaker si distingue dal suo predecessore: durante l’era Capaldi/Moffat, il Doctor si poneva di fronte alle minacce con atteggiamento duro e austero, frutto di un’enorme conoscenza accumulata nei millenni, e non esitava a scatenare la sua furia vendicatrice contro la superbia dell’uomo. La Doctor di Chibnall, invece, si approccia alle stranezza dell’universo con la genuina curiosità delle prime esperienze e di fronte alla scelleratezza umana non può che restare inerme e delusa, consapevole di non poter riparare ai torti di un’intera razza. Un Doctor meno divino e più umanista, dunque, il cui operato incerto trova diretta corrispondenza nei dissidi interiori dei suoi nuovi companion.

Sballottati senza preavviso nel tempo e nello spazio, i compagni di viaggio di Thirteen tornano alla loro quotidianità segnata da problematiche familiari: Graham prende consapevolezza della morte di Grace e continua a cercare un punto di contatto con Ryan, sconvolto dalla morte della nonna e dall’abbandono del padre, mentre Yaz cerca di ottenere approvazione all’interno di un nucleo familiare asfissiante. Tre individui in crisi alla ricerca di una famiglia, come i ragni giganti che vagano per Londra alla ricerca della madre e come la stessa Doctor che vede nei suoi companion una vera famiglia lontana da Gallifrey. La formazione definitiva del Team TARDIS nel finale dell’episodio sancisce quindi l’inizio di un viaggio motivato non più dal semplice stupore verso l’ignoto ma da ragioni più profonde e intimamente umane: l’elaborazione del lutto, l’emancipazione individuale attraverso la conoscenza e la ricerca della stabilità familiare perduta. Da questo punto di vista “Arachnids in the UK” riesce quindi a trovare una sua individualità grazie al sottile approfondimento psicologico dei personaggi, ma è evidente che i fan si aspettino molto di più da questa nuova stagione: l’episodio in sé non ci lascia informazioni utili sugli sviluppi futuri della vicenda e il rischio che la narrazione si replichi senza alcun salto di qualità è palpabile. Neanche a dirlo, la serie subisce una brusca battuta d’arresto con “The Tsuranga Conundrum”, episodio che ci riporta ad una dimensione futuristica ma che riapplica in maniera plateale gli schemi narrativi usati da Chris Chibnall. Alla loro prima avventura ufficiale i quattro finiscono sopra una mina sonica e vengono imbarcati su una nave-ospedale per ricevere cure mediche, ma il veicolo viene preso d’assalto dallo Pting, una versione fantascientifica del Gremlin che si nutre dell’energia che alimenta la nave. Si tratta dell’ennesima crisi apparentemente insolvibile che la Doctor è chiamata a risolvere con il suo acume, ma la ripetitività della trama è il problema minore di questo episodio che mostra il fianco a tutti i detrattori della serie.

L’insistenza con cui lo showrunner vuole indagare a fondo sui dilemmi individuali dei companion – Ryan in primis – e sulle loro problematiche familiari comincia a causare una certa staticità all’interno della serie e, di conseguenza, a creare un’atmosfera troppo seriosa per uno show che, anche nei suoi momenti più drammatici, non ha mai rinunciato al suo lato più umoristico e avventuroso. Anche in “The Tsuranga Conundrum” sono i personaggi secondari a farsi portavoce dei dubbi dei protagonisti e a possedere una valenza extratestuale, ma in questo caso il risultato finale è decisamente al di sotto delle aspettative. Parliamo nello specifico di Yoss, il giovane umanoide appartenente alla razza dei Gifftani, la cui peculiarità è quella di dare alla luce i maschi attraverso gli uomini e le femmine attraverso le donne. La crisi di paternità di Yoss, oltre a rimembrare a Ryan l’abbandono del padre, vorrebbe essere un richiamo all’importanza del Planned Parenthood e un ironico tentativo di mettere l’attitude maschile a confronto con i travagli della maternità, ma questa volta Chibnall non riesce a centrare il bersaglio dell’analisi sociale e il risultato finale è una macchietta che avrebbe meritato di essere trattata con maggior consapevolezza.

Tra seriosità eccessiva e satira sociale fallita, a salvarsi è solo l’ipercinetica Doctor di Jodie Whittaker, che all’inizio dell’episodio rivela ulteriori peculiarità in controtendenza rispetto alla tradizione: ferita e intontita dal contatto con la mina sonica, Thirteen prova a dirottare la nave per recuperare il suo prezioso TARDIS, ma il dialogo con il medico di bordo la aiuta a capire come il suo egoismo rischi di mettere a repentaglio la vita degli altri pazienti. Se pensiamo a “Hell Bent” e all’intera nona stagione, in cui Twelve rischiava di compromettere l’equilibrio spazio-temporale solo per non rinunciare a Clara, la sensibilità e la consapevolezza della nuova Doctor sono ulteriori segnali della profonda umanità che Chris Chibnall sta cercando di infondere nella sua protagonista, suggellata dalla preghiera collettiva con cui si chiude un episodio nettamente al di sotto del livello qualitativo a cui la serie ci ha abituato finora.

“Where there’s tears, there’s hope” diceva Bill Potts nel finale di “The Doctor falls”: la Doctor della speranza è finalmente approdata sul piccolo schermo e l’entusiasmo per questo nuovo corso è ancora palpabile, ma non si può negare che questi due episodi, nonostante l’approfondita indagine psicologica sui protagonisti, siano un inatteso passo falso che rischia di mandare in fumo le aspettative del pubblico. L’unica cosa che resta da fare a noi whovian è seguire il consiglio di Bill e continuare a sperare che Doctor Who torni presto ad incantarci come solo lui/lei sa fare.

Voto 11×04: 6
Voto 11×05: 5
Doctor Who – 11×06/07 Demons of the Punjab & Kerblam!
Giunta ormai al giro di boa, è tempo di bilanci per l’attesa nuova stagione di Doctor Who targata Chibnall, la quale purtroppo riconferma il suo carattere altalenante, racchiuso alla perfezione in questa doppietta di episodi.

Da un lato troviamo infatti un capitolo di ambientazione storica di altissimo livello – forse il migliore di questa annata –, in grado di confermare la vocazione alla diversity di questo nuovo corso, dall’altro una puntata mediocre e deludente sia nella costruzione dello scenario sci-fi che, soprattutto, nel messaggio. Proprio la questione della diversity, sia davanti che dietro la macchina da presa, è sempre più al centro dei discorsi critici riguardanti lo show. Il suo passato, infatti, riesaminato con uno sguardo nuovo, ha rivelato tutti i limiti storici circa la rappresentazione e l’inclusione delle minoranze, nonostante questo sia, almeno sulla carta, uno dei temi fondanti della serie. L’arrivo di Whittaker e Chibnall ha finalmente dato una svolta a questo desolante scenario, dimostrando come il coinvolgimento di voci e sguardi diversi possa solo giovare a uno show longevo come Doctor Who.

Nello specifico “Demons of the Punjab”, il primo episodio della stagione a non portare la firma di Chibnall, è scritto da Vinay Patel, primo autore di origini asiatiche nell’intera storia della serie – mentre vale la pena ricordare che “Rosa” ha visto invece la firma, in collaborazione con lo showrunner, della prima persona di colore, Malorie Blackman. E forse non è un caso che proprio questi due episodi risultino al momento i più riusciti di questa annata: il ritorno alla vocazione educativa dello show, che finalmente va a coincidere con un ampliamento delle figure coinvolte nella creazione e messa in scena della serie – le cui prospettive inevitabilmente si riflettono sui temi e le modalità di narrazione –, riesce infatti a infondere al racconto una carica emotiva e di attualità inedite, in costante dialogo tra passato e presente tramite le figure dei companion.

Nonostante le similitudini con “Rosa”, “Demons of the Punjab” se ne differenzia trattando un episodio ugualmente importante e doloroso della storia contemporanea ma non altrettanto noto, ovvero quello della Partizione dell’India avvenuta nel 1947, rafforzando così la dimensione divulgativa e di testimonianza simbolicamente rappresentata dalle figure dei Thijarian. Naturalmente questo aspetto non costituisce in sé un termine di valutazione, ma dal punto di vista prettamente narrativo l’episodio rappresenta un passo avanti rispetto al suo diretto predecessore, proponendo un intreccio più coerente e armonico nelle sue parti: infatti, se in “Rosa” l’elemento sci-fi non riusciva ancora ad amalgamarsi alla perfezione con quello storico, dando vita a un villain a ben vedere non all’altezza dei temi messi in campo, al contrario qui i due elementi si fondono in un racconto più convincente. La rivelazione dei “demoni” in quanto testimoni delle morti dimenticate dalla storia pone infatti il conflitto in una dimensione interamente umana, che vede il suo fulcro nel tragico scontro ideologico tra i due fratelli.

I Thijarian divengono così – in quanto testimoni, custodi e divulgatori di un capitolo tragico ma semi-dimenticato del nostro passato recente – l’alter ego dell’autore, abilissimo nell’intrecciare le storie personali di Yaz, Umbreen e Prem con la Storia, affrontando in maniera diretta temi delicati come il colonialismo, le guerre di religione e l’immigrazione, senza rinunciare a sottolinearne l’inquietante attualità. Anche la stessa Doctor non può fare altro che assistere ai tragici eventi che la storia ci ha consegnato, dismettendo definitivamente i panni del white savior senza per questo rinunciare a farsi portavoce dei valori di speranza e amore che da sempre contraddistinguono il suo personaggio.

