Game of Thrones 6×01 – The Red Woman
Tempo di leccarsi le ferite e reagire in questa premiere di Game of Thrones, che fa sfilare uno dopo l’altro tutti i suoi personaggi introducendo le storyline che segneranno il corso di questa stagione.

Che la dispersività dell’universo di Game of Thrones sia un atavico problema della serie è cosa risaputa. Vale più che altro la pena di soffermarsi sullo sforzo di Weiss e Benioss di concentrare tutti i loro protagonisti (eccetto Bran, ancora assente) in una sola puntata, con lo scopo di fare il punto della situazione e lanciarli verso una nuova direzione narrativa. Pochi minuti dunque per ognuno di loro, con il risultato di un episodio che convince solo a tratti e un po’ macchinoso nel suo procedere tassello per tassello.

La morte di Jon Snow che ha chiuso il precedente capitolo ha portato con sé un interrogativo che verrà portato avanti per tutto l’arco di questa sesta annata: cosa significa tradimento? Cosa significa lealtà? E a chi vale la pena giurare la propria fedeltà in modo cieco? Ad un credo, un culto, un Dio? O ad una persona? Il mondo post-Jon Snow (e verrebbe da dire anche post-Doran, la cui morte sembra ricalcare per modalità quella del bastardo Stark) è un mondo che ha sancito la sua volontà di non cambiare e che ha risposto nel modo più efferato alla sua paura di far crollare i pilastri su cui era stato fondato. E la risposta ad un universo spaventato dalla possibilità di precipitare nel caos è il rafforzamento di vecchi dogmi e la nascita di nuovi fondamentalismi, culti, credi ferrei in grado di dare solidità e certezza ad un mondo in tumulto.

Il Culto dei Sette Dei, le Arpie, la stessa Night’s Watch sono ormai espressione necessaria dell’arroccamento di un sistema di credenze su posizioni volte ad affermare le proprie verità e il proprio potere contro coloro che lo minacciano. La morte di Jon Snow e Doran, ma anche la regressione di Daenerys nuovamente allo stato di schiava rappresentano il momentaneo fallimento di chi ha cercato una pacificazione e la costruzione di una nuova stabilità, non guardando all’egoismo della propria affermazione e alla conquista del potere. Ed ecco che dunque il tradimento (Alison Thorne, Ellaria) può essere in realtà letto come una forma di fedeltà al passato, in un gioco di specchi in cui il vecchio e il nuovo danzano insieme e si sfidano per affermare la propria supremazia.

C’è chi però, al contempo, non segue ragioni legate ad una fede, ma semplicemente legate al cuore. Ne sono un esempio i segmenti tra Brienne e Sansa e tra Jaime e Cersei, simili considerando il fatto che vedono uno dei due personaggi inginocchiato al cospetto dell’altro. Le “dichiarazioni” di Brienne e Jaime di nuovo trasudano di lealtà e fedeltà, fedeltà a se stessi e nei confronti degli altri contro tutto e tutti, solo in nome di un sentimento più grande che non vuole conoscere ostacoli e che è pronto a combattere per le proprie ragioni. Sansa tradisce il suo vincolo di matrimonio, Theon tradisce la propria sottomissione a Ramsay, ma nel loro tradimento entrambi trovano una promessa di fedeltà, sancita dall’incontro con Brienne (il momento forse più riuscito della puntata).

In casa Lannister, intanto, si piange la morte di Myrcella (un’altra vittima del precedente season finale, insieme a Jon e a Myranda, anch’essi cadaveri esposti in questa premiere). Per quanto i Lannister possano sembrare esponenti del vecchio mondo che ancora tarda a morire, è anche vero che l’unione ostacolata tra Jaime e Cersei è quanto di più sovversivo esista nel mondo di Westeros, un incesto condannato da tutti che invece qui rivendica il diritto di esistere come forma d’amore. Di nuovo, è il tradimento di ogni vincolo, legge, morale, ma allo stesso tempo è un’intima dichiarazione di fedeltà reciproca potentissima che dichiara guerra totale al fondamentalismo dell’Alto Passero che sta imperversando a King’s Landing.

E in un mondo in cui l’oscurità e l’inverno sembrano calare in maniera sempre più pesante su Westeros, ecco che quella gioventù promettente che avrebbe dovuto cambiare il destino dei Sette Regni assume le forme decrepite di chi si dirige lentamente verso la morte: è Melisandre, nella sua fragilità, nella sua consapevolezza che forse nessun credo, nessun Dio guiderà l’umanità verso la propria salvezza. La sacerdotessa rossa è la rappresentazione di un futuro che si spegne, l’emblema di un’illusione che cela il reale aspetto di un passato che continua a putrefarsi senza la speranza di poter riconquistare la gioventù perduta.

Questa premiere di Game of Thrones serve dunque ad introdurci, più che ad avviare, la storie che i prossimi nove episodi seguiranno. La sensazione è quella, in realtà, di aver assistito più ad un lunghissimo trailer di una stagione che ancora deve iniziare. Se, infatti, alcuni segmenti funzionano, altri servono meramente a riconnettere lo spettatore con determinati personaggi (si veda Arya, completamente inutile). Nessuna sorpresa rilevante dunque, quando invece un eventuale decisione, ad esempio, di far riapparire Bran in questo episodio avrebbe sicuramente giovato in termini di sorpresa e interesse nei confronti di una storia che in questi 50 minuti non si è mossa di molto. Vedremo se si proseguirà di questo passo o se gli autori opteranno nuovamente per la mossa saggia di concentrarsi solo su alcuni dei loro protagonisti in ogni puntata.

Voto: 7
Game of Thrones – 6×02 Home
Valutare Game of Thrones in maniera obiettiva non è un’impresa facile: il particolarissimo (anzi, unico) legame dello show con il materiale letterario da cui è tratto e l’intensità del coinvolgimento che la saga ha saputo suscitare nel pubblico lo hanno reso un prodotto la cui fruizione spesso trascende i suoi pregi e difetti sia tecnici che di scrittura.

Queste difficoltà si acuiscono poi a dismisura nel momento in cui la serie giunge a risolvere uno dei cliffhanger piu` chiacchierati della storia della tv: la morte di Jon Snow. Ma andiamo con ordine. L’episodio, come la maggior parte dei capitoli della serie, ha una struttura estremamente frammentata, ma al moto centrifugo caratteristico dello show – e dei romanzi di Martin­ – se ne sta lentamente opponendo uno di segno inverso, che permette di organizzare le diverse storyline attorno ad alcuni nuclei tematici ben precisi, con la promessa che presto questa operazione si attui anche sul piano letterale e geografico. Il filo conduttore piu` evidente dell’episodio è quello del ritorno, che opera su diversi livelli, da quello metaforico a quello letterale, passando per quello extra-diegetico: “Home” è una puntata di ritorni, siano questi desiderati, immaginati o reali, ma anche di rientri in scena di personaggi e filoni narrativi da tempo messi in pausa.

To go north, you must journey south, to reach the west you must go east.
To go forward you must go back and to touch the light you must pass beneath the shadow.


Non a caso l’episodio si apre proprio con il ritorno di Bran a Winterfell (e nello show, dopo una stagione di assenza). La visione di un passato felice, in cui la rivolta di Robert e la guerra dei Cinque Re non si erano ancora abbattute con tutta la loro spietatezza sulla casata degli Stark, trae la sua forza non solo dalla portata emotiva della scena (rafforzata dai parallelismi tra le diverse generazioni della famiglia del Nord: tra Lyanna e Arya, tra Ned e Jon), ma anche dall’implicita rilevanza che uno scorcio all’apparenza insignificante come questo potra` avere nell’economia del racconto. Come i rami degli alberi-diga, i sottili fili della Storia e delle storie passate di Westeros sono difficili da districare e tuttavia determinanti non solo per comprendere il passato ma anche il futuro del regno. Evocando la profezia fatta a Danaerys, potremmo dire che anche quello di Bran è un percorso che necessita di un allontanamento non solo geografico ma anche temporale per giungere a compimento, e la cui tangenzialità rispetto al cuore delle vicende è solo apparente.

I prefer being an only child.

Al Nord la narrazione procede a un ritmo sostenuto, tra plot-twist e snodi obbligati che hanno come protagonista la figura dell’outsider, organizzandosi attorno al binomio famiglia-tradimento. Vero colpo di scena della puntata, la morte di Roose Bolton per mano di Ramsay si riallaccia alla perfezione, nelle sue modalità, a quella di Robb avvenuta durante le Nozze Rosse, ribadendo così come nel mondo di Game of Thrones ogni minimo errore di valutazione venga pagato a caro prezzo. Roose, pur conoscendo il temperamento da “mad dog” di Ramsay, crede di poterlo plasmare a sua immagine e somiglianza, sottovalutando così non solo la sua follia ma soprattutto la sua insicurezza. E non è una coincidenza che a fungere da catalizzatore degli eventi sia proprio la menzione dell’altro bastardo per eccellenza, Jon Snow, rispetto al quale Ramsay, ora Warden of the North, sembra porsi come una vera e propria nemesi. Eternamente fuori posto, Ramsay, in maniera simile a Snow seppur con modalità ben diverse, sente la necessità di liberarsi da ogni legame familiare per affermare la sua identità, finendo col superare il padre in spietatezza ma non in termini di lungimiranza: la situazione del Nord è quantomai instabile e l’uccisione di Walda Frey potrebbe avere pesanti conseguenze sulla posizione del nuovo Lord Bolton.

I am the storm, brother.

A Pyke si consuma un altro parricidio, non altrettanto sorprendente e ben orchestrato come quello di Bolton, ma denso di ripercussioni per il futuro delle Iron Islands: Balon, l’unico sopravvissuto della Guerra dei Cinque Re, torna infatti dopo due stagioni di assenza unicamente per venire assassinato per mano del fratello, portando così finalmente a compimento il sortilegio di Melisandre. Nonostante la maestosa messa in scena e l’efficace introduzione della figura di Euron – anche lui di ritorno a casa dopo lunghe peregrinazioni –, il segmento patisce della troppo lunga messa in disparte dei Greyjoy che l’ha preceduto, finendo col risultare come poco più di uno snodo obbligato e tardivo della storyline, privo di un’adeguata costruzione che ne sostenga il peso narrativo. Ad ogni modo, la morte di Balon, l’ultimo dei “padri” delle grandi famiglie di Westeros (se escludiamo l’irrilevante Mace Tyrell), sancisce definitivamente il passaggio di consegne alla nuova generazione, a cui spetterà il compito di affrontare una guerra ben più importante di quella per il trono di spade.

E proprio a Pyke sembrerebbe diretto anche Theon, la cui evoluzione continua a essere amplificata dal rapporto con Sansa, che si conferma come una delle alterazioni più efficaci e potenti del materiale martiniano. A riecheggiare nelle parole che rivolge alla giovane Stark sono nuovamente i temi del tradimento e della famiglia: anche per Theon (Greyjoy di nascita ma Stark d’adozione) ad essere determinante in tutte le sue scelte, anche le più terribili, è stata la mancanza, e quindi il desiderio, di appartenenza al nucleo familiare – un’appartenenza che gli è sempre stata negata. Dopo il lungo percorso di sofferenza ed espiazione, il perdono di Sansa segna un vero e proprio momento di svolta per il suo personaggio, le cui premesse rendono la sua scelta di tornare a casa ancora più difficile da decifrare. Che sia diretto verso le Isole di Ferro o verso Winterfell, Theon si conferma come una delle figure più interessanti e sfaccettate tra quelle ritratte da Benioff e Weiss, a dimostrazione della cura riservata dagli autori anche a personaggi di secondo piano.

A restare avulse dal resto sono le vicende dei Lannister, tra King’s Landing e Meereen. Se al Nord gli avvenimenti si susseguono con un ritmo frenetico, la capitale di Westeros e quella del regno (se così si può chiamare) di Daenerys sono pervase da un senso di staticità precaria e carica di tensione. Nonostante il loro tono interlocutorio, entrambi i segmenti colpiscono nel segno, soprattutto grazie alla bravura del cast, in grado di amplificare il pathos delle sequenze – pensiamo all’inquietante monologo dell’Alto Passero, o all’incontro tra Tyrion e i draghi e al modo in cui Dinklage riesce a comunicare il mix di fascino e terrore che queste creature sono in grado di suscitare.

What is dead may never die, but rises again, harder and stronger.

Ma giungiamo finalmente al momento che tutti aspettavano: il ritorno di Snow. Dopo una risoluzione abbastanza anticlimatica dello scontro tra traditori e lealisti (quasi sicuramente da imputare a questioni di budget), gli autori decidono di affrontare di petto la situazione, servendosi, in maniera non del tutto convincente, di Davos. Come si accennava in apertura, le aspettative generate dal finale della scorsa stagione rendono molto difficile valutare le scelte degli autori: nessuno metteva infatti ragionevolmente in dubbio il ritorno di Jon, ma si trattava quindi di capire con quali tempistiche e soprattutto con quali modalità questo sarebbe avvenuto. Se da un lato possiamo tirare un sospiro di sollievo di fronte alla decisione di non rimandare a stagione inoltrata il tanto atteso momento, d’altro canto è innegabile come il risultato sia stato estremamente prevedibile, per non dire banale.

Pur non deludendo dal punto di vista della tensione – ma, va detto, senza particolari accorgimenti registici e di scrittura –, l’impressione è infatti che, nell’impossibilità di competere con la miriade di teorie e il livello di hype generato, gli autori abbiano deciso di risolvere questo passaggio obbligato nella maniera piu` semplice e veloce possibile, in modo da potersi concentrare sui risvolti che questa resurrezione comporterà. Il ritorno dal mondo dei morti di Snow va infatti a completare il ritratto di Jon come la figura eroico-cristologica a cui sembrerebbe spettare il compito di salvare il regno dalla minaccia che viene da nord. Ma sarà davvero così?

Paradossalmente “Home”, che passerà alla storia come “la puntata della resurrezione di Jon Snow”, dimostra come Game of Thrones, nonostante le difficoltà insite nel portare sullo schermo una macchina narrativa mastodontica come quella creata da Martin, abbia molto di più da offrire della mera risoluzione di un cliffhanger. Giunto alla sesta stagione, lo show infatti può giovare non solo del lungo e complesso lavoro di world e character building portato avanti fin dall’esordio, ma anche di una coesione tematica che riesce a bilanciare in maniera sempre più convincente la frammentarietà narrativa che lo caratterizza, confermandosi come uno degli show più ambiziosi e coinvolgenti in circolazione.

Voto: 8
Game of Thrones – 6×03 Oathbreaker
Game of Thrones ci ha sempre abituati a morti eccellenti e ricche di conseguenze nella complessa trama che caratterizza lo show; con Jon Snow gli autori hanno voluto cambiare strategia, attribuendo a questo evento tragico una serie di ripercussioni che per la prima volta interessano direttamente il personaggio trapassato, ma non solo.

Per questo, chi si è avvicinato a “Oathbreaker” con la curiosità di conoscere il fato di Jon Snow si sarà accorto che l’episodio nasconde molto altro, utilizzando l’ex lord commander come paradigma per leggere tutti gli altri protagonisti della puntata. “Oathbreaker” si presenta con una struttura circolare, aprendosi con la morte che diventa vita (quella di Jon Snow) e chiudendosi con la vita che diventa morte (quella di Alliser Thorne e degli altri traditori) e all’interno di questo ciclo di eventi, che sembrano annullarsi, troviamo quello che è il tema principale della puntata, cioè la riflessione su un presente doloroso, diviso tra un passato fallimentare e un futuro pieno di aspettative. Jon Snow incarna alla perfezione questo tema, riuscendo in cinquanta minuti a fare un viaggio complesso: le scelte che ha fatto in passato lo hanno portato alla morte, ma non sono riuscite comunque a togliergli la speranza di un futuro migliore. Il suo tornare in vita lo porta a farsi delle domande e a mettere in dubbio il ruolo che ricopre in quel momento: tutti gli sforzi del passato non hanno portato a niente, ma la speranza è ancora viva insieme a lui; Jon Snow è l’incarnazione della speranza che da un passato pieno di errori si può uscire vincitori e più forti di prima.

– Afterwards, after they stabbed you, after you died, where did you go? What did you see?
– Nothing. There was nothing at all.


Questo segmento è importante anche per il racconto che lui fa della morte: quando Melisandre gli chiede cosa abbia vissuto nell’aldilà, Jon conferma di non aver visto nulla, minando tutte le convinzioni della donna in fatto di dei e oltretomba. Gli scorsi episodi sono stati importanti perché i poteri tradizionali hanno iniziato a vacillare a causa delle nuove realtà, anche religiose – come i Figli dell’Arpia o il culto di cui è a capo Alto Passero – che hanno preso piede distruggendoli pezzo per pezzo; in questo caso Jon Snow ci fa capire che i principi religiosi sui quali si basano sono tutti senza fondamenti, mettendo questi nuovi gruppi alla stregua delle famiglie reali che vogliono distruggere. Se i Re di un tempo non riescono più a mantenere il controllo e i nuovi gruppi non sono legittimati dagli Dei, tocca a qualcun altro prendere le decisioni giuste per governare il mondo, posizione che solo chi è veramente speciale può occupare. L’abbandono nel finale di Jon Snow ha senso se letto in questa prospettiva, come se si fosse reso conto di quanto lui sia speciale e che possa essere più utile fuori dal castello che dentro le sue mura.

Anche Samwell Tarly si trova in una situazione simile a quella dell’amico: lo scontro con alcuni guardiani della notte in “The Gift“, esperienza che lo ha portato vicino alla morte, gli ha fatto prendere coscienza di sé e del fatto che lo scopo della sua vita è altro rispetto all’impugnare una spada e combattere contro un nemico che lo vedrebbe sconfitto senza fatica. Il suo tormentato viaggio in mare è metaforico prima che fisico, così come lo sono il dolore e la nausea che prova sballottato da un mare in tempesta. Il cambiamento e l’allontanamento da un luogo pericolosissimo, ma allo stesso tempo sicuro perché molto circoscritto e lontano – almeno in questo momento – da cambiamenti giornalieri, lo fanno entrare in crisi perché deve, per prima cosa, domandarsi cosa sia lui oltre ad un guardiano della notte, senza particolari capacità se non una grande dose di coraggio.

You won’t be an old man in a tree. But before you leave, you must learn everything.

Una nuova consapevolezza di se stessi è ciò che lega tutti i protagonisti di questo episodio e di conseguenza anche Bran Stark, che però sembra un po’ più avanti rispetto agli altri: il ragazzo è nello step successivo a quello del fratello Jon Snow, si è già accorto che il suo scopo era altro rispetto al rimanere paralizzato e fermo per sempre in un letto e il suo viaggio alla ricerca di risposte è già in uno stato avanzato. L’incontro con la personificazione del corvo a tre occhi lo mette di fronte a diverse scoperte e ad altrettante domande. Le parole del corvo sono ancora fumose e il motivo della visione è ancora incerto, ma tramite questo viaggio spazio-temporale Bran è riuscito a vedere un passato che è anche suo e che fa parte anche della sua storia, delineando quello che sarebbe stato il suo futuro. Il comportamento poco eroico del padre, che gli avrebbe raccontato un finale diverso rispetto a quello reale, lo mette in difficoltà e gli fa dubitare di quella figura che anche la morte tragica gli aveva permesso di idealizzare. Il ragazzo, però, impara una grande lezione: il passato non può essere cambiato, ma solo visto e ricordato senza potersi intromettere; il compito di ogni essere umano è quello di intervenire sul futuro, di capire la migliore strada possibile e di intraprenderla, come stanno facendo tutti i protagonisti di “Oathbreaker”.

Anche Daenerys si trova in un momento di grandi cambiamenti: tutti gli sforzi fatti in passato hanno portato ad un presente di quasi schiavitù, mettendo in dubbio le conquiste maturate in cinque stagioni. A differenza degli altri personaggi dello show, la madre dei draghi sa benissimo di cosa sia capace e quale sia il suo destino, ed è per questo che combatte con tutte le sue forze dall’inizio. Tuttavia qualcosa deve essere andato storto e il suo cammino per scoprirlo deve ancora iniziare. Nei suoi occhi non si legge mai un momento di cedimento, neanche nelle situazioni peggiori: sarà solo questione di tempo prima che la fortuna torni dalla sua parte, come è già successo in passato, e per questo la sua storyline è quella con meno pathos rispetto alle altre, proprio per la grande fiducia in se stessa di questo personaggio – la più consapevole e per questo la più pericolosa.

– If a girl is truly no one, she has nothing to fear. Who are you?
– No one.


Anche il percorso di Arya si rifà al tema principale dell’episodio: così come Daenerys, anche la giovane Stark si trova in un momento di grande difficoltà, in cui tutti i progressi fatti in passato sono stati cancellati con un improvviso colpo di spugna. La ragazza sta affrontando gli errori che ha commesso, subendo una punizione esemplare (la cecità), che le rende offuscato il giudizio. Deve fare affidamento solo su se stessa per seguire il percorso che la porterà verso la crescita; così come succede al fratello Jon, anche Arya prova l’esperienza di una seconda vita, tornando a vedere, abbandonando il suo nome e rinascendo in modo definitivo. Quello di abbandonare una disabilità (la cecità, la paralisi – anche se in sogno – e perfino la morte) per poter progredire è un altro tema di “Oathbreaker”, che prende i tre fratelli Stark e li mette nella posizione di abbandonare le loro caratteristiche umane (la morte, il nome e il contatto con la realtà) per far uscire le loro potenzialità e quindi comprendere che il destino potrebbe avere grosse sorprese in serbo.

The Crown and the Faith are the twin pillars of the world.

Anche se sarà ricordato per la resurrezione di Jon Snow, “Oathbreaker” è importante anche perché mostra il primo scontro faccia a faccia tra Re Tommen Baratheon e Alto Passero: vediamo i due grandi poteri che si scontrano, da una parte quello tradizionale incarnato dal giovane Re, dall’altra quello nuovo che sta cercando di sovvertire gli equilibri che per centinaia di anni sono rimasti intatti. Questo scontro non poteva non portare alla sconfitta di Tommen, ma non conduce neanche alla vittoria del culto rappresentato da High Sparrow. La situazione è di stallo proprio perché la corona e la fede, i due pilastri che sorreggono il mondo, sono entrambi destinati a soccombere, il primo perché logorato dal suo interno, il secondo perché basato su qualcosa che non esiste, come l’esperienza nell’aldilà di Jon Snow ci ha mostrato. È compito dell’uomo, quindi, capire quale strada intraprendere, senza affidarsi a poteri o culti destinati a cadere nel più rovinoso dei modi.

“Oathbreaker”, pur non essendo uno degli episodi più coinvolgenti di Game of Thrones, è riuscito ad affrontare alcuni temi in modo buono e ha sviluppato certi eventi come non ci saremmo aspettati. La morte di Jon Snow e il suo tornare a vivere non è solo una grande operazione per stimolare la curiosità dei fan, ma va in profondità molto più di quanto non ci saremmo aspettati. Il terzo episodio della sesta stagione non verrà ricordato solo per questo, ma anche perché ha portato i protagonisti dell’episodio a fare un profondo esame di coscienza per la prima volta dopo tanto tempo, che li porterà verso un futuro diverso da quello che si erano prefissati solo una manciata di episodi fa. La nuova consapevolezza di Jon Snow, Arya, Bran e Daenerys li condurrà verso grossi cambiamenti nel futuro, che vedono in “Oathbreaker” il loro punto di partenza.

Voto: 8–
Game of Thrones – 6×04 Book of the Stranger
Il Book of the Stranger è una delle sezioni della Stella a Sette Punte – testo sacro del culto professato dal Credo Militante (e dalla maggioranza degli abitanti di Westeros) –, dedicata appunto allo “Sconosciuto”, ovvero il bistrattato Dio della morte e dell’ignoto alla cui figura sono associati soprattutto i reietti e gli ultimi.

Oltre a dare il titolo all’episodio, il libro è citato nella sequenza posta esattamente al centro della puntata, come a volerne rappresentare il punto focale. Effettivamente non è difficile scorgere in questa scelta la volontà di individuare un qualche fulcro tematico, un filtro attraverso il quale osservare ed interpretare le diverse storyline che si susseguono, per una volta, con crescente coinvolgimento da parte dello spettatore.

Protagonisti di questo episodio sono infatti gli outsider, gli emarginati, gli (apparentemente) sconfitti, che inaugurano, ognuno con i propri mezzi e per i propri scopi, un nuovo corso nella politica dei continenti. In questo contesto sono i deboli per eccellenza, ovvero le donne, ad emergere in particolare come figure dominanti e sicure di sé, accostate a uomini che al contrario si lasciano sopraffare dalle proprie debolezze o si limitano a svolgere il ruolo di meri “assistenti”.

“You are small men.”
Essos


Quello di regina – o ancora meglio Khaleesi – per Daenerys Targaryen non è mai stato soltanto un titolo, probabilmente nemmeno un ruolo (con tutto ciò che comporta rivestirlo), ma soprattutto un atteggiamento che in fondo poco ha a che fare con l’arte del governo e che dunque, nel lungo periodo, non ha portato alla maggioranza dei suoi sudditi né la pace né la totale libertà. Un fallimento che si è fatto ancora più evidente con l’arrivo di Varys e Tyrion, dando così piena legittimità e integrando consapevolmente nella narrazione le critiche che vedevano nel suo story arc la parabola del “salvatore bianco“. Si tratta di uno sviluppo che sulla carta è molto interessante, addirittura inedito, specie se consideriamo che Game of Thrones rimane comunque un prodotto di stampo fantasy. Al di là delle buone intenzioni – e complice uno stiracchiamento temporale portato davvero al limite –, sullo schermo tutto questo si è però tradotto in puntate e puntate di riunioni, udienze con schiavisti e popolani, e in una parola: noia, noia, noia. “Book of the Stranger” arriva quindi come un fulmine in un cielo così sereno da essere diventato ormai monotono e insostenibile: l’occasione, da un lato, per mettere concretamente a frutto queste tematiche e, dall’altro, fare uscire (si spera definitivamente) la storyline di Slaver’s Bay dal pantano in cui si era cacciata.

Ci volevano, infatti, i Dothraki per darci un assaggio della Dany a cui ci eravamo affezionati, e nel cui carisma da leader nonché nelle uscite sempre molto teatrali risiedeva gran parte del fascino della serie. L’epica sequenza finale ci ricorda di cosa è capace l’ultima erede dei Targaryen quando decide di vestire davvero i panni della breaker of chains, piuttosto che ripetere una lista di titoli ormai svuotata di forza e significato, diventata perfino una barzelletta tanto all’esterno quanto all’interno della serie. La sua maestosità emerge ancora più forte se confrontata con le figure di Jorah e Daario, qui volutamente ritratte come piccole piccole, ai limiti del ridicolo: protagonisti in questo episodio di una specie di buddy comedy in salsa fantasy, i due finiscono per dare un contributo soltanto marginale alla missione di salvataggio, dimostrandosi inoltre deboli (Jorah) o vanesi (Daario). Sebbene ritornare alle origini in maniera così scoperta, tanto da proporre una versione riveduta e corretta del finale della prima stagione, lasci sicuramente spazio a delle perplessità sul piano della trama quanto dello sviluppo del personaggio, un déjà vu era forse ciò di cui avevamo più bisogno per ritrovare fiducia ed interesse in questa parte dell’universo martiniano. D’altro canto Game of Thrones ha recentemente dimostrato di non essere la serie più adatta a creare brillanti character study, ma se eleviamo in un certo senso allo status di personaggio il mondo, o meglio, i tanti piccoli mondi costruiti con cura nel corso di questi sei anni, l’episodio dimostra che realizzare un’analisi ragionata e coinvolgente delle dinamiche in gioco è ancora possibile, perfino ad Essos, dove le cose stanno iniziando a muoversi ma soprattutto a intrattenere e stimolare la discussione del pubblico.

