House of Cards – 4×01 Chapter 40
Ad un anno dalla conclusione e già interamente disponibile su Netflix (in America, almeno) torna la serie di punta del noto servizio di streaming, con una nuova, lunga ed efficace immersione nel mondo politico americano e nella famiglia Underwood.

Il ritorno di House of Cards non poteva cadere in un momento più propizio e politicamente vitale come questo che stiamo vivendo: negli States, infatti, sono in pieno svolgimento le Primarie per determinare i due contendenti che si sfideranno alla corsa alla Casa Bianca. Una corsa che è come ben sappiamo dominata in particolare da due figure molto discusse (e discutibili): da un lato Donald Trump, che sta facendo impazzire ogni singolo pronostico e sta mostrando all’America un lato populista che non aveva ancora conosciuto, dall’altro una donna che è stata per anni sotto l’ombra ingombrante del marito ma che è riuscita a sfruttare la situazione a proprio vantaggio costruendosi una dinastia politica indipendente e forte. Insomma, è impossibile non vedere la più importante serie politica attualmente in onda negli USA senza riportare l’attenzione proprio alla realtà che circonda la società statunitense.

Lo sa bene anche Beau Willimon, che attinge a piene mani dalla vita politica americana e, per quanto la romanzi con eleganza, sembra essere intenzionato a sfruttarla fino in fondo per richiamare situazioni ed immagini quanto mai fresche nella mente degli elettori. A dir la verità i paragoni tra gli Underwood e i Clinton erano stati mossi sin dalla prima stagione, ma mai come nella scorsa annata è stato possibile evidenziarne le somiglianze; questo, certo, solo tenendo a mente che, a quanto ne sappiamo, Bill Clinton non è un assassino, così come ben diversa è l’origine dell’affrancamento della moglie. La terza stagione era stata costruita non solo sfruttando l’inedita figura di Frank Underwood Presidente degli Stati Uniti d’America, ma soprattutto intorno all’inizio della (apparente) fine: era evidente che avendo toccato la vetta, Frank dovesse cominciare ad affrontare le proprie nemesi e le difficoltà più aspre. Pur in una annualità tutt’altro che perfetta – di difetti se ne possono trovare parecchi – la terza stagione di House of Cards doveva servire da spartiacque e, stando a questa premiere, deve aver svolto il proprio lavoro.

“Chapter 40” è un episodio solido con il dichiarato compito di distendere i punti salienti di una trama che dovrà dispiegarsi nelle prossime puntate: in questo senso funziona in modo corretto perché sviluppa i primi passi e riesce a generare quella curiosità di cui una serie al quarto anno ha assoluto bisogno (ancor più una che vive un’enorme pausa tra una stagione e l’altra, considerando l’uscita in un solo giorno che accomuna i prodotti originali Netflix). Il racconto ricomincia esattamente da dov’era finito, da quella vittoria alle primarie in Iowa e dalla clamorosa uscita di scena di Claire; da lì si riprende una narrazione che sembra intenzionata a dare il via alla più spaventosa faida che House of Cards potesse sperare.

È tutto in Claire Underwood questo episodio: nonostante i palesi fallimenti della scorsa stagione, la donna – interpretata da una sempre perfetta Robin Wright – non sembra affatto intenzionata a retrocedere, decisa com’è a correre per uno scranno al Congresso nel Texas (unico posto ancora forse disponibile). Non di sola politica, però, si parla con Claire: il suo ritorno nello Stato in cui vive la madre è l’occasione perfetta per focalizzare l’attenzione anche su quell’affascinante mondo emotivo che la contraddistingue e che solo di rado abbiamo potuto veramente conoscere. La sua veste algida e perfettamente controllata non può nulla contro la malattia di una madre con cui non ha in pratica più alcun rapporto; eppure quel segnale di mortalità la tocca nella sua intimità più di quanto potesse immaginare. Il pianto conclusivo è in effetti l’unico momento di vero cedimento di Claire, che sembrava non aver subito in alcun modo i contraccolpi della scelta di abbandonare (per quanto tempo non si può ancora immaginare) il proprio marito. In campo politico, però, Claire è una outsider – e finora non le è andata particolarmente bene, con i ben noti insuccessi dello scorso anno; questo significa che pur di avere il suo momento sotto i riflettori è decisa a correre in uno stato, il Texas, sotto l’egida di un deputata nera che, proprio in virtù di razza e provenienza sociale, sembra tutt’altro che intenzionata ad appoggiarla. Ora, per quanto anche il personaggio di Leann (Neve Campbell) sembri molto promettente ed i piani futuri di Claire siano a lungo corso, qualsiasi commentatore politico riscontrerebbe quanto la First Lady si sia imbottigliata in una situazione paludosa, probabilmente più affascinata dall’agone politico e dalla possibilità di rivalsa che da una vera strategia politica (diventare Governatore del Texas per un soggetto come lei potrebbe essere complicatissimo).