Se “Demons of the Punjab” costituisce quindi uno dei picchi indiscussi della stagione – e forse dello show –, “Kerblam!” rappresenta al contrario l’emblema dei problemi che stanno caratterizzando questa annata. L’episodio prosegue infatti sulla scia dei suoi predecessori ambientati nello spazio, proponendo una storia priva di particolari guizzi creativi che, nonostante il potenziale, finisce col deludere su tutti i fronti.

La scelta di affrontare un tema tra i più classici e abusati della fantascienza, ovvero quello del rapporto tra uomo e tecnologia, necessitava a maggior ragione di un punto di vista se non del tutto inedito perlomeno personale; il risultato è stato invece un racconto banale, che fatica a far dialogare intreccio e messaggio in maniera coerente. Il didascalico riferimento ad Amazon, che sembrava poter essere lo spunto per una satira del tardo capitalismo, si traduce infatti in un ribaltamento a sorpresa e abbastanza discutibile dei ruoli di villain (il giovane) e vittima (l’azienda), senza che però questo si accompagni a una riflessione coerente: da un lato infatti vediamo la Doctor affermare che l’IA è dotata di coscienza e che non è la tecnologia a essere un problema, ma il modo in cui la si usa – dimenticando che questa aveva appena ucciso un innocente, agendo più che altro per istinto di autoconservazione; mentre dall’altro le proteste neo-luddiste del giovane terrorista finiranno per essere accolte nel finale, che vede il sereno ritorno del personale “organico” nella catena di montaggio.

Come è già accaduto in passato, i capitoli più deboli dal punto di vista dell’intreccio vengono almeno in parte rivalutati dalla presenza attiva dei compagni di viaggio della Doctor, a cui Chibnall sta dedicando un ampio e costante spazio di approfondimento. Oltre agli scambi tra Graham e Charlie, a brillare è ancora una volta Yaz: il focus sulle sue origini e i suoi legami famigliari, che è stato al centro di “Demons of the Punjab”, trova qui una prosecuzione nell’incontro con Dan, anch’egli costretto a emigrare per il bene della sua famiglia. Le richieste della giovane di sfruttare le possibilità offerte dal TARDIS per esplorare questa dimensione, sempre accolte di buon grado dalla Doctor nonostante siano all’apparenza in contrasto con le più classiche regole del viaggio nel tempo, ci parlano indirettamente anche dell’evoluzione della protagonista. A emergere è una figura più umana e empatica rispetto a quella che abbiamo imparato a conoscere, per questo più disposta ad assecondare i suoi compagni senza per questo abusare del suo potere. La Doctor risulta infatti al tempo stesso più rispettosa che in passato della libertà d’azione delle persone con cui entra in contatto, meno eroina in senso stretto ma più custode dell’integrità della Storia e dei valori di cui si fa portavoce.

In definitiva comunque, nonostante gli accattivanti riferimenti alla contemporaneità e alle precedenti incarnazioni del Dottore, nonché le numerose piccole citazioni di Star Wars (il trash compactor, i nastri trasportatori…), “Kerblam!” non fa che confermare come Chibnall e la sua writers’ room fatichino ad approcciarsi in maniera originale ed efficace alla dimensione fantascientifica tout court, andando così ad inficiare la qualità complessiva di una stagione che purtroppo al momento può dirsi riuscita solo a metà.

Voto 11×06: 8½
Voto 11×07: 6-
Doctor Who -11×08/09 The Witchfinder & It Takes You Away
Ci sono voluti 7 episodi perché questa undicesima stagione, la prima con la Dottora di Jodie Whittaker, esprimesse fino in fondo il proprio potenziale, ma finalmente “The Witchfinders” apre una doppietta di puntate che ci fanno sentire di nuovo a casa e contemporaneamente nella nuova era che il Doctor Who di Chibnall ci aveva promesso – purtroppo, fino ad ora, senza riuscire a mantenere la parola.

Salvo giusto un paio di episodi, questa stagione sembrava essersi attestata su un livello qualitativo mediocre: non pessima, certo, ma dimenticabile – nonostante fosse la prima con un Dottore donna, e quindi la rivoluzione che tanti whovian attendevano proprio per portare la serie a quel salto di qualità di cui aveva disperatamente bisogno. Se, infatti, “Rosa” aveva funzionato perché mostrava una Dottora forse davvero per la prima volta spoglia di ogni paternalismo (soprattutto se pensiamo al suo predecessore diretto: il Twelve di Peter Capaldi) – servendosi del cambio di genere in uno dei modi più incisivi possibili –, e “Demons of The Punjab” ci aveva finalmente regalato una storia ben costruita in ogni suo dettaglio, le altre puntate, fino ad ora, non avevano minimamente reso giustizia al personaggio interpretato dalla sempre più brava Jodie Whittaker e alla sua evoluzione ancora in potenza.

In maniera molto simile ai due esempi appena citati, al contrario, “The Witchfinder” e “It Takes You Away” sfruttano al meglio sia la tradizione di Doctor Who che le potenzialità di un nuovo corso: analogamente a “Rosa”, “The Witchfinder” ragiona sul ruolo della Dottora nella storia e nella Storia, concentrandosi in particolare sulla sua condizione di donna in un mondo sessista; come “Demons of the Punjab”, invece, “It Takes You Away” mescola sapientemente le due dimensioni in cui il miglior Doctor Who è in grado brillare, ovvero una buona storia costruita con cura e la componente emotiva.

Honestly, if I was still a bloke, I could get on with my job and not have to waste time defending myself – “The Witchfinder”

La caccia alle streghe come pretesto narrativo perfetto per parlare di condizione femminile: una premessa sicuramente non molto originale, ma chi poteva usarla al meglio se non uno show che parla di una (donna) viaggiatrice nel tempo? Anzi, si può dire che in questo caso una scelta del genere fosse probabilmente necessaria per risollevare la stagione dalla sua tragica incapacità di affrontare di petto la questione Dottore/Dottora. In “The Witchfinder”, non a caso il primo episodio dell’annata ad essere sia scritto che diretto da una donna, il genere del Doctor viene finalmente messo al centro della storia, problematizzando il rapporto che la protagonista ha con il potere. Lo vediamo subito, prima con Mrs. Savage e poi con Re James: i due mettono immediatamente in dubbio l’autorità della nostra eroina, mentre, come sottolinea la stessa Dottora, in passato prendere il comando della situazione e farsi ascoltare anche da perfetti sconosciuti non era mai stato un problema. Ancora più interessante è, però, il confronto tra le reazioni di queste due figure, un uomo ed una donna in un periodo storico in cui la parità tra i sessi non era nemmeno un sogno remoto. Se, infatti, Mrs. Savage prende comunque per buona la storia di copertura della Dottora, la physic paper non riesce a superare le resistenze del tempo e Re James vede l’unica cosa accettabile per lui: il titolo di assistente, di certo non quello di persona al comando. Allo stesso tempo, però, è la donna, tra i due, a risultare la più spietata nella caccia alle streghe, la più irremovibile; e questo perché entrano in gioco altre variabili, che possono anche essere lette come una metafora della condizione femminile ancora tristemente attuale. Mrs. Savage agisce con una tale brutalità perché si trova, lei per prima, in una posizione di svantaggio: a guidarne le azioni è la paura, che al contrario non tocca, ovviamente, Re James. Quest’ultimo si trova nella posizione (di privilegio, potrebbe dire il femminismo) di poter ascoltare ed infine aiutare la Dottora, sorretto dalla propria fede e dalla propria condizione di potere. Lo stesso status che, in conclusione di episodio, lo porterà, però, ad ignorare le indicazioni della Doctor e a fare comunque di testa sua, sacrificando – in un gesto che ha anche un certo valore simbolico – la vita di Mrs. Savage.

In poche parole “The Witchfinder” è un piccolo trattato sulla condizione delle donne ieri come oggi, un esercizio di scrittura non particolarmente originale e a tratti fin troppo didascalico ma, nell’economia della serie e soprattutto di questa stagione, necessario. Inoltre è anche una delle poche puntate di quest’anno che riesce ad essere una storia avvincente e ben costruita, forse un po’ raffazzonata nel trattamento dei monster of the week ma capace di dire tutto quello che voleva dire senza risultare confusa (come successo, ad esempio, con “Kerblam!“).