In questo senso è Tyrion a giocare un ruolo fondamentale, mettendo finalmente al servizio degli abitanti di Meereen quelle doti da statista che avevano fatto di lui uno dei personaggi più amati della saga. Il vero elemento di interesse, però, è dato dal confronto con Missandei e Verme Grigio, che offre l’opportunità di affrontare direttamente il problema del white savior finora soltanto sottinteso. Il pragmatismo dello straniero si scontra con l’esperienza dei due ex-schiavi, dando forma ad una questione morale che investe anche lo spettatore. La rappresentazione di questo dilemma avviene in maniera equilibrata, senza eccessi didascalici: ad esempio la scelta di mostrare ripetutamente i problemi di Tyrion con il valiriano non è soltanto un comic relief, ma un modo per rendere palese il gap che divide le due parti. Il successo della storyline va dunque considerato su due livelli: quello dell’avanzamento del plot in maniera coerente con i personaggi e nel contesto di riferimento nonché quello della riflessione che è in grado di generare, inserendosi con maturità in un discorso di carattere morale molto complesso.

“I want you to help me, but I’ll do it myself if I have to.”
Westeros


Non è soltanto Dany a tornare alle origini: lungo tutto l’episodio la sensazione è quella di assistere a una versione di Game of Thrones che avevamo quasi dimenticato, uno show che finalmente non si limita a “mostrarci” i personaggi come se questo fosse un passaggio obbligato, ma che invece li inserisce in un sistema ben strutturato fatto di strategie, giochi di potere e rapporti umani complessi. Ecco che anche Littlefinger, artista di piani elaborati e macchinazioni, riappare sulla scena dopo un’assenza prolungata, in un segmento che ha una sua ragion d’essere non soltanto per gli evidenti sviluppi futuri sul piano della trama ma anche nel quadro della (ri)creazione di una precisa atmosfera, molto più familiare ai fan della serie rispetto ai numerosi siparietti di dubbia utilità ed interesse che hanno costellato le prime puntate di questa sesta stagione (ricordate tutti Tyrion, Missandei e Verme Grigio che discutono di giochi alcolici, vero?). Perfino l’ennesimo discorso di Alto Passero risulta stavolta più digeribile, grazie al coinvolgimento di una straordinaria Margaery Tyrell: un’altra donna che si rifiuta di cedere, un’altra donna che, nel ritrovare il proprio fratello, si scontra con una figura molto più debole della sua.

Se c’è un altro tema comune in “Book of the Stranger”, questo è, infatti, il ricongiungimento di alcuni personaggi che non vedevamo insieme da molto tempo. Ovviamente conquista l’attenzione (e il cuore) del pubblico la reunion dei fratelli Stark, alla quale, visti i precedenti, ci saremmo aspettati di assistere soltanto molto più in là. Invece Benioff e Weiss fanno la scelta migliore, dando finalmente un senso alle modifiche portate avanti rispetto al testo originale di George R.R. Martin e mettendo in scena un incontro che risulta inevitabile, spontaneo e soprattutto giusto. Colpisce anche la capacità di mostrare in maniera efficace e con poche pennellate l’evoluzione dei due personaggi coinvolti e del loro rapporto, attraverso un confronto che, ancora una volta, vede la parte femminile sovrastare quella maschile, ma con una tenerezza che solo la famiglia Stark può ancora dimostrare di possedere in questo contorto universo narrativo. Piccoli dettagli fanno la differenza, come ad esempio la scelta di lasciar leggere a Sansa la parte della lettera che la riguarda più da vicino, senza vergogna o timidezza, strappandola dalle mani di un Jon Snow che comprensibilmente fatica a considerarla pronta per questo genere di cose. Eppure è lei a prendere l’iniziativa di riconquistare Winterfell, ancor prima che le minacce di Ramsay raggiungano Castle Black: non è più tempo di difendersi, o di fuggire – come vorrebbe fare Jon –, ma è ora di attaccare.

Questa convinzione è condivisa da una donna altrettanto determinata, a sua volta circondata da uomini per nulla risoluti. Accompagnata da un Jaime ormai ridotto a lacchè, Cersei manipola il figlio Tommen con estrema facilità e riesce ad imporre il proprio piano anche sull’ormai irrilevante Kevan Lannister. Il cambiamento innescato dalla morte di Myrcella e dalla Walk of Atonement non ha portato ad una resa, ma piuttosto ad una presa di coscienza che le ha insegnato ad essere paziente e razionale. Il risultato, impensabile per la vecchia Cersei, è la collaborazione con il nemico allo scopo di raggiungere un bene comune: un’altra cospirazione che ci riporta con la memoria ai fasti della serie e che, incidentalmente(?), consegna le chiavi della stanza dei bottoni a due donne forti e vendicative. Che sia questo l’inizio di una nuova fase in Game of Thrones, dominata da quello che l’episodio ci tiene a non identificare come sesso debole?

Se anche Yara, magari grazie all’aiuto che il revidivo Theon ha promesso di offrirle, riuscirà a conquistare il trono delle Isole di Ferro, questo potrebbe essere il segno di una nuova era nel continente occidentale e non solo, oltre che un nuovo corso per la serie. La vecchia generazione di regnanti è ormai scomparsa, e forse lo show vuole dirci che è arrivato il tempo per le donne di prendere il comando. Anche gli sguardi di Tormund, colpito dalla fierezza di Brienne, sembrano star lì a simboleggiare un cambio di rotta, un ribaltamento della tradizione che potrebbe passare proprio da mani femminili. Ma meglio non farsi troppe illusioni: la morte di Osha per mano di Ramsay, e in quelle precise circostanze, ci ricorda che la strada è lunga e difficile. Anche se morire da donna libera, in fondo, è meglio che vivere in catene.

“Book of the Stranger”, in conclusione, è un episodio di Game of Thrones come non se ne vedeva da tempo, scritto e diretto con un obiettivo che non fosse prendere tempo, ma dare valore all’esperienza dello spettatore. A prescindere dai colpi di scena e dai momenti più spettacolari, è una puntata ben costruita ed avvincente, che per una volta rende difficile trovarle dei difetti.

Voto: 8
Game of Thrones – 6×05 The Door
Con questo quinto episodio Game of Thrones conclude una prima parte di stagione densa di avvenimenti, che ad un ritmo sostenuto ha portato una svolta nelle storyline di ogni personaggio.

La serie riflette sul dualismo evoluzione/involuzione: è possibile, per i nostri personaggi, mutare completamente rispetto al passato, staccarsi del tutto da quelle immagini di felicità che ancora serbano nel cuore? Se per Sansa risulta ancora difficile guardare a Jon come farebbe verso un fratello di sangue, anche Arya e Bran mostrano non poche difficoltà ad abbandonare il ricordo di un’infanzia felice e serena.

I can still feel it. I don’t mean in my tender heart it still pains me so.
I can still feel what he did in my body standing here right now.


Una delle evoluzioni più a lungo agognate e più ferocemente conquistate è quella di Sansa Stark, che da ingenua fanciulla destinata ad un futuro regale si è trasformata, pur con molti passi falsi, in una donna pronta a tutto pur di ottenere ciò che è suo di diritto. La scena iconica con cui si apre l’episodio ben sintetizza il percorso affrontato dalla ragazza nella conquista di una sua dignità: nel confrontarsi con Ditocorto emerge tutta la freddezza maturata nel cuore della donna in seguito al tradimento dell’uomo. La fotografia fredda ed oscura, l’assenza di soundtrack e lo studio attento della posizione delle figure – faccia a faccia ed in una condizione di parità – creano la cornice perfetta per una scena in cui si consuma la prima rivalsa di Sansa nei confronti di uno dei suoi carnefici. È interessante notare come questa piccola vittoria avvenga tramite un climax verbale che si esprime, in tutta la sua forza, tramite interrogazioni sempre più incalzanti (Did you know about Ramsay? Would you like to hear about our wedding night? What do you think he did?), fino a rompere il suo odio su di un Ditocorto quasi spiazzato dalla violenza a stento trattenuta in quelle parole. Un’evoluzione tutt’altro che repentina ha portato Sansa nella condizione di sfidare, anche inconsciamente, uno degli uomini più temibili dei Sette Regni.

La situazione si ribalta a favore di Ditocorto nel momento stesso in cui Sansa non riesce – non è ancora in grado – ad andare al di là della sua più grande debolezza. Nonostante il passo avanti fatto nello scorso episodio, la ragazza non è ancora pronta ad accettare Jon come suo fratello, come sangue del suo sangue. Nel momento in cui Ditocorto sottolinea come Sansa stia affidando la sua vita nella mani di un bastardo, ecco che riaffiorano i pregiudizi sempre covati nei confronti di quel mezzo fratello che tanto odio suscitava nella madre. Ecco che il seme del cambiamento si infrange con la radice della nobiltà: nonostante le vicende che l’hanno segnata a vita, Sansa non è ancora pronta a fidarsi ciecamente di qualcuno che non percepisce come famiglia.

You’re not ready. You should go home before it’s too late.
You’ll never be one of us, Lady Stark.


L’elemento mistico-religioso ha sempre costituito uno dei filoni più importanti dell’opera di Martin e, nonostante la storyline di Arya soffra per il ristagno degli avvenimenti, apparendo del tutto scollegata dal filone principale, risulta utile sopratutto per una lettura in chiave religiosa e politica dell’intera storia. Non è un caso che il Dio abbia punito Arya per aver compiuto la sua vendetta personale nei confronti dell’assassino di Syrio Forel, sfruttando gli insegnamenti ricevuti; allo stesso modo, le parole che Jaqen le rivolge nell’episodio (Does death only come for the wicked and leave the decent behind?), riguardo una tematica così importante come l’operato del Dio dai Mille Volti, assumono un senso più pregnante in relazione alle dinamiche di tutte le storyline presentate.

Sebbene la ragazza affermi di aver deciso di dedicare la sua vita al Dio dai Mille Volti, la scena dello spettacolo ribadisce quanto sia ancorata alla sua vita passata: nel momento in cui assiste alla messa in scena della morte di Eddard Stark, una ragazza diventa ancora una volta Arya Stark, la bambina spaventata che diversi anni prima aveva assistito alla decapitazione del padre. Non bastano le parole di Jaqen sulla morte a lenire una ferita che non si è mai rimarginata: ciò che alimenta la ragazza, ciò che la spinge a lottare e a migliorare le sue tecniche di combattimento non è altro che un puro sentimento di vendetta e rivalsa. Si tratta di una motivazione che non fa che avvicinarla spiritualmente a ciò che è rimasto della famiglia Stark: seppur lontani geograficamente, seppur modellati da eventi che hanno modificato per sempre le loro vite, il sangue del Nord scorre ancora nelle loro vene, assieme ad una promessa di vendetta.

Do not walk away from your queen, Jorah the Andal. You have not been dismissed.

Spartiacque della stagione, questo “The Door” ci offre la possibilità di un chiarimento atteso da molti episodi, dando un’ottima conclusione, forse temporanea, alla storia di Jorah. Nel dialogo tra l’uomo e la sua regina si legge la cifra di un rapporto segnato dal tradimento e capace di rinascere di nuovo; nelle parole di Dany ritroviamo quella ragazzina impaurita che avevamo incontrato alla vigilia delle nozze con Khal Drogo, priva di qualsivoglia sicurezza ed in grado di fidarsi di una sola persona. “When I take the Seven Kingdoms, I need you by my side” è una promessa che va oltre la sofferenza provata per il tradimento di Jorah, proiettandosi in un futuro auspicato in cui regnare sui Sette Regni. Nel frattempo a Meereen pace sembra fatta in seguito all’intervento combinato di Varys e Tyrion, che si concentrano ora sul miglioramento dell’immagine della madre dei draghi, scalfita dagli ultimi eventi: nell’incontro con la sacerdotessa rossa sembra chiaro quanto il peso della religione sia una variabile da non sottovalutare.

C’è aria di cambiamenti anche sulle isole di ferro: dopo la morte di Balon, è tempo di eleggere un nuovo re – o una regina – che prenda il posto del defunto nella guida del popolo. Inizialmente Yara sembra la favorita, ma ben presto Euron, fratello del re defunto, riesce a conquistare il favore dei Lord di Ferro. Nonostante il poco screentime dedicatogli, siamo già in grado di trarre un primo bilancio riguardo al personaggio, almeno in relazione alla sua controparte cartacea: l’uomo sembra essere all’altezza della fama che lo precede, dipinta perfettamente dallo scambio caustico tra lo stesso ed il nipote.

-“The time has come.” “The time for what?” “For you to become me.”
-“But am I ready?” “No.”


Dopo un’intera stagione di pausa, la storyline di Bran ha preso vita in questa sesta annata con ottimi risultati, coniugando l’addestramento del giovane ragazzo ad una serie di visioni chiarificatrici per il pubblico. Nel corso dell’episodio si assiste all’aggiunta di un tassello incredibilmente importante per la storia dei White Walkers: sono stati proprio i figli della foresta, decimati e quasi sconfitti dagli uomini, a creare i mostri che minacciano di invadere i Sette Regni.

È il finale dell’episodio a mostrarci quanto l’universo creato da Martin sia molto più coeso e mentalmente organizzato di quanto a volte il medium televisivo possa far credere. In un crescendo fin troppo frettoloso – la disordinata morte di Summer non è da annoverare tra le scene meglio costruite della serie – lo spettatore viene a conoscenza di una realtà capace di condizionare quanto ha conosciuto e quanto ancora non conosce della serie stessa. È stato Bran, ancora incapace di comprendere appieno le sue capacità, ad intrappolare Hodor in un loop infinito che ha segnato la sua vita fin da bambino. Rimasto fin troppo a lungo nella visione di un lontano passato, Bran non riesce a controllare l’Hodor del presente senza danneggiare in modo permanente l’Hodor ancora bambino. La potenza della scena, accompagnata dal tema musicale della famiglia Stark, sta proprio nelle implicazioni significative che produce: nell’assistere impotente e rassegnato alla disfatta di Hodor, lo spettatore, allo stesso modo di Bran, acquista una consapevolezza diversa riguardante un potere finora quasi sottovalutato. Nelle convulsioni che straziano il corpo del giovane, testimone della sua atroce morte, si legge tutta la grandezza di un potere sconfinato e potenzialmente pericoloso. Al contempo, nello sguardo ormai libero di Hodor, si scorge la serena rassegnazione di un uomo che diventa consapevole di se stesso, abbracciando il sacrificio il cui monito ha scandito tutta la sua esistenza.

Game of Thrones confeziona un episodio capace di fare da apripista per molte delle storyline che riguarderanno la seconda parte della stagione. Al netto dei pregi e dei difetti ormai tipici di un prodotto che ha fatto della frammentazione la sua cifra stilistica, questa prima parte di stagione è riuscita nel tentativo di smuovere le acque e promuovere un cambiamento, positivo o negativo, nello status dei personaggi.

Voto: 8½
Game of Thrones – 6×06 Blood of My Blood
Dopo un episodio che ci ha lasciato per una settimana a bocca spalancata, Game of Thrones riprende il fiato per portarci più su una strada politica, come se adesso, dopo le emozioni del cuore, lo spettatore dovesse azionare la mente per capire come vanno le campagne elettorali sparse per Westeros (ed Essos, ovviamente), con alcuni rimescolamenti di governo molto importanti.

They found us.

Prima di tuffarci nella parte più politica e che tocca al cuore le famiglie di GoT, bisogna per un attimo riallacciarsi allo straziante finale di “The Door”. La fuga di Meera e Bran nei ghiacci del profondo nord ci serve per capire due cose: che il giovane Stark sta assorbendo e coltivando un potere gigantesco e che il mitico zio Benjen è ancora vivo. Ma andiamo per ordine: le spettacolari visioni di Bran ci portano dritti al grido del Re Folle e all’utilizzo sconsiderato dell’Alto Fuoco, in una scena che desideriamo vedere da anni ma che non ci è ancora stata concessa. Tutto questo ci fa intuire che Bran probabilmente ci racconterà parti della storia che mancano nella nostra narrazione, in modo da unire molti punti che tutt’oggi ci sono oscuri. E poi c’è il ritorno di Benjen, sfigurato dalla tremenda esperienza con i White Walkers, dalla magia dei Figli della Foresta e dal gelo che ha dovuto patire per tutti questi anni. La sua figura è comunque un monito extra-diegetico che ancora molti di noi fanno fatica a ricordare: finché non si vede un cadavere, non possiamo considerare un personaggio morto (al netto di quanto successo a Jon Snow). Così facendo, si strizza anche l’occhio al motto del culto dei Dio Abissale che sembra fare da comune denominatore a tutta questa annata: What Is Dead May Never Die. Ma soprattutto, è il primo seme che fa germogliare il titolo di questo episodio, ovvero l’importanza della famiglia nel racconto di Martin: Benjen Stark è sangue del sangue di Bran, un legame indissolubile che ha appena salvato la vita al ragazzo in difficoltà.

She wouldn’t just cry. She would be angry.

Così come per Bran, un’altra Stark ha in questo episodio il sangue che ribolle del vento freddo del Nord: Arya, ormai diventata “una ragazza”, colei che di un nome non può e non deve farsene nulla, ripensa all’ultimo momento al fine della sua missione, ovvero l’omicidio dell’attrice della compagnia teatrale: in quel momento, soprattutto dopo quella rappresentazione, la Stark che è in lei esce prepotente dal guscio, respingendo al mittente gli insegnamenti di Jaqen e mettendo così a repentaglio la sua stessa vita. Anche in questo caso troviamo l’orgoglio, il senso di appartenenza, la voglia di vivere per difendere un nome e un modo di essere, che si esprimono nella bellissima sequenza finale del girato dedicato alla ragazza: Ago che rivede la luce dopo essere stata troppo tempo sotterrata sotto delle anonime pietre e Arya che si allena al buio, con solo una fioca luce a illuminarne il profilo, pronta ad affrontare le conseguenze delle sue scelte. Non come “una ragazza” qualsiasi, ma come una Stark.

We belong togheter. All of us.

Anche Samwell Tarly doveva prima o poi affrontare questo argomento, e lo fa stretto tra due famiglie a cui non vuole rinunciare, almeno all’inizio: la sua, quella da dove veniva prima di prendere il Nero, e quella nuova, formata da Gilly e dal piccolo Sam. Samwell si trova in un punto tra l’incudine e il martello: la soggezione che prova ancora verso il padre-padrone è tanta, e si manifesta perfettamente durante la cena, quando è impotente di fronte alle angherie del genitore e non riesce nemmeno a difendere la sua amata. Anzi, è proprio Gilly che, lontana dai salamelecchi di corte e dalle gerarchie famigliari, non esita a rispondere a tono al suocero. Ed è proprio da qui che il titolo dell’episodio comincia a prendere un significato più complesso di quanto possa sembrare: non sempre siamo obbligati o costretti a seguire chi ci ha cresciuto, ma spesso il sangue a cui siamo più legati è quello dei nostri diretti discendenti. Sam dimostra che gli insegnamenti ricevuti alla Barriera non sono stati del tutto vani: Tarly è finalmente diventato un uomo, e con la scelta di portare via Gilly e il figlioletto da una casa e da un lavoro sicuro rivendica questo suo status, formando di fatto un’altra famiglia Tarly, questa sì sangue del suo sangue.

I am not a khal. I will not choose three blood riders. I choose you all.

Sempre al di là del Mare Stretto, in mezzo al nulla con il suo esercito, Daenerys è però in qualche modo sempre al centro di quanto succede nel mondo, con una missione che porta avanti da anni e che sembra ogni volta essere lì lì per essere realizzata. In questo particolare frangente, sappiamo bene che la famiglia di Daenerys non esiste più: i Targaryen sono scomparsi ed è rimasta solo lei, unico vessillo rosso nero che ancora sventola al mondo. Ma allora, qual è la famiglia di Daenerys? Ormai da tempo sono tutte le persone che ha salvato da diverse forme di tirannia (politica o dinastica che fosse), che la seguono come un Messia; e ovviamente i suoi “figli”, quei draghi che adesso deve per forza riprendersi e usare per l’invasione finale. Daenerys è una condottiera che troppo a lungo è stata dimenticata dal mondo occidentale e che adesso ha bisogno di una mano definitiva probabilmente da un’altra famiglia che potrebbe arrivare in suo soccorso: i Greyjoy e le loro mille navi sarebbero un alleato fondamentale per Daenerys, con Theon e Yara che potrebbero anticipare il loro zio assassino e proporre un’alleanza fondamentale alla Targaryen.

We’re the only two people in the world.

Infine c’è forse la sequenza più importante dell’episodio, quella che riguarda i Lannister, i Tyrell e il Credo, sempre più potente a King’s Landing. La geniale mossa di Margaery verso Tommen sta ancora una volta a sottolineare come in realtà il potere delle donne in Game of Thrones sia molto spesso sottovalutato, ma presente in ogni forma: dall’evidenza in Daenerys, alla figura di Cersei, anche la nuova Regina non scherza affatto e crea una situazione che ricorda in modo inquietante (anche se con le dovute proporzioni) le influenze che spesso il Vaticano ha avuto sulle decisioni di Roma, in ogni epoca. L’alleanza tra la Corona e il Credo crea un potere del tutto nuovo, dando in mano all’Alto Passero e alla Regina dei poteri incommensurabili, tenendo conto di come il giovanissimo Tommen sia affascinato da uno e dell’altra, per motivi ovviamente differenti. Qui il concetto di “sangue” si fa ancora più complesso: ha ragione Cersei quando sussurra al suo fratello amante che sono rimasti solo loro due a difendere il nome dei Lannister e il loro duro modo di pensare e di agire: contando il fatto che Tyrion non è mai stato uno con il loro stesso sangue e che Tommen – in teoria – porta il nome dei Baratheon, i Leoni della capitale in questo momento sono usciti dalle fasi decisionali del Continente.

In questa sesta puntata, quindi, la centralità della famiglia e della politica sono evidenti, raffreddando i cuori in tumulto da una settimana ma facendoci riflettere sui movimenti di scacchiera in direzione del Trono di Spade, che si muovono ancora lentamente ma lo fanno in maniera forse decisiva per l’affondo finale di qualche pedina.

Voto: 7½
Game of Thrones – 6×07 The Broken Man
“The Broken Man” è un capitolo difficile da inquadrare, per la ricchezza degli elementi che contiene: attraverso una trama in cui il rapporto con il materiale originale si fa via via più complesso e meccanismi che sembrano consolidare una nuova direzione narrativa per Game Of Thrones, le molteplici variazioni sul tema degli esseri umani spezzati costellano tutto l’episodio.

Come il titolo suggerisce, infatti, l’intero episodio è costellato di uomini e donne rotti e mutilati dentro e fuori, di cui si raccontano fallimenti, tentativi di riscatto, epifanie e strategie, così come gli altrettanto danneggiati legami tra essi. Game Of Thrones non è certo nuova al dipingere un quadro cupo, un’umanità dispersa in senso sia fisico che spirituale e svuotata di senso da lutti e guerre, ma in questo episodio corale (così come in generale in tutta la stagione) diventa sempre più chiaro dove risiede la speranza di un cambiamento e di un riscatto e dove, invece, il rischio della caduta è più alto. In ogni luogo del mondo immaginario creato da Martin, con l’eccezione della Baia degli Schiavisti, c’è almeno un personaggio che lotta per risollevarsi, per riscattarsi, per ritrovarsi o anche semplicemente per sopravvivere.

You’ve lost, Cersei. It’s the only joy I can find in all this misery.

A King’s Landing, addirittura tre personaggi, tutti femminili, si dibattono tra le spire della stretta (molto poco santa e molto serpentina) di High Sparrow. Cersei, la grande sconfitta della scorsa stagione, pur protetta dalla presenza inquietante della Montagna sembra aver perso completamente il suo smalto, quel senso di superiorità che è un po’ il marchio dei Lannister; il suo dialogo con Lady Olenna, altra grande sconfitta perlomeno momentanea, è uno dei momenti di confronto più intensi visti tra le due, perché al di là delle reciproche antipatie e dei rancori traspare il senso di sconfitta, di fine di un’era in cui queste due donne potevano governare con quell’astuzia e quel carattere di cui il regno oscurantista religioso le ha private. Non resta quindi che prendersela l’una con l’altra, nell’unica modalità rimasta per affermare il proprio ruolo – al contrario di Margaery, molto meno arroccata su quelle altezze e su quel mondo che piano piano, di fronte al terrore dell’Inverno, svanisce. Come i lettori attendevano da tempo, è ormai chiara la strategia della giovane regina, ovvero quella di assecondare i fanatici anziché opporvisi, cercando di farsi invisibile e aspettando il momento giusto per attaccare.

“Where’d you steal this from?”
“Why do you care?”


Invisibile: così è stata Arya è stata finora e così ha cercato di essere nel suo addestramento nella casa del Bianco e del Nero, scoprendo che in realtà le è impossibile rinnegare la propria natura e la propria identità. Speculare in questo a Daenerys, Arya non è bruciata per rinascere ma come una sorta di Fenice è rinata come Stark dopo aver provato in ogni modo a negare di esserlo. La sua sorte nel prossimo episodio sarà probabilmente svelata e ha suscitato ogni sorta di speculazione tra i fan, ed è interessante vedere come qui gli autori abbiano saputo prendere un materiale originale che nei libri risulta abbastanza statico, rendendolo appassionante attraverso il grande vantaggio della rappresentazione visiva: le facce del tempio, i cadaveri, le viuzze di Braavos diventano così elementi fondamentali per tenere alta la tensione sull’aggressione di cui la piccola Stark è vittima, creando uno dei cliffhanger più interessanti visti finora nello show.

“How many men did it take to cut you down?”
“Just one.”
“Ooh. He must have been some kind of monster.”
“He was a woman.”


Parlando di destini, viene naturale collegare ad Arya (e questa puntata lo fa magistralmente) la “resurrezione” del Mastino. Non avendolo mai visto morto e conoscendo i meccanismi narrativi di Game of Thrones, ritrovarlo non è stata una così grande sorpresa, così come vederne il tentativo di ricostruire la propria vita e fare penitenza; dunque ritroviamo quello che un tempo era un cinico e sanguinario servo come un uomo capace di vivere in una comunità, di interrogarsi sul proprio destino e sulle proprie colpe anziché tormentarsi col rancore verso il fratello e verso il passato. La fine brutale e improvvisa di questa sorta di sogno comune rimette in gioco le sue scelte personali e ci fa interrogare su come questo ennesimo shock potrà influire sul suo percorso di redenzione; ma non a caso, probabilmente (e su questo i lettori, conoscendo i potenziali risvolti in termini di nuovi personaggi mai introdotti nello show, sono particolarmente stimolati), i destini di Sandor si incrociano con quelli della Brotherhood e di quel Dio Rosso che sembra essere l’antitesi delle spire fanatiche del clero dei Sette: una divinità sanguinaria, irrazionale, portatrice di caos invece che di ordine e regole imprescindibili.

“As far as I understand, you’re a Snow and Lady Sansa is a Bolton. Or is she a Lannister? I’ve heard conflicting reports.”
“I did what I had to do to survive, my lady. But I am a Stark. I will always be a Stark.”