Uno dei punti di forza di questa serie era proprio il peculiare rapporto tra Claire e Frank, due astuti personaggi ed amanti in grado di spalleggiarsi a vicenda e di essere complici in qualsiasi misfatto fosse necessario per il mantenimento ed il consolidamento del potere. Lo scorso anno questo sistema è andato in crisi; adesso è il momento dello scontro. In verità Claire e Frank si confrontano solo verso la fine dell’episodio e per brevi e rapide battute, ma è chiaro che tutto “Chapter 40” sia costruito per condurci a quel momento, senza sostanzialmente altri scossoni di rilievo (non c’è nemmeno l’abituale sfondamento della quarta parete, una delle caratteristiche del linguaggio della serie). Non che di cose non ne siano successe nei precedenti quaranta minuti, ma il momento tanto atteso è giunto e non è servito ad altro che a confermare l’equilibrio delle forze: Frank è ancora quell’animale politico che Claire conosce tanto bene e se quest’ultima vorrà davvero sconfiggerlo (e farlo senza ripercussioni per la propria carriera) dovrà faticare molto più di quanto fatto fino a questo momento.

Frank è in secondo piano in questo episodio, soprattutto se confrontato alle varie storyline secondarie che, almeno per ora, paiono intenzionate a stringere il cappio intorno al collo della sua vita politica. Da un lato l’ennesimo scontento di Seth, che potrebbe anche essere alla base della fuga di notizie, dall’altro la storia di Lucas, che mancava dalla seconda stagione: è chiaro che il suo ritorno significherà riaprire la ferita provocata dalla morte di Zoe e ciò che ne è seguito (con nuovi nemici ed una vita nascosta sotto il programma testimoni). Queste due anime, insieme ad una rabbia che stenta a controllare, mettono Frank sempre più lontano da quell’apparente invincibilità delle prime due stagioni, senza riuscire comunque a smontare l’aura di potere che circonda la sua figura (e che Kevin Spacey ormai riveste sempre più comodamente). Mentre la sua corsa contro Heather Dunbar continua, si intravede l’arrivo del candidato repubblicano, giovane e belloccio (non proprio un Trump), un avversario che Frank avrebbe tutte le carte in regola per distruggere. Siamo però solo all’inizio della trama politica, e se essa diverrà più importante in futuro lo sarà con ogni probabilità solo perché collegata con forza al dissidio familiare che Frank sembra davvero in difficoltà a gestire – diviso, infatti, tra rancore e solitudine. Momento migliore dell’episodio è però il suo scontro con la monumentale Ellen Burstyn: pochi scambi che riescono a mostrare la diversità dei due personaggi e al contempo lasciare allo spettatore la sensazione che ci sia un passato importante da rivelare.

House of Cards, dopo una prima ottima stagione, non è stata sempre in grado di mantenere lucido e vibrante l’interesse del pubblico, spesso divisa tra la volontà di costruire una trama politica credibile e il desiderio di dar spazio all’introspezione dei personaggi (ed in questo richiamandosi al superbo esempio di The West Wing di sorkiniana memoria). Questa premiere è in linea con le aspettative e si prende tutto il tempo per preparare quella che sarà la base per gli episodi futuri. Buona la prima.

Voto: 7
House Of Cards – Stagione 4 Episodi 2-5
La più grande qualità di House of Cards è saper cambiare. La creatura di Beau Willimon, nella prima parte della sua quarta stagione, conferma questa sensazione dimostrando allo spettatore la sua natura mutevole e la sua capacità di mantenere intatto lo stile che l’ha caratterizzata fin dagli inizi.