I miss you. I miss it all, so much – “It Takes You Away”

Se l’episodio che la precede è un bell’esempio del Doctor Who più politico, “It Takes You Away” è pura fantascienza favolistica nella migliore tradizione della serie. Ambientata nel presente per evitare “distrazioni”, la puntata si serve di elementi fantastici e weird per raccontare una storia che è innanzitutto umana: da un lato troviamo il rapporto tra Anne e il padre, che viene analizzato in maniera magistrale, dall’altro la questione elaborazione, più che del lutto tout court, dell’assenza delle persone care che ci hanno lasciato, e dunque della solitudine. Una riflessione che si estende, se non addirittura parte, dal “personaggio” del Solitract, splendida trovata di Ed Hime forse introdotta in maniera frettolosa ma di grandissima potenza, sia narrativa che simbolica. L’universo senziente condannato all’isolamento è un villain-non villain in piena regola, che cerca disperatamente qualcuno con cui condividere la propria esperienza del mondo e, nel farlo, prova anche a realizzare i desideri delle persone che “invita” a raggiungerlo. Di cosa poteva servirsi per attirarli se non del bisogno di intimità e condivisione che conosce così bene e che, a ben vedere, è davvero universale? Certo, si tratta di un topos già ampiamente utilizzato, anche da Doctor Who, ma la carica emotiva delle scene all’interno della dimensione parallela non ne viene scalfita, anzi. A contribuire alla forza dell’episodio e nello specifico di questi frangenti c’è poi la rappresentazione di Anne, che non soltanto si comporta in modo relativamente maturo per una ragazzina (almeno secondo gli standard televisivi) ma, insieme alle considerazioni sparse di Yaz e della Dottora, è il veicolo narrativo perfetto per problematizzare il comportamento del padre, il quale viene sì perdonato ma non interamente giustificato per averla ingannata ed abbandonata. Infine non possiamo non citare il momento più assurdo dell’episodio, in cui la Doctor si ritrova da sola a parlare con una rana: il fattore maccosa è sicuramente uno degli aspetti più notevoli e divertenti della sequenza, ma il suo fascino risiede soprattutto nel dialogo tra i due personaggi. Qui la scrittura mette in scena la vera essenza di Doctor Who e del suo protagonista, ovvero quel mix di curiosità e rispetto per l’altro da noi (You are the maddest, most beautiful thing I’ve ever experienced and I haven’t even scratched the surface), di attrazione per l’ignoto e di ricerca di un rapporto sincero di condivisione tra esseri, umani o meno. L’ennesimo inno all’amicizia, insomma, ma inaspettatamente fresco e commovente come fosse il primo. Per quanto la puntata sia davvero ricchissima di stimoli provenienti dalla tradizione fantascientifica e non solo – la dimensione cuscinetto e chi la popola, il mostro inesistente, i doppelgänger – riesce quindi ad essere compatta, diretta e incisiva, regalandoci un finale sorprendente.

In conclusione, entrambi gli episodi risultano superiori alla media di questa stagione e vanno a rappresentare degli ottimi apripista per quello che speriamo sarà un season finale all’altezza delle aspettative che, ormai, sono tornate ad essere alte.

Voto 11×08: 7½
Voto 11×09: 8½
Doctor Who – 11×10 The Battle of Ranskoor Av Kolos
Con “The Battle of Ranskoor Av Kolos” si conclude (senza contare lo speciale di Capodanno) l’undicesima stagione di Doctor Who, la prima che ha visto esordire una Doctor donna e che arrivava due mesi fa con un carico di aspettative molto più alto del solito. Se si considera il cambio di showrunner (Chibnall al posto di Moffat) e la fisiologica necessità di abituarsi ad un nuovo Doctor, era più che lecito domandarsi quanta fatica avrebbe fatto il nuovo corso a farsi accettare dal pubblico.

Il fattore che, a partire dal 16 luglio 2017, pareva preoccupare una discreta parte del fandom (la rivelazione dell’identità di una donna, Jodie Whittaker, come 13esimo Doctor) ha rappresentato col senno di poi l’elemento meno controverso e più accettato all’interno di una stagione che, invece, non ha avuto la stessa fortuna. La Whittaker è stata in grado di portare in scena una Doctor che non ha dovuto faticare molto per guadagnarsi le simpatie del pubblico, conquistato sin dalla season premiere da un’interpretazione divertente e sopra le righe ma mai in modo eccessivo, e soprattutto dalla caratteristica più costitutiva del personaggio: è innegabile infatti che questa sia la Doctor della speranza e dell’amore per la conoscenza, di elementi insomma estremamente positivi che in un’epoca come la nostra sembrano il più delle volte sul viale del tramonto, e di cui c’è quindi un disperato bisogno.

“Come on, fam”
“I thought we weren’t doing fam”
“I like it.”

Il cambio di rotta della serie si è attuato su diversi livelli, al punto che la figura del companion è stata triplicata con la creazione di un gruppo nel primo episodio che ha però faticato – e non poco – per conquistarsi le simpatie degli spettatori. Non si è trattato tanto di problemi intrinseci ai singoli coprotagonisti, che anzi offrono spunti interessanti (primo fra tutti Graham), quanto di un’oggettiva impossibilità di scrivere in modo stratificato così tanti personaggi in una stagione che già prevedeva il cambio del protagonista. L’idea di fare tabula rasa per ripartire da zero non è sbagliata a priori, e anzi possiamo dire che la creazione di un gruppo attorno a Thirteen ha fatto sì che per la prima volta non ci sia stato un Doctor-leader attorno a cui si avvicendano personaggi minori, ma un team nel quale la Doctor spicca per abilità e capacità, non certo per perfezione né come fonte di qualsiasi risposta alle domande dell’Universo. È un gruppo di quasi pari, dunque, in cui la Doctor è vittima di dubbi in maniera simile a quella dei suoi nuovi amici; un concetto ribadito nel corso della stagione con la battuta ricorrente su come la squadra possa definirsi, risolta solo nel finale con la coraggiosa decisione di chiamarsi “fam” che in inglese indica la famiglia ma anche un gruppo allargato di amici molto uniti (quella che noi chiamiamo, con un’ampia perifrasi, “non la famiglia di sangue ma la famiglia che ci si crea”).

Come si diceva, però, non tutto ha funzionato in questa direzione e a farne le spese sono stati, in maniera diversa, tutti e tre i coprotagonisti, prima fra tutti Yaz: ad esclusione di “Demons of the Punjab”, infatti, la sua costruzione è caratterizzata da pochissimi elementi, che la rendono persino in questo finale una semplice “aiutante della Doctor”, specchio del pubblico nelle sue ammissioni di non comprensione di ciò che accade, o al massimo momentanea fonte di ispirazione per la stessa Thirteen. Ryan, rispetto a Yaz, può contare sulla luce riflessa del percorso di Graham, senza dubbio il personaggio più indagato e meglio costruito dei tre; se dovessimo infatti considerare il ragazzo in quanto tale, non potremmo esimerci dal parlare della sua disprassia come di una disabilità che compare a uso e consumo della trama, per poi sparire quando più conviene. Il rapporto con Graham, che raggiunge il picco in questo finale, è di certo caratterizzato da momenti intensi e divertenti nel corso della stagione, ma impallidisce davanti all’elaborazione del lutto da parte di Graham, al quale vengono riservati tutti gli sforzi di scrittura che non ci sono stati per gli altri. È una scelta coraggiosa quella di trattare l’elaborazione del lutto in questo modo, che è a metà strada tra la negazione – viaggiare per far passare il tempo in un posto che non sia casa, che non ricordi la donna amata tutti i giorni – e la necessità di ritrovare la voglia di vivere attraverso l’avventura, la curiosità e la conoscenza di ciò che è diverso da lui. Ecco perché il suo percorso funziona: perché parte dal trauma, passa attraverso fasi diverse e si conclude con la scelta positiva della vita – qui rappresentata dal rifiuto di uccidere “Tim Shaw” nonostante ne avesse ogni possibilità. Il resto della stagione, purtroppo, non può contare su uno sviluppo altrettanto curato e per parlarne è necessario tornare al concetto di tabula rasa affrontandone gli aspetti negativi.

“What happened to never do weapons?”
“It’s a flexible creed.”

Sin dall’inizio del ciclo New Who, con Russell T. Davies, ci siamo abituati ad una serie che, pur conservando all’interno delle proprie stagioni numerosi episodi standalone (alcuni dei quali risultano ancora oggi tra i migliori della serie), ha sempre avuto una più o meno importante trama orizzontale. Se ai tempi di Davies si trattava di trame ora più semplici, ora più complesse, con il ciclo Moffat in più di un’occasione lo spettatore si è trovato in difficoltà nel dipanare la matassa presentata e nel raccogliere gli indizi che, di episodio in episodio, venivano distribuiti in occasione del gran finale. Esulando per un momento dalle differenze tra la gestione di Davies e quella di Moffat, possiamo dire che entrambi hanno a modo loro messo in scena stagioni con archi narrativi ben precisi, che avevano sempre un determinato scopo. La cosa che dunque ha più colpito del lavoro di Chibnall è stata proprio l’assenza di questo aspetto: a conclusione dei dieci episodi, infatti, possiamo dire che ci sono stati dei temi portanti ricorrenti, che c’è stato un tentativo di circolarità con l’apertura e la chiusura collegati da “Tim Shaw”, ma che di sicuro non si è andati oltre a questo. Perché?

Non sono state poche, in passato, le critiche rivolte agli archi stagionali di Steven Moffat, accusati più di una volta di essere diventati troppo complicati; sembra quindi che, in un’ottica di ricostruzione totale di Doctor Who (prima donna Doctor, prima squadra allargata), Chris Chibnall abbia deciso di invertire la rotta anche su questo elemento tornando ad una forma più semplice, con episodi autoconclusivi spesso con una certa funzione didattica che richiamava le origini del Classic Who, ma senza un reale arco stagionale. Si tratta di una scelta piuttosto inusuale al giorno d’oggi, dove una trama orizzontale è presente persino nel più basico dei procedurali, e, sebbene si possa comprendere o addirittura condividere la motivazione iniziale, non si può che evidenziare come combattere un estremo con un altro estremo non sia la scelta più giusta. Ancor più deludente, in questo senso, è il riferimento al Timeless Child del secondo episodio, che aveva fatto gola a qualunque spettatore in attesa dei primi indizi per una storia più corposa e complessa, e che invece ha lasciato tutti a bocca asciutta, rimandata con ogni probabilità alla prossima stagione.