Ed è lo stesso Dio Rosso che ha resuscitato Jon, ma che non può far nulla (ancora, essendo portatore di caos e non di costruzione) per aiutarlo nella ricostruzione del Nord, della propria famiglia e del rapporto con la sorella Sansa. I due fratellastri sono uniti dagli stessi obiettivi, ma la fiducia tra loro è ancora tutta da costruire, tanto che basta la presenza determinata della piccola Lyanna Mormont a mettere in crisi la loro identità di Stark e la forza dei loro obiettivi, molto chiari singolarmente – Jon non ha difficoltà a ottenere lealtà dai bruti, né Sansa ad affermare (pur senza riuscire) i suoi diritti ai Glover – ma molto meno impattanti in senso dinastico e familiare. Jon e Sansa sono stati spezzati dalla vita, separati dagli eventi e hanno passato anni a cercare di salvare la propria vita; è quindi comprensibile che sia difficile per loro tornare a vedere se stessi e farsi percepire come Stark, portatori di valori e simboli che possano unire e motivare un popolo intero a seguirli oltre la semplice contingenza della lotta contro gli estranei.

Now, since it’s my last night on shore for a while, I’m going to go fuck the tits off this one.

Theon e Yara, uniti nella voglia di riscatto come i fratelli Stark, a differenza di loro hanno molti più motivi per spalleggiarsi, o forse sono soltanto più motivati – dalla fuga, dal terrore e dalla voglia di riscatto di Theon rispetto agli anni di prigionia e umiliazione che lo hanno privato non solo della virilità fisica, ma anche dell’identità psicologica di Greyjoy e di erede di quella dinastia guerriera che non si identifica in alleanze e da sempre fa un suo gioco restando orgogliosamente ai margini della politica di Westeros. Ma soprattutto, sono spinti dal desiderio di vendicare la recentissima morte del padre anticipando i piani dello zio Euron, unirsi a Daenerys per primi e navigare con lei tornando vincitori a casa. Una donna usurpata del suo trono e un uomo evirato, provenienti dalla dinastia più outsider del mondo occidentale: potrebbero essere loro, insieme a un nano patricida, gli alleati ideali della regina dei draghi, in grado di capirne le motivazioni più profonde senza rappresentare un pericolo? Sarebbe la vera vittoria degli esclusi, dei feriti e degli emarginati, che nel mondo duro e spietato di Game of Thrones sembra quasi troppo ardito auspicare.

“Why did you come treat with me?”
“Sieges are dull. And I wanted to see you in person, get the measure of you.”
“Well, now you have.”
“Aye, now I have. I’m disappointed.”


Da ultimo Jamie, il più ambiguo degli sconfitti, sempre in bilico tra bene e male, tra il vecchio mondo e quello nuovo, tra la propria identità di guerriero e la politica, di fratello, amante, padre, zio. Separato da Cersei e spezzato, privato della sua forza di guerriero dal taglio della mano – che cerca di sostituire almeno metaforicamente attraverso l’amicizia con Bronn, con cui forma l’ennesima coppia narrativamente vincente costruita da Game of Thrones allontanandosi dal materiale letterario –, Jamie è da parecchie stagioni in costante lotta per riconquistare quella fama e quel rispetto che lo accoglievano ovunque prima della guerra. Una fama solo parzialmente meritata, perché Jamie è un grande guerriero ma il suo cuore non è mai in linea con la causa per cui sta lottando, al contrario del Pesce Nero Brynden: un vecchio, sì, ma coriaceo e motivato dall’onore e dall’amore verso la propria terra e la propria famiglia; lo stesso amore che a Jamie non è mai stato concesso perché servire il Re ne ha fatto un apolide e l’amore per la sorella ne ha fatto un compagno e un padre che non potrà mai rivelare i suoi veri legami e sentimenti.

It’s between the living and the dead. And make no mistake, my lady, the dead are coming.

Jamie Lannister, un uomo a metà, è forse uno dei personaggi la cui fine e la cui direzione sono più difficili da immaginare ma anche (più di Tyrion, Daenerys, Jon o Arya, seppure più amati dal pubblico) forse il vero simbolo di questa fase di sviluppo di Game of Thrones. Non siamo ancora alla conclusione ma la nebbia sta iniziando a diradarsi, è il momento di scegliere da che parte stare per lui come per lo show, di trovare la propria direzione smettendo di vagare accumulando eventi. Siamo in quel magico momento in cui, come Jamie dal ponte levatoio, si guarda in basso per decidere se saltare giù o aspettare – non a caso il fandom sia dei lettori che degli spettatori sembra essere sempre più scatenato sulle teorie e assecondato, in questo, dagli autori; perché presumibilmente in questa stagione si deciderà se l’operazione rivoluzionaria che Game of Thrones ha intrapreso, sganciandosi e anticipando i libri, sarà un esperimento riuscito e se davvero lo show resterà nella storia come un capolavoro.

Voto: 8
Game of Thrones – 6×08 No One
Dopo una prima parte di stagione in cui plot twist, ritorni e morti eccellenti si sono susseguiti ad un ritmo insolitamente sostenuto, Game of Thrones è tornata a rallentare il passo con puntate meno spettacolari ma ugualmente importanti nell’economia dello show.

“No one” si inserisce all’interno di questo blocco più interlocutorio ponendosi come diretta prosecuzione del precedente “The Broken Man”, sia in termini tematici, continuando a riflettere sulla crisi identitaria dei suoi personaggi, che di messa in scena ­ alla regia troviamo infatti nuovamente Mark Mylod e il suo caratteristico montaggio a più riprese delle diverse storyline.

A girl is Arya Stark of Winterfell and I’m going home.

Ad aprire e chiudere l’episodio, fornendo così una chiave di lettura per le altre vicende messe in scena, troviamo Arya Stark e il suo percorso di perdita e riconquista identitaria. Similmente a ciò che è accaduto l’anno scorso con Jon Snow, il finale della scorsa puntata non poteva considerarsi un vero e proprio cliffhanger: la morte della ragazza in questo momento sarebbe stata infatti da un punto di vista narrativo priva di senso, in quanto avrebbe troncato un’evoluzione a cui gli autori hanno dedicato molto spazio e che, infatti, giunge qui finalmente a un punto di arrivo. La scontatezza dell’esito delle vicende che vedono protagonista la giovane Stark viene abilmente compensata con la spettacolarità dell’azione – a tratti esagerata nel mostrarci un’Arya praticamente indistruttibile – e con una cura dei dettagli che arricchisce di senso le sue azioni. Fondamentale in questa prospettiva è innanzitutto il personaggio di Lady Crane, perno su cui gli autori costruiscono un interessante gioco di specchi incentrato sulla figura della madre, innestando così il confronto tra Catelyn e Cersei, madri per eccellenza della serie, che viene approfondito nel monologo di Jamie.

Se i sentimenti di affetto e compassione nei confronti dell’attrice, chiaramente percepita come una figura materna, sono stati la scintilla che ha portato Arya a ribellarsi alle regole del Dio dai Mille Volti, la sconfitta dell’orfana e la definitiva affermazione di sé giungono, non a caso, tramite Ago, unico legame materiale con il suo passato di cui non è mai stata in grado di disfarsi, nonchè attraverso la messa a frutto degli insegnamenti derivati dalla punizione per aver assassinato Meryn Trant. Il percorso di Arya, così come quello di Bran e di Daenerys, assume una traiettoria circolare, il cui punto d’arrivo coincide solo apparentemente con l’inizio: Arya, più di tutti gli altri personaggi, ha dovuto rinnegare il suo nome, assumere diverse identità, diventare nessuno per riuscire finalmente a riacquisire il suo vero io, ed è con questa nuova consapevolezza di sé che abbandona Braavos – che sia per tornare a casa o per esplorare nuove mete (come sembra suggerire il curioso accenno a “what’s west of Westeros”).

You can still help a lot more than you’ve harmed, Clegane.

Anche il Mastino, così come la sua passata compagna di viaggio, è alla ricerca del suo posto nel mondo: finito nel sangue l’idillio campestre-spirituale, Clegane si rifugia nella familiarità della vendetta e della violenza. Ma è proprio la Fratellanza Senza Vessilli, che fa dell’assenza di identificazione con le regole che governano la politica e la società di Westeros il suo baluardo, a fornirgli una nuova possibilità. Non è un caso che le parole di Thoros di Myr, sacerdote del Dio della luce, riecheggino quelle di Brother Ray, seguace del credo dei Sette Dei, ribadendo che il Mastino è sopravvissuto alla lotta con Brienne per un motivo. È infatti in questa dimensione, totalmente proiettata verso la guerra in cui casate e vessilli non conteranno più niente, che il Mastino, outcast per eccellenza, potrebbe finalmente trovare la sua redenzione. Nel complesso la reintroduzione di Dondarrion, Thoros e della Fratellanza apre scenari particolarmente interessanti e stratificati: questa infatti permette l’ampliamento dei punti di vista su ciò che accade fuori dalle mura delle fortezze e delle grandi città ­– elemento, questo, a cui Martin dedica molta attenzione –, sottolinea la lenta ma capillare diffusione del credo del Dio della Luce a ovest, legata a doppio filo allo scontro con i non morti, e infine mantiene vive le speculazioni e le teorie circa la possibilità della messa in scena di un avvenimento fino ad ora trascurato da Benioff e Weiss.

The most famous dwarf in the world.

Tyrion sembra invece convinto di sapere chi è e quali sono le sue capacità: la rinascita di Meereen sembra confermare la corretezza delle sue scelte, fino a che l’arrivo della flotta dei Master gli dimostra il contrario, mandando in frantumi le sue certezze e confermando l’inadeguatezza delle sue abilità diplomatiche occidentali nel contesto della Baia degli Schiavisti. Quest’anno Tyrion ha vissuto un percorso per molti versi simile a quello di Daenerys nella passata stagione: quella che può essere a buon ragione percepita come una storyline statica e marginale assume in realtà la forma di un racconto di formazione, rivelando come la Madre dei Draghi non sia l’unica bisognosa di affinare le sue doti di comando. Come era già emerso fin dai loro primi incontri, Tyrion e Daenerys hanno bisogno l’uno dell’altro per dar vita al giusto equilibrio tra il pragmatismo del primo e gli ideali della seconda; ma soprattutto, è necessario che dismettano la loro attitudine di conquistatori esterni se vogliono sperare in un governo duraturo, che sia questo a Essos o a Westeros.

Your place is in the gallery, with the other ladies in the court.

Anche Cersei si ritrova totalmente privata della sua identità di donna di potere e di madre, forse ancora più che durante il periodo della prigionia: costretta a mescolarsi con la schiera di lady della corte, Cersei si vede inoltre voltare le spalle dal figlio, mettendo così in discussione quello che in più occasioni è emerso come il suo vero fulcro identitario, non a caso evocato da Jamie nel suo discorso a Edmure. Cersei è una donna ambiziosa, spietata, assetata di potere, ma è innanzitutto una madre disposta a fare tutto per i propri figli, ed è per questo che le parole di Tommen si abbattono su di lei con una forza distruttrice pari se non superiore alla Walk of Atonement. Non si può però negare che la donna abbia da incolpare solo se stessa per questa inaspettata svolta degli eventi: Cersei infatti mostra nuovamente scarsa lungimiranza, facendosi sopraffare dal desiderio di imporre il suo potere e la sua volontà e sottovalutando così di nuovo l’astuzia dell’Alto Passero, a cui evidentemente è giunta voce della forza sovrumana della Montagna. In termini narrativi, quella di annullare il trial by combat è una scelta all’apparenza anticlimatica ma a ben vedere assolutamente sensata e soddisfacente: in perfetto stile martiniano, l’annuncio di Tommen disattende e spiazza le aspettative del pubblico, spazzando via in un colpo solo le speculazioni sul possibile avversario di Clegane e le certezze di Cersei, la quale si ritrova in una posizione disperata che potrebbe condurre a conseguenze devastanti per King’s Landing.

Do you imagine yourself as a decent person?

Jamie è il protagonista indiscusso delle vicende ambientate a Delta delle Acque, in cui l’assenza di azione è ben compensata dall’intensità degli scambi tra i personaggi, abilmente intrecciati con le altre storyline grazie a confronti e parallelismi ancora una volta incentrati sul concetto di identità. A emergere è un ritratto di Jamie sempre più complesso e sfumato: la fama di Kingslayer, che gli viene continuamente rinfacciata, unita alla passione per la sorella, entrano di nuovo in conflitto con i suoi tentativi di agire come un vero cavaliere, dando vita a una personalità scissa, in costante oscillazione tra due poli, incarnati dalla sorella e da Brienne. Non sempre però l’onore e l’onestà a cui a tratti Jamie anela vengono adeguatamente ricompensanti: ecco quindi che le efficaci minacce del Lannister hanno la meglio sull’orgoglio di Pesce Nero e gli ideali di Brienne, dipingendo un mondo in cui non sembra esserci più posto per loro, come sembra ben comprendere lo stesso Tully. Con la riconquista del castello da parte di Lannister e Frey e il fallimento di Brienne assistiamo a un completo ritorno allo status quo: resta quindi ancora poco chiaro il peso e il ruolo che questa storyline potrà assumere nell’economia del racconto, al di là del semplice ampliamento dell’affresco di Westeros in seguito alla fine della Guerra dei Cinque Re.

Tra risoluzioni anticlimatiche, siparietti comici e segreti da svelare, “No one” ci traghetta in maniera tranquilla ma efficace verso l’attesissimo nono episodio, ponendosi in definitiva come un capitolo di certo non memorabile, ma al tempo stesso confermando la buona tenuta qualitativa di questa sesta stagione.

Voto: 7
Game of Thrones – 6×09 Battle of the Bastards
Per il sesto anno consecutivo il nono episodio è quello sul quale si focalizza l’attesa maggiore dello spettatore, perché in esso sono concentrati alcuni dei momenti più spettacolari nonché determinanti dell’intera stagione. Anche quest’anno Game of Thrones tiene fede alla promessa con un episodio sontuoso ed imponente.

Sempre più salda nel proprio successo internazionale e per la prima volta incerta nel proprio cammino, data l’assenza dei libri originali su cui fare affidamento, Game of Thrones è alle prese con una stagione in linea di massima riuscitissima, in grado – molto più di quanto fatto lo scorso anno – di costruire episodi superbi e momenti che entreranno di diritto nella memoria collettiva per anni (e forse un fenomeno di penetrazione nella cultura popolare di tale entità e per così tanti anni di seguito è una vera rarità nella storia della televisione). Le sfide che però nascono da questa grande attenzione sono molteplici e riguardano soprattutto la capacità di saper reggere le aspettative di un pubblico sempre più esigente e sempre più smaliziato: come tener fede alle promesse e costruire qualcosa che possa gestire il confronto con “The Rains of Castamere” o con “Blackwater”?

La risposta degli autori si chiama Miguel Sapochnik: il regista di questo episodio (e del prossimo) aveva già dimostrato un indiscutibile talento alle prese con il più bell’episodio dello scorso anno – e senza dubbio tra i migliori tre della serie –, quella “Hardhome” che ritorna in più di un’occasione come paragone per questo appuntamento televisivo. Sapochnik si rivela essere la prima e più importante carta vincente di una scommessa che si può dire vinta, al netto di qualche imperfezione su cui arriveremo. Anche se fortemente anticipata, la battaglia dei bastardi (ed il filone di Meereen, che pure ha larga importanza e bellezza visiva) non solo non delude le aspettative, ma porta in televisione qualcosa che non si era mai visto sia in termini produttivi (il costo di questo episodio pare sia stato davvero enorme) che in quelli visivi. Una carneficina che non dimentica la costruzione dei personaggi – vero tesoro per questa serie che ha già dimostrato in passato come si sia sempre trovato il tempo per l’approfondimento emotivo degli attori in campo – e ne evidenzia le caratteristiche con sottili e puntuali tratteggi.

“Maybe that was our mistake, believing in kings.”
“Jon Snow’s not a king.”
“No, he’s not.”


Jon Snow è il personaggio cardine di questa stagione: a partire dalla sua resurrezione, fortemente anticipata ma non per questo così scontata, il giovane bastardo ha assunto su di sé un ruolo che non avrebbe mai voluto accettare; lo abbiamo visto seguire, perlopiù per affetto ed attesa, la sorella nei suoi piani di riconquista di Grande Inverno, ma è sempre stato chiaro che si sia imbarcato in un’impresa che non gli apparteneva. Jon Snow è stato insolitamente sottotono negli scorsi appuntamenti: non dev’essere stato facile riprendersi dall’idea di essere morto, tra l’altro ucciso da coloro i quali erano al suo servizio come infedeli sottoposti. Il tradimento subito ha avuto su Jon un’influenza molto più grande del previsto e per ironia della sorte è proprio il redivivo a sembrare il meno vitale dei personaggi, quello che trascina la sua esistenza senza prenderne il controllo; sarà il pericolo di una nuova morte a risvegliarlo dal letargo in cui pareva essere piombato: la straordinaria scena della sua seconda resurrezione – che richiama molto da vicino “Mhysa”, che vedeva però al centro Daenerys, non a caso spesso indicata come sua “opposta”, tra ghiaccio e fuoco – potrebbe indicare il momento di svolta di cui questo personaggio ha assolutamente bisogno.

Questo perché è chiaro che il Signore della Luce non abbia certo terminato con lui: per quanto una parte di Jon l’avesse sperato, la battaglia ha fatto di tutto per non ucciderlo. Come protetto da un invisibile intervento divino, Jon riesce a scampare ad una totale disfatta solo per un intervento esterno – Sansa e Ditocorto – ma evita anche numerosi nemici nella bolgia infernale della mischia per pura, purissima fortuna (evidenziata da uno straordinario montaggio). Jon Snow non poteva morire né perdere perché è probabilmente destinato a perire in una battaglia più grande, più viscerale e più spaventosa, ovvero quello scontro definitivo con gli Estranei (nemici naturali del Signore della Luce) che lo vedrà probabilmente protagonista. Così l’ex comandante dei Guardiani della Notte si ritrova faccia a faccia con l’incarnazione fisica dell’odio e della crudeltà, quel Ramsay Bolton che gli ha sottratto un fratello (in una scena da brivido nonostante ne fosse ampiamente prevedibile l’esito) e che tanto male ha fatto alla sorella Sansa.

You’re going to die tomorrow, Lord Bolton. Sleep well.

Con la morte di Ramsay, che aveva in buona parte ereditato la crudeltà che nella serie era incarnata da Joffrey – e condotta a nuove e più folli vette –, Game of Thrones perde la chiara incarnazione del male, quel mostro verso cui è davvero impossibile provare alcuna forma di pietà. Ramsay Bolton – che pure è uno Snow di origine, ed è curioso quante volte ribadisca lo status di “bastardo” al suo nemico – è stato per anni il personaggio più sadico e violento della serie, capace di tali efferatezze che era divenuto persino facile odiarlo: la sua morte, dunque, risulta essere la prima vera soddisfazione, il primo momento di rivalsa della famiglia Stark che non se l’è mai cavata granché bene finora. E se restano pur sempre gli Estranei come nemici generali, la componente umana sembra aver perduto la sua principale ombra.

Ramsay, però, è stato qualcosa di più della classica rappresentazione di una nemesi nel fantasy (che per sua natura, come genere, tende a semplificare le caratterizzazioni dei personaggi sui più comodi binari di bene-male): la sua crudeltà e violenza sono sempre sembrate le risposte immature e folli di un giovane che è cresciuto come “altro”, accettato dal padre ma quasi mai accolto come figlio proprio. La stessa follia che lo ha condotto ad uccidere padre, matrigna e soprattutto fratello neonato risponde ad una necessità di sicurezza che ormai solo il potere attraverso la paura poteva assicurargli: da lì si è rivelato il perfetto contraltare di Jon Snow che, partendo da basi molto simili, ha però percorso una strada personale molto diversa e più umana. C’è però qualcosa di poetico nella sua morte: Ramsay viene ucciso dai soli verso cui provava sincero amore e fedeltà, quei cani che egli stesso ha più volte sfruttato per uccidere e torturare; viene tradito da coloro che lui stesso si è impegnato a rendere crudeli, ucciso insomma da una propria creatura.

Your words will disappear. Your house will disappear. Your name will disappear. All memory of you will disappear.

Non è però secondario che dietro questa morte così cruenta ci sia il sorriso soddisfatto di Sansa Stark: la ragazza rappresenta la persona che forse più di ogni altra è dovuta venire a patti con un mondo che non sembrava incline ad accoglierla, troppo sognatrice per una società fatta di tradimenti ed uccisioni. Sansa, che incarnava alla perfezione la dama in pericolo, che sognava il suo principe dagli occhi blu e le feste a corte, si è ritrovata a cadere da un incubo all’altro senza riuscire mai a tirarsene fuori: prima il violento Joffrey, quindi il matrimonio con il deforme Tyrion, poi il viscido Ditocorto ed infine lo psicopatico Ramsay. Sansa è stata costretta sempre più a doversi adattare al mondo che la circondava; questa sesta stagione rappresenta davvero il momento di rivalsa per la maggiore degli Stark: imparando qualcosa da ciascuno degli uomini che si è ritrovata accanto, Sansa ha capito di non potersi fidare davvero di nessuno e soprattutto di non poter fare affidamento su nessuno quando deve pensare alla propria salvezza e posizione. Mostrandosi dunque perfetta allieva della mentalità di Ditocorto – e con quel pizzico di crudeltà e sadismo che pare aver catturato da Ramsay e Joffrey –, Sansa gioca una partita parallela a quella del fratellastro: mentre Jon si impegna in una battaglia che non ha alcuna speranza di vittoria, Sansa è l’unica a sapere davvero che cosa sta facendo, ad avere in mano le carte del gioco.

Prendiamo il dialogo tra lei e Jon, che vale come emblema delle differenze tra i due: Sansa ha ormai dato per morto Rickon, conosce troppo bene Ramsay da sapere che per il fratellino non c’è alcuna speranza di salvezza; la sua mentalità ora è interamente piegata alla strategia, all’ideazione di un piano che non coinvolga l’onore e l’affetto familiare. Jon invece è il vero erede della mentalità di Ned e l’idea di lasciare indietro il proprio fratello alla mercé di un avversario è semplicemente intollerabile. Due visioni opposte che riescono ad andare d’accordo solo perché hanno un fine simile e comune, ma che si muovono comunque su piani paralleli (e che in questo caso vedono Sansa dalla parte più ragionevole e realistica).

Si è infatti fatto un gran parlare delle ragioni dietro il silenzio di Sansa: perché ha finora taciuto sul suo rapporto con Ditocorto? Le motivazioni credibili possono essere molteplici e vanno da una mancanza di fiducia nei confronti di Jon alla volontà di non mostrarsi dipendente da Baelish, così come la volontà di prendersi tutto il merito per aver condotto l’aiuto decisivo. Qualunque sia la ragione precisa – probabilmente un po’ di ciascuna – Sansa ha per la prima volta condotto un gioco di scacchi sulla base degli insegnamenti di Petyr Baelish e si è dimostrata particolarmente abile. Certo, adesso sarà alle prese con colui che questo gioco lo ha inventato, ma questa sua mossa ha significato porre nuovamente il simbolo del metalupo su Grande Inverno (una scena di grande impatto emotivo), per cui al momento può ritenersi estremamente soddisfatta.

Our fathers were evil men, all of us here. They left the world worse than they found it. We’re not going to do that. We’re going to leave the world better than we found it.

Questa sesta stagione sarà però ricordata come l’annata che ha consacrato le due categorie principali di personaggi che si stanno sobbarcando del peso di questo confuso e violento mondo: le donne e le nuove generazioni (spesso e volentieri insieme). Per quanto riguarda le donne, non c’è molto da discuterne e questo episodio è particolarmente illuminante: escludendo Cersei – che però ha perso un potere che prima possedeva saldamente e che ora subisce in modo speculare al suo uso –, a comandare la maggior parte delle azioni generali della serie al momento sono perlopiù le donne. Sansa, Daenerys, Yara, Margaery (e inseriamo anche Arya e Brienne, sebbene in posizioni nettamente differenti): questi personaggi hanno dimostrato come si siano calati perfettamente nella mentalità di un fantasy – genere spesso molto maschile per rispecchiamento di alcuni topoi medievali – e se ne siano tirati fuori estraendo i propri artigli e senza più alcuna dipendenza dagli uomini. Non si tratta di uno stato opposto di odio nei confronti del sesso virile, però, che sarebbe risultato un’altra forma di maschilismo e debolezza: queste donne sono indipendenti e non in competizione con il sesso maschile, sono il vero motore dell’intera narrazione. Mentre Jon Snow, ad esempio, si preoccupa del campo di battaglia in uno scontro principalmente d’istinto, è Sansa ad orchestrare l’intera danza; sono Daenerys e Yara ad accordarsi sul modo in cui spartirsi il mondo di Westeros, gli uomini lì presenti risultano entrambi solo dei consiglieri (per quanto amati ed accolti). Ciascuno di questi personaggi incarna una diversa forma di femminilità, con ogni aspetto non necessariamente in concorrenza con l’altro, e l’esito generale è perlopiù molto positivo (l’unico mezzo passo falso è l’aver rappresentato Yara come lesbica, che sembrerebbe essere uno stereotipo sulla donna forte e guerriera; ma lo stesso non può dirsi di Brienne che pure incarna un aspetto non dissimile).

Altro grandissimo tema, però, è quello che si pone alla base del dialogo stesso tra Daenerys e Yara: il confronto generazionale tra padri e figli, il compito di sobbarcarsi di una responsabilità ereditata e su cui non si può avere alcun controllo. Daenerys è figlia del celebre Re Folle e di quell’uomo possiede alcune caratteristiche che devono evidentemente spaventarla: la grande regina dei draghi è perfettamente a suo agio nell’uccidere, distruggere e conquistare, ma ha evidenti difficoltà a governare perché incapace, il più delle volte, di accettare una qualunque forma di via intermedia. È questa la ragione per cui Tyrion risulta essere il suo perfetto contraltare: l’uomo che ha dovuto uccidere il suo stesso padre per liberarsi da un’ombra a dir poco ingombrante sa molto bene quanto tener fede alle aspettative dei propri genitori possa essere schiacciante. Tyrion non è spaventato dal potere, non ha paura di giocare con esso e si è dimostrato spesso e volentieri particolarmente abile: e se quest’anno la sua storyline non è risultata molto brillante è anche perché l’aspetto diplomatico ha meno fascino della conquista o dello scontro tout-court. Con l’arrivo dei Greyjoy, Daenerys è pronta per solcare i mari – non sembra ancora vero – e finalmente poter dare il via alla sua personale conquista di Westeros, in quell’Approdo del Re dove la società pare arretrare sempre di più, dove si è ripresa una fede che sembrava finita nel dimenticatoio e dove si è riportato in auge un metodo che pare medievale persino a quella società. Il passato, insomma, continua a dominare la capitale mentre tutt’intorno il mondo cambia e si appresta a travolgerla, in un senso o nell’altro.