In queste quattro puntate che ci hanno trascinato vorticosamente fino a metà stagione, troviamo un esemplare riassunto di tutte le anime che House of Cards ha saputo mostrarci. C’è il rapporto Frank-Claire, analizzato fino allo sfinimento nella precedente annata; si ripropone la torbida sequela di intrighi politico-economici che ha caratterizzato la seconda stagione; si arriva perfino a riparlare di quel mondo di cui si erano perse le tracce dopo la sparizione di Zoe Barnes, quello del giornalismo politico. Tutto ciò viene riproposto aiutato dalla maturità che la serie ha acquisito, scremando tutti gli inutili dettagli e utilizzando le tematiche a cui facevamo riferimento in modo potente e funzionale.

“Didn’t the president make the most wonderful speech?” “Oh, he certainly did.”

Arrivare al “Chapter 44” senza sentirsi sovrastati dagli eventi messi in moto dagli autori è impresa difficile. Dopo il primo episodio, che come da tradizione è servito ad aprire le danze e a riportarci nel bel mezzo della tempesta, la serie firmata Netflix riprende il filo del racconto facendoci viaggiare assieme al presidente durante la sua campagna elettorale per le primarie. Una scelta che ritroviamo anche nelle puntate successive e che risulta davvero molto interessante considerata la relativa staticità a livello di ambientazione che aveva caratterizzato il passato della serie, tutta divisa fra residenze private, Casa Bianca o sporadici viaggi istituzionali all’estero. Oltre che a sottolineare il suo scorrere parallelo con la reale vita politica americana, questa nuova ambientazione itinerante – South Carolina, Texas, Washington – serve soprattutto per portare alle estreme conseguenze il rapporto affettivo e politico fra i coniugi Underwood. La First Lady torna a casa e ricomincia la sua lotta intestina contro il presidente, dovendo gestire anche il complicato rapporto con la madre. È innegabile che la storia principale su cui si dipanerà anche la quarta stagione sarà questa: come finirà? Chi dei due riuscirà a ottenere ciò che veramente vuole?

Last night when we were talking, you called this house a palace. This is where we began.

Il crollo del presidente degli Stati Uniti inizia proprio da qui: la prima a minare le convinzioni e la popolarità del pragmatico Francis è infatti proprio sua moglie. Una guerra senza esclusioni di colpi che si compone di sotterfugi e non detti, di trame segrete e accordi sottobanco, dove la crudeltà dimostrata dai due non riesce a sorprendere. Si fatica infatti a stupirsi delle scorrettezze che vengono messe in atto dalla coppia presidenziale, da sempre cinici ed egoisti come nessuno, ma non si può non restare impressionati dal colpo basso con cui la donna attacca il marito arrivando a coinvolgere perfino il padre defunto. Da una parte questo scontro continua ad animare il racconto, dall’altra lentamente riemerge una figura come quella di Lucas Goodwin: l’ex giornalista del Washington Herald, finita la sua detenzione, diventerà il simbolo del passato che torna a scagliarsi violentemente contro Frank, come se fosse stato messo sotto un tappeto troppo leggero per resistere all’ennesima folata di vento. Ma prima ci sono da fronteggiare le minacce russe, la crisi del petrolio e una moglie disposta a tutto pur di ritagliarsi un suo spazio: insomma, un momento davvero complicato per il Presidente.

“What’s happened?” “The president’s been shot.”

Il colpo di genio degli autori arriva però nel quarto episodio: se l’obiettivo era quello di mettere in crisi i sottili equilibri dei protagonisti della serie, questo è stato raggiunto. Togliendo dalla scena Frank, i personaggi e soprattutto gli spettatori vengono lasciati ad annaspare con la sensazione di essere persi. Ad essere messo in disparte da un colpo di pistola è il perno su cui gira tutto lo show, il personaggio attraverso il quale si snodano i principali fatti di cui è composto il racconto; il senso di smarrimento e angoscia che questa deriva provoca risulta estremamente efficace, proprio perché ci lascia addosso quella sensazione che vorremo sempre ritrovare quando guardiamo un prodotto televisivo: ci fa venire voglia di sapere come andrà a finire. Vedere il presidente degli Stati Uniti ferito e intorno a lui una moglie sempre più volenterosa di prendere il controllo e una marea di assistenti in preda al panico fa trepidare in attesa dell’episodio successivo. Ciò avviene soprattutto perché la situazione è inedita: niente più discorsi guardando la macchina da presa ma solo allucinazioni, niente più anelli picchiettati sul tavolo ma flebili suoni provenienti dal respiratore artificiale, non più arroganza ma paura. Se la figura di Underwood doveva essere messa in discussione ed uscire – quasi certamente per non molto tempo – dai giochi, non c’era modo migliore di farlo.