Risulta quindi praticamente inevitabile che questa “The Battle of Ranskoor Av Kolos” – per quanto dotata di una buona trama interna – non riesca a dare al pubblico la sensazione di essere un vero season finale, in sostanza perché (tolto il percorso di Graham e il richiamo alla premiere) non c’è davvero nulla da chiudere: è una puntata come un’altra, che se fosse stata a metà stagione non ci avrebbe stupito per niente. Resta quindi da chiedersi se fosse davvero necessario un reset di questa portata, o se forse l’urgenza di cambiare tutto sotto ogni aspetto non sia sfuggita di mano, diventando più una questione di principio che un effettivo bisogno della serie. A dimostrazione di questo ci sono due fattori su cui non si può soprassedere, uno dei quali presente proprio in questo finale. Il primo è legato a una certa secondarietà del TARDIS che, pur essendo protagonista in absentia del secondo episodio con un nome (“The Ghost Monument”) richiamato proprio in questo finale, non è mai stato così in secondo piano come in questa annata; l’altro fattore, invece, è forse ancor più grave e riguarda uno dei tratti caratteristici del Doctor, uno di quelli che fanno parte della sua identità di rigenerazione in rigenerazione, ossia il rifiuto delle armi. Lo sappiamo, non c’è nemmeno bisogno di specificarlo: per il Dottore ogni forma di vita è degna di ascolto, ogni entità – anche la più cattiva – può nascondere nella sua storia un motivo che l’ha portata ad essere così, e per questo non esiste in tutto l’universo una sola ragione per cui si possa porre fine alla vita di qualcuno. Questo, nella mitologia di Doctor Who, si è sempre risolto con un assolutamente inequivocabile “no” alle armi. Ecco perché fa persino male al cuore, oltre che alla testa di un whovian, quel “My rules change all the time” inserito proprio in un discorso sulle armi, perché è un troppo che stroppia, che va ad intaccare un tratto fondamentale del Doctor solo perché è necessario dividersi le armi per far procedere la trama. Il problema, dunque, non è il cambiamento in quanto tale, ma la sensazione che ci sia stata una certa sconsideratezza nel metterlo in pratica e che proprio per questo i risultati siano stati così altalenanti.

None of us know for sure what’s out there. That’s why we keep looking.
Keep your faith. Travel hopefully.
The universe will surprise you. Constantly.

Come si diceva all’inizio, Thirteen è una Doctor legata al bisogno di speranza e conoscenza, e le sue ultime parole nell’episodio non fanno che ribadire questo concetto. Le puntate sono state caratterizzate da temi quali l’integrazione, la comprensione di se stessi e di riflesso quella degli altri; questi a loro volta si basano sulla tolleranza per chi è diverso da noi, da sempre tema fondante di Doctor Who, elevato in questa stagione (soprattutto in episodi come “Rosa” o “Demons of the Punjab”) a tratto caratterizzante della natura stessa della Doctor. Il season finale ne è un altro fulgido esempio: all’interno di una critica molto aspra verso gli estremismi religiosi e dunque verso le conseguenze di una fede cieca che non abbia come obiettivo la compassione per il prossimo, si accende lo spiraglio di una speranza con la rappresentazione stessa degli Ux. Delph ci viene presentato come il primo dei due a non voler più sottomettersi ad una volontà distruttrice perché diventato finalmente consapevole delle conseguenze: egli infatti soffre in prima persona per quanto è stato fatto ai vari pianeti, un’immagine che senza bisogno di troppe analisi suggerisce come compiere atti malvagi contro l’umanità sia di fatto un atto anche contro se stessi. È Andinio dei due quella più determinata a seguire il “Creatore”, quella che sembra davvero troppo accecata dal proprio credo per poter cambiare idea; eppure, forse in modo persino troppo rapido ma di certo efficace, finirà anche lei col ricredersi quando si renderà conto di aver fatto tutto questo per qualcuno che l’ha ingannata, che ha approfittato della sua fiducia per farla diventare uno strumento di morte. Il pentimento degli Ux sembra dunque suggerire la possibilità per chiunque di ritornare sui propri passi, anche per chi ha compiuto gli atti peggiori, nonché la speranza – di nuovo – che l’umanità sappia guardare dentro di sé e trovare la strada giusta, se viene messa davanti all’evidenza del male compiuto in nome di una folle credenza.

“The Battle of Ranskoor Av Kolos” è in definitiva un buon episodio, che tra i suoi pregi annovera anche un’ottima fotografia – una vera costante dell’intera stagione; tuttavia non riesce a portare con sé i tratti tipici di un season finale perché non c’è stata alla base una stagione che abbia offerto questa possibilità. È chiaro che da questa annata ci si aspettasse di più; la stessa Doctor, che pure rappresenta uno degli elementi più riusciti di questi dieci episodi, avrebbe sicuramente tratto vantaggio da una scrittura migliore, che si occupasse non solo di caratterizzarla come ha fatto, ma anche di inserirla all’interno di una storia più stratificata, volta a far emergere ancora di più i suoi tratti specifici. È un peccato aver visto diminuire il suo rapporto col TARDIS, quasi che la numerosità del gruppo attorno a Thirteen avesse in qualche modo intaccato il legame con la sua “blue box”; ed è di sicuro una grande perdita quella di Murray Gold, la cui assenza nel reparto musica della serie si è fatta notare lungo tutta la stagione. A seguito dello speciale del 1° di gennaio, dovremo aspettare un altro anno per una nuova stagione di Doctor Who, che vedrà tornare sia Jodie Whittaker che Chris Chibnall – il quale a quanto pare ha già iniziato a lavorare sulla sua seconda annata. La speranza è che questo lungo tempo a sua disposizione sia ciò che gli servirà per creare una dodicesima stagione più centrata e soprattutto più completa, che non sacrifichi elementi solo per la necessità di “fare qualcosa di diverso”, e che sappia cogliere quanto di comunque positivo questi episodi hanno prodotto per portarli ad un livello ancora più alto.

Voto 11×10: 7½
Voto Stagione: 6/7
Doctor Who - Stagione 12
Arrivare dopo due pesi massimi come Russell T. Davies e Steven Moffat non è semplice e sapevamo tutti che per Chris Chibnall la vita sarebbe stata molto dura, perché non bastava solo fare le cose bene: aveva bisogno di farle in maniera eccellente. La prima stagione della sua gestione (quella scorsa) ha infatti fatto capire a tutti il peso di queste aspettative e, nonostante fosse un’annata più che dignitosa, è stata da molti rigettata, snobbata, eccessivamente criticata, quasi a voler sfogare la nostalgia di tempi passati, non senza casi di sessismo nei confronti della nuova Doctor. Chi però ha dato fiducia alla nuova gestione e ha creduto in questo progetto in modo lungimirante ha potuto godere di una dodicesima stagione in cui la semina ha portato i suoi frutti, offrendo una quantità di emozioni davvero strabiliante.

Tra i fan e i critici che hanno valutato lo scorsa annata di Doctor Who ci sono comunque anche quelli che hanno apprezzato le novità apportate da Chibnall alla serie, soprattutto per quanto riguarda tre punti: la protagonista; il gruppo di companion; i temi affrontati.
Sono state trasformazioni graduali ma costanti, che passo dopo passo hanno piantato le fondamenta per una nuova era, hanno messo basi solide da cui poi poter fare esperimenti arditi e fare coraggiose scelte narrativi con consapevolezza. La stagione numero dodici dimostra esattamente questa tesi alzando l’asticella del rischio sin dal primo episodio giocandosi una serie di carte molto importanti e puntando dritta alla mitologia della serie, ma al contempo esaltando alcune delle caratteristiche che da sempre hanno fatto di Doctor Who una serie unica.

Un ruolo importante, anche se non evidente come altre cose, lo hanno avuto gli episodi standalone e in particolare “Orphan 55” e “Praxeus”, entrambi dedicati non a pianeti sconosciuti in cui andare a vivere meravigliose avventure, ma al pianeta Terra. In entrambi i casi è emersa la necessità della writers’ room di ragionare sul futuro della specie umana e in particolare su come la nostra civiltà sta gestendo una questione cruciale: l’ambiente.
Chibnall, attraverso due storie avvincenti e autoconclusive, si interroga e ci interroga sugli effetti dell’inquinamento, sulla necessaria responsabilità da avere in quest’epoca e sulle conseguenze di una gestione scriteriata delle risorse del pianeta. La Doctor e la sua Fam sono infatti gli strumenti con cui la serie esplora, muovendosi attraverso le infinite possibilità offerte dalla fantascienza, i limiti dell’essere umano nel riconoscere l’importanza della tutela del pianeta, e così facendo ritorna sul lato didattico che ha da sempre caratterizzato lo show della BBC.