Siamo dunque alle prese con un grandissimo episodio il cui unico vero difetto può essere riscontrato nella parziale prevedibilità delle scelte narrative: nessuno poteva sul serio dubitare della morte di Rickon, né ignorare l’arrivo di Ditocorto, così come difficilmente Ramsay sarebbe sopravvissuto a questa battaglia. A cosa è dovuta, allora, l’assenza di elementi di sorpresa? Le ragioni sono molteplici e sicuramente una parte della responsabilità giace nelle mani di Benioff e Weiss che in tale ambito narrativo non sono riusciti ad essere particolarmente innovativi; il problema principale, e che in questo oppone nettamente l’episodio a “Hardhome” che della sorpresa faceva il proprio punto di forza, giace nella necessità degli autori di iniziare a chiudere e fondere le varie storyline (adesso Daenerys, Tyrion e Theon sono tutti insieme, così come Sansa e Jon Snow) in un percorso che ci sta conducendo sempre più verso un finale che potrebbe doversi realizzare a breve, se le voci di solo altre due stagioni, tra l’altro monche di alcuni episodi, dovessero concretizzarsi. E dunque se in passato si poteva giocare con la trama in modi del tutto imprevedibili e deviare costantemente il percorso dei personaggi perché il tempo per narrare le loro vicende era virtualmente infinito, adesso bisogna ricondurre tutto in uno schema più concreto e ristretto, e questo spesso sacrifica l’effetto sorpresa o la sensazione che tutto possa stravolgersi (ma ricordiamo, comunque, che in questa stagione di sorprese ne abbiamo avute parecchie). Ogni accusa di prevedibilità, però, viene meno quando si assiste all’epicità della battaglia.

Inutile girarci intorno: questo episodio di Game of Thrones è uno dei più riusciti di sempre, nonché uno dei momenti più importanti della storia della televisione. A prescindere, infatti, dai giudizi personali che si possono avere sulla serie, tutti leciti, è impossibile non rilevare l’importanza di un episodio che conduce la grandezza cinematografica sul piccolo schermo. Nessuna serie prima di questa era riuscita a costruire qualcosa di altrettanto imponente (anche in considerazione delle ovvie differenze produttive tra televisione e cinema) né altrettanto potente in ambito visivo ed emotivo, tranne proprio forse lo stesso Game of Thrones con “Blackwater”, che però mostra ora una evidente differenza di mezzi economici. Ancora una volta bisogna tornare alla straordinaria bravura di Sapochnik che ha costruito un episodio visivamente enorme, dotato di alcune sequenze di rara bellezza: Jon contro la cavalleria, la montagna di cadaveri, le strategie militari; potremmo star qui a parlare per ore della sontuosità registica di questa puntata e non basterebbe. Alcuni momenti sono di una incredibile violenza emotiva e rispecchiano l’esatto unicum rappresentato dalla saga rispetto agli altri capisaldi del genere fantasy: ad esempio, nessuna battaglia de Il Signore degli Anelli è altrettanto cruda e violenta, perché Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco rappresentano un fantasy disilluso, meno incline ad esaltare la luce sull’ombra ed anzi, spande un velo d’ombra anche sui personaggi “positivi” (un Jon infuriato e violento, una Sansa sadica e soddisfatta). Ecco quindi decapitazioni, arti mozzati, interiora in bella vista, intere pile di cadaveri: lo scontro è sporco e sanguinoso, la battaglia una massa informe di dolore e polvere.

Sapochnik dirigerà anche il prossimo episodio, un appuntamento che già si preannuncia estremamente affollato di storyline, alla ricerca un po’ per tutte di un finale soddisfacente. È presto per dire come sarà quell’episodio, ma possiamo affermare con una certa tranquillità che questa stagione si è rivelata una delle migliori di sempre nonostante alcune ataviche difficoltà che Game of Thrones si porta dietro (inevitabili per una serie evento di questa portata) e che ha dimostrato che gli autori sono in grado di muoversi anche indipendentemente dalle linee guida tracciate da George R.R. Martin (anche se non sempre con altrettanta precisione, va detto). Al netto delle sue difficoltà, dunque, questa serie si rivela una delle più appassionanti che la televisione possa offrirci (e dopo sei anni questo è già dire tanto), e mentre ci si avvia verso un finale che iniziamo a vedere all’orizzonte siamo certi che le cose da dire non siano affatto terminate.

Voto: 9½
Game of Thrones – 6×10 The Winds of Winter
Winter is here.
Se c’è una certezza che questo season finale è in grado di darci è proprio quella annunciata da Sansa: il proverbiale motto della serie si è ormai realizzato, la fase conclusiva è iniziata. Nei 70 minuti forse più maestosi mai costruiti da Benioff e Weiss, Game of Thrones si lascia il passato alle spalle e scopre tutte le carte in gioco.

È un mondo radicalmente diverso quello che si vede sul finire di “The Winds of Winter”, un mondo dominato da donne e bastardi, in cui le vecchie tradizioni e quelli che non hanno intenzione di distaccarsene non possono più sopravvivere. Il processo di disgregazione cominciato dal pilot della serie si è ormai concluso, e rimane ben poco di quello che si era visto quando ancora Ned Stark e Robert Baratheon avevano intenzione di tenere unito Westeros; questo finale non può che essere descritto come il più definitivo e violento punto di rottura visto finora, la conferma dell’andamento sempre più irreversibile della stagione appena conclusa.

[…] But sometimes before we can usher in the new, the old must be put to rest.

La prima fase della puntata è forse il punto più alto mai raggiunto dallo show nei suoi sei anni di vita: quello che viene messo in scena è un momento atteso e rimandato da tutta l’annata, il punto di arrivo di una storyline che più di tutte si è basata sulla pianificazione e la costruzione del climax. È quest’ultimo, in fondo, che ripaga di tutti i momenti in cui la vendetta è stata rimandata, in cui i giochi di potere hanno portato gradualmente la totalità degli alleati di Cersei a costituire un’unica grande minaccia; com’è stato frustrante vedere l’Alto Passero conquistare King’s Landing, così la sua violenta purificazione ha un effetto quasi catartico. La regia di Sapochnik, che già si è confermata la migliore della serie in “Hardhome” e nello scorso “Battle of the Bastards”, è qui alla massima potenza: abbandonati i virtuosismi e i movimenti necessari a rendere al meglio i sopracitati scontri, la macchina da presa viene gestita in maniera ancora più elegante. Il montaggio iniziale, di certo aiutato dalla nuova composizione di Ramin Djawadi, rasenta la perfezione per quanto riguarda prima la presentazione dei personaggi e poi la costruzione della tensione, per non parlare della surreale rappresentazione del suicidio di Tommen.

Ma sarebbe ingiusto limitare il lavoro svolto in questo finale ai soli avvenimenti di King’s Landing; se la prima parte ha il compito di sconvolgere lo status quo con soluzioni narrative e visive decisamente forti, quello che segue non è da meno. Il grande punto di forza di “The Winds of Winter” sta nella sua capacità di raccogliere le innumerevoli trame di quest’anno senza, però, cadere nel problema di frammentarietà che è noto affliggere la serie. Ogni singola linea narrativa gode non solo della potenza estetica della mano di Sapochnik, ma anche della costruzione più attenta e coerente messa in atto quest’anno; e così rivelazioni come quella di Arya da Walder Frey non solo sono forti in quanto svolte inaspettate, ma godono anche dell’evoluzione del personaggio in questione e dell’avvicinarsi della storia alla sua inevitabile conclusione. Così facendo, insomma, quell’effetto di colpi di scena ammassati senza soluzione di continuità che si poteva creare in episodi come “Home” viene evitato, e ciò avviene nonostante quasi tutte le storyline vengano messe in scena nella puntata; parte del merito va alla lunghezza particolare di questo finale, certo, ma non si può non notare come l’indipendenza della serie dai libri abbia dato a Benioff e Weiss una maggiore fiducia, o meglio una maggiore consapevolezza nella costruzione del quadro generale.

Si può infatti notare come il passaggio da un personaggio all’altro non avvenga più in maniera casuale, ma anzi i vari cambi di location vengono giustificati da esigenze sia tematiche che narrative; e non è un caso che in questa stagione si sia mantenuta una coerenza molto forte in termini di concetti ricorrenti, temi che vengono sviluppati e rielaborati in questo season finale. Il già citato contrasto (spesso violento) tra nuovo e vecchio è di sicuro il leitmotiv della stagione – se non della serie –, ma è interessante notare come ne vengano analizzate le implicazioni più sottili. Certo, la vittoria di Jon Snow ha portato un nuovo King in the North a Winterfell prescindendo dalla sua natura di bastardo, ma proprio tale traguardo rischia di contaminare il suo rapporto con Sansa; e lo stesso discorso vale per Cersei e Jaime, quest’ultimo più che mai sull’orlo di abbandonare la sorella una volta per tutte. Sembra quasi che parte dello scopo di “The Winds of Winter” consista nel concentrarsi sul prezzo che è necessario pagare quando si arriva ad ottenere il potere che si cercava (la situazione tra Daenerys e Daario lo sottolinea ancora), talvolta andando ad incrinare quegli stessi rapporti che si tentava di proteggere in principio; si tratta di un tema che si inserisce perfettamente in un fantasy amaro e disilluso come Game of Thrones, che già nello scorso episodio aveva confermato la sua direzione più realista e lontana dai canoni idealizzati del genere.

In ogni caso, sarebbe impossibile parlare di questo episodio senza citare l’elephant in the room di questa stagione in generale, ovvero l’ormai confermata teoria sull’oscuro passato di Jon. Era infatti dalla conclusione della scorsa annata che il ritorno del personaggio di Kit Harington era dato quasi per certo, il tutto basandosi sulla supposizione che non fosse figlio di Ned Stark ma della sorella Lyanna e di Rhaegar Targaryen; una teoria che si è diffusa a macchia d’olio, portando la HBO a rilasciare immagini promozionali decisamente esplicite sulla resurrezione di Jon e a riconoscere, quindi, la popolarità e veridicità di tale voce. È quindi coerentemente con tale scelta che Benioff e Weiss decidono di gestire la rivelazione in maniera particolare, ovvero senza affidarsi ad una dichiarazione esplicita ma lasciando il tutto quasi sottinteso, in complicità con lo spettatore che era al corrente dell’ormai famosissima teoria; si tratta di un modo di gestire qualcosa di prevedibile già utilizzato nella nota “Home”, in cui la resurrezione di Jon Snow veniva privata di fronzoli e mostrata in maniera quasi frettolosa, come a non voler pretendere di causare un’effettiva sorpresa nei confronti di chi guarda.

È anche questo che si intendeva quando si parlava di una nuova consapevolezza: Game of Thrones è ormai una serie che prescinde dalla sola esperienza visiva, un fenomeno mediatico che attraversa lo schermo e crea una mitologia che viene alimentata dalle teorie e dalle chiacchere dei fan, un po’ come avvenuto nello scorso decennio con Lost – un’esperienza che, è giusto ricordarlo, è possibile solo tramite la distribuzione settimanale di episodi, con attese in grado di alimentare le sopracitate teorie e la costruzione dell’immaginario della serie. In questa stagione, insomma, gli autori sembrano aver riconosciuto una volta per tutte la portata di quello che stanno costruendo, giocando spesso con le aspettative del pubblico e traendo forza da tutto quello che va a comporre l’universo Game of Thrones; è per questo che la rivelazione su Jon funziona solo nel caso in questione ed è per questo che si inserisce così bene nel quadro complessivo, senza illudersi di poter effettivamente sconvolgere qualcuno con una svolta già anticipata dalla quasi totalità del pubblico dello show.

Ma il discorso sulla prevedibilità non si ferma a tale dimensione: è infatti noto come una delle (poche) critiche allo scorso episodio facesse leva sui suoi sviluppi talvolta piatti, o meglio privi delle svolte significative che avevano caratterizzato le prime stagioni della serie.

Il problema, però, è che si tratta di due situazioni radicalmente diverse: se all’inizio del suo corso la storia poteva permettersi un certo numero di mosse coraggiose per alimentare la trama, quello che si verifica con la sua crescita è che certi esiti non possono che diventare più certi, più definiti. Fa parte dell’evoluzione naturale del racconto il fatto che intraprenda una certa direzione, e perciò è normale che se all’inizio chiunque poteva essere vittima della penna di Martin ora personaggi come Jon, Daenerys e Sansa godano di un’immunità quasi garantita; ed è anche normale che, andando a conoscere più a fondo altri personaggi, sia più facile intuire le loro mosse, come accaduto per l’utilizzo dell’Altofuoco da parte di Cersei. Quello che all’inizio può essere visto come un problema, quindi, ad un punto avanzato come questo della storia diventa una componente inevitabile per la sua riuscita; in sostanza, se prima parte del fascino di Game of Thrones stava nell’imprevedibilità delle sue svolte, ora tale punto di forza è stato “trasferito” in una maggior cura (dovuta anche al budget più alto, senz’altro) della messa in scena, nella concentrazione sull’impatto visivo ed emotivo vero e proprio delle situazioni a cui assistiamo.

Per questo motivo, quindi, la presenza di registi come Miguel Sapochnik risulta più che mai fondamentale a garantire che lo show funzioni a dovere, che quello che ormai è stato perso per quanto riguarda l’effetto sorpresa venga bilanciato da una potenza estetica senza paragoni, che si serve degli smisurati soldi investiti nello show (che tuttavia sembrano non bastare mai, motivo per cui le prossime due stagioni saranno ridotte) per costruire un immaginario sempre più forte ed esemplare. Questo “The Winds of Winter” e lo scorso “Battle of the Bastards”, in particolare, non fanno che disintegrare e ricostruire gli standard per quanto riguarda non solo l’intrattenimento televisivo, ma anche il genere fantasy in generale, giustificando un budget di dimensioni impressionanti (e non è affatto facile) tramite una messa in scena curata nel minimo dettaglio, nonostante le piccole imperfezioni dal punto di vita narrativo – le incongruenze temporali, in questo episodio, sono parecchio evidenti, come ad esempio il brusco salto finale in cui le flotte di Dorne e dei Tyrell appaiono già al fianco di quella di Daenerys.

“The Winds of Winter” è la grande, inconfondibile conferma di quello che Game of Thrones è riuscita a diventare in questa sesta stagione: un’esperienza che, nonostante i difetti, non ha paragoni nel panorama televisivo e forse cinematografico attuale, una serie televisiva in grado di gestire e rielaborare un immaginario immenso pur senza la guida del materiale di partenza.

Si parla infatti di un season finale che, al contrario di episodi atipici come “Blackwater” e “Battle of the Bastards”, fa del perfezionamento delle strutture della serie il suo punto di forza, dimostrando di saper sfruttare l’enorme potenziale che un prodotto come “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” può mettere a disposizione. Certo è che il merito della riuscita di una puntata del genere va anche all’annata che l’ha preceduta, di sicuro imperfetta nella partenza e nella gestione di alcune storyline – tra cui ad esempio Bran, abbandonato a metà stagione e ripreso solo verso la fine, e il Mastino, introdotto nella fase conclusiva senza un fine ben preciso – ma coesa e coerente nella costruzione del quadro generale. A questo punto, l’ultimo atto della serie può dirsi definitivamente iniziato; come si diceva, l’inverno è arrivato, e l’attesa per assistervi sarà ancora più snervante del solito.

Voto episodio: 9½
Voto stagione: 8+
Game of Thrones – 7×01 Dragonstone
Finalmente ci siamo: dopo un’attesa più lunga del previsto, torna sulla HBO la serie monstre che ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo, pronti a godersi quella che si preannuncia, anche alla luce di questa premiere, una esperienza assoluta e travolgente.

Gli autori di Game of Thrones sono ormai ben consapevoli di quanto la loro creazione sia diventata, con il passare degli anni, un’esperienza collettiva: fiumi di articoli, visioni pubbliche, eventi che attraggono centinaia di persone, tutti tasselli ormai fondamentali che compongono la costellazione che ruota intorno alla serie HBO, arrivata alla sua settima e penultima stagione. Per Benioff e Weiss si avvicina il momento tanto agognato quanto temuto, quelle battute finali in cui dovranno portare a compimento un compito tanto raro quanto complesso: pur avendo iniziato la serie a partire da dei testi di riferimento, hanno dovuto proseguire nel corso delle stagioni, anche a causa dei ritardi ormai biblici con cui si muove la scrittura di George R.R. Martin, grazie alla propria inventiva. Il duo di autori, dunque, ha dovuto affrontare il peso non solo di reggere una produzione di così ampio successo, ma di partire da presupposti non di loro originale ideazione.

Lo scorso anno, lo abbiamo visto, vi sono riusciti in maniera brillante dando vita ad alcuni degli episodi più belli mai visti in questa serie, nonché ad una stagione di livello altissimo. La settima annata, che già prevede tre episodi in meno rispetto alle esperienze degli anni passati, dovrà riuscire a mantenere la compattezza necessaria a guidare lo spettatore verso un finale soddisfacente (cosa che spiega anche il clamoroso ed esplosivo taglio di storyline avvenuto con gli ultimi episodi della sesta stagione).

È proprio da questo punto che ricomincia Game of Thrones: con un cold open che serve da ponte tra le due stagioni si ricomincia esattamente da dove ci si è lasciati un anno fa. Benioff e Weiss, però, non si lasciano prendere dall’ansia da prestazione, alla ricerca di continui colpi di scena; i due, invece, decidono di non cambiare la ricetta tradizionale: questo significa che, come tutte le altre premiere nel corso delle sei stagioni precedenti, Game of Thrones si prende il suo tempo per posizionare le pedine sulla scacchiera e, servendosi di qualche momento un po’ più didascalico – ma necessario, dopo tutto questo tempo –, preferisce preparare la partita ed apparecchiare tutto per le prossime puntate.

Leave one wolf alive and the sheep are never safe.

Si ricomincia dove ci si era fermati, si diceva. Prima ancora che si possa ritornare alle ben riconoscibili note di Djawadi e della sua sigla, Game of Thrones ci riporta da Walder Frey e le Torri, per l’ultimo atto della vendetta di Arya Stark. La ragazza, che nelle sue evoluzioni si è trasformata in un’assassina (pur riprendendosi la propria identità come figlia di Ned Stark), non solo libera il mondo da una delle più casate più odiate – casata che in un atto di viltà e crudeltà ha ucciso tutti gli Stark, impedendo alla giovane di riabbracciare i propri cari –, ma soprattutto, con l’uccisione del resto dei Frey e la cancellazione della famiglia dal novero di quelle di Westeros, Arya Stark rivendica la propria posizione nel mondo.

Non è terminato il suo lavoro, ovviamente: la lista presenta ancora dei nomi e l’intento finale è quello di eliminare Cersei Lannister dalla faccia della terra. Ciò che Arya non può prevedere, però, è l’incontro fortuito con quei soldati che si mostrano (fin troppo) gentili con lei. Arya, che combatte per la propria famiglia, ha dimenticato che cosa voglia dire avere una famiglia; infatti, non ha più ormai da svariate stagioni alcun contatto con gli altri Stark. Quando i soldati le ricordano il calore del focolare domestico e degli affetti a lei più vicini, finalmente vediamo Arya tornare a sorridere, riabbracciare quel lato più umano che era stata costretta a sopire e a nascondere per sopravvivere, dietro quel muro di apparente indifferenza che non è mai davvero riuscita a creare tra lei e le sofferenze del mondo.

Per gli Stark sono tempi di profondo cambiamento: Brandon, ormai totalmente consapevole del proprio potere, si muove verso Sud probabilmente per raggiungere Grande Inverno (e riportare la non felice notizia che all’orda dei non morti si sono aggiunti dei giganti zombie), mentre Sansa e Jon si ritrovano sempre più su posizioni differenti, adesso che non hanno più a che fare con un nemico riconoscibile e viscerale com’era Ramsay, centro dell’odio di entrambi. I fratelli si confrontano ora con un’altra realtà: i due hanno idee sul potere e sul governo piuttosto diverse.

Sansa Stark è enormemente cambiata dalla ragazzina innamorata di Joffrey le cui uniche aspettative per il futuro riguardavano una vita da felice principessa. Attraverso alcune delle più terribili esperienze di vita Sansa si è formata ritenendo che il mondo sia profondamente ingiusto e che il potere sia un costante gioco di facciate e segreti. Le due personalità che hanno avuto il maggior peso nella sua formazione sono Cersei e Ditocorto, non proprio degli esempi di virtù e decenza. Ecco perché lei non può comprendere la scelta di Jon Snow di non essere troppo rigido contro chi lo ha tradito: Cersei e Ditocorto non avrebbero mai prestato il fianco alle accuse di debolezza. La ragazza è ben consapevole che il faro di comportamento rappresentato da Ned Stark, che tanto fascino ha sul fratellastro, si porta con sé anche i terribili errori di giudizio che il padre (e in questo anche Robb) ha commesso. Si può cercare di seguire la bussola morale di Ned Stark quando è stata proprio questa a decretarne la fine?

Jon Snow è però su un altro piano: lui ha già avuto esperienza di comando e ha già commesso l’errore che gli viene ricordato da Sansa; è stato severo ed intransigente fino in fondo in passato e questo lo ha condotto ad una morte a cui è scampato per letterale miracolo. È stata la severità di Robb Stark ad alienargli i Karstark e a spingerli al tradimento; è stata la violenza morale di Ned Stark a farlo cadere nella trappola di Cersei Lannister. Jon non ha alcuna intenzione di seguire questo percorso, ma ai suoi occhi gli ideali professati dal padre non vanno rifiutati solamente perché l’uomo non è stato in grado di prevedere i pericoli intorno a sé. Tra i due si addensano sempre più cupe nubi: i loro caratteri presentano aspetti fin troppo differenti e le interferenze di Ditocorto sembrano avere sempre più fascino su Sansa. Se questo significherà una rottura dei rapporti tra i due Stark bisognerà vedere; ma certamente il fatto che l’uno guardi al nord e l’altra al sud potrebbe presto rappresentare un’autentica crisi.

I understand we’re in a war for survival. I understand whoever loses dies. I understand whoever wins could launch a dynasty that lasts a thousand years.

Cersei Lannister ha dovuto combattere tutta la sua vita per potersi assicurare di essere giudicata alla stregua di un uomo; ha dovuto affrontare un marito beone, un padre incapace di vederla come altro rispetto ad una figura di secondo piano ed un fratello minore quale simbolo di tutto ciò che ha perso. Ora che è stata lasciata da tutti i suoi figli, però, ora che sembra non esserci più nulla per lei, Cersei ha bisogno di alimentarsi del potere che è tanto convinta di meritare. I Lannister sono praticamente scomparsi e non ci sono più figli a cui lasciare la propria eredità; persino l’amato fratello gemello è sempre più spiritualmente distante dalla donna, quasi spaventato dalla macchina da guerra in cui si sta trasformando adesso che è circondata da nuovi e temibili nemici. Pur consapevole di essere in una posizione di svantaggio, Cersei ha ben in mente gli insegnamenti del padre, anche se questo vorrà dire costringersi ad un matrimonio di convenienza – cosa che aborriva con tutta se stessa quando avrebbe dovuto sposare Loras Tyrell. Di Cersei non resta che un involucro, tetragono ai colpi di sventura: ha sofferto così tanto ed è stata così tanto abbattuta che non ha alcuna intenzione di guardarsi alle spalle, tutta protesa all’eliminazione dei propri avversari, aspirante dominatrice di Westeros. Se deve legarsi ad Euron Greyjoy per ottenere l’esercito di cui ha bisogno, non si tirerà indietro. A tal proposito, è da notare che Euron ha subito un profondo restyling rispetto allo scorso anno, cambiato nell’aspetto e nel modo di fare. Il risultato è più che positivo, perché meglio caratterizza la pericolosità anche folle del nuovo Re delle Isole di Ferro.

– Why are you always in such a foul mood?
– Experience.


Parlando di cambiamenti, non possiamo non gettare lo sguardo a quello che accade ad un personaggio che avevamo conosciuto per la sua violenza e spietatezza, quel Mastino che si è ora aggiunto alle fila della Confraternita senza Vessilli. Confermando una tendenza molto forte in questa premiere – ossia il costante rimando a quanto accaduto nelle stagioni precedenti –, il Mastino dovrà fare i conti con la nuova persona in cui si sta trasformando. Nel suo cammino di redenzione e di avvicinamento ad una fede che ha sempre profondamente disprezzato, Clegane deve confrontarsi con la famiglia a cui aveva rubato il cibo e che ha dunque indirettamente condannato a morte. Una morte che lui ha evitato solo per intercessione di chi lo ha salvato e alla quale è scampato senza essere consapevole delle ragioni alle spalle; ecco perché spera di capire ciò che succede a Beric Dondarrion, sebbene anche questo non sia un uomo in apparenza meritevole dell’intervento divino. Nonostante si stia parlando di una storyline che non sembrerebbe avere collegamento con le altre – ma con il nuovo percorso verso nord le cose potrebbero cambiare –, gli autori compiono un’azione ammirevole nel trattarla in questo modo perché ci ricordano ancora una volta che la serie non è soltanto un racconto d’avventura, non è una grande narrazione fantasy che vuole solo intrattenere; Game of Thrones è qualcosa di più, è un racconto che contempla l’analisi di un’umanità ben più complessa, in cui anche i personaggi negativi possono mostrare degli aspetti ammirevoli o incamminarsi su un credibile percorso di redenzione.

Shall we begin?

L’ultima volta l’abbiamo lasciata sulle navi, finalmente diretta a Westeros. Senza particolari intoppi Daenerys ci arriva, raggiungendo così quella Dragonstone che abbiamo conosciuto con Stannis, ma che è il luogo di nascita dell’aspirante Regina del Trono di Spade. Roccia del Drago è un luogo fondamentale non solo per la scoperta di Sam (la cui storyline a Vecchia Città sembra diventare più interessante di quanto inizialmente preventivato, anche per la presenza di un Jorah Mormont sempre più malato), ma soprattutto per quello che rappresenta per i Targaryen. Finora Daenerys aveva sempre e solo sognato di tornare a Westeros per reclamare ciò che crede le spetti; attraverso dolori e vittorie la Targaryen ha dovuto combattere per emergere, anche quando il sogno ereditato dal fratello le sembrava un’utopia sempre più distante. La realizzazione che quella realtà sta via via concretizzandosi, pronta ad entrare nel vivo – ma anche nella sua parte più difficile –, spiega dunque perché quella di Roccia del Drago sia una lunga sequenza di scoperta, una passeggiata ed un appropriarsi di quelle mura che conservano l’essenza stessa dei propri avi. Le sue uniche tre parole sono lì a ricordare che questo episodio è una sorta di raccordo tra quello che è stato prima e quello che ancora deve essere: le danze possono finalmente avere inizio.

E così Game of Thrones si conferma una serie in forma, capace di andare avanti e travolgere lo spettatore senza per questo stravolgere la propria essenza. Eccoci con una premiere perfettamente riuscita, un’introduzione alle dinamiche che caratterizzeranno il resto di questa breve settima stagione. Si può cominciare.

Voto: 8½
Game of Thrones – 7×02 Stormborn
In un certo senso, “Stormborn” è dove comincia davvero questa penultima stagione di Game of Thrones: dopo una premiere di riallacciamento con gli eventi di “The Winds of Winter”, in cui l’impostazione frammentata aveva il compito di fare il punto della situazione per ogni personaggio, si può cominciare a rilanciare la narrazione e a definire il percorso dell’annata, muovendo le pedine con uno sguardo esclusivamente rivolto verso la loro collisione definitiva.

È infatti onnipresente la sensazione che ci si trovi ormai oltre il punto di rottura, e non ci si riferisce solo al sorprendente atto finale dell’episodio. Anche solo nelle fasi strategiche e di discussione a Dragonstone, nelle discussioni a Winterfell e a King’s Landing è inevitabile percepire un’atmosfera diversa dalle scorse stagioni, risultato sia dell’ammassarsi degli eventi catastrofici a cui abbiamo assistito per sei anni che del convergere di tutte le storyline verso un punto comune, creando un quadro che mai come ora si è distinto per coesione e completezza. In poche parole, è diventato quasi impossibile scindere una storyline principale da quelle di contorno (con qualche piccola eccezione), perché ogni personaggio svolge ormai un ruolo del tutto fondamentale per la conclusione imminente; allo stesso modo, è diventato impossibile trovare momenti dell’episodio che avessero una funzione secondaria o riempitiva – come accadeva, talvolta, in precedenza –, perché ogni singola sequenza ha l’obbligo di svolgere un compito preciso e fondamentale, indissolubilmente legato all’avanzare della trama orizzontale.