I’m asking the nation to pray with me

L’ultima scena del quinto episodio ci lascia ancora una volta dubbiosi sul destino del Presidente, alimentando ancor di più la suspense. In fondo non serve leggere tra le righe per capire che la situazione si sta accartocciando su stessa senza il Presidente al comando. In questa situazione di emergenza nessuno sembra volere il suo potere proprio perché nessuno sembra sapere bene cosa farne e le uniche due persone consapevoli paiono essere il vice presidente e Claire: il primo, terrorizzato e schiacciato dalle responsabilità, cerca di scaricarle sulla First Lady; la seconda non si fa nessun problema ad accettarle interpretando volentieri il ruolo di Presidente ad interim nascosta nell’ombra. Proprio in questo momento di estrema difficoltà e di grande dolore, tutti sono in crisi più per questioni tecniche che emotive, e infatti l’aspetto che più facilmente salta agli occhi è la mancanza di una forte componente emozionale; a riprova di questo, la percezione che abbiamo è di stare assistendo a uno sfoggio di compostezza e sangue freddo senza riuscire a capire quanto possa durare. Intanto Frank è lì inerme su di un letto d’ospedale, ignaro dell’uragano che gli sta girando intorno.

Questo show sembra non avere più bisogno di tergiversare – forse l’ha fatto troppo nella sua ultima stagione – e ci srotola davanti senza paura tutti gli elementi che avevamo masticato in questi anni senza averli veramente digeriti. Ora le diverse storyline sembrano esplodere e accompagnano lo spettatore attraverso un percorso davvero entusiasmante. House Of Cards riesce a migliorarsi grazie alla qualità delle sue penne e lo fa con una inaspettata ma graditissima sequela di episodi che portano il programma ad innalzare il suo livello, per quanto fosse possibile, mostrando una voglia di innovarsi davvero rara. Ci sono ancora molti nodi da sciogliere tra cui la complicata situazione della Dunbar, la fuga di notizie dopo la morte di Goodwin e soprattutto la sopravvivenza del Presidente, ma siamo sicuri che, se il tutto verrà affrontato con la stessa voglia di sorprendere, il risultato continuerà ad essere eccellente. Se il racconto proseguirà su livelli così alti, non solo questa stagione rappresenterà un salto di qualità per la serie ma rischierà di essere ricordata come la migliore di sempre.

Voto 4×02: 7 ½
Voto 4×03: 8
Voto 4×04: 9
Voto 4×05: 8 ½
House of Cards – Stagione 4 Episodi 6-8
House of Cards riprende le fila del suo racconto riuscendo a dare una degna conclusione alle diverse storyline della prima parte della stagione, inaugurando una nuova fase del conflitto per la presidenza.

Nel corso di questi tre episodi assistiamo allo snodo delle principali matasse narrative che avevano caratterizzato sia la previa stagione che gli inizi di questa annata; mentre il conflitto tra i coniugi Underwood giunge al termine con una coerenza stilistica e narrativa invidiabile, all’orizzonte si dipanano nuovi scenari fatali per i due protagonisti, a partire dalla minaccia di Conway fino alle numerose insidie della politica estera.

But why are you here… and not with Francis?