A proposito della necessità della serie di parlare a un pubblico eterogeneo, fatto di adulti e bambini, e quindi di presentarsi anche come uno strumento per conoscere la Storia (nel senso più esteso del termine) viaggiando nel tempo e nello spazio insieme ai protagonisti, ci sono due episodi che si sono messi in evidenza più di altri. Il primo è “Nikola Tesla’s Night of Terror”, che porta i nostri eroi all’alba della rivoluzione industriale a scoprire una figura così importante ed enigmatica come Tesla, ragionando in questo modo anche sulla disparità di opportunità tra uomini e donne all’epoca (ma con chiari riferimenti alla contemporaneità) e sulla tossicità intrinseca nella competizione maschile attraverso la rivalità tra Tesla ed Edison.
Il secondo è “The Haunting of Villa Diodati”, un piccolo gioiello orrorifico che ci immerge in una storia di fantasmi ambientata in età vittoriana e in particolare in un momento in cui, in una sorta di reclusione forzata a Villa Diodati sul lago di Ginevra, sono nati alcuni dei capolavori della letteratura britannica come Il Vampiro e Frankenstein. Ci sono Mary e Percy Shelley, c’è John Polidori, c’è Lord Byron e soprattutto c’è un racconto che oltre a raccontare l’importanza della letteratura nelle nostre vite si collega in modo geniale alle storyline principali introducendo il Cyberion (un’entità che possiede l’intera conoscenza dei Cybermen) e il Lone Cyberman, due delle tante grandi intuizioni di questa stagione.

E qui, inevitabilmente, veniamo all’incredibile e stratificata quantità di idee narrative che Chibnall inserisce in questa seconda annata delle sua gestione, andando a modificare in maniera radicale l’anima della serie; questioni che si inseriscono a gamba tesa nella storyline principale sin dall’inizio e che scandiscono la stagione in maniera implacabile, per poi essere risolte una a una gradualmente, fino all’epico doppio finale.
Innanzitutto, il Master. Uno dei personaggi più importanti della storia della serie, nemesi assoluta del protagonista, ritorna in una nuova veste, ovvero nel corpo di Sacha Dhawan, bravissimo attore già visto in Dracula e che qui dona al personaggio un’anima eccentrica e malefica particolarmente originale. Una delle idee migliori di Chibnall è quella di collegare il ritorno di questo personaggio alla più grande domanda non risposta della scorsa stagione: il Timless Child. Già nel secondo episodio, infatti, la serie rischia tantissimo, annunciando una rivoluzione totale inserendo il mistero legato a questo misterioso bambino all’interno di una ribaltamento dell’intera mitologia destinato a sconvolgere l’esistenza della protagonista, oltre che a far saltare le sinapsi dei tantissimi fan della serie.

Dal punto di vista strutturale, Chibnall ha pensato bene di anticipare il doppio finale con un episodio di importanza cruciale inserito nel centro nevralgico della stagione: “Fugitive of the Judoon”, quinto tassello narrativo dell’annata, parte come un intrigante e classico episodio di Doctor Who, ma gradualmente mostra la sua eccezionalità, prima riportando nella serie uno dei personaggi più amati di sempre, poi introducendone un’altro che si rivelerà fondamentale.

È il momento in cui gli appassionati di tutto il mondo festeggiano il ritorno di Capitan Jack, simbolo di fantascienza e queerness, il quale ritorna per mandare un importante messaggio alla Doctor riguardo al Lone Cyberman, che sarà poi essenziale nel passaggio da Villa Diodati al futuro in cui è ambientata la conclusione. A stravolgere la serie in questo episodio è però Ruth, donna di colore che scopriamo essere Doctor Ruth, ovvero un’altra incarnazione della Doctor appartenente a un’altra temporalità, che sin da metà stagione mette in crisi la conoscenza collettiva sulla mitologia della serie, ritornando alla frase del Master con cui i misteri della stagione si sono aperti: “Tutto quello che sai è una bugia”.

Se la dodicesima stagione di Doctor Who è così riuscita, così matura, così emozionante è per la combinazione perfetta tra una struttura narrativa che esalta la tradizione della serie non rinunciando però a giocarsi sin dall’inizio alcune carte molto pesanti relative alle storyline principali e un un doppio finale in grado di tirare le fila di tutti i discorsi messi in campo nel corso degli otto episodi che lo hanno preceduto.
Il piano segreto del Master è diabolico e geniale, perché mira a utilizzare il Lone Cyberman e il Cyberion per creare un esperimento eugenetico sulle ceneri di Gallifrey, che ha come obiettivo la creazione di una razza che unisce i malvagi androidi con i Time Lord. Allo stesso tempo, però, al centro del racconto c’è anche il viaggio (a tratti tutt’altro che piacevole) della Doctor verso la scoperta di un passato misterioso. In una Gallifrey distrutta, infatti, il Master la imprigiona nella Matrix, spazio mentale in cui riporta alla luce memorie dimenticate da secoli, rivelandole che il Timeless Child è lei, una bambina venuta da un’altra dimensione poi trovata da un’esploratrice di Tecteun, la quale attraverso una serie di sperimentazioni riesce a creare una nuova specie, i Time Lord di Gallifrey, da cui è poi nato il Master.

È davvero difficile riassumere la quantità di storyline, di temi, di piani narrativi e di innovazioni che hanno caratterizzato questa stagione di Doctor Who, ma se dopo gli stravolgimenti dei primi episodi il pensiero era “qui o viene fuori un disastro o un capolavoro”, oggi possiamo dire con ragionevole convinzione di essere più vicini alla seconda opzione. In soli dieci episodi, infatti, Chibnall ha rinsaldato una nuova idea di companion (più vicina a una famiglia che a un rapporto uno a uno), ha costruito una Doctor sempre più femminista e intenzionata a mettere in evidenza questioni molto concrete del nostro presente, ha riportato nella serie due personaggi fondamentali come Capitan Jack e il Master, ha ridato interesse ai Cybermen che sembravano un po’ ammuffiti e ha stravolto completamente la mitologia dello show, dandosi tantissime strade da percorrere nella prossima stagione e costringendo tutti quelli che verranno dopo di lui a riconoscere questo come un punto di non ritorno per questo universo narrativo.
Doctor Who Christmas Special 2015 – The Husbands of River Song
Con il tradizionale episodio di Natale salutiamo uno dei migliori anni di Doctor Who da un pezzo a questa parte (forse il più riuscito da quando Moffat è lo showrunner) e lo facciamo con un episodio più leggero che coincide con il ritorno sulla scena di River Song, la moglie del Dottore.

Sin dal lontano 2005 il Natale è, per gli spettatori della serie, qualcosa in più della comune festività: come dono natalizio la BBC ci regala un appuntamento speciale di Doctor Who. Non è facile definire queste puntate: abbiamo avuto narrazioni fortemente natalizie (“A Christmas Carol”), episodi validi per permetterci di conoscere un nuovo Dottore/companion (“The Christmas Invasion” o “The Runaway Bride”), persino per salutare un volto particolarmente amato (“The End of Time” o “The Time of the Doctor”). Con “The Husbands of River Song” siamo chiaramente in quest’ultimo ambito, sebbene la persona a cui dire addio (ma vedremo più avanti se è davvero così) sia forse il miglior rappresentante della scrittura di Steven Moffat: River Song, appunto.

La prima volta che abbiamo conosciuto River eravamo ancora all’epoca di Russell T. Davies come showrunner principale, ma dobbiamo a Moffat i due episodi che ce l’hanno presentata (e uccisa): “Silence in The Library” e “Forest of the Dead”, due puntate piuttosto riuscite di un’ottima quarta stagione che avrebbe rappresentato la fine di un’era. Abbiamo, però, avuto modo di conoscerla molto meglio nelle stagioni successive quando Moffat l’ha resa, pur senza mai trasformarla in una presenza fissa, un personaggio secondario di primissimo piano nella serie. River è apparsa molto più smaliziata di quanto fosse inizialmente, fino a flirtare apertamente con quello che sarebbe divenuto suo marito: il rapporto tra il Dottore e River, insomma, si è fortemente approfondito (al punto che, ricordiamolo, River è una dei pochissimi personaggi a conoscere il vero nome del Dottore). Anche il personaggio interpretato da Alex Kingston ha dovuto affrontare non poche difficoltà in corso d’opera: non sempre, infatti, la sua scrittura è stata al massimo della forma soprattutto nella tanto discussa sesta stagione. Il suo addio, quindi, in “The Name of The Doctor” sembrava davvero essere quello definitivo. Eppure, sin dall’arrivo di Peter Capaldi come nuovo Dottore si era reso sempre più chiaro quanto fosse necessario riportare quel personaggio per permetterle di interagire con questa nuova incarnazione, la cui cupezza e scontrosità sembravano pronte a fare scintille con il carattere ben differente di River Song.

Speravamo in un incontro riuscito e così è stato: Alex Kingston e Peter Capaldi sembrano fatti per recitare insieme, con un’alchimia pressoché istantanea nonostante per buona parte dell’episodio la donna non riconosca il marito nelle nuove sembianze. Tutta la prima parte è in questo senso molto divertente perché ci permette di vedere un Twelve alle prese con River ed i suoi troppi mariti; è lui, per una volta, ad essere trascinato e a dover fingere lo stupore del “it’s bigger on the inside” (uno dei momenti di commedia più riusciti dell’intero episodio). È questa prima parte che ci consegna l’immagine più evidente di come River Song sia una versione femminile del Dottore, perché dotata della stessa inventiva e goffaggine, la stessa capacità di improvvisare piani, la stessa ironia (quella di Twelve ancor più adatta di quella bambinesca di Eleven, il cui giovane aspetto non sempre permetteva un totale sodalizio con River Song).