In continuità con la situazione presentata nello scorso season finale, le sequenze di Dragonstone mostrano una situazione in cui solo donne sono presenti per decidere le sorti di Westeros, con Tyrion e Theon a svolgere ruoli (il secondo soprattutto) di contorno o di supporto; una tendenza confermata dalla sovranità di Cersei a King’s Landing e da quella provvisoria di Sansa a Winterfell, a sottolineare come la rottura dal passato sia ormai definitiva e più forte che mai. La situazione a Dragonstone, in particolare, si muove sulla linea ormai consueta della pianificazione e preparazione che tanto ha caratterizzato le scorse stagioni dello show, ma il sopracitato ribaltamento dei ruoli nelle decisioni e l’avvicinarsi di uno scontro ormai definitivo rendono il tutto nettamente più interessante. La definizione della strategia di attacco di Westeros, in questo senso, si differenzia da quelle più interlocutorie del passato in quanto ogni opzione coinvolge personaggi che prima erano stati sempre considerati separati tra loro: e così sentir citare il nome di Jon Snow in presenza di Daenerys o il nome della stessa Khaleesi da parte di Cersei a King’s Landing non possono che rendere il tutto più emozionante e l’attesa sempre più snervante. È senz’altro frutto dell’impostazione che ha sempre caratterizzato la serie, un impianto immenso e quanto mai diviso in cui i pezzi si muovevano quasi in maniera indipendente, cozzando tra di loro solo individualmente: ora che tutto converge verso un’unica, grande direzione, il racconto guadagna un respiro più ampio e solenne, e la potenza di ogni sequenza ne esce rafforzata.

E non si parla solo delle sequenze più strettamente legate all’avanzamento orizzontale: “Stormborn” ha l’ottimo pregio di riuscire a bilanciare la componente sopracitata di pianificazione con una parte introspettiva ben studiata e messa in scena, forte del senso di chiusura delle ultime stagioni che porta anche a riallacciarsi al passato. E così, a sei stagioni di distanza, l’incontro tra Arya e Nymeria non può che beneficiare di una potenza intrinseca solo per il tempo passato dalla loro separazione, utilizzando il ritrovamento come strumento utilissimo a ragionare sull’evoluzione di Arya nel tempo, che viene specchiata da quella dell’animale stesso. Non a caso, quel “it’s not you” che arriva alla fine della scena altro non è che un rimando alla prima annata, in cui, alle sollecitazioni del padre a trovare un marito, la giovane Stark aveva risposto “It’s not me”, confermando il suo animo ribelle e non adatto a quel tipo di vita; un animo che si è addirittura rafforzato nel corso del tempo, trasformando Arya nell’equivalente di quello che Nymeria è adesso, un animale indomabile e potentissimo allo stesso tempo, incapace tuttavia di dimenticare gli echi del passato (Nymeria non può attaccare Arya ricordando il loro legame, e allo stesso modo Arya abbandona il viaggio verso Cersei una volta che il richiamo della sua famiglia si è fatto sentire). In ogni caso, lo stesso discorso può essere applicato ad altre sequenze che brillano nell’episodio, tra cui non si può non citare quella in apertura con Varys, forte di un ottimo Conleth Hill e anch’essa ricca di richiami al passato lontano, e quella tra Missandei e Grey Worm, capace di trovare intimità ed umanità in una scena d’amore sfruttando il contrasto con la volgarità delle prime annate. Sembra quasi che Game of Thrones abbia assunto, negli ultimi episodi, una maggiore consapevolezza del punto a cui è arrivata e del percorso compiuto, e questo si rispecchia in una scrittura che, sì, mostra ancora qualche difetto occasionale (in questo episodio, in particolare, qualche passaggio farraginoso negli eventi di Winterfell e di Old Town), ma che riesce a delineare i personaggi anche minori in maniera più riuscita, sfruttandone le potenzialità in maniera precisa e d’impatto.

Ma tutto il lavoro di costruzione e progettazione della stagione non avrebbe senso senza una controparte di sviluppo abbastanza forte – uno dei motivi, del resto, che hanno contribuito a rendere la serie un unicum nel panorama televisivo attuale in quanto a fenomeno di massa. In fondo, come la conclusione della scorsa stagione ha contribuito a sottolineare, l’aumento esponenziale del budget investito e della qualità della messa in scena hanno portato Game of Thrones ad assumere tratti spesso cinematografici, sostituendo perlomeno in parte la componente di imprevedibilità con una cura dell’estetica sempre più alta. In questo senso, l’ultima parte di “Stormborn” non può che arrivare come conferma definitiva dei livelli raggiunti dalla serie, che pur senza l’intervento del talentuosissimo Miguel Sapochnik (il quale, per inciso, rimane ancora ineguagliato) riesce a costruire una sequenza dal grande impatto visivo e narrativo. Si può dire davvero poco sulla costruzione della battaglia navale tra i Greyjoy, caratterizzata perfettamente dal fuoco che illumina sporadicamente i volti sconvolti (Theon, Yara) o selvaggi (Euron) dei personaggi mentre la vittoria dello zio stravolge le carte in tavola, annullando in pochi minuti i piani costruiti nel resto dell’episodio. Ed ancora una volta, il lavoro sui personaggi stessi è quello che fa la differenza e rende la sequenza riuscita a tutto tondo, in questo caso tramite il necessario regredire di Theon di fronte ai traumi della battaglia, che non possono che far riemergere gli indimenticabili dolori del passato.

A differenza del tono più rilassato ed introduttivo della premiere, “Stormborn” è quindi la rampa di lancio per l’ultimo, grande atto di Game of Thrones, riuscendo a definire un quadro ormai unico costruendo, allo stesso tempo, un episodio di ottima fattura. Il tutto, di certo, beneficia dell’ottima regia di Mark Mylod, sicuramente più ispirata di quella di Podeswa, ma anche della fase a cui è arrivata la serie, in cui i salti da un personaggio all’altro non sono più sintomi di un’impostazione frammentata, dato che tutti convergono verso lo stesso punto finale. In sostanza, ci sono pochi dubbi sul fatto che avere sott’occhio la propria conclusione abbia trasformato la serie in qualcosa di più maturo, consapevole della propria natura e delle immense potenzialità che inevitabilmente la accompagnano.

Voto: 8
Game of Thrones – 7×03 The Queen’s Justice
La stagione più corta fino ad ora di Game of Thrones è quasi giunta alla sua metà: tutti i pezzi sullo scacchiere si stanno incastrando ad una velocità inusitata per i ritmi soliti della serie perché adesso, finalmente, il Gioco del Trono è arrivato davvero ai capitoli finali.

He took a knife in the heart for his people.

Dopo ben 63 puntate, Jon Snow e Daenerys Targaryen, partiti dai lati opposti del mondo, finalmente si incontrano. Come potevamo aspettarci è un incontro teso, che fa scintille, tra due personaggi che ne hanno passate di ogni e che soprattutto non credono di dover rendere omaggi a nessuno: Jon e Daenerys sono dei sopravvissuti, andando ben al di là del concetto conosciuto, perchè entrambi sono sopravvissuti alla morte, risorti una dalle ceneri di fiamme bollenti e l’altro dal gelido suolo di Castle Black. Ghiaccio e fuoco si scontrano nella sala del trono di Dragonstone, un momento atteso da anni e che effettivamente gli sceneggiatori rivestono di particolare importanza. Il rifiuto di inchinarsi davanti alla Mother of Dragons e agli altri mille titoli nobiliari che ben conosciamo è perfettamente in linea con l’essere un leader silenzioso e pragmatico come è il Re del Nord, guarda caso l’unico titolo che gli si affibbia, e neanche troppo in maniera convinta, come sottolinea un incerto Davos; il punto focale infatti non è “il capriccio dei bambini” che vogliono il Trono di Spade, ma qualcosa di ben più importante, ovvero il bene comune a tutti gli uomini: uccidere i White Walkers.

L’incontro tra i due leader forse più amati dal pubblico ci fa capire come entrambi meriterebbero di regnare sui Sette Regni. Entrambi sono illuminati, nel senso politico del termine: Daenerys non vuole una vittoria facile per evitare un’ecatombe di innocenti (vicenda che ricorda molto da vicino quella USA-Giappone della II Guerra Mondiale, con esiti diversi), Jon ha in mente solo il bene superiore, che è quello di evitare una notte eterna con la discesa dei non-morti su Westeros. Lo sguardo finale di Daenerys a suo nipote fa forse intuire una futura relazione incestuosa tra i due, strizzando l’occhio alla più famosa coppia Luke-Leila Skywalker.

Lannisters always pay their debts.

Se da una parte ci sono gli illuminati, dall’altra si erge con il suo vestito nero e la corona d’oro Cersei Lannister. I debiti che i Lannister sono famosi per ripagare non sono solo quelli monetari, anzi, spesso sono “conti in sospeso” con qualcosa o qualcuno: questa volta hanno la sfortuna di incrociare la strada della bionda regina Ellaria Sand e l’unica figlia sopravvissuta. Cersei si dimostra ancora una volta un essere a sangue freddo, a cui basta sedersi sulla riva del fiume e aspettare: sa che il fato prima o poi la ripagherà, in un modo o nell’altro. E qui non c’entra la fortuna, c’entra solo la totale abnegazione ad una causa, sia quella di comandare sia quella di sposare la parte più oscura dell’animo umano, quella che aspetta solo il momento opportuno per far esplodere tutta la sua furia animalesca. La vendetta è ciò che scorre nelle vene di Cersei, è l’assoluta certezza che prima o poi potrà coglierla. Cersei sfrutta ogni situazione nel migliore dei modi: le piove addosso Euron e sa già che potrà essere una pedina fondamentale nel suo scacchiere; insomma, la fortuna aiuta gli audaci. Cersei è un Bolton molto più intelligente e furbo: la ferocia con cui coglie la sua vendetta sulle Sand è raccapricciante, ma allo stesso tempo affascinante ed eccitante, tanto da sfociare in una scena di sesso a cui “costringe” il fratello, quasi forzandolo.

Every possible series of events is happening all at once.

Altro elemento focale è ovviamente Winterfell, dove Sansa diventa il punto di riferimento dell’intera comunità: ancora una volta si sottolinea la crescita del personaggio, ormai capace di dare consigli utili a tutta la comunità ma soprattutto di deciderne le sorti nel breve periodo, tenendo testa nel frattempo a Littlefinger, non proprio l’ultimo arrivato. Proprio quest’ultimo si erge ancora a figura sinistra, capace con il suo tono di voce sempre pacato e quasi sussurrato di dire cose terribili senza cambiare espressione. La frase enigmatica che rivolge a Sansa sembra quasi un delirio, ma in realtà si collega a doppio filo con il ritorno di Bran e le sue visioni: tutto accade nello stesso momento e saper destreggiarsi tra gli avvenimenti certi e possibili ti rende una capacità che nei Sette Regni è assolutamente fondamentale, ovvero quella di cadere sempre in piedi. Ovvio che quello di Littlefinger sia un discorso su tattiche politiche, ma suona davvero da brividi visto poi il dialogo che Sansa ha con suo fratello, tornato con un potere potenzialmente devastante per il futuro del Gioco dei Troni, la conoscenza dello scorrere del tempo e tutto quello che vi accade dentro, prima, durante e dopo. L’insegnamento di Littlefinger e il potere di Bran potrebbero aiutare Sansa a fare il salto decisivo verso un futuro che prima di oggi sembrava veramente impronosticabile.

And so it begins.

Infine c’è la parte di tattica bellica che in questo inizio di stagione ha assunto un’importanza che raramente ha avuto nelle annate precedenti: l’idea geniale con cui Jamie e il suo esercito attirano in trappola quello dei Targaryen è una mossa degna di una partita di scacchi: nel gioco si chiama “adescamento”, e il nome non poteva essere più rivelatorio. È pazzesco vedere come le pedine si muovano sulla scacchiera di Westeros, come ogni piano venga studiato nei minimi dettagli e come ognuno dei personaggi abbia sempre un asso nella manica. Il colpo inferto all’esercito di Daenerys è durissimo, degno davvero del migliore esercito che c’è sul campo in questo momento, con l’aggiunta della sezione navale targata Greyjoy. L’eliminazione dal gioco anche dei Tyrell mette in netta posizione di vantaggio la famiglia di Casterly Rock – al netto dei tre draghi, ovviamente – ma mette anche in evidenza quello che può essere il punto debole, la crepa nella fin qui invincibile armata rosso-oro: l’evidente differenza d’animo tra Jamie e Cersei. L’ultima sequenza, con l’uccisione dell’ultima Tyrell, porta in primo piano un assunto fondamentale nell’economia del racconto, ovvero che la benevolenza e soprattutto la pietà non portano a nulla di buono: la cattiveria con cui Olenna risponde al gesto di rispetto di Jamie è lì per ricordarcelo.

Con “The Queen’s Justice” Game of Thrones ci ricorda che ognuno dei personaggi coinvolti ha un senso di giustizia diverso, soprattutto le due Regine che si stanno fronteggiando da una parte all’altra del continente. Guardando la situazione da un punto di vista morale, sappiamo qual è l’idea sbagliata; ma guardandola in ottica bellica, siamo sicuri che la risposta sia sempre quella?

Voto: 7/8
Game of Thrones – 7×04 The Spoils of War
Arrivato, con velocità preoccupante, al suo cavalcavia stagionale, Game of Thrones si decide per una accelerata e dà un gran fuoco alle polveri. “The Spoils of War” diversifica infatti le qualità dello show e imposta lo spettacolo secondo i due canoni che più stanno determinando la serie in questi episodi: la parola e il movimento.

Controbilanciata tra intimità e violenza, la quarta puntata ripropone la struttura della seconda e fa bene il suo lavoro: prima spende e spande in sentite discussioni, confermando la nonchalance dialettica in cui si muovono personaggi e show; poi scatta nel quarto d’ora finale con una clamorosa impennata guerrigliera, snodando questo intricato giro di boa. È facile che il sistema, giocato sulla bipartizione netta tra azione e contemplazione, sembri contraddittorio o sconclusionato; invece non potrebbe essere più funzionale alla fluidità dell’episodio, che appassiona e sconvolge. Ne giovano anche le dinamiche caratteriali, con personaggi che si confrontano con situazioni inedite, e il ritmo dell’azione, che prima gioca a nascondino e poi domina per eccesso. Ad ulteriore riprova, il meccanismo si rivela perfetto per la gestione degli eventi in un tempo ristretto, arricchendosi di vari contenuti come nella prima mezz’ora, in cui l’assoluta perizia tecnica con cui sono condotti i dialoghi permette di rimediare all’effettiva scarsità di minutaggio inserendo agganci a eventi del passato. Ciò avviene attraverso simboli e citazionismi interni, insistiti ma allo stesso tempo tenuti sotto traccia.

Potrà forse sembrare un divertissement, un ammiccamento allo spettatore con la memoria d’elefante, ma c’è di più: esaurita l’ipotetica funzione di fan service, nei dialoghi subentra la forza iconografica dell’uso del dettaglio, contando sull’occhio educato degli spettatori per certi particolari. Un oggetto come il pugnale in acciaio di Valyria (allo stesso modo dell’incontro con Nymeria per esempio) non può che rammentare subito allo spettatore lo scarto temporale trascorso e il conseguente sovvertimento di personalità del personaggio coinvolto, quasi come se la sua intera storia personale fosse lì compressa: ci rendiamo conto, in maniera sempre più definitiva, che il giovane Stark è morto in quella caverna e che al suo posto è nato il Corvo con Tre Occhi. Ma Bran non è l’unico a essere cambiato, anzi: spinti ai confini delle proprie personalità, i personaggi di Game Of Thrones non sono più chi erano. Partiti come figli di una pace traballante e arrivati come plenipotenziari di destini tragici, sono vittime del dramma di un cambiamento — fisico in primis (con una maturazione corporea visibile) e caratteriale poi — che scandisce il tempo tra ellissi e incostanti decelerazioni, trovando un riscontro anche nel linguaggio del corpo dei protagonisti: meno gioioso di una volta, più serio e contenuto. È raro assistere alla maturazione progressiva dell’interprete e non a caso la serie, nella veste di long drama incentrato su bambini diventati adulti, è una singolarità.

Anche per questo è maggiormente apprezzabile che le geometrie narrative organizzate per questi ultimi episodi, nelle parti non belliche, trovino snodo proprio nell’affezione del pubblico al percorso di questi attori/personaggi, nel momento in cui interagiscono tra loro dopo molto tempo. La puntata in questi casi lavora di fino, per ottenere riflessioni di forte risonanza a partire da scambi veloci. Servono a questo i tanti piccoli accorgimenti di sceneggiatura, che livellano interpretazioni esplose nel silenzio di chi ha acquisito una adultità sofferta: è una scelta anti-climatica sottile e rischiosa, perché non cerca il sentimentalismo facile né il gran baccano emotivo. Gli incontri a Grande Inverno contraddicono la logica su cui dovrebbero reggersi e, invece che nella comunione spassionata prima della tempesta, il triangolo degli abbracci tra Sansa, Bran e Arya si risolve in una frustrata asciuttezza, che compromette il ricongiungimento. I tre fratelli si incontrano, ma sembrano estranei: un meccanismo che riscontra similitudini con gli stili della tragedia greca e (soprattutto con Arya e Sansa) aumenta il grado malinconico.

Si noti l’indugiare della macchina da presa sui dettagli del cortile – sovrapponendosi alla soggettiva del personaggio, che, finalmente a casa, rintraccia l’infanzia attraverso i luoghi in cui l’ha vissuta – e come la partitura musicale ceda il passo a vene nostalgiche, che compromettono ancora di più la paradossale situazione delle due sorelle: aver raggiunto esattamente ciò che desideravano, rimpiangendo quasi di averlo fatto. Se Arya infatti proprio in quel cortile guardava gli spadaccini allenarsi macinando invidia, Sansa già giocava alla signora del castello, cucendosi addosso rigore domestico e buone maniere. Nessuna delle due è felice, ma entrambe sono figure consapevoli, formate e costrette a riconoscere i danni collaterali di questa travagliata educazione sentimentale che le avvicina come donne e le divide come sorelle. Limitare la tristezza a uno sguardo nascosto in un abbraccio è un grande esempio di scrittura ai suoi vertici di delicatezza. La soluzione infatti è elegante e magistralmente silenziosa, un momento intimo e privato scritto senza facilonerie e ricatti emotivi, che porge il fianco a difficoltà visibili (è più rischiosa una narrazione d’interni e di dialoghi piuttosto che la maestosità effettistica) e che invece si dimostra costruttiva e dignitosamente appagante.

Ma i momenti dove la parola domina incontrastata si riscontrano anche fuori da Grande Inverno. La via del dialogo è battuta persino a Roccia del Drago, dove i veri tesori sono nel sottoterra: ossidiana, leggenda, alleanze. E anche se i momenti con Daenerys e Jon soffrono sempre il peso delle aspettative, è apprezzabile vedere come anche in questo caso gli autori giochino a favore di caratteri inflessibili e rispetto reciproco (con una tensione sessuale sfumata e canzonata). C’è grande coerenza nelle parole di entrambi e una onestà relazionale ben pesata, favoreggiata anche dall’alchimia attoriale. Uniche pecca l’incursione di Missandei, troppo calcolata per confermare a Jon la bontà di Daenerys; l’incontro con Theon, invece, è più credibile, oltre che foriero di conseguenze imprevedibili.

Tutt’altro episodio quello degli ultimi quindici minuti, che si riallacciano all’inizio di puntata sul fronte dell’Altopiano. È il culmine di una strategia della tensione narrativa coltivata dall’episodio in sotterranea e giustificata dall’ellissi che con furbizia nasconde il piano di Daenerys e permette alla puntata di risparmiare minuti nel girato. Il tempo, dopo essersi contratto, si libera con vigore muscolare per concentrarsi sul mastodontico scontro di fanteria tra l’armata dei Lannister, spezzati a mezz’asta tra capo e coda, e quella della Khaleesi, a cavalcioni tra squame di drago per direzionare l’ululante orda dei dothraki.

La battaglia è incredibile: da perfetto negativo dello scontro navale di “Stormborn“, con tanto di attacco a sorpresa (per i personaggi e per gli spettatori) innesta la pura epica del movimento su terra, aumentata nei risultati dalla potenza aerea della Regina dei Draghi e dalla predominante violenza dei combattenti. Malgrado non ci siano mai veri dubbi sugli esiti del conflitto – più che scommettere sul vincitore si scommette su quando finirà la partita – nulla intacca il coinvolgimento emotivo, irrobustito dall’esplosiva ammirazione per Daenerys e minato dalla sospesa preoccupazione per Jaime e Bron. Non a caso gli occhi sono per loro, protagonisti di roboanti scene e lunghe riprese ‘walk and fight’ (nel caso di Bron) coronate da una regia ispirata dal fuoco e dalle fiamme; il tutto avviene col fiato in gola fino agli ultimi secondi, quando la silhouette di Jaime a cavallo si scontra con il momento della morte e in un fazzoletto di terra scampa a un destino bruciante. Se prima era la scrittura a giocare un ruolo fondamentale, qui è la regia a incoccare un momento di culto. La scena finale segna il primo incontro tra Jaime e Daenerys, nonchè una decisiva svolta nella guerra, attraverso la costruzione di un triello (tra Bronn, Drogon e Jaime) che si chiude col cliffhanger a capitombolo.

“The Spoils of War” è quindi un ottimo episodio, che segna un punto di non ritorno per la stagione e per la serie, presentando una grossa svolta sul piano della trama grazie a una scrittura affezionata ai suoi personaggi e a una regia di peso cinematografico. Ora che tutto è sulla via della conclusione, con ogni parola e ogni movimento al suo posto, il Gioco dei Troni si può avviare verso la sua conclusione.

Voto: 8½
Game of Thrones – 7×05 Eastwatch
A soli due passi dal finale di stagione, Game of Thrones decide di presentarci un intenso ed importante episodio di transizione. Anche se privo del pathos che ha caratterizzato l’appuntamento precedente, “Eastwatch” si rivela però di gran lunga fondamentale per la costruzione e l’anticipazione degli avvenimenti futuri della serie, senza per questo privarci di sorprese. Riportandoci immediatamente sul campo della battaglia che ha imperversato in “The Spoils of War”, gli autori ne approfittano per mettere in scena le conseguenze stesse di uno scontro così feroce, allargando l’analisi e la rappresentazione delle personalità in gioco.

La mancanza di azione dell’episodio, dunque, lungi dall’appesantire la narrazione, concorre invece ad accrescere la nostra curiosità riguardo le vicende che vedremo nelle prossime puntate. La fine della battaglia introduce un più sottile confronto fra i modi d’agire delle due Regine, messo particolarmente in risalto attraverso la scelta degli autori di sottolineare non solo le ben note differenze che intercorrono fra le due avversarie – Daenerys mira all’approvazione sociale e alla libertà dei suoi sudditi, mentre Cersei ha un’attitudine di gran lunga più cinica, conservatrice e pragmatica –, ma anche l’unico e fondamentale elemento che condividono entrambe allo stesso modo: un’inarrestabile e feroce determinazione. Da un lato, dopo la vittoria la Madre dei Draghi assume un atteggiamento sempre più intransigente (così duro da lasciare interdetto anche Tyrion), teso a ribadire ancora di più la sua forza e la sua ambizione; dall’altro lato abbiamo una Cersei sconfitta e con ormai ben poche speranze di ribaltare la situazione a proprio vantaggio, ma, nonostante questo, ancora pericolosamente decisa a continuare a combattere piuttosto che arrendersi e lasciare il campo libero alla sua avversaria.

In un contesto che sembra dunque prepararci a una feroce ed intensa guerra fra le due, però, “Eastwatch” cambia direzione approdando a una situazione che ribalta radicalmente le carte in gioco, rinunciando alla messa in scena di una narrazione forse meno rischiosa ma, di sicuro, più prevedibile. In questo intricato legame di vicende, il personaggio che è arrivato a destabilizzare più di tutti il corso degli eventi è Jon, le cui scelte ed azioni ormai ricadono pesantemente sulle sorti della trama: l’urgenza di dover fare i conti con l’immenso e ormai vicino Esercito dei Non Morti è finalmente chiara anche agli occhi di Daenerys, la cui fiducia nei confronti del Re del Nord è a dir poco indispensabile per la vittoria contro gli Estranei.

La scena che vede il docile approccio dello spaventoso Drogon nei confronti di Jon strizza gli occhi agli spettatori (i soli a conoscere il vero motivo di questo atteggiamento) ma, al tempo stesso, rappresenta senza sforzo l’inevitabile avvicinamento della Regina a suo nipote, che vede nell’assenso del drago un’ulteriore spinta a decidere di unire le sue forze con quelle del Re del Nord. Non è passato inosservato, a tal proposito, il passo letto distrattamente da Gilly che fornisce la prova della legittima discendenza di Jon da Rhaegar Targaryen, incrementando così il particolare gioco di rimandi e di indizi importanti che gli autori offrono al pubblico, molto utilizzato in questa settima stagione. L’approvazione di Daenerys riguardo un ipotetico accordo con Cersei e la decisione di mostrare a quest’ultima le prove dell’esistenza dei Non Morti introduce una delicata situazione di stallo, il cui probabile armistizio che ne seguirà apre dunque la strada a una narrazione dai risvolti inaspettati: era legittimo, arrivati a questo punto, prevedere che le ultime puntate della settima stagione si sarebbero concentrate sullo scontro fra Cersei e Daenerys per poi dedicarsi, l’anno seguente, alla grande lotta contro l’Esercito dei Non Morti. Ora, però, si profila improvvisamente un nuovo ed inaspettato orizzonte che mira all’unione (almeno teorica) delle Regine contro la grande minaccia proveniente dal Nord, aprendo così la strada a un gran numero di svariate soluzioni. Il progetto è senza dubbio intrigante, ma è anche facile preda dei difetti che hanno caratterizzato questa stagione, dovuti in gran parte alla repentina velocità con cui Game of Thrones si avvia verso i capitoli finali. Certo, la narrazione ha bisogno di proseguire spedita, ma è facile trovarsi talvolta destabilizzati dinanzi alla visione di episodi che, per quanto ben fatti, soffrono di una narrazione spesso troppo frammentata. Frutto di motivi pratici più che narrativi, questa rapidità – alla luce degli avvenimenti di “Eastwatch” – potrebbe far incappare la serie nella scomoda posizione di dover raccontare troppe cose in poco tempo, rischiando di snaturare e indebolire la narrazione. Tuttavia, per quanto rischiosa, la necessità di lestezza fin qui non ha danneggiato la messa in scena complessiva dello show, che invece si dimostra in generale riuscita.