Claire è sempre stata una figura emblematica nella realtà multiforme ed eccessiva dell’universo della serie: è stata fin da subito capace di catalizzare l’attenzione grazie alla sua innata eleganza, frutto di un’interpretazione sempre convincente di Robin Wright, e a quel mondo oscuro che si nascondeva al di là dei suoi sibillini sorrisi. Se nella Claire First Lady avevamo potuto intravedere degli sprazzi di ciò che la donna avrebbe voluto diventare, nel momento di maggior debolezza della presidenza la sua figura riesce a brillare di luce propria, pur nell’ombra delle azioni di un inadatto vice-presidente. Nel corso del sesto episodio tutte le contraddizioni e le ambiguità vengono caricate al massimo, portando al ritratto di una donna senza scrupoli, incapace ad ogni sentimento di empatia verso il marito morente ed unicamente interessata allo svolgimento del suo piano. Nel confronto con il presidente Petrov, che si caratterizza per la fredda capacità dell’uomo di dipingere la realtà così come sembra essere, la donna ne esce quasi sconfitta, accusata della sua presenza come della sua mancanza di calore, schiacciata dall’evidenza delle sue azioni.

Ma House of Cards è una serie che fin dall’inizio vuole dirci che la realtà non è mai quello che sembra, a partire dalla sua rappresentazione della Casa Bianca, fino alla descrizione di un matrimonio tanto atipico quanto duraturo. Fin dagli esordi la caratterizzazione dei personaggi si è concentrata sulla costruzione di una serie di figure esemplari che avevano lo scopo di veicolare un determinato concetto – il politico furbo e corrotto, la moglie dedita al potere più che ai suoi stessi affetti – e che non sempre sono riuscite a sopportare sopra di sé il peso degli avvenimenti. Il pregio di questa quarta stagione è proprio l’inversione di rotta verso una serie di figure ben più realistiche ed umane, capaci di errori e di fallimenti tanto quanto i propri antagonisti. Nel caso specifico di Claire, il tentativo è più che riuscito: il percorso della donna appare al limite del realismo (ma è un po’ anche questa la cifra stilistica della serie), tuttavia le ragioni che vi sono alla base appaiono ben più chiare. La decisione di rendere Claire un personaggio più sfaccettato giova sicuramente all’economia di questi episodi, che svelano uno dopo l’altro tutte le paure più intime della donna, consegnando un ritratto ben più interessante di quello delle ultime stagioni.

Stay with me.

Questa quarta annata si apriva su un conflitto in potenza fin dagli esordi della serie, capace di scardinare tutte quelle certezze che ne avevano caratterizzato l’evolversi. La frattura tra Frank e Claire, individuata poeticamente in quella divisione di stanze in concomitanza della presidenza, aveva ormai raggiunto un livello tale di saturazione da non poter essere più ignorata. Nonostante la sua risoluzione sia avvenuta in maniera quasi indolore, la scia di questo conflitto promette di permeare l’intera annata. Se il sesto episodio ci regala uno dei dialoghi più intrisi di consapevolezza e sincerità che potremo mai aspettarci da Frank Underwood, la prova del realismo viene superata dagli episodi seguenti, che razionalmente decidono di non ignorare quel conflitto così recente, rievocandone gli elementi e tentando di trovare una composizione coerente ai personaggi.

La relazione tra Frank e Claire si misura in quella richiesta ferma ma intrisa di sentimento, in cui in un attimo tutte le debolezze e le paure dell’uomo, così ben mostrate attraverso le allucinazioni che si susseguono nell’episodio, vengono svelate alla sua interlocutrice, Claire; una donna che mai e poi mai potrebbe accettare il ruolo di semplice First Lady, colei che tutto è tranne una semplice moglie: una compagna d’armi, una giocatrice esperta, una donna capace di tutto pur di vincere. Ma nelle parole di Frank, trasudanti ammirazione, c’è la manifestazione d’amore più sincera che l’uomo possa fare: c’è una dichiarazione che abbraccia la loro solitudine e li rende “uno”. “Not that” è il bisbiglio che sancisce che Claire non è più – non sarà mai – solo una donna al suo fianco: lei sarà l’unica e la sola capace di colmare quella solitudine, di comprendere quella sete di potere e di rivalsa; l’unica donna in grado di di vedere l’uomo al di là di qualsiasi facciata.

First, you must learn to pull an oar. Only then can you take the helm.