Se i primi quaranta minuti, quindi, sono piuttosto divertenti, sono nulla in paragone a quanto accade nella seconda parte, in cui la scrittura di Moffat si dota di un’eleganza che non sempre lo contraddistingue per descrivere due personaggi chiaramente innamorati l’uno dell’altra anche se non nel modo consueto (ma cosa c’è di ordinario in Doctor Who?). La situazione iniziale, in cui River sembra quasi poco interessata al Dottore e più intenzionata a sfruttarlo per le proprie avventure, si ribalta con l’ammissione d’amore e l’idea – in questo considerata anche legittima – che una “persona” come il Dottore non possa amare, non possa “scendere così in basso” nei sentimenti umani. È qui che si annida la grandezza del rapporto tra i due, reso ancora più palese dalla struggente immagine finale del Dottore e River come le due Torri Cantanti di Darillium: due entità spesso distanti ma capaci, quando la situazione sembra propensa, di cercarsi e di ritrovarsi costantemente. Quanto il Dottore sia in grado di ispirare le proprie companion lo sappiamo da moltissimo tempo (possiamo risalire anche alla tanto bistrattata Martha Jones alle prese con il Maestro), ma con River è tutto diverso: River Song è la vera compagna del Dottore, proprio perché in lei il Signore del Tempo può sempre ritrovarsi.

Il ritorno della moglie del Dottore non poteva capitare in un momento narrativamente migliore: persa Clara, infatti, il Dottore è di nuovo da solo (e sappiamo bene quanto poco sia avvezzo alla solitudine) al punto che persino il TARDIS si impegna a rallegrarlo. Ciò di cui ha bisogno è tornare a ridere, a tenersi occupato in improbabili avventure o ad essere minacciato da una testa in una sacca: River Song può offrirgli tutto questo e lui di certo non si tira indietro. Il tempo, però, è passato, ed anche il Dottore ha raggiunto una nuova consapevolezza: nonostante sia solito provarci fino in fondo (e sappiamo che comunque lo farà), il Dottore sa che ci sono dei momenti che sono inevitabili. Con River non può compiere quanto ha cercato di fare con Clara, non può tentare di salvarla anche a costo di distruggere il Tempo e lo Spazio; l’unica cosa che rimane è vivere intensamente fino all’ultimo il tempo che viene donato. Ed in questo caso la notte lunga 24 anni è perfetta per dare un finale agrodolce alla narrazione di River.

L’episodio tocca così vette altissime, sia per la qualità dei momenti comici sia per l’emozione delle parti più intense che riescono a dare un respiro potentissimo ad un episodio che, altrimenti, è ben poca cosa. Di certo non sarà ricordato né per la trama, abbastanza sciatta, né per il villain, dimenticabilissimo, né tantomeno per alcune incongruenze (in alcuni momenti sembra troppo forzato che River non riconosca il Dottore nonostante questo si comporti chiaramente da tale). Tutto questo, però, passa in secondo piano perché è il lato emotivo a farla da padrone e possiamo di conseguenza perdonare qualche leggerezza di troppo.

Arrivati a questo punto, la domanda sorge spontanea: è questa la fine per River Song? Non necessariamente, ma di certo non avremmo potuto sperare in un finale migliore. Con Darillium e la consegna del Cacciavite Sonico, il cerchio di River si conclude definitivamente: manca solo, appunto, la partenza per la Biblioteca dove la donna troverà la morte. Questo straordinario personaggio, per quanto sia appunto incredibilmente affascinante, merita di chiudere qui in bellezza la propria avventura nella serie, nella certezza che questo speciale di Natale abbia reso giustizia alla sua importanza nella narrazione.

Per quanto riguarda il Dottore, invece, siamo alle prese con il secondo pesante addio del 2015, anche se questo di River è vissuto in modo sicuramente meno drammatico di quanto accaduto con Clara. In un certo senso la prossima stagione rappresenterà, anche se dovesse essere l’ultimo anno di Capaldi e/o di Moffat, un nuovo punto di partenza. I conti con il passato sono ora praticamente chiusi e non sarà facile dare a questo personaggio millenario un nuovo percorso narrativo. Intanto, però, possiamo affermare con sicurezza che questo 2015 sarà ricordato come uno dei migliori anni di Doctor Who.

Voto Episodio Speciale: 8½
Doctor Who Christmas Special 2016 – The Return Of Doctor Mysterio
Come ogni Natale la BBC regala agli spettatori lo speciale natalizio del Dottore, episodi chiave poiché posti in mezzo alla continuity delle diverse stagioni. Quello di quest’anno ha la forma di un sequel diretto di “The Husbands Of River Song” e, oltre ad essere l’unica puntata del 2016, fa da apripista alla decima stagione, l’ultima di Moffat come showrunner.

L’era di Steven Moffat ha avuto inizio con la venuta dell’undicesimo Dottore nell’ormai sempre più lontano 2010, anno in cui lo show ha subito una trasformazione radicale sia nello stile narrativo che nella caratterizzazione del suo protagonista, un’incarnazione diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta. Con la successiva rigenerazione e l’avvento di Peter Capaldi le cose sono cambiate nuovamente, sempre per merito dell’abile scrittura dello showrunner, che ha costruito un Dottore molto più maturo ed emotivo, costantemente dilaniato dai suoi errori passati e dalle persone che ha perduto. È questo il Dottore che troviamo in questo speciale, una figura tormentata che cerca di andare avanti dopo aver affrontato due degli addii più dolorosi della sua storia: Clara e River Song.

Quest’ultima è la più citata nell’episodio e sicuramente la più significativa delle due in relazione agli altri personaggi, di cui parleremo poco più avanti. Il Dottore è appena tornato dalla lunga notte su Darillium, ventiquattro anni passati con River prima di lasciarla partire per la biblioteca in cui, sappiamo da anni, troverà la morte. La donna ha rappresentato la quintessenza della scrittura di Moffat: la relazione particolare che la lega al Dottore, unita all’assunto per il quale non si incontrano mai sulla stessa linea temporale, è esattamente l’esempio di modus operandi attraverso il quale l’autore racconta le sue storie, che non sono quasi mai lineari o semplici da seguire per lo spettatore, il quale anzi si diverte a scoprire la logica dietro la narrazione.

In quest’ottica “The Return Of Doctor Mysterio” è uno degli episodi meno complessi di Steven Moffat, almeno dal punto di vista della trama principale. Molto brevemente Grant, bambino di New York, incontra il Dottore e ingerisce accidentalmente una gemma che gli dona dei poteri simili a quelli degli eroi dei fumetti che legge; crescendo sceglie di diventare lui stesso un supereroe prendendo il nome “The Ghost”, cercando di coniugare la vita da vigilante con il suo lavoro giornaliero, il babysitter per la figlia della donna di cui è innamorato. Il Dottore riappare nella sua vita proprio quando un’invasione aliena – un classico di Natale per la serie – minaccia il pianeta Terra. Poca sostanza, quindi, per un episodio di circa un’ora che sceglie di concentrarsi più sull’intrattenimento che sul proporre qualcosa di nuovo.

La linearità del plot è coadiuvata, tuttavia, da un interessante lavoro sul tema principale da cui tratta: i supereroi dei comics americani. Non è azzardato dire che questo genere sia il più redditizio degli ultimi quindici anni, tornato in auge grazie alla cinematografia e all’adattamento dei più famosi fumetti della Marvel e della DC Comics. Sulla carta stampata, nell’immediato dopoguerra, questi personaggi avevano il compito di esaltare la grandezza americana nei confronti del nemico – il comunismo e il nazifascismo su tutti – e di consolidare il mito del superuomo a stelle e strisce. La funzione di propaganda di un tempo si è oggi trasformata in larga parte nell’analisi del superamento dei limiti dell’uomo, non per niente le storie di eroi e supereroi possono essere anche opere profonde e sfaccettate, capaci di far riflettere sul concetto di “umanità” e di “identità”. Proprio quest’ultimo è centrale nello speciale di Natale in questione: l’identità di Grant è costantemente messa in dubbio e scissa in due persone differenti, così come quella del protagonista dello show, con lui che tenta di autodefinirsi come “the main one” ogni volta che gli si chiede a quale tipo di Dottore faccia riferimento.

Questa centralità del tema è messa in luce anche, e soprattutto, dalla regia dell’episodio. Non sono rare, infatti, le sequenze di girato che richiamano apertamente l’espressione dei comics, come il bellissimo segmento della telefonata tra Lucy e Grant/The Ghost per organizzare l’appuntamento, che fa sfoggio di un interessante split screen sullo stile delle vignette dei fumetti. I personaggi dell’episodio sono volutamente costruiti sugli stereotipi del genere: il ragazzo impacciato e impopolare che riceve dei poteri e diventa un supereroe, Grant; la ragazza sempre in pericolo che non si accorge dell’identità dell’eroe e si innamora sia di lui che della persona dietro la maschera, Lucy. La relazione tra i due vuole essere un riflesso di quella tra il Dottore e River Song, sebbene con finali diversi: per i primi è un radioso futuro insieme, per i viaggiatori del tempo solo dei bellissimi ricordi. Molto male, invece, quando andiamo ad analizzare i villain: l’Harmony Shoal appare come l’ennesimo collegamento all’episodio precedente – in cui un suo esponente era già apparso – che risulta qui ridondante e per nulla incisivo. Poco incisivi sono anche i due alieni che danno il via all’invasione e già visto più volte il loro piano di sostituzione ai leader mondiali.