Anche questo quinto episodio, dunque, accanto all’introduzione delle già citate novità cruciali, riesce ad analizzare con discreta efficacia le numerose storyline, dando particolarmente risalto all’evoluzione dei rapporti fra i principali personaggi, offrendo a molti di loro nuove sfide e nuovi obiettivi da conseguire. L’importante dialogo fra Cersei e Jamie (conclusosi con la notizia della gravidanza della Regina) rivitalizza non solo la relazione fra i due, ma soprattutto spinge la sovrana ad adottare un atteggiamento del tutto differente rispetto a quello dettato dalla mera voglia di potere e di vendetta che l’ha guidata fin qui: la prospettiva della maternità dona una nuova determinazione a una donna che, a seguito della morte dei figli, ha agito con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere. Adesso, invece, è probabile che la possibilità di dare un nuovo futuro alla casata dei Lannister al fianco di Jamie porterà Cersei ad agire con modalità differenti, tese a un possibile approccio più razionale e strategico. Alla luce degli ultimi avvenimenti, non stupisce quindi l’intenzione della donna di voler usare l’accordo con Daenerys a proprio vantaggio, avvicinandosi sempre di più al modus operandi del padre, mirato allo sfruttamento e allo studio attento e sottile di ogni minima possibilità di successo. La necessità di mostrare il Non Morto a Cersei apre dunque la strada a una nuova, pericolosa e avvincente avventura, che ha permesso agli autori di inserire altri personaggi da aggiungere alla spedizione di Jon oltre la Barriera: il ritorno del Mastino ma, soprattutto, l’atteso ritorno del giovane Gendry (munito di martello e desideroso di azione) introducono quello che sarà di certo un momento fondamentale per la narrazione del finale di stagione.

Nonostante la grande molteplicità di personaggi e avvenimenti, “Eastwatch” sottolinea ancora di più la capacità di Game of Thrones di unire e condizionare diverse situazioni che, a una prima occhiata, sembrano indipendenti l’una dall’altra. La parentesi dedicata a Grande Inverno, infatti, innesta delle dinamiche che potrebbero incidere pesantemente sullo sviluppo complessivo della trama: il ricongiungimento di Arya e Sansa non ha messo fine all’onnipresente ostilità e sfiducia reciproca che intercorrono tra le due e offre così a Ditocorto la succulenta possibilità di sfruttare l’incomprensione delle sorelle a proprio vantaggio. Il sospetto della sorella minore nei confronti delle tendenze fin troppo ambiziose di Sansa è forse un po’ troppo forzato, ma assume senso alla luce delle dinamiche messe in moto da Baelish. La trappola in cui l’uomo fa cadere Arya – mostrandole di proposito la lettera che Sansa ha scritto a Robb nella prima stagione mentre si trovava sotto le grinfie di Cersei – distoglierà l’attenzione di entrambe dai suoi subdoli propositi, dandogli così via libera per l’attuazione indisturbata dei suoi ambiziosi e silenziosi piani, incrinando enormemente il già delicato equilibrio presente a Grande Inverno e minacciando così la riuscita degli obiettivi dello stesso Jon, che, al suo ritorno, potrebbe trovare una situazione a dir poco complessa e potenzialmente sfavorevole.

Per concludere, “Eastwatch” è un episodio che, pur non prestandosi alla spettacolarizzazione delle puntate precedenti, si rivela tuttavia cruciale per i futuri sviluppi della serie: variegato ed equilibrato, il quinto appuntamento di Game of Thrones incrementa la curiosità degli spettatori con la delicata (e inaspettata) preparazione degli eventi che domineranno la fine di questa settima stagione. L’apertura verso un ventaglio di possibili e contemporanee situazioni differenti sottolinea l’intenzione degli autori di conquistare ulteriormente quella maturità narrativa che riuscirebbe a sviluppare appieno le innumerevoli potenzialità della serie. Non ci resta ora che aspettare la visione degli ultimi episodi per scoprire se si tratta o meno di una scommessa vincente.

Voto: 7+
Game Of Thrones – 7×06 Beyond The Wall
Quella che si è già conquistata il nome di “stagione dei record”, sia dal punto di vista degli ascolti che dell’impatto mediatico in grado di generare – con gaudio della HBO, costretta ad affrontare in questi giorni attacchi informatici e ricatti – si presenta ad una settimana dalla fine con un episodio spettacolare, culmine della forza produttiva di uno show che ha definitivamente abbattuto il divario che un tempo intercorreva tra grande e piccolo schermo.

Game Of Thrones è, infatti, l’epopea fantasy di questo decennio e l’erede culturale de Il Signore degli Anelli, al quale lo stesso Martin è molto affezionato. Nonostante le differenze strutturali e il diverso approccio narrativo che pongono le due opere su piani molto diversi, non è difficile trovare in A Song Of Ice And Fire analogie e rimandi al capostipite del genere attraverso situazioni, personaggi e risoluzioni dell’intreccio che viaggiano tra il citazionismo e la reinterpretazione. La differenza sostanziale tra i due adattamenti è, tuttavia, di natura extra-narrativa: se Peter Jackson poteva contare su un’opera completa, di cui tutti già erano a conoscenza, lo stesso non si può dire per Benioff e Weiss che, come tutti sappiamo, ad un certo punto si sono dovuti liberare dai vincoli rappresentati dai romanzi per proseguire su una strada più incerta ma che fino ad ora ha funzionato alla perfezione. La trasformazione dello show da adattamento semi-puro a prodotto televisivo in senso stretto si è fatta carico di alcune scelte narrative meno credibili e realistiche ma necessarie affinché la trama procedesse in modo spedito e che le attese dei fan potessero essere ripagate. Questa premessa è quanto mai necessaria per analizzare e giudicare “Beyond the Wall” che, nonostante gli enormi difetti e le voragini narrative che non possono passare inosservate, rappresenta una summa di quello che è oggi Game Of Thrones: il fantasy contemporaneo per eccellenza.

L’episodio sviluppa la sua trama su tre poli distinti e lontani ma tematicamente connessi: Winterfell, Dragonstone e le terre al di là della Barriera. Il personaggio che lega questi luoghi e che muove le scelte dei diversi attori del gioco del trono è Jon, con la sua missione finalizzata ad unire Westeros contro l’armata del Night King. Soprassedendo sull’illogicità della strategia elaborata e sulla sospensione di incredulità richiesta per credere alla casualità dell’incontro dei personaggi che si uniscono nella spedizione che attraversa la Barriera, gli autori scelgono saggiamente di far coincidere la temporalità degli eventi di “Beyond the Wall” con la durata della missione suddetta, optando per ignorare completamente i rapporti spazio-temporali relativi all’enorme continente in cui si svolgono le vicende. Questa decisione è frutto del mutamento strutturale che la serie ha subito di cui si parlava in precedenza, il quale antepone la creazione di momenti topici e visivamente impressionanti – l’arrivo di Daenerys e dei tre draghi al momento giusto in questo caso – al realismo e alla coerenza interna dello show, caratteristica invece fondamentale dei romanzi di Martin, nei quali le interazioni tra i personaggi chiave sono ridotte al minimo. È una necessità – che poi si traduce in questo caso in un vantaggio – imposta dalle caratteristiche del medium televisivo, che vive di momenti emozionanti e di colpi di scena improvvisi. Se da un lato questo meccanismo funziona e non disturba la visione, in alcuni momenti si ha l’impressione che l’episodio forzi un po’ troppo la mano e tenti di strafare: emblematico in tal senso l’arrivo miracoloso di Benjen al salvataggio di Jon, con il quale viene praticamente “concesso” un finale ad un personaggio di cui si erano perse le tracce. In modo diverso ma con lo stesso effetto straniante è costruita tutta la prima parte basata sui dialoghi tra i guerrieri della spedizione, lenta e priva di azione ma con l’obiettivo di espandere o consolidare il background narrativo di molti di loro – in particolare dei personaggi che hanno avuto meno spazio come Gendry, Thoros e il Mastino. Se l’idea di per sè appare interessante viene tradita da una realizzazione scialba e priva di mordente, complici i dialoghi banali e poco credibili che poco aggiungono alla caratterizzazione dei personaggi.

Death is the enemy. The first enemy. And the last. But we all die.

Il filo conduttore e il vero protagonista dell’episodio è però la morte, intesa non solo come il momento in cui un’esistenza si interrompe ma in particolare come l’assenza di vita. Ciò è evidente innanzitutto dalle scenografie: tutte le scene ambientate al di là della Barriera, infatti, mostrano ampi paesaggi innevati, privi di alberi e piante, caratterizzati dalla costante sensazione di vuoto. Gli stessi membri della spedizione di Jon hanno un rapporto privilegiato con la morte: il Re del Nord è già morto una volta, Beric Dondarrion addirittura sei volte e riportato sempre in vita da Thoros di Myr, il Mastino era stato dichiarato morto per mano di Brienne, Jorah Mormont pareva destinato a perire attraverso il morbo grigio, Gendry è stato sempre in pericolo di vita a causa del suo sangue Baratheon. Tra tutti loro solo il prete rosso verrà ucciso nel corso dell’episodio, scelta diretta probabilmente ad eliminare le sue capacità di resurrezione e a rendere personaggi come Jon e Beric ugualmente mortali. La dipartita più importante, che coincide con l’istante più emozionante e inaspettato della puntata, è però quella di Viserion, il drago di Daenerys che viene trafitto dalla lancia del Night King e poi riportato in vita dai White Walkers nei minuti finali. Oltre all’impeccabilità tecnica della scena, è proprio la scelta degli autori ad essere intelligente e coraggiosa, perché pone i draghi, sinora sempre considerati praticamente invincibili, in una condizione di inferiorità e vulnerabilità, aprendo tantissime possibilità per gli scontri a venire.

The world doesn’t just let girls decide what they are going to be. But I can now.

Risulta molto più discutibile la scelta di troncare l’adrenalina degli scontri del profondo nord con la discordia che Littlefinger insinua tra le due sorelle Stark a Grande Inverno. Già nello scorso episodio si avevano le avvisaglie di un confronto tra le due che non sarebbe stato tra i più amorevoli; la vera e propria minaccia di morte da parte di Arya nei confronti della sorella potrebbe prendere in contropiede gli spettatori, ma a ben pensarci è perfettamente in linea con l’evoluzione che ha subito il personaggio nel corso delle stagioni. La giovane Stark è diventata tanto cinica quanto spietata e poco incline al perdono, incapace di accettare le debolezze degli altri, lei che la debolezza l’ha sempre dovuta sopprimere per poter sopravvivere in situazioni ben più pericolose di una corte di nobili arrabbiati. Se queste vicende avranno un certo peso sulla trama – cosa che finora non è ancora chiara – allora il problema più grosso è la loro collocazione all’interno di un episodio che avrebbe sicuramente giovato della continuità delle scene ambientate oltre la Barriera e che, invece, così organizzato spezza troppe volte il ritmo della narrazione.

They’ll all come to see you for what you are.

Si deduce facilmente che “Beyond the Wall” lavori per giungere ad un’evoluzione del rapporto Jon-Daenerys, una relazione su cui ha lavorato per tutta la stagione. Sebbene anche qui risulti un po’ forzata e artificiosa la scelta di avvicinare sempre di più i personaggi, in prospettiva questa unione – per ora solo politica – potrà fornire un ottimo spunto per la direzione che prenderà la trama nel finale di stagione e, guardando un po’ più avanti, anche verso il finale della serie ormai sempre più vicino. In particolare è Jon ad uscire meglio dall’episodio: mettendo da parte l’orgoglio e anteponendovi la salvezza del continente, sceglie di giurare fedeltà alla regina dei draghi e di fidarsi completamente di lei, convinto che anche i suoi uomini la vedranno per come la vede lui. D’altro canto la caratterizzazione di Daenerys – e l’interpretazione non eccelsa di Emilia Clarke – non è stata allo stesso livello in questa settima stagione, rendendo un personaggio che fino all’anno scorso poteva vantare un percorso di tutto rispetto oggi confuso e autore di scelte se non incredibili perlomeno discutibili. In questo non ha certo aiutato Tyrion, anche lui “vittima” di una scrittura poco ispirata, meno brillante e poco lungimirante rispetto agli scorsi anni, compensata solo dalla sempre solida interpretazione di Peter Dinklage.

Se storicamente è assodato che il penultimo episodio della stagione di Game Of Thrones deve sempre essere il più sconvolgente, allora “Beyond the Wall” non fa eccezione: pur non distinguendosi assolutamente come uno dei migliori episodi della serie e abbondando di difetti perlopiù evitabili, riesce nel compito di generare un punto di non ritorno per lo show, sempre più sicuro dei propri mezzi e diretto verso un finale che si preannuncia esplosivo.

Voto: 7
Game of Thrones – 7×07 The Dragon and the Wolf
Dopo sei settimane di accese discussioni, teorie più o meno plausibili, critiche feroci e molteplici leak, “The Dragon and the Wolf” giunge a mettere la parola fine a questa seguitissima e chiacchieratissima settima stagione di Game of Thrones, racchiudendo al suo interno, nel bene e nel male, tutti i punti di forza e le problematiche di questa annata.

Se lo scorso anno Benioff e Weiss erano riusciti nell’arduo compito di rassicurare il pubblico circa la possibilità di proseguire in maniera efficace il racconto martiniano senza più il sostegno del materiale letterario, giovando anzi di questa nuova libertà creativa, al contrario questa annata ha in più di un caso reso evidente quanto la mancanza di una traccia, unita alle sempre più stringenti esigenze produttive – alla base della sfortunata riduzione del numero di episodi in nome della messa in scena di numerose sequenze spettacolari ad alto budget –, abbia avuto, soprattutto dal quinto episodio in poi, delle pesanti ricadute sulla qualità della scrittura, sia dal punto di vista della caratterizzazione che, soprattutto, della costruzione del plot. È evidente che buona parte dei passi falsi di questa stagione – che comunque nella prima parte ha saputo gestire molto bene alcuni momenti cardine come l’incontro tra Daenerys e Jon (o quello tra i tre Stark) e ci ha regalato una sequenza di battaglia mozzafiato come quella di “The Spoils of War” – siano stati dettati proprio dall’esigenza di comprimere la narrazione all’inverosimile, generando un effetto a tratti straniante (pensiamo alla comparsa di Verme Grigio alle porte di King’s Landing in questo episodio) e a tratti totalmente privo di logica (il salvataggio del gruppo oltre la Barriera), soprattutto a fronte della peculiare dilatazione spazio-temporale che ha caratterizzato in precedenza la serie.

All the frightening stories we heard when we were young, they’re all real. So be it. Let the monsters kill each other.

L’impressione complessiva è quindi quella di un racconto sbilanciato nelle sue parti, che, dopo un lunghissimo prologo in cui Martin e gli autori si sono presi tutto il tempo necessario per portare avanti un lavoro minuzioso di world e character building, ora si trova, a causa del poco tempo a disposizione, a risolvere in maniera frettolosa e superficiale temi e snodi narrativi che dopo una così lunga attesa avrebbero certamente meritato maggior cura e approfondimento. Questo vale innanzitutto per quello che è stato il tema cardine della stagione, ovvero la transizione dalla guerra dei troni a quella contro l’esercito dei non-morti, gestita in maniera per niente fluida e credibile, come è stato già ampiamente sottolineato in relazione allo scorso episodio. La sequenza ambientata al Dragon Pit inevitabilmente patisce delle premesse (non particolarmente logiche sia nella progettazione che nella realizzazione) che hanno condotto a questo storico incontro, privandolo quindi, almeno in parte, della sua portata emotiva e della sua dimensione epica. Sia chiaro, vedere Cersei, Jon e Daenerys faccia a faccia è sicuramente un’esperienza emozionante, e gli autori dipingono molto bene la tensione mista a disagio che permea l’incontro, ma la dimostrazione di Jon e del Mastino con il non-morto non fa che ribadire quanto questa soluzione non sia stata all’altezza della qualità di scrittura a cui la serie ci aveva abituato, rivelandosi una risposta alquanto rozza a una questione estremamente complessa per le sue implicazioni etiche e politiche, la quale a ben vedere costituisce il cuore stesso della saga martiniana. Anche lo svolgimento e la conclusione del negoziato non possono non suscitare qualche perplessità: il plot-twist finale relativo alla strategia di Cersei (i cui contorni sono ancora poco chiari) non va solo a minare dall’interno il valore dei sacrifici compiuti dai personaggi finora, portando la situazione al punto di partenza, ma nel farlo getta ulteriormente luce sull’assurdità di un piano fondato sulla stipulazione di un patto di fiducia con la Lannister. Non ci è dato sapere con certezza se le intenzioni della Regina fossero davvero queste fin dall’inizio, se Tyrion sia davvero convinto della buona fede della sorella e se ciò che lei ha rivelato a Jaime costituisca o meno tutta la verità; in ogni caso al momento il suo atteggiamento, per quanto molto più coerente con il personaggio di una repentina alleanza per il bene supremo, sembra segnare un passo indietro rispetto alle finezze strategiche a cui ci aveva abituato negli ultimi tempi, dato che, come ben sottolinea lo stesso Jaime, l’adagio “tra i due litiganti il terzo gode” potrebbe non essere il più adatto a descrivere la loro situazione.

Jon’s real name… His name is Aegon Targaryen. He’s never been a bastard. He’s the heir to the Iron Throne.

In più occasioni è stato giustamente sottolineato come con il passare del tempo la serie abbia inevitabilmente subito un processo di “normalizzazione”, che ha portato da uno scenario in cui tutti erano, almeno in potenza, egualmente sacrificabili ed era difficile operare una distinzione netta tra buoni e cattivi, a una più tradizionale opposizione tra bene e male, a cui si affianca una più netta gerarchizzazione dei protagonisti. Se questo secondo punto è perfettamente coerente con l’avvicinarsi all’epilogo di questo lungo racconto, il primo è indubbiamente figlio della presenza sempre più preponderante dell’elemento fantasy, che ha raggiunto il suo culmine in questa stagione: la minaccia dei White Walker ha progressivamente messo sullo sfondo il gioco dei troni, in cui era infinitamente più complicato distinguere torti e ragioni e decidere per chi parteggiare, finendo col dar vita a una polarizzazione tra vita-morte e bene-male che ha portato ad appiattire le dinamiche messe in scena e in particolare la figura di Snow. A fronte di un villain minaccioso, spietato e apparentemente invincibile come il Night King e il suo esercito, troviamo infatti una figura che ha ormai assunto i contorni del classico eroe integerrimo, interamente votato alla causa e incapace di fare passi falsi. Se infatti fino all’anno scorso Jon, pur con tutti i limiti del caso, ci appariva come un personaggio sfaccettato, impegnato a confrontarsi con il tradimento dei suoi compagni, la sua morte e resurrezione e infine con il peso di un potere che non ha mai desiderato per sé, ora lo troviamo, nonostante l’espressione perennemente imbronciata, totalmente a suo agio nei panni del leader politico e militare, disposto a sacrificarsi per la salvezza di Westeros e al tempo stesso ancora incapace di mettere in discussione la sua integrità morale senza pagarne le conseguenze. A ciò si aggiunge poi la rivelazione sulle circostanze precise che hanno portato alla sua nascita, le quali vanno a eliminare un altro fondamentale elemento che è sempre stato alla base della costruzione di Snow: da bastardo e reietto a probabile incarnazione di Azor Ahai, nonché legittimo erede al trono, la parabola di Jon/Aegon, per quanto elettrizzante, sembra almeno per il momento averlo privato di quegli aspetti conflittuali che lo rendevano interessante e umano. A proposito di tale rivelazione (che in realtà è più che altro una conferma) è poi innegabile come la sequenza, di capitale importanza nell’economia della serie, risulti anche in questo caso azzoppata da una scrittura poco ispirata, che con pochi accorgimenti avrebbe potuto ottenere una resa decisamente migliore. La necessità di dare un senso al percorso di Sam porta infatti ad una forzatura difficile da ignorare: Bran, infatti, non aveva certo bisogno della sua notizia per vedere il matrimonio tra il Targaryen e la Stark, né tantomeno di confidarsi con lui quando si trova finalmente riunito con le sue sorelle. Ad ogni modo, l’alternanza tra l’unione di Raeghar e Lyanna e quella tra Jon e Daenerys riesce ugualmente a convogliare il valore di ciò che viene mostrato, instaurando un nesso sempre più stringente tra il drago e il lupo in quanto inevitabile punto d’arrivo dell’intera saga, come confermato dallo stesso Martin con buona pace dei detrattori di tale unione. Al di là della discussa questione dell’incesto, la scoperta della vera identità di Jon permette non solo di rileggere in un’ottica diversa gli eventi che hanno condotto alla fine della dominazione dei Targaryen, ma getta altresì un’ombra sul futuro della coppia, i cui ruoli risultano ora invertiti, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe avere per le sorti di Westeros.

When the snows fall and the white winds blow, the lone wolf dies, but the pack survives.

Nonostante i difetti, è negli scambi a due che la puntata trova il suo più grande punto di forza, così com’era stato nei primi episodi di questa annata: è qui infatti che gli autori riescono a capitalizzare al meglio tutto il lavoro di costruzione che hanno portato avanti in questi anni, donando ai dialoghi una stratificazione e una risonanza emotiva rari, che affondano le radici nei continui rimandi al passato e che proprio per questo sono in grado di dare la misura dei radicali cambiamenti che i personaggi hanno subito nel corso del tempo. Pensiamo all’intenso scambio tra Cersei e Tyrion, in cui a emergere, insieme a tutto l’odio e le incomprensioni che li hanno allontanati, è il legame viscerale che nonostante tutto ancora li unisce, al punto di farci dubitare della lealtà del Folletto; oppure al dialogo tra Jon e Theon, che per quest’ultimo segna il punto d’arrivo di un percorso non tanto di redenzione quanto più di ricerca identitaria, in cui il conflitto interiore tra Stark e Greyjoy che l’aveva portato a tradire Robb ha trovato lentamente una conciliazione prima tramite il rapporto con Sansa e Yara e ora con il perdono di Snow. A tenere insieme queste sequenze è, come sempre, il tema della famiglia, ed è ovviamente proprio questo ad essere al centro delle vicende di Winterfell. Lo scambio tra Sansa e Arya sulle mura del castello, richiamando le parole pronunciate da Ned nella prima stagione proprio in riferimento agli screzi tra le due sorelle, rappresenta il perfetto coronamento del loro piano per eliminare LittleFinger, ma soprattutto del loro percorso di crescita – senza però dimenticare la fondamentale collaborazione di Bran. Gli autori hanno forzato forse un po’ troppo la mano per far credere allo spettatore che il loro scontro fosse reale – una messa in scena per lui e le sue spie tanto quanto per noi –, ma in fin dei conti questo era l’unico epilogo possibile se consideriamo l’evoluzione vissuta dalle due sorelle: l’addestramento di Arya non l’ha resa solo spietata ma anche in grado di distinguere con estrema precisione la verità dalla menzogna, mentre Sansa, come sottolinea lei stessa, ha assimilato nel profondo il modus operandi di Baelish, non solo nei termini per cui è in grado di riconoscere le sue macchinazioni ma anche di rivoltarle contro di lui. La scena acquista quindi forza proprio dai chiaroscuri che attraversano le loro azioni: finalmente in grado di difendersi da sole e di vendicare i soprusi subiti, ma forse molto più simili ai loro nemici di quanto potrebbe essere auspicabile, le Stark ribadiscono come Game of Thrones, quando vuole, sia ancora in grado di muoversi abilmente nelle zone grigie che separano giusto e sbagliato, buoni e cattivi.

Il crollo della barriera chiude in maniera emblematica una stagione in buona parte votata alla spettacolarità a discapito della coerenza interna del racconto e in grado di stupire più dal punto di vista visivo che da quello narrativo: per quanto ampiamente prevedibile, il passaggio dell’immenso esercito dei White Walker grazie all’intervento di Viserion rappresenta un vero e proprio spartiacque all’interno del racconto, segnando, è proprio il caso di dirlo, l’inizio della fine, sia in termini diegetici che extra-diegetici. Ora non ci resta quindi che attendere il 2019, nella speranza che gli ultimi sei capitoli della saga saranno in grado di dare una conclusione soddisfacente a quello che ormai può essere considerato a tutti gli effetti uno dei fenomeni televisivi più importanti degli ultimi anni.

Voto episodio: 7
Voto stagione: 7+
Game of Thrones – 8×01 Winterfell
Dopo un anno e mezzo di spasmodica attesa, Game of Thrones torna sugli schermi di HBO e Sky con sei mastodontici capitoli conclusivi, a cui spetterà l’arduo compito di portare a compimento in maniera soddisfacente la celebre saga martiniana.

Non a caso lo show è stato definito come l’ultima serie evento del panorama televisivo attuale: morti eccellenti, battaglie epiche, momenti iconici e un production value altissimo hanno reso Il Trono di Spade molto più di una semplice serie di successo, trasformandola in un vero e proprio fenomeno culturale, che tra tifi da stadio, accese discussioni e complicatissime teorie è riuscito a catalizzare ininterrottamente l’interesse del pubblico per ben otto anni. A monte di tutto ciò troviamo il complesso lavoro di world e character building di Martin, che Benioff e Weiss hanno adattato al piccolo schermo nel corso delle stagioni con risultati alterni, in alcuni casi operando un’efficace sfrondatura delle divagazioni presenti nel materiale letterario, in altri finendo col semplificare o comprimere eccessivamente gli sviluppi narrativi, soprattutto una volta privati della traccia di riferimento dei romanzi. È proprio in questa seconda casistica che ricadono molti dei difetti della passata stagione, la quale, nonostante le molteplici sequenze spettacolari ad alto budget e la messa in scena di momenti molto attesi dagli spettatori, ha in più di un caso mostrato una scrittura non all’altezza, sia dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi che, soprattutto, della costruzione del plot.

In questo contesto si inserisce la premiere “Winterfell”, un episodio volutamente denso di rimandi al pilot e in buona parte focalizzato sul ricongiungimento di numerosi personaggi, (ri)condotti a Winterfell dalla forza centripeta degli eventi dopo un peregrinare durato in alcuni casi per intere stagioni. La puntata prosegue, almeno a prima vista, nel solco tracciato nella scorsa stagione, andando a risolvere in maniera sbrigativa, ma più ragionata, diversi nodi narrativi lasciati in sospeso, in vista (si spera) di una gestione più meditata del racconto nei successivi capitoli.

L’episodio si apre con il regale ingresso di Jon e Daenerys a Winterfell. Al di là del mix di stupore e paura dovuto alla visione di Drogon e Rhaegal, l’accoglienza riservata alla nuova regina è piuttosto fredda, sia da parte del popolo che dei lord del nord. A quanto pare, nonostante le arringhe di Snow, Cersei non è l’unica a essere restia a mettere da parte la dimensione politica per unirsi alla lotta contro i non morti sotto l’egida di Daenerys, da loro percepita come un invasore. I dubbi sulla decisione di Jon di rinunciare al titolo di Re del Nord sono condivisi dalle persone a lui più care e in particolare da Sansa, il cui personaggio si conferma come uno di quelli meglio gestiti dal punto di vista dell’arco di crescita. Da ragazzina ingenua e manipolabile a regnante capace e pragmatica, alla Stark non sfuggono tutte le problematiche che il piano di Snow, nonostante i suoi nobili obiettivi, porta con sé, dalla gestione dell’enorme esercito alla richiesta di appoggio a una leader sconosciuta da parte delle altre casate. Giustamente maggiore è poi lo scetticismo nei confronti di Cersei che emerge nel bello scambio con Tyrion. Le parole del Folletto mettono bene in luce il percorso di evoluzione di Sansa – molti l’hanno sottovalutata ma ora sono morti –, cui fa eco il commento di Arya, che la reputa la persona più intelligente che abbia mai conosciuto, dipingendo una Lady Stark che ormai può a tutti gli effetti essere considerata tra i più auspicabili pretendenti al trono. Come sottolinea Davos, Jon ha conquistato la fedeltà e fiducia del Nord con le sue azioni – proprio come Daenerys ha fatto ad Essos – ed è quindi necessario, al di là di un’auspicabile unione tra i due, che la Targaryen faccia lo stesso a Westeros; ma il suo orgoglio, fondato sulla convinzione di essere la legittima erede al trono, rischia di comprometterne la posizione, persino agli occhi di Jon.