Accantonato fin troppo facilmente il capitolo della Dunbar – paladina della legge fino a perdere ogni possibilità di vittoria –, un nuovo avversario fa capolino a distruggere i piani di Francis. Come ogni opponente che finora ha tentato di abbattere gli Underwood, anche Conway sembra avere tutte le caratteristiche necessarie per sconfiggere Frank. Il nuovo candidato funziona nel suo essere – fisicamente e mentalmente – l’esatto opposto di un Presidente visto da gran parte della nazione come un usurpatore capace unicamente di beffare la legge. Kinnaman riesce nel compito di costruire un personaggio totalmente antitetico a quello di Spacey, complice una giovinezza spiccata ed una storia personale quasi esente da critiche; tuttavia nell’atto concreto non riesce ancora a stagliarsi come degno avversario di un Frank sì statico, ma ancora capace di combattere per il suo posto nella Casa Bianca.

Questa prima parte della stagione ha sicuramente innalzato il livello della serie, reduce da una non sempre convincente terza annata: nonostante alcuni elementi ancora troppo teatrali e ai limiti della realtà, questi primi episodi hanno il pregio di concludere diverse storyline organicamente, dando il via ad un’ultima parte di stagione che si prospetta ancor più interessante. Al netto dei suoi limiti – l’eccessivo tenore didascalico che riguarda i due protagonisti – e al meglio delle sue potenzialità espressive – sfruttando un cambio di location che permette alla serie di respirare –, House of Cards dimostra allo spettatore che ha ancora molte cose da dire, impegnandosi a dirle nel modo migliore possibile.

Voto 4×06: 9
Voto 4×07: 8½
Voto 4×08: 8½
House of Cards – Stagione 4 Episodi 9-11
Dopo la rottura dei primi episodi della stagione, la tragedia e la riappacificazione nei successivi, con questi tre capitoli si apre una fase di nuovo consolidamento del rapporto tra Frank e Claire: una relazione che ormai non è più solo il maggior punto di forza del racconto, ma che si trasforma ora nello slogan propulsivo della loro corsa elettorale.

Era ormai ben chiaro fin dalla proposta di Claire, nel terzo episodio della stagione, che, nonostante lo scetticismo e l’opposizione iniziale di Frank, l’idea che entrambi corressero insieme come Presidente e Vicepresidente alle elezioni generali si sarebbe presto realizzata: questo perché, in primis, House of Cards è un racconto di pura fantapolitica e come tale può permettersi di proporre degli scenari altamente improbabili nella realtà, ma narrativamente molto interessanti; in secondo luogo, perché il personaggio di Claire ha ormai un peso così considerevole nelle vicende, al punto di non poter essere più limitata al solo ruolo di First Lady, o a ricoprire una carica politica di minor importanza. L’arco narrativo quindi era ben delineato da tempo, se vogliamo una tappa scontata nel racconto (come successo altre volte nel corso della serie), ma House of Cards riesce a sviluppare in modo eccellente la strada attraverso la quale si arriva a tale esito e in un certo senso a sorprenderci, giocando con gli spettatori e con le loro aspettative.

L’Open Convention democratica diventa così l’occasione per Frank di un ritorno alle origini, con la messa a punto di macchinazioni politiche che ricordano quelle delle prime due stagioni. La tattica è appoggiare la Durant come nome di facciata, mentre sottotraccia, attraverso i media e grazie ad alcuni compromessi con le persone giuste, acquista sempre maggior forza la candidatura di Claire. Un meccanismo che abbiamo già visto in precedenza: gli Underwood fanno in modo che le loro decisioni appaiano dettate dalle circostanze, quando in realtà sono loro stessi a crearne le condizioni, mentre gli altri attori politici coinvolti vengono manipolati a loro insaputa – in maniera a volte anche fin troppo strumentale. In “Chapter 48” tutto sembra andare ancora nel medesimo modo, fino al plot twist conclusivo quando la Durant non si rivela essere la solita pedina accondiscendente, ma prende l’iniziativa ripagando Frank della stessa moneta. Un voltafaccia che funziona non solo perché, come scritto poco sopra, ribalta le aspettative consolidate dello spettatore sullo show, ma anche perché la reazione della Durant è coerente con il personaggio, perché conosce, seppur non completamente, il modus operandi di Frank; inoltre abbiamo visto come la Segretaria di Stato non sia mai stata trattata con la giusta considerazione dal suo leader durante tutta la presidenza, sviluppando un certo rancore latente. A questo si aggiunge lo smacco di essere stata ridotta ad un fattore nullo dalla First Lady durante la trattativa con russi.

Ancora una volta sappiamo già che Frank e Claire riusciranno nel loro intento; tuttavia