Un ultimo accenno lo merita Nardole, il compagno del Dottore in questo speciale e non solo: il personaggio era apparso per la prima volta nello speciale dello scorso anno e la scelta di confermarlo è azzeccata, sia in termini di continuità – con la scomparsa di tanti personaggi “storici” c’è assoluto bisogno di costruire una nuova mitologia – che dal punto di vista della comicità e leggerezza, che ben sappiamo è uno degli elementi più importanti per la serie, al fianco della componente drammatica. Nardole è un’ottima spalla comica che potrebbe interpretare, idealmente, il ruolo avuto da Strax in passato – e non solo per la vaga somiglianza fisica.

“The Return Of Doctor Mysterio” non è certamente il miglior speciale natalizio di Moffat, e questo è spiegabile attraverso una generale mancanza di originalità e brillantezza rispetto ai canoni a cui siamo stati abituati, tuttavia funziona bene come seguito diretto di quello dello scorso anno. Dopotutto, in attesa della decima stagione prevista per questa primavera, vi era un assoluto bisogno di respirare nuovamente l’aria del Dottore dopo un intero anno senza episodi. Non resta che aspettare il 2017 con ancora più hype, chiedendosi quanto sarà dolorosa la separazione da uno degli autori che più hanno influito sulla storia della serie e a cui la maggior parte degli spettatori si sono affezionati.

Voto Episodio Speciale: 7
Doctor Who Christmas Special 2017 – Twice Upon A Time
Finalmente ci siamo. Dopo questo speciale natalizio il longevo show della BBC non sarà più lo stesso per una moltitudine di fattori: Peter Capaldi, dopo tre favolosi anni nelle vesti del Dodicesimo dottore, lascia il posto a Jodie Whittaker, prima incarnazione femminile per il personaggio, Murray Gold, storico compositore della nuova serie, è al termine del suo mandato e Steven Moffat, showrunner in carica dalla quinta stagione cede le redini della serie al collega Chris Chibnall. Proprio come era accaduto dopo “The End Of Time”, siamo di fronte alla fine di un’era del New Who e alla soglia di un nuovo ciclo di storie.

Avevamo lasciato Twelve subito dopo la perdita di Bill nell’ottimo finale di una poco accattivante decima stagione, perso tra i ghiacci del Polo, rifiutando la propria inevitabile rigenerazione. Per un Dottore rigenerarsi, come ben sappiamo, significa cominciare una nuova vita, lasciarsi alle spalle una personalità ed un corpo per abbracciarne di nuovi. Nessuna incarnazione del Signore del Tempo è mai stata felice di cambiare – infatti è una scelta estrema per salvarsi dalla morte – e nel caso di Capaldi siamo nella stessa situazione, aggravata dal fatto che egli rifiuta addirittura di continuare a vivere, rigettando qualunque possibilità di tornare in una nuova veste.

A life this long, do you understand what it is? It’s a battlefield, like this one… and it’s empty. Because everyone else has fallen.

La sorpresa più lieta del finale di “The Doctor Falls” era stata, però, l’apparizione di David Bradley nei panni del Primo Dottore, ruolo che fu di William Hartnell ma che lo stesso Bradley aveva già interpretato nello speciale per i cinquant’anni della serie intitolato “An Adventure In Space And Time”. Moffat è geniale nel porre a confronto la prima e l’ultima incarnazione del Dottore, trovando un parallelo tra la resistenza alla rigenerazione di entrambi.

Il primo, che si trova cronologicamente nel mezzo degli eventi di “The Tenth Planet”, il serial del 1966 richiamato e omaggiato all’inizio di questo speciale, non ha ancora mai affrontato una rigenerazione: per quanto fisicamente vecchio, infatti, egli si pone al confronto di Twelve come un bambino capriccioso, ancora con una mentalità piuttosto limitata, come sottolineato da alcuni sagaci scambi di battute con Bill. È un Dottore agli inizi della sua “carriera”, non per niente chiama il TARDIS “ship” e non comprende alcune delle nuove abitudini e dei nuovi modi di essere della sua più recente incarnazione, come per esempio le differenze estetiche delle due macchine del tempo o la sua passione per la chitarra elettrica. Il rifiuto del nuovo si riflette nella sua resistenza al cambiamento, alla paura – come da sua stessa ammissione – di diventare qualcun altro, diverso da quello che è sempre stato. Esemplare – e molto espressivo Bradley in quella circostanza – la reazione alla notizia della nomea di “doctor of war”, come se il Time Lord tema il se stesso del futuro e ciò che diventerà (o potrebbe diventare); questo perlomeno fino alla fine, ossia quando scoprirà il vero significato di quell’appellativo.

Molto diversa la situazione in cui versa il Dottore di Capaldi che, dopo aver affrontato numerose e dolorosissime perdite, non vuole più continuare il suo percorso, scoraggiato e privo di forza per affrontare una nuova rigenerazione. A pensarci bene il Dodicesimo è uno dei dottori che ha sperimentato il dolore della perdita più spesso e più intensamente di tutti – se volessimo fare un paragone realistico dovremmo probabilmente tornare a Tennant – perché oltre ad aver affrontato la vicenda legata a Clara – i cui ricordi tornano proprio in questo episodio, come diremo più avanti – ha dovuto dire addio anche a River Song e, forse questo pesa ancora di più, a Missy/The Master, con il quale condivideva un rapporto di amore/odio tra i più ambigui e affascinanti dell’era Moffat. Non è neanche una coincidenza l’età anagrafica degli attori che interpretano i due Signori del Tempo messi a confronto in “Twice Upon A Time”: entrambi sono tra i più maturi che la serie abbia avuto, segno di una vita vissuta ormai per più di metà, simbolo di saggezza ma anche di una stanchezza visibile sulla propria pelle. Per il Dottore, un essere che ha vissuto migliaia di anni, questo è ancora più vero ed è ancora più chiaro il motivo che spinge Twelve a pensare di “ritirarsi” e abbandonare il campo di battaglia vuoto a cui paragona l’esistenza di un Time Lord.

I’m going to prove to you how important memories are.

È proprio nello smarrimento del Dottore, la sua ora più buia, che appaiono i suoi compagni di viaggio, da sempre l’ancora di salvataggio del viaggiatore solitario dello spazio e del tempo. Nel caso di Twelve è Bill Potts a ergersi e imporsi come un faro per lui, un personaggio tanto umano ed empatico, in grado di comprendere più di tutti gli altri lo stato d’animo tormentato del protagonista e aiutarlo a non perdersi ricordandogli perché continua a fare quello che fa. La donna non è stata certamente uno dei companion più amati della serie – complice sicuramente la singola stagione che le è stata concessa per esprimersi e una scrittura che non l’ha valorizzata come altri – ma in questo speciale natalizio emerge in tutta la sua importanza il ruolo fondamentale che la lega al Dottore: a differenza di Clara, che con il passare del tempo si è sempre più identificata nel Signore del Tempo tanto da assomigliargli in diversi lati del suo carattere, Bill non perde mai la sua genuina umanità, conservando così quell’indispensabile legame tra il fardello oneroso e insostenibile del “protettore della Terra” e il lato più umano e meno alieno che ha da sempre caratterizzato il Dottore. Bill, o i suoi ricordi perlomeno, sono la svolta che – anche attraverso il ritorno di Clara e dei ricordi legati a lei – spingono Twelve a darsi un’altra opportunità, perché in fondo “I suppose one more lifetime wouldn’t kill anyone. Well, except me”.

Nonostante la sua vena intimista e totalmente focalizzata sull’interiorità del personaggio, questo Christmas Special non sembra affatto un’avventura del Dottore: non c’è un vero e proprio intreccio, tutta la vicenda si svolge sospesa nel tempo e lontana o isolata per quanto riguarda lo spazio – il polo Sud, il pianeta dove incontrano il Dalek, il campo di battaglia durante la Prima Guerra Mondiale. Moffat costruisce un contorno praticamente inutile se avulso dal contesto della rigenerazione dei due Dottori: la Testimonianza, il programma di mantenimento dei ricordi, ha il ruolo di reintrodurre Bill nella trama dell’episodio, di far viaggiare e far interagire i due Signori del Tempo e di creare il movimento e la – pochissima – azione che la sceneggiatura offre. Non esiste, per sofferta ammissione di Twelve, un vero e proprio nemico da sconfiggere se non il Dottore stesso, l’unico che si oppone davvero alla sua rigenerazione. Non è per forza un difetto; si può dire che il ritmo, comunque sostenuto, della puntata soffra un po’ la mancanza del fattore avventura tipico della serie, ma considerato il tono e l’importanza di questo capitolo è una mancanza del tutto trascurabile ai fini di quello che l’autore vuole raccontare. Questo è evidenziato anche dalla storia legata al personaggio di Mark Gatiss, di cui si scoprirà l’identità in un azzeccatissimo colpo di scena a fine episodio; se si fosse indugiato più del dovuto su questa, seppur gradita, aggiunta al cast si sarebbe perso il focus sul confronto tra le due rigenerazioni, vero cuore e motore della trama.

You wait a moment, Doctor. Let’s get it right. I’ve got a few things to say to you. Basic stuff first.