L’uso dei draghi come strumento di sottomissione, i dubbi delle sorelle, la velata minaccia a Sansa e infine la scoperta della strage dei Tarly costruiscono infatti, in maniera forse semplicistica ma nel complesso efficace, un crescendo che culmina con la rivelazione a Jon delle sue vere origini. Si tratta di un’informazione destinata a incrinare seriamente gli equilibri costituiti e che gli autori saggiamente decidono di mettere subito in gioco: da un lato abbiamo Snow, che dopo aver rinunciato al titolo di Re del Nord si scopre suo malgrado il legittimo erede al trono di Westeros, e dall’altro Daenerys, la quale ha basato tutte le sue scelte e le sue azioni su un’errata convinzione, mostrando progressivamente l’emergere di alcuni dei tratti tipici dei Targaryen (orgoglio, desiderio di sottomissione, spietatezza). Come messo bene in luce dalle parole di Sam, Jon ha rinunciato alla sua corona per il bene del suo popolo, ma non è detto che Daenerys sia disposta a fare lo stesso, e a questo punto è davvero difficile prevedere gli effetti che ció avrà sull’alleanza tra i due.

A King’s Landing si svolge quello che è senza dubbio il segmento più debole della puntata. Qui troviamo una Cersei sempre più in crisi nonostante la facciata di arroganza che la contraddistingue. Ancora convinta, almeno all’apparenza, della bontà del suo piano, la regina accoglie la notizia dell’arrivo dei non morti e del suo nuovo esercito di mercenari con un sorriso, salvo poi vedersi costretta a cedere alle richieste di Euron, a dimostrazione del fatto che i titoli e il potere ottenuti non le hanno ancora permesso di liberarsi da quel tipo di sottomissione a cui è stata sottoposta fin dal matrimonio con Robert. Nonostante la fedeltà di Qyburn e della Montagna, Cersei si trova ormai sola e la commissione dell’uccisione dei suoi fratelli non fa che confermarne il ruolo di villain spietato, nonché la sua scarsa lungimiranza, se consideriamo a chi ha affidato questo compito. La liberazione di Yara da parte del fratello, seppur gestita in maniera frettolosa, ha il merito di rimettere subito in gioco i due Greyjoy: Theon è ormai pronto a portare a compimento il suo percorso di crescita e redenzione combattendo al fianco degli Stark, mentre la sorella si prepara a riprendere il controllo delle Iron Islands, che potrebbero giocare un ruolo importante nella battaglia contro i non morti.

Nelle sequenze finali ci viene mostrato Last Earth devastato dai White Walkers, la cui avanzata ha raggiunto il primo castello oltre la Barriera e si dirige verso Winterfell. L’apparizione del giovane Umber e del simbolo della spirale contribuisce in maniera incisiva a ribadire quanto la minaccia dei non morti sia ormai imminente, gettando inoltre un alone di mistero sul significato di questo messaggio, le cui origini vanno ricondotte ai figli della foresta, ma che al tempo stesso presenta un’inquietante somiglianza con il sigillo dei Targaryen.

Nel complesso “Winterfell” costituisce un buon biglietto da visita per la stagione conclusiva dello show: l’episodio mostra infatti una gestione coraggiosa del racconto, che non esita a risolvere in maniera sintetica alcuni snodi narrativi che forse in fin dei conti non meritavano maggiore approfondimento – la liberazione di Yara, la rivelazione delle origini di Jon –, per dare spazio a momenti più intimi – ad esempio l’incontro tra Arya e Jon, ma anche il volo di Daenerys e Snow, spettacolare assaggio dell’inedito sforzo produttivo senza precedenti di questa stagione. In questo modo gli autori riescono a impostare efficacemente le basi della narrazione mescolando epica, introspezione e ironia, e sottolineando così l’umanità dei suoi protagonisti anche di fronte all’imminente tragedia che sta per abbattersi sul continente.

Voto: 7+
Game of Thrones – 8×02 A Knight of the Seven Kingdoms
Game of Thrones verrà ricordata come la serie che ha portato sul piccolo schermo livelli di spettacolo visivo mai raggiunti prima da nessun altro show. I suoi fan, però, sanno che la cifra stilistica che la contraddistingue maggiormente è invece rappresentata dalla teatralità delle interazioni tra i vari personaggi, con confronti spesso diluiti in lunghe scene di dialogo.

Ed ecco qui, alla vigilia della battaglia definitiva che promette di superare qualsiasi cosa abbiamo visto prima, ritroviamo tutti i personaggi che ci hanno accompagnato per sette stagioni, giunti ormai alla resa dei conti definitiva. Quasi a conclusione di una premiere che aveva riportato tutti i protagonisti in un luogo solo, “A Knight of The Seven Kingdoms” funziona anche come secondo capitolo di una ideale trilogia dedicata a Winterfell, lì dove tutto iniziò e dove ora tutto (o quasi) finisce. E c’era veramente bisogno di un episodio che recuperasse la natura più intima e introspettiva del fantasy di Martin (dopo che molti avevano criticato l’eccessiva frettolosità della settima stagione), per ritrovare quell’intensità emozionale e quell’ampissimo respiro, entrambi necessari come preambolo alla battaglia decisiva.

“We’re all going to die. But at least we die together.”

Il titolo dell’episodio si riferisce all’investitura di Brienne come cavaliere e si erge a simbolo del completamento degli archi narrativi di quasi tutti i personaggi. Alla fine di tutto, di fronte alla Morte che incombe, arriva la quadratura del cerchio, la fine dei viaggi personali di ognuno dei protagonisti prima che il fato decida a quale destino debbano andare incontro. Non è un caso che l’episodio si apra con un tentato processo che non porta però a nessuna condanna o assoluzione, come a indicare che nel momento della verità ognuno verrà accettato per quello che è, tanto per i crimini commessi, quanto per gli atti d’onore di cui si è forgiato. E così, la maggior parte dei dialoghi e dei confronti nell’episodio danno un senso di chiusura, non lasciano adito a nessun sotterfugio o non detto, a nessun mistero o inganno. Ci si apre alla malinconica verità di se stessi e ad una comunanza senza filtri che per sette stagioni è stata così difficile trovare.

“Arise, Brienne of Tarth, knight of the Seven Kingdoms”

E così Arya raggiunge il compimento del suo percorso trovando la propria identità, non solo di guerriero ma anche di donna (in uno dei topoi più classici, che vorrebbe il passaggio all’età adulta cementato dal primo rapporto sessuale); Theon trova nella protezione di Bran l’occasione per riscattarsi delle malefatte compiute; Jaime ha finalmente la possibilità di dimostrare il suo onore e il suo coraggio dopo una vita passata ad accettare la vergogna di avere amato la sorella e di aver ucciso il precedente re colpendolo alle spalle. Ed infine Brienne, la cui investitura, in una delle scene più emozionanti forse dell’intera saga, avviene di fronte a persone che hanno combattuto per diverse famiglie e per diverse cause, ma tutti accomunati dal fatto di essere dei reietti (un nano, un contrabbandiere, una donna che vuole essere cavaliere, e un bruto). Nella sua semplicità, la scena è forse la summa di tutto ciò che Game of Thrones è stato in questi anni.

“This is what Death is. Forgetting. And being forgotten.”

Le sequenze nella hall di Winterfell sono infatti il perno e il nucleo centrale dell’episodio. Nella rappresentazione dell’attesa, esse celebrano con la loro semplicità la vita in tutte le sue sfaccettature, attraverso un cameratismo tra i personaggi coinvolti che, seguendo un registro a metà tra dramma e ironia, sembra voler omaggiare Peckinpah (lo spirito de Il mucchio selvaggio aleggia sulla scena) e i western, fino a ricordare nelle sue note più tragiche ed elegiache Tolkien e Il signore degli anelli. Può sembrare facile mettere tutti questi personaggi così diversi e farli semplicemente parlare, ma è il loro background qui che pesa come un macigno su di essi, il passato e il percorso intrapreso che li ha cambiati nel profondo, segno che, tra pregi e difetti, Game of Thrones ha portato alla luce e ha saputo tratteggiare personaggi di un’umanità incredibile, in grado di stagliarsi in maniera indelebile nell’immaginario collettivo.

Ed è proprio questa la sensazione che permea tutto l’episodio: gli autori omaggiano la propria creatura nell’ultima occasione possibile (quando i personaggi sono tutti insieme), ricordando tutti i momenti salienti che hanno scandito questo viaggio, tra auto-citazioni (“The things we do for love“, “And now our watch begins“) e celebrazione della “memoria” come unico antidoto contro la Morte. Ciò che i personaggi sono diventati, ciò che hanno passato, è ciò che li rende umani (anche a noi spettatori) ed è ciò che che li ha portati lì e li ha resi pronti a combattere contro la Morte. Non tutto è ancora risolto (ci sono altri quattro episodi per completare la saga), ma in tutto e per tutto questa puntata si pone come omaggio, ricordo, epilogo, elogio funebre dell’intera serie.

“What about the North?”

Tra gli innumerevoli dialoghi e confronti dell’episodio, ce ne sono però due che fuggono il senso di chiusura e rimangono invece in sospeso: quello tra Sansa e Daenerys, bruscamente interrotto dall’arrivo di Theon, e quello nella cripta tra Daenerys e Jon, fermato dal suono dei corni che preannunciano l’arrivo dei White Walkers. È il segno che gli unici due personaggi che non hanno ancora concluso il loro arco di sviluppo sono proprio i due Targaryen, e la risoluzione dei nodi narrativi ad essi legati verrà affidata alla seconda parte di questa stagione. Entrambe le scene, però, sono accomunate dall’idea di delegittimare Daenerys e di spingerla fuori dai nuovi equilibri che i Sette Regni sembrano voler trovare. Il dialogo con Jon sembra toglierle legittimità per una questione di sangue e lignaggio, mentre quello con Sansa sembra metterla di fronte al fatto di non conoscere i popoli di cui si proclama regina, né la loro storia e cultura, né il loro volere.

La sua estraneità diventa maggiormente evidente quando le due figure femminili vengono messe a confronto nella scena dell’arrivo di Theon: il Greyjoy si inginocchia ossequioso alla sua regina, la quale mantiene le distanze in maniera quasi autoritaria, ma quando viene interrogato sul perché del suo ritorno, è a Sansa che improvvisamente egli rivolge lo sguardo, con lei che corre ad abbracciarlo lasciando in disparte Daenerys, con la regia che visivamente rimarca la sua lontananza nei confronti di un mondo che sembra faticare ad accettarla.

“How do you know there is an afterwards?”

Il principale pregio dell’episodio è di aver saputo dare un senso di completezza e allo stesso tempo di fatalità incombente. Arriviamo all’inizio della battaglia con la sensazione che davvero chiunque, fatta forse eccezione per Jon e Daenerys, i cui archi narrativi sono ancora aperti, potrebbe morire. È ciò cui Game of Thrones aveva sempre mirato, far cioè convergere tutti i personaggi (mancano solo Cersei e, almeno per ora, Melisandre) dopo il loro personale viaggio alla scoperta di se stessi, per immergerli insieme nell’oscurità della battaglia contro la Morte. L’attenzione dopo la terza puntata si sposterà probabilmente su King’s Landing, con la nostra mente ancora alle visioni di Daenerys che tempo fa vide la sala del trono distrutta (dai White Walkers o dai draghi?), ma per ora godiamoci il saluto a Winterfell e a una parte (potenzialmente enorme) del mondo di Game of Thrones che la prossima settimana ci lascerà per sempre.

Voto: 9
Game Of Thrones – 8×03 The Long Night
Con alle spalle un primo episodio necessariamente introduttivo e un secondo capitolo forgiato intorno al concetto tragico dell’attesa, il terzo appuntamento della stagione finale di Game Of Thrones ci catapulta finalmente sul campo di battaglia, proponendo su schermo l’apoteosi visiva del suo lato high fantasy. L’episodio, infatti, giunge con aspettative colossali poiché anticipato da uno sforzo produttivo che non ha precedenti nella storia della televisione, infrangendo molti record ancora prima di andare in onda.

Quindici milioni di dollari di budget, undici settimane di riprese notturne, temperatura quasi sotto lo zero, una troupe di più di settecentocinquanta persone, il tutto per un’ora e ventidue – l’episodio più lungo della serie – di adrenalinici ed epici scontri tra le forze dei vivi e quelle dei morti. Sono solo alcuni degli elementi che possono dare l’idea del lavoro mastodontico dietro “The Long Night”, il cui valore tecnico è indiscutibile e, proprio per questo, non può essere tenuto in disparte quando si va ad analizzare nel dettaglio la riuscita effettiva dell’episodio. Per quanto riguarda, invece, la sua importanza nell’economia del racconto è presto detto: la Battaglia di Winterfell rappresenta il primo turning point importante di questa stagione che conclude – probabilmente in modo definitivo – un vero e proprio capitolo dell’epopea martiniana, quello legato alla mitologia fantasy nel senso più stretto del termine, lasciando pienamente spazio, negli ultimi tre episodi, allo sviluppo della seconda anima della narrazione, quella legata alla politica e alla legittima successione al Trono di Spade. Si giustifica così, dunque, la scelta di chiudere un segmento narrativo tanto importante già a questo punto, eliminando dall’equazione lo scomodo Night King e tutto il suo seguito.

The dead are already here.

La possibilità di concentrarsi pienamente su coordinate spazio-temporali esclusive è uno dei pregi di questa battaglia e non può non ricordare “Blackwater” e “The Watchers On The Wall”, rispettivamente nella seconda e quarta stagione. Anche in quei casi la narrazione è stata totalmente dedicata allo scontro e il running time dell’episodio non prevedeva distrazioni dai personaggi coinvolti; lo stesso accade con “The Long Night” che in più sceglie di costituirsi con una struttura in tre atti e un livello di pathos e coinvolgimento crescente dall’inizio alla fine dell’episodio. La durata della battaglia è aderente a quella di un’intera notte – infatti la sua risoluzione avviene alle prime luci dell’alba – e la fotografia esageratamente buia non fa che sottolinearlo; il direttore della fotografia Fabian Wagner ha dichiarato come l’intento fosse quello di esaltarne il realismo – una guerra combattuta nel buio della notte in effetti non doveva essere poi tanto diversa, draghi e zombie a parte – e in parte distaccarsi dall’interpretazione della notte “a tinte blu” di Andrew Lesnie nella battaglia del Fosso di Helm ne Il Signore degli Anelli: Le due Torri, eppure l’impressione è che il risultato sarebbe potuto essere molto più di impatto se una luce migliore avesse aiutato a distinguere le fasi della battaglia, soprattutto nella fase iniziale. Sembra, infatti, più scenografica che funzionale la scelta dell’arrivo di Melisandre che avvolge con le fiamme le spade dei dothraki, stratagemma che tra l’altro ha esiti tutt’altro che determinanti sulla battaglia. Sacrificare la godibilità di uno scontro tanto atteso in virtù di una rappresentazione che, nelle intenzioni, vorrebbe esaltare alcuni momenti chiave, è una delle scelte che fanno discutere di questo episodio, tanto denso quanto divisivo sulle decisioni prese dagli autori, soprattutto in merito alla scrittura.

Si diceva della suddivisione in tre parti distinte, tre atti veri e propri con caratteristiche specifiche: nel primo si combatte all’esterno delle mura, la battaglia inizia e progressivamente le unità sono costrette a ripiegare all’interno delle mura dando via libera al primo tentativo di contenere le armate dei morti – il fossato di fuoco – e al primo scontro tra i draghi di Dany e Jon e quello del Night King; il secondo atto trasporta l’azione all’interno del castello, con Arya – mattatrice dell’episodio – protagonista del segmento più riuscito della puntata, una sequenza action-horror giocata sui silenzi e sul superamento di una situazione difficile che omaggia tutta la cinematografia sugli zombie e non solo; l’ultimo atto è la battaglia nelle zone più interne di Grande Inverno, con il villain che arriva ad un passo dal raggiungere il suo grande obiettivo e con la condizione dei protagonisti al limite della disperazione, fino al colpo di scena finale che ribalta l’esito dello scontro. La linearità temporale della battaglia è accostata ad una spiralità spaziale: come dichiarato dagli autori l’intento era quello di creare una costruzione di cerchi concentrici, per la quale lo scontro comincia sviluppandosi in ampiezza – battaglia campale, fuori dalle mura – fino a stringersi progressivamente intorno ad un punto – il Parco degli Dei dove aspetta Bran. Man mano che ci si stringe intorno a questo centro, il coinvolgimento emotivo dello spettatore compie un percorso ascendente, raggiungendo il massimo climax con la morte di Theon e la perdita di ogni speranza, aspettando che il Night King cali la spada su Bran.

Il colpo di scena conclusivo è ben costruito e arriva al momento giusto: come avviene nelle grandi battaglie dei franchise milionari la risoluzione della battaglia finale deve essere il punto più alto di investimento emotivo da parte dello spettatore, quello nel quale sembra non esserci più via di scampo per le forze del Bene. Si può anche qui discutere sulla scelta antecedente di seguire un percorso così “classico” di costruzione dell’intreccio, poiché se c’era una serie che ci aveva abituato a sovvertire le regole canoniche della narrazione e a temere per l’incolumità dei personaggi principali era proprio Game Of Thrones. Nessuno dei protagonisti più rilevanti, infatti, è stato davvero in pericolo in questo episodio, rendendo molte scene di guerra inverosimili e al limite del ridicolo, e lo scontro si è risolto, alla fine, nel modo più prevedibile, con la sconfitta del grande villain – che equivale alla sconfitta di tutto il suo esercito. Certo, molte rivelazioni sono state sconvolgenti e hanno funzionato perfettamente, ma solo per quanto riguarda le dinamiche narrative della serie, non di certo per lo sviluppo della battaglia.

– What do we say to the God of Death?
– Not today.


Si fa riferimento principalmente alla profezia di Melisandre e a come Arya scopre di essere la prescelta dal Dio Rosso, colei chiamata a salvare il mondo della Luce da quello della Notte senza fine portata dagli Estranei. Una risoluzione di impatto che, oltre al merito di portare giustamente sugli altari il personaggio interpretato da Maisie Williams, ha il peso di escludere violentemente i più accreditati a questo ruolo. Jon e Daenerys, infatti, sono i grandi sconfitti di “The Long Night”: oltre a non essere riusciti ad ideare una strategia bellica efficace per contrastare l’armata dei non-morti, vengono continuamente umiliati dal Night King, prima nello scontro aereo e poi nel combattimento a terra. Emblematica la scena in cui Jon viene bloccato prima dalla resurrezione dei morti e poi da Viserion senza riuscire ad incidere minimamente sulle sorti dello scontro; allo stesso modo Daenerys viene sbalzata da Drogon e diventa il personaggio più vulnerabile, salvata solo dallo scudo umano Jorah Mormont, che perderà la vita per difenderla in una scena ampiamente prevista ma dal grande impatto emozionale.

La guerra totale che si combatte a Grande Inverno non esclude nessuno, nemmeno chi prova a nascondersi da essa. Le donne e i bambini – più Tyrion e Varys – che cercano rifugio nelle cripte del castello hanno fatto male i loro conti e, con la resurrezione dei morti, si risvegliano anche i cadaveri che riposano nelle tombe, scatenando il panico e portando morte e sangue. La scena in sé non fa altro che accumulare tensione e paura per le sorti dei personaggi, in aggiunta a quanto avviene nel resto del castello, ma ha il particolare pregio di riavvicinare Sansa e Tyrion che rivelano una chimica tra loro tutta particolare: un’anticipazione di un possibile sviluppo di trama o solo un flirt occasionale?

Il bilancio dello scontro è quindi costellato di molti meno decessi importanti di quanto si sarebbe potuto pronosticare in partenza. Theon è protagonista della morte certamente più sofferta, anche perché anticipata dalle parole al miele di Bran che certificano il percorso di redenzione intrapreso dal personaggio, finalmente giunto a “casa” e libero dalle sue colpe e finalmente pronto a morire per gli Stark, la sua vera famiglia. La morte di Edd è quella che scivola via più facilmente, così come quella di Lyanna Mormont che ha però il pregio di essere inserita in una scena artificialmente costruita per trasudare epicità e pathos. Anche Beric trova la morte nel quadro della profezia di Melisandre, adempiendo infine allo scopo per il quale era stato riportato in vita così tante volte da Thoros di Myr – difendere Arya affinchè potesse arrivare al Night King. La stessa Sacerdotessa Rossa si spegne sul manto nevoso di Grande Inverno dopo la battaglia, come annuncia all’inizio dell’episodio, mentre Jorah, di cui si era già parlato, muore salvando la sua amata Dany.

Qual è quindi l’eredità di “The Long Night”, verrebbe da chiedersi. “La più grande battaglia della storia della televisione” – come è stata annunciata prima di andare in onda – non è certamente la migliore tra quelle che Game Of Thrones ci ha proposto in questi nove anni. A parte le già citate “Blackwater” e “The Watchers On The Wall” non bisogna dimenticarsi dei superbi scontri di “Hardhome” e della “Battle Of The Bastards”, due mostri sacri con i quali il confronto con questo episodio – non a livello puramente tecnico ma soprattutto narrativo e di gestione complessiva del racconto – è impari. Eppure non si può non affermare che lo sforzo produttivo, il lavoro enorme degli addetti e il capitale economico investito su “The Long Night” non abbia avuto gli effetti sperati: questo terzo episodio non sarà sicuramente dimenticato, sia perché ha infranto numerosi record di visione, sia per l’attesa spasmodica che ha generato, che per le discussioni infinite che provocherà nell’immediato futuro. Tuttavia si sono messi in evidenza i punti critici della scrittura di Benioff e Weiss e della regia di Sapochnik, che non sono riusciti a tenere insieme nel modo migliore un progetto televisivo di queste dimensioni, cadendo in alcune semplificazioni visive e narrative che ne hanno inficiato il risultato. Il grande rimpianto è, dunque, su quello che “The Long Night” avrebbe potuto essere e che invece, pur essendo uno spettacolo grandioso a vedersi e con qualche buona intuizione in fase di sceneggiatura, non è stato.

Voto: 7
Game of Thrones – 8×04 The Last of the Starks
Nella lunga notte di Game of Thrones, le forze dei vivi si sono sbarazzate della più grande minaccia che incombeva su Westeros, anticipata sin dalle prime scene della serie. “The Long Night” è divenuto rapidamente uno degli episodi più discussi. Molti hanno grandemente apprezzato l’imponente scenografia della battaglia di Winterfell, la spettacolarità di un intero episodio dove la fa da padrone il ritratto un’epica battaglia fantasy, ancora più grande di “Hardhome” dalla quinta stagione. D’altro canto, molti altri hanno criticato la mancanza di sostanza dietro gli effetti speciali, l’assenza dello spirito della serie e della consistenza narrativa che le appartiene, menzionando anche le strategie e le tattiche della battaglia di Winterfell, elemento in cui, ad onor del vero, Benioff e Weiss non hanno mai brillato particolarmente, vuoi per mancanze nella loro scrittura, vuoi per il bisogno di concentrarsi su altro.

Ad ogni modo la si veda, è compito di “The Last of the Starks” tirare le somme dopo la grande vittoria sul Night King, ora che si è in dirittura d’arrivo verso il finale di Game of Thrones.

L’apertura del quarto episodio della stagione è occupata da ciò che molti si sarebbero aspettati: la grande pira funeraria dei caduti sotto le mura della capitale del Nord. La suddetta è una scena molto potente e ben fatta, per la sua grandezza, per il senso di desolazione che accompagna l’indomani di una costosa vittoria, per la prova degli attori nel dare l’ultimo saluto ai fratelli e le sorelle d’arme. È il momento in cui non solo i personaggi, ma anche lo spettatore possono salutare Beric Dondarrion, Theon Greyjoy, Jorah e Lyanna Mormont, Eddison Tollett. Il culmine della scena è il discorso di commiato affidato a Jon Snow, che forse non è potente e suggestivo come si sarebbe atteso, ma il cui forte significato si lega a “The Long Night” come a “The Last of the Stark”. Con le sue parole, Jon Snow accoglie tutti i caduti come se tutti fossero parte della Night’s Watch, encomiandoli come “lo scudo che difende il reame degli uomini”, ma introduce anche il grande dilemma di questo episodio: il mettere da parte le proprie differenze per affrontare un pericolo più grande.

L’episodio, esattamente come era avvenuto per “Winterfell”, continua a specchiarsi nell’oramai lontana prima stagione. L’arrivo di Daenerys aveva richiamato l’arrivo di Re Robert Baratheon nella regia, nei dialoghi e nella musica; ora si assiste ad un parallelo simile per il banchetto e per la partenza dell’esercito della Regina dei Draghi. La scena del festoso convivio della vittoria propone dei buoni spunti per i personaggi, che però vanno poco oltre l’attenzione per i protagonisti. Le dinamiche di potere sono intelligentemente sfruttate, come l’atto di forza di Daenerys nel nominare Gendry signore di Storm’s End e il concedere un brindisi ad Arya Stark come eroina di Winterfell. Per il resto, però, la lunga sequenza si perde in momenti che sicuramente avranno e devono avere il loro riscontro presso i fan più affezionati, ma giungono un po’ artificiosi, come la dichiarazione di Gendry ad Arya o il ridursi di Tormund Giantsbane a spalla comica, in maniera quasi esasperata. Tiepido è anche l’atteso incontro tra Sansa e Sandor Clegane.

La partenza verso il Sud è lastricata di brutti ricordi per la famiglia del Nord e propone l’esaudirsi della promessa del compianto Eddard Stark, fatta a colui che non era davvero suo figlio. Ciò che in principio era una menzogna, ora diventa una rivelazione alla famiglia da parte di Jon, convinto che le sue sorelle non siano cambiate e che il medesimo onore con cui sono stati cresciuti sia ancora parte di loro. Arya è ancora fieramente legata al senso del dovere del metalupo, ma Sansa è stata forgiata dalle ordalie a cui è sopravvissuta e, sul solco dell’eredità di Ditocorto, le divisioni e gli intrighi tornano nell’intreccio. La Lady di Winterfell, oramai consumata giocatrice del Gioco del Trono, usa la rivelazione come un’arma contro la sua rivale, gettando le basi per la pretesa al trono che suo fratello non desidera. Le dinamiche fra i personaggi tornano al centro della narrazione e questo è uno dei punti di forza dell’episodio, che riesce a mettere in luce le differenze degli ultimi Stark rimasti – veri o presunti –, frutto di percorsi totalmente diversi. Una confessione a coloro in cui Jon pensava di ritrovare la fratellanza che l’aveva sostenuto fra i Guardiani della Notte mette in moto una serie di eventi che potrebbero condannare Daenerys e imporre il novello Targaryen sull’Iron Throne.

Proprio Daenerys è la figura più interessante dell’episodio. Il dualismo tra la regnante giusta e saggia che si sforza di essere e la sua natura Targaryen, feroce e sanguigna come il loro motto, è vivido. Il contrasto è reso efficace durante il banchetto, dove il tempo si ferma e lei si guarda attorno, sola e spaesata. Non solo non si sente amata come dall’altra parte del Mare Stretto e vede lo stesso amore circondare Jon, ma la scena va fondo nella memoria storica di Westeros. Gli occhi di Daenerys si posano sugli alleati che la circondano: Lannister, Stark, Baratheon, esponenti delle famiglie che hanno sterminato la Casata del Fuoco e del Sangue e che sin da piccola aveva riconosciuto come nemici. La scena è funzionale per renderci partecipi dello stato di paranoia in cui le sue legittime paure rischiano di gettarla, in un percorso non dissimile dalle difficoltà che hanno condotto alla pazzia Aerys II, il Re Folle. Durante il consiglio di guerra sembra risorgere il lato più selvaggio non solo di sé, ma del sangue che le scorre nelle vene.