Un ultimo accenno lo merita la scena finale, quella tanto attesa della rigenerazione e dell’arrivo di Jodie Whittaker. Inutile sprecare altre parole sulla grandezza attoriale di Peter Capaldi, che si è dimostrato un ottimo Dottore anche – e soprattutto – nei momenti meno brillanti dello show. Grazie alla sua espressività è sempre riuscito a mantenere alta l’attenzione sul suo burbero – e personalissimo – personaggio, e questo finale non fa eccezione; commovente e in linea con il percorso di accettazione compiuto durante l’episodio, il suo monologo non può che far sorridere ed emozionare, sino al cambiamento che giunge non improvviso come quello di tre stagioni fa ma più lento e sentito. Ed ecco che entra in scena, per la prima volta, il cambio di genere durante una rigenerazione: il Dottore è una donna e questo non può che incuriosire su come Chris Chibnall lavorerà sul personaggio, con un carico altissimo di aspettative e un interesse che si alimenteranno sempre di più da qui al prossimo autunno.

Moffat non tradisce le attese e costruisce il finale perfetto per il suo Dottore. “Twice Upon A Time” è un episodio che punta all’essenza stessa della serie e del personaggio, che lavora più di cuore che di cervello, a differenza di quello a cui quest’autore ci aveva abituato. Episodi come questo cementificano sempre di più il valore e l’importanza che lo show assume anno dopo anno sia nell’immaginario fantascientifico contemporaneo che nella cultura televisiva e cinematografica, mai come ora tanto mutevole e confacente alle trasformazioni sociali dei nostri tempi.

Voto: 8½

Note:
– Molto gradito il ritorno di Rusty, il “good Dalek” già apparso in “Into The Dalek”.
Doctor Who New Year’s Eve Special 2018 – Resolution
Chris Chibnall deve aver creato questa undicesima stagione di Doctor Who con il chiaro intento di giocare con le aspettative dei fan come il gatto con il topo o, per dirla montessorianamente, col bastone e la carota, perché in questi undici episodi siamo stati coccolati, stimolati, frustrati, presi in giro e spesso francamente maltrattati da una scrittura la cui scure non ha risparmiato quasi nessuna delle certezze del pubblico.

Dalla scelta di una Doctor donna, di cui si è già detto tutto, è partita una rivoluzione che ha visto la presenza di ben 3 companion, l’assenza di una coppia da shippare, una personalità del tutto nuova e per molti episodi tutta in divenire della protagonista, la concentrazione dello show su temi esplicitamente awake e in dialogo con il contemporaneo: tutto, in questa stagione, sembrava pensato appositamente per disorientare la fanbase più solida e allo stesso tempo inaugurare un mutamento all’interno della serie ancora tutto da costruire. Il cambiamento, si sa, è sempre difficile da digerire per una certa tipologia di fan (lo abbiamo visto ampiamente con le reazioni tossiche ai nuovi film della saga di Star Wars), specie se questo cambiamento porta con sé una nuova filosofia che invece di compiacerli li mette alla prova e non si limita a divertirli e rassicurarli. E la nuova Doctor, pur se solidamente poggiata sul cuore dei temi classici della serie come l’umanitarismo e la pace, ha costretto il suo pubblico a misurarsi con un modo del tutto nuovo di affrontare questi temi, che, invece di essere esposti superficialmente per poi concentrarsi su una trama orizzontale deputata al solleticare il gioco intellettuale e il divertimento puro, in questa stagione sono stati messi in scena con una finalità quasi didattica. Da una parte, Thirteen è stata un ritorno al lato più educativo della serie – e in questo gioca sicuramente un ruolo fondamentale l’apertura ufficiale a un pubblico americano che necessitava di essere istruito sull’essenza di Doctor Who –, ma dall’altra è stata un coraggioso tentativo di trasportare questa vocazione in un presente che di umanitarismo e non violenza ha, francamente, moltissimo bisogno. Una delle manifestazioni più evidenti di questa filosofia è stato il profilo scelto per tratteggiare i villain, che fino a “Resolution” sono stati tutti inediti rispetto al passato e hanno avuto almeno una caratteristica in comune: nessuno di loro, a parte forse gli Stenza, era davvero cattivo nel senso più classico del termine.

Partendo dal presupposto che Doctor Who non ha mai scelto la strada della distinzione netta bene/male preferendo arricchire di nuance i suoi “mostri” – e spesso identificando piuttosto una dicotomia naturale/innaturale, come nel caso di Cybermen e Dalek –, questa undicesima stagione è andata ben oltre, con una sequela di villain accidentali (come Pting, il Solitract e i ragni) perché facevano dal male senza averne l’intenzione, semplicemente seguendo la loro natura, oppure portatori di idee cattive. Questi good villain sono stati spesso personificazione di mali sociali come la mascolinità tossica, l’avidità, il razzismo e molto frequentemente hanno finito per essere redenti piuttosto che battuti, e allontanati piuttosto che puniti. All’assenza di mostri veramente meritevoli di essere distrutti si è aggiunta la vocazione di Thirteen alla nonviolenza che le ha impedito di uccidere persino il nemico più pericoloso, rendendo i plot di stagione molto più complessi, “spiegati” e spesso molto meno ricchi di momenti action, facendo pensare a una Doctor molto più portata al ragionamento che all’azione.

Ma con “The Battle of Ranskoor Av Kolos”, il tono ha iniziato a cambiare e la serie non ha mancato di fare i conti con il lato oscuro di questa inclinazione al pacifismo, mostrandoci come la decisione di non uccidere lo Stenza Tzim-Sha abbia finito per permettergli solo di fare più danni; attraverso un percorso organico e gradualeDoctor Who ci ha così portato verso il momento ideale per fronteggiare un vero villain, la nemesi e la cattiveria incarnata: naturalmente, i Dalek.

“Resolution” è quindi uno speciale in molto più di un senso, perché riporta alla luce un lato della Doctor che questa stagione non ci aveva mai mostrato, perché si riaggancia alle stagioni precedenti attraverso un cattivo molto familiare e decisamente iconico, ma anche perché riesce a fare tutto questo senza perdere di vista il suo obiettivo primario e la sua coerenza interna. I nuovi (anzi, IL nuovo) Dalek sono esteticamente rielaborati secondo il nuovo gusto e il budget più ricco di questa annata, sono in divenire esattamente come la Doctor (che nella première aveva ricostruito il cacciavite sonico, in un parallelo tutt’altro che casuale) e sono decisamente cattivi, meritevoli di essere eliminati.

La spietatezza proverbiale del Recon Dalek viene affrontata dalla Doctor e dai companion con una decisione che se non fosse stata gradualmente introdotta dalla stagione risulterebbe quasi spiazzante, lasciando spazio a ottime e molto attese sequenze d’azione spettacolari, oltre ad un ritmo irresistibile che fornisce la prova, se ce ne fosse bisogno, che il carattere interlocutorio degli episodi precedenti era un processo totalmente intenzionale. Il gruppo funziona ormai come un ensemble perfettamente oliato – posto che la storyline famigliare tra Ryan, Graham e Aaron lascia comprensibilmente fuori dai giochi Yaz – e il carattere della Doctor ha raggiunto il suo compimento definitivo: contro i Dalek è impossibile farsi da parte, è impossibile negoziare, è impossibile chiedere aiuto (peraltro l’unico aiuto possibile, la UNIT, in un divertente siparietto chiaramente anti-Brexit, risulta essere stata smantellata, tanto per mettere un chiodo in più sulla bara di Moffat), bisogna quindi agire mettendo da parte i propri dubbi. L’azione, in “Resolution” come in tutta l’undicesima stagione, non è mai fine a sé stessa o mero sfogo come gli spari di Ryan nel secondo episodio, ma è sempre frutto di un preciso percorso di definizione di sé attraverso ciò che conta: come Ryan si mette alla prova salvando il padre, mettendo a frutto gli insegnamenti della Doctor, così lei stessa viene a patti con la sua vocazione di salvatrice senza rinnegare il cambiamento avvenuto nella sua personalità.

Un New Year’s Special che è più che altro un gran finale di stagione, quindi, e lungi dall’essere uno standalone narrativo chiude il percorso di questa annata riuscendo ad avvicinarsi, per stile e soggetto, alle precedenti stagioni ma allo stesso tempo producendo qualcosa di originale e totalmente rispettoso del progetto di Chibnall. Capiremo solo nel 2020 se la sfida di Doctor Who ai suoi fan finirà per definire una svolta davvero epocale nella storia della serie ed essere ripagata con affetto, ma certamente si può dire che gli ascolti abbiano premiato l’operazione, dato che ognuno dei precedenti dieci episodi della serie aveva battuto in ascolti l’annata 2017. Curiosamente, dai numeri provvisori “Resolution” è risultato invece lo speciale festivo meno visto in assoluto della storia di Doctor Who, il che probabilmente non dice nulla di fondamentale sul gradimento dell’episodio in sé ma potrebbe dire qualcosa sulla scelta di programmarlo il 1 gennaio anziché a Natale, decisamente poco apprezzata e forse controproducente. Di certo, è un dato che non corrisponde alla qualità di un episodio che si piazza tra i migliori di questa undicesima stagione e non sfigurerebbe neppure in gara con le migliori prove di Moffat e Davies. La squadra guidata da Chibnall con questa stagione ha poggiato le basi della propria filosofia e le ha portate a regime, ora la sfida è costruire su queste una nuova mitologia.

Voto: 9
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