I due lutti di “The Last of the Starks” la attirano ancora di più verso la sua natura. Purtroppo, la morte di Rhaegal mette in risalto ancora di più il problema degli showrunner con le scene d’azione, che vivono di rendita nella mera presenza degli iconici personaggi, mancando del mordente giusto, della giusta tensione e della coerenza a renderle più godibili e sentite. La Iron Fleet ed Euron Greyjoy sono stati giocati sin troppe volte come carta a sorpresa per essere ancora credibili. La morte di uno dei figli di Daenerys avrebbe di certo meritato più cura, a fronte di ciò che significa per la Madre dei Draghi e soprattutto per ciò che un drago e il suo abbattimento rappresentano nel mondo di Westeros. Un discorso analogo va posto per il saluto di Jon a Ghost, dove il Targaryen rinnega il suo passato e lo stemma vivente degli Stark, andando verso King’s Landing. Il metalupo è un personaggio che da questa stagione meritava ben più che qualche inserimento sullo sfondo e un commiato che andasse oltre lo sbarazzarsi di un simbolo, non un semplice animale da compagnia. Questi momenti comunicano anche quanto, purtroppo per alcuni e per fortuna per altri, lo show si sia allontanato dallo spirito del suo materiale d’origine.

Tutt’altro discorso per la morte di Missandei, il tragico, a tratti commovente finale dell’episodio, dove si incrociano il piano di Cersei, fine manipolatrice, e il seme della furia atavica di Daenerys. La dama di Naath, con le sue ultime parole, non parla al suo amato Grey Worm, ma esorta la sua signora e amica a combattere e a prendere la strada più sanguinosa per il trono. La Regina dei Sette Regni è ritratta abilmente come una sovrana dai metodi spietati ma ineluttabili, così come l’ombra che getta sino al Nord, tormentando Jaime. È palpabile il dilemma in cui la leonessa costringe Daenerys: abbracciare la sua natura e divenire come suo padre oppure tenere fede alla promessa fatta a sé stessa e a chi la seguiva? Si avvererà l’infausta previsione nella House of the undying nella seconda stagione, il ridurre la Great Hall in cenere?

È la domanda che si pongono Varys e Tyrion in un dialogo molto ben riuscito, dove i due consiglieri della regina si confrontano, scegliendo da che parte schierarsi. Varys dimostra di non essere cambiato, fermo nella sua convinzione di servire il reame e non i suoi regnanti, a qualsiasi costo. Al contrario, Tyrion è andato incontro ad un considerevole mutamento: l’imp ha trovato finalmente qualcuno in cui credere e fa tutto ciò che è in suo potere per supportarla. Questo potrebbe far intendere la docilità dinnanzi ai rimproveri della sua regina, la difesa delle sue scelte meno ortodosse e la ritrovata fede nel prossimo, in particolare nella sorella. Tyrion smussa la sua astuzia, ma ravviva il senso del dovere, che lo porta in una strada opposta rispetto a Varys, per cui i regnanti sono solo un mezzo per esaudire il volere del popolo.

Infine, Jaime, sembra aver raggiunto la fine di un arco narrativo che lo vede altrettanto diverso, nell’aspetto così come nell’attitudine. Grazie all’intervento di Brienne, il cavaliere riscopre l’onore cavalleresco che aveva sempre lasciato sopito per integrarsi nelle spietate corti di Westeros e visto come un ostacolo al legame sentimentale tra sé e la sorella. La loro unione sul talamo si barcamena fra il compiacere i fan e il realizzare un momento romantico e impacciato tra un seduttore, i cui giorni di gloria sono passati, e una vergine guerriera. Di tutt’altro stampo è però la scena in cui Jaime decide di mettere la parola fine al rapporto tra lui e Cersei, come se fosse un’ultima missione di redenzione. Lo scambio fra Jaime e Brienne è forte, ben realizzato e sorretto da un dialogo che esprime tutta la disperata determinazione del kingslayer a porre fine all’influenza della sorella sulla sua vita, in modo da ricominciare daccapo, mentre la maid of Tarth viene lasciata indietro a difendere Winterfell da sola, in un ruolo marginale che forse non le appartiene veramente.

“The Last of the Starks” è un buon episodio, che si dimostra soddisfacente, forse complementare a “The Long Night” per certi versi, perché ritrova la propria strada negli elementi narrativi in cui la capacità di Benioff e Weiss è affermata. Questo quarto capitolo racchiude in sé molti dei pregi di Game of Thrones, ma anche i difetti che pian piano han sempre più oberato lo show nel suo graduale discostarsi dalle linee guida del materiale di origine e la sua ascesa verso una popolarità assoluta, nel bene e nel male. Il quarto episodio getta interessanti basi, ritornando agli intrighi che caratterizzano da sempre lo show e prepara il terreno per la grande battaglia a venire, come “Winterfell” e “A Knight of the Seven Kingdoms”.

Voto: 7
Game of Thrones – 8×05 The Bells
Un’era sta per finire e con essa teorie, previsioni, tifo per una famiglia o per l’altra. Ancora pochi giorni e avremo (forse) la risposta alla domanda che ci poniamo da otto anni: chi siederà sul Trono di Spade? “The Bells” arriva a un passo dal traguardo come un macigno in uno stagno, e divide gli animi, i giudizi, le speranze.

L’analisi di questa puntata era difficile e complessa già sulla carta, perché di solito il penultimo episodio di una saga come quella di Game of Thrones riserve sempre delle sorprese, dei plot twist, delle scelte drastiche degli sceneggiatori che devono in qualche modo chiudere una storia lunga, complessa, appassionata. “The Bells” si è dimostrata ancora più complicata per tutti i temi che ha affrontato, per i personaggi coinvolti ma soprattutto per le scelte di Benioff e Weiss che hanno diviso l’opinione pubblica in due fazioni, come fossero Lannister o Stark. Allora l’unica cosa da fare è analizzare due parti ben distinte della puntata, due livelli di lettura che, prima di essere sovrapposti, vanno letti separatamente, per non fare la fine di Daenerys.

Dracarys

Così si conclude “The Last of the Starks”, questa è l’ultima parola che viene detta da Missandei che è preludio chiaro e rilevatore di come la Targaryen agirà di lì a breve. Partiamo quindi dalla lettura più “superficiale” di questo episodio, ovvero come si sviluppa l’attacco a King’s Landing e come la Targaryen assapori il dolce gusto della vendetta. È proprio la vendetta, covata sotto le ceneri da anni, dopo lunghi mesi di viaggio per giungere dall’altra parte del mondo, subendone di ogni e rinascendo letteralmente dalle proprie ceneri, che esplode in tutta la sua violenza in Daenerys. Si dice che la vendetta sia un piatto da servire freddo non a caso: ci vuole razocinio, intelligenza, sangue freddo per non diventare come gli altri, come quelli su cui si vuole rivalere. Farsi guidare da altro, dalle parti “calde” del nostro corpo e della nostra mente, è quasi sempre un male. Proprio quel male che Dany e i suoi alleati sembravano gli unici a poter e saper combattere si insinua prepotentemente nella sua mente e nelle fila del suo esercito: non solo decide di radere al suolo tutta la Capitale e dare fuoco a tutti i suoi abitanti, comprese donne e bambini, ma lo fa quando King’s Landing si è arresa, quando la guerra è vinta. Un ribaltamento dei ruoli e delle visione d’insieme dei personaggi che abbiamo conosciuto negli ultimi otto anni per certi versi sorprendente anche se preparata, classico caso del “finché non lo vedo non ci credo”. Daenerys ha sempre simboleggiato il nuovo, quella “nuova speranza” di starwarsiana memoria che avanzava dall’isolamento cui era stata spinta la sua famiglia, una donna venuta da molto lontano liberatrice di schiavi, l’amica e la salvezza degli ultimi. La distruzione di King’s Landing avvenuta in questo modo ha un altissimo peso simbolico: vedere la Fortezza Rossa crollare sotto i colpi di un drago era fantascienza solo fino a qualche stagione fa. Il Potere come lo conoscevamo non esiste più, il Trono non esiste più. La distruzione totale del vecchio per il nuovo è avvenuta: un cambio nelle posizioni di potere ma anche un cambio della nostra prospettiva di appassionati. Chi è il cattivo, ora?

Tutto questo diretto magistralmente da Miguel Sapochnik, ormai maestro indiscusso delle puntate di genere bellico. Un’abilità di regia mostruosa ci ha permesso di essere nei vicoli incendiati di King’s Landing a respirare la stessa aria piena di terrore e di polvere, ma anche di distruzione e dolore, con intere famiglie terrorizzate colpite da una forza oscura e tremendamente vendicativa. Alcuni piani sequenza ci tolgono il fiato, arrivando forse all’apice nel particolare montaggio tra lo scontro tra i fratelli Clegane e Arya con la faccia nella terra, schiacciata da un peso troppo più grande lei, una folla impaurita e in fuga. Questa regia, e una fotografia altrettanto di livello, sono il primo strato della nostra analisi: uno strato riuscito, gustoso, da assaporare di nuovo. Uno strato che copre il secondo, quello che andremo ad analizzare ora: un altro livello di lettura che forse ci coinvolge meno emotivamente, ma molto più difficile da analizzare con freddezza perché appunto è parzialmente nascosto dal primo, e molto più importante a livello di sviluppo della storia.

You know nothing, Jon Snow

Già, i personaggi, la parte viva di GOT, quella che fa procedere i fatti, che fa succedere le cose. Negli anni abbiamo visto tutti i personaggi cambiare, evolversi, in meglio o in peggio poco importa: lo hanno fatto perché gli autori sono stati bravi a renderli umani. Ed è questo, purtroppo, il dettaglio (che poi dettaglio non è) che inficia notevolmente la riuscita dell’episodio: come dicevamo, sotto all’emotività c’è la logica. Con la prima si vive il momento, ci si emoziona, e ha funzionato benissimo; con la seconda si ragiona, si discute, si viene ai patti con la “realtà”. E questa parte, ahinoi, non è andata per il verso giusto.

Molti dei personaggi presenti nell’episodio hanno affrontato situazioni e hanno preso decisioni in contrasto con la costruzione – a volte anche molto complessa e ben riuscita – che era stata pensata per loro negli scorsi anni. Proprio un lasso di tempo molto ampio poteva permettere a Jamie di passare da Kings Slayer e persona che lancia un bambino da una torre a quello che abbiamo visto a Winterfell, schierato a favore di un bene superiore, che si era lasciato alle spalle l’uomo che era stato e tutto il male che aveva fatto in nome di una donna che amava. Ma allora che senso ha il suo avvicinarsi a Brienne, comportarsi in quel modo, e dopo due ore cambiare radicalmente idea rendendosi conto che lui è sé stesso solo tra le braccia di Cersei? Attenzione: la critica non è rivolta tanto alla scelta di Jamie – che sarebbe anche interessante nell’ottica dell’amore malato e che non muore mai, nonostante tutto – ma quanto a come ci si è arrivati. Era quindi proprio necessaria la “love story” con Brienne? O è stata messa lì solo perché chiamata a gran voce dai fan dopo anni di progressivo avvicinamento tra i due? Così come anche il comportamento di Arya sembra stonare con il personaggio monumentale che è diventato negli anni. La ragazza con la Lista, ormai diventata una spietata e fredda assassina, nel momento in cui ha quasi a portata di mano la sua più acerrima nemica, si ferma sul più bello convinta da due (belle, sia chiaro) parole del Mastino. È perfettamente logico che Sandor tenti di persuaderla a lasciare perdere, dato il bel rapporto che si è creato fra i due, ma stentiamo a credere che l’Arya che conosciamo ora e che, non dimentichiamolo, ha appena ucciso uno dei personaggi più spaventosi di sempre, si faccia intenerire da quelle parole. E invece succede. In pochi secondi, Arya sembra tornata la bambina che assiste inerme alla decapitazione del padre: questo stona in maniera evidente con la costruzione del personaggio e rovina anche il coinvolgimento emotivo che la scena poteva provocare.

Oltre a Jamie e Arya, anche Cersei non è esente da questa deriva: dipinta con successo come una tiranna dispotica e donna quasi impermeabile alle emozioni se non quelle provate per i propri figli, finisce per essere la donzella da salvare e che muore tra le braccia del proprio amato. Per non parlare di Euron Greyjoy, uno dei pirati più temibili dei Sette Regni, che aspetta la venuta di un drago (per di più incazzato e che già sa cosa aspettarsi) con l’intera flotta in mare aperto. Vogliamo sorvolare sul duello in spiaggia con Jamie, la sequenza meno riuscita delle stagione e nella top five di quelle più ridicole di tutta la serie. Quasi per assurdo, l’unico che sembra in linea con la persona che abbiamo imparato a conoscere è proprio Jon Snow, colui che non sapeva niente e che probabilmente ignora ancora come è fatto il mondo e le persone attorno lui. La sua totale fiducia in Daenerys viene completamente carbonizzata insieme a King’s Landing. È come se Jon avesse perso la verginità un’altra volta, e forse ora in maniera brutale e definitiva. Una riflessione a parte va fatta per Daenerys. Il suo gesto è abbastanza prevedibile sommando tutti gli indizi lasciati in giro nelle ultime puntate (e, per quelli con più memoria, dalla sua visione nel finale della seconda stagione), ma anche in questo caso la sua scelta sembra troppo repentina e in contrasto con quello che abbiamo imparato di lei per sette stagioni. Ripetiamo: la critica non è mossa alla sua azione – che, in definitiva, ci può stare – ma come ci si arriva, senza un adeguato approfondimento, dovuto al poco tempo a disposizione.

Dare un giudizio univoco alla puntata è dunque estremamente difficile e complesso. Così come l’opinione pubblica si è divisa in due, anche la nostra analisi e il nostro giudizio seguono questo trend: da una parte la puntata, a livello di pathos e di coinvolgimento emotivo, fa ampiamente il suo dovere, regalandoci la distruzione di un luogo che avevamo visto e che ci era stato raccontato come inviolabile; dall’altro però la fretta di chiudere la storia – succede spesso, purtroppo, con serie così lunghe e stratificate – non ha permesso agli sceneggiatori di tenere ben salde le redini della scrittura dei personaggi, incidente che cozza con l’ottimo lavoro svolto fino a qui, specie su Arya e Jamie. Un’occasione persa per lanciare il finale dei finali? Probabilmente sì. “The Bells” rimarrà comunque iconica nella storia di Game of Thrones, se la si legge solo dal punto di vista del primo strato di analisi di cui abbiamo parlato: ma questa serie ci ha abituati a ben altro, e quindi il secondo strato è lì a ricordarci che anche se si hanno meno minuti o meno puntate a disposizione, una delle cose principali per un lavoro di scrittura memorabile è sostanzialmente uno: la coerenza. Coerenza che, speriamo, torni almeno per regalarci un finale degno di questo nome e della fama di una delle serie migliori del decennio che sta per concludersi.

Voto: 6½
Game of Thrones – 8×06 Iron Throne
È finita. Qualsiasi cosa si pensi di quest’ultima stagione di Game of Thrones, è innegabile che a chiudersi è un’era televisiva, di quei momenti che vanno ad accostarsi alla fine di Breaking Bad, Lost, The Sopranos, Twin Peaks. A prescindere dal giudizio complessivo sulla qualità della serie, questo “Iron Throne” chiude un arco di dieci anni, lasciando dietro di sé un successo popolare di quelli che non si erano mai visti per un prodotto televisivo. Basta una rapidissima ricerca su Google per scoprire che tra teorie, reaction, cover, costumi e quant’altro, nessun’altra serie televisiva era mai riuscita a creare intorno a sé una così crescente scalata al successo, una pervasività nella cultura popolare e spesso anche un’isteria collettiva al termine di alcuni episodi specifici. È riuscita a farlo, poi, in un genere, il fantasy, che almeno fino al grande successo del Signore degli Anelli non era mai stato preso sul serio, e che in televisione, anche per il costo ingente che esso richiede, non aveva nessun antecedente degno di nota. Ecco, dunque, che la portata storica di questa serie è incredibile; e di conseguenza, alcuni temi sociali – come la rappresentazione di genere o etnica – sono stati analizzati al microscopio, talvolta con esagerazioni anacronistiche e altre volte con l’apertura ad interessanti discussioni. D’altronde, nonostante sia una serie con zombie e draghi, Game of Thrones non ha mai nascosto di avere un’anima profondamente “realista” (e a confermarlo è il fatto che il nemico fantastico venga eliminato al terzo episodio, lasciando il finale alle guerre umane), con affascinanti analisi sul potere e le sue conseguenze. Questo aspetto, che per la prima parte dell’ottava stagione si era perso, è tornato a gran voce negli ultimi tre episodi, con tutte le deviazioni che il dover chiudere un arco narrativo così ampio e spesso confuso si porta dietro.

Partiamo proprio da questo: chiudere una serie così grande avrebbe necessariamente richiesto il tradimento di molti dei propri punti di forza. Sarebbe stato impossibile non deludere più di qualcuno, soprattutto quando una beniamina del pubblico passava da eroe a villain. È innegabile che nel momento in cui la serie ha deciso di intraprendere questo percorso, orde di fan si sono ribellate, denunciando incoerenze e scandali. Prima o poi la serie avrebbe dovuto scegliere da che parte stare e dunque quella presunta libertà di appoggiare una famiglia piuttosto che un’altra sarebbe inevitabilmente venuta meno. Per capirci: si può discutere in eterno su quale casa di Harry Potter preferire, perché ciascuna possiede le proprie peculiarità e sono lì per rimanere anche al termine delle storie di Voldemort (come il non proprio riuscito epilogo della saga è lì a ricordarci). Ma con Game of Thrones le cose sono diverse, perché inevitabilmente si sarebbe dovuto raggiungere un punto di rottura: una soluzione e dunque una preferenza la si doveva esprimere. Non dovrebbe dunque stupire che gli autori abbiano optato per la soluzione “Stark”, dal momento che sono stati quelli con cui il pubblico si è riconosciuto di più sin dall’inizio. Il problema, però, è che nel frattempo gli autori si sono stufati e hanno cominciato a dedicarsi ad altro. Questo è diventato evidente già con la sesta e ancor di più con la settima stagione, dando vita a momenti a tratti imbarazzanti, se si prende in considerazione quanto il livello di scrittura si sia colpevolmente banalizzato (il primo campanello d’allarme è stato il trattamento riservato a Dorne). Anni di teorie, supposizioni, per poi ricevere indietro tante, troppe sciatterie. Nonostante le critiche, “The Long Night” era in sé un ottimo episodio, certo non all’altezza di “Hardhome” o “Battle of the Bastards”, ma non per questo meritevole dell’ondata di critiche che l’ha travolto. Lì la delusione era comprensibile, però: per alcuni, anzi per molti, Game of Thrones aveva spostato l’attenzione sul nemico mostruoso, una minaccia incombente sin dai primissimi minuti del pilot e dunque liberarsene così è sembrato troppo frettoloso. Di nuovo, una stagione in più, con gli Estranei vincitori in almeno una battaglia, e qualche morto di peso avrebbe quantomeno moderato questa sensazione di un grande nemico sconfitto con estrema facilità.

È invece difficile salvare, sul profilo di scrittura, “The Bells”. Visivamente siamo ad un altissimo livello – Sapochnik è senza dubbio il miglior regista che Game of Thrones abbia avuto – ma purtroppo la scrittura è sciatta e poco controllata, più volta a creare il colpo di scena o il disgusto che a risultare davvero coerente con tutto quello che è successo prima. Questo “Iron Throne” è il canto del cigno di una serie che arriva alla sua conclusione affaticata e indebolita, ma che non per questo non è più in grado di trasmettere qualcosa di potente. Anche ignorando, per ora, la vexata quaestio riguardante il rapporto tra questo finale e quello originariamente previsto da George R.R. Martin (chissà se avremo mai modo di leggerlo), la distruzione del Trono di Spade è in effetti l’unico esito che poteva essere davvero accettabile. La scelta di aggirare “the wheel” invece di distruggerla completamente è un po’ l’esito facile, prevedibile ma forse necessario di questa serie. La conclusione, in sé, in questo funziona: i regni si riuniscono di nuovo, c’è una soluzione oligarchica che tutto sommato è coerente, il nord si ritrova indipendente (anche se è difficile capire perché agli altri regni stia bene, a quel punto, la defezione degli Stark), la ricostruzione può effettivamente cominciare. È un finale anticlimatico, certamente, ma forse necessario per la chiusura di un mondo così ampio e così diverso.

Game of Thrones, però, ancor più di una battaglia tra famiglie è sempre stato il palcoscenico per una grande vastità di personaggi, tutti a loro modo riusciti. Non meraviglia, dunque, che in molte (troppe) occasioni si sia parlato di tradimento delle loro caratterizzazioni, come se i personaggi appartenessero al pubblico e non allo scrittore (o agli scrittori) che ne determinano azioni e coerenze. È dunque necessario ritornare a Daenerys Targaryen e alla sua trasformazione in villain. Senza dubbio, la sua durezza e la sua tendenza alla tirannia erano lì per tutto il tempo ormai da svariate stagioni. I segnali c’erano tutti, e, se in passato queste azioni potevano essere giustificate attraverso un senso di giustizia sommaria, l’uccisione di migliaia di persone non può certo più giustificare questo suo senso di predestinazione. L’evoluzione di una ragazza destinata sin dall’infanzia ad un certo percorso (una monaca di Monza con i draghi) ha subito differenti variazioni per abbandonarsi infine ad una visione del tutto manichea del mondo. Testimone delle storture della società che l’ha costretta all’esilio, si è convinta che l’unico modo per ricostruire sia partendo dalle fondamenta, distruggendo tutto ciò che c’era in origine: ciò che agli occhi degli altri risulta una carneficina è per lei un male necessario, qualcosa di cui occuparsi prima di poter dare vita ad un sistema differente. Non torneremo su quanto questo cambiamento sia stato affrettato: è una frase che può applicarsi a lei più di ogni altro avvenimento della serie. Certo è che Daenerys rappresenta l’ultimo colpo di coda della generazione precedente e la sua uccisione da parte di Jon Snow è ciò che porta alla distruzione del trono di spade e di conseguenza alla fine di tutta questa gigantesca corsa al potere. Con la sua morte la Madre dei Draghi riesce a compiere ciò che si era prefissata, ovverosia la fine di quel sistema, anche se non avrà mai modo di vedere che cosa ne sarà di tutto questo.

Jon Snow, dicevamo. Un personaggio sempre molto complesso, su cui si erano focalizzate le attenzioni di molti sia per i suoi nobili natali che per la risurrezione dai morti. Kit Harrington raramente è davvero riuscito a trasmettere la profondità che un personaggio di questo calibro avrebbe meritato, e la scrittura non lo ha certo aiutato. Allo stato attuale, buona parte del suo percorso resta (e resterà) avvolto nel dubbio: perché puntare così tanto sulla sua discendenza Targaryen quando poi la serie non l’abbraccia fino in fondo? Perché è stato riportato in vita dal Signore della Luce se poi ha davvero un ruolo insignificante nella Lunga Notte? Certo, dopo aver insistito ancora e ancora sulla sua fedeltà alla regina, finalmente si rende conto di che cosa la donna da lui amata sia diventata, ma è il senso generale a mancare, è quell’assenza di compiutezza della sua narrazione a lasciare un po’ con l’amaro in bocca. La conclusione della sua storia, nel freddo nord in cui lo abbiamo visto per così tanto tempo, ci riporta certo ad una sensazione familiare, ma non può che ribadire quanto molto di più avrebbe potuto e dovuto trasmettere.

Va certamente meglio agli altri Stark, soprattutto a Sansa, la nuova Regina del Nord. Il personaggio interpretato da Sophie Turner è senza ombra di dubbio quello più riuscito dell’intera saga: provate a tornare al pilot e a vedere chi fosse allora Sansa. La sua incoronazione è la realizzazione di un percorso di crescita straordinario. Come contraltare, la centralità di Arya nella serie, soprattutto quale punto di vista principale, non può certo venire a mancare. È stata lei a eliminare il Night King, si è imbarcata in un’impresa senza precedenti e la sua crescita è parallela a quella della sorella Sansa, sebbene in modi e forme assai diverse. E se quasi tutti avrebbero puntato su Arya assassina (Cersei o Daenerys), la sua conclusione è certo molto meno d’effetto di quanto ci si potesse attendere. La scelta di farla partire all’avventura, però, è l’unico esito possibile per questo personaggio, perché un ritorno alla familiarità di Winterfell sarebbe risultato davvero poco credibile. Infine, Bran come nuovo Re di Westeros è una scelta sorprendente ma allo stesso tempo facile: nessuno potrà davvero odiare questo esito, anche perché credo nessuno sperasse in questo finale. Un personaggio tutto sommato inutile nella guerra contro gli Estranei diventa l’emblema della rinascita di Westeros, proprio lui che ha dentro di sé la memoria storica di tutti gli avvenimenti, un uomo (se ancora uomo possiamo definirlo) che è completamente distaccato dalla sete di denaro e di potere.

Il vero vincitore, però, è Tyrion Lannister, che dopo un lungo percorso costellato di fallimenti e insuccessi diventa la star indiscussa di questo episodio finale. La grande mente oscurata da una fedeltà sbagliata ritorna finalmente ad essere il fulcro morale dello show, con quella sua spiegazione sulla centralità e la bellezza di una buona storia, che è tutto sommato la vera ragione per cui abbiamo seguito questo show per così tanto tempo. Non possiamo essere sicuri che questo sia vero a riguardo di Bran (anche Arya, Sansa e Jon hanno una storia da raccontare), ma funziona a dovere come atto conclusivo di una serie che per molti anni si era contraddistinta per i suoi dialoghi e i suoi confronti tra personaggi. Tyrion Lannister ritorna a fare quel che gli è più congeniale, ossia consigliare, e Peter Dinklage ipoteca un altro Emmy. La conclusione di questa stagione è la conclusione di un percorso iniziato il 17 aprile 2011, sotto una stella molto diversa. All’epoca c’erano i libri di Martin a sostenere la scrittura, ma quando il materiale originale è venuto a mancare, la serie ha dovuto trovare delle soluzioni, spesso troppo affrettate, per portare il tutto a una conclusione in tempi ragionevoli. Non capita spesso di dirlo, ma Game of Thrones avrebbe avuto bisogno di più tempo per sviluppare l’enormità di trame e sottotrame, soprattutto considerando che per sei stagioni il ritmo era stato molto più calmo di quello che ha travolto queste ultime due. Alcune scelte sono state davvero sfortunate e i dialoghi in generale ne hanno risentito. Però Game of Thrones è anche la serie che ci ha dato “Hardhome”, “The Rains of Castamere”, “Blackwater”, “The Winds of Winter”, solo per citarne alcuni. Ci sono innumerevoli serie scritte meglio di questa, molte comedy più brillanti e drama capaci di scendere nel profondo dell’animo umano. Eppure, nessuna di quelle serie è stata in grado di creare immagini visivamente potenti come Game of Thrones, di stravolgere l’immaginario collettivo come Game of Thrones, di ridefinire un genere come Game of Thrones. I problemi di queste ultime annate non possono e non devono oscurare una moltitudine di episodi straordinari che rappresenteranno davvero a lungo un unicum nel mondo quantomeno televisivo. Qualcosa del genere non tornerà in televisione molto presto.

Voto 8×06: 6/7
Voto Stagione 8: 5
Voto Serie: 8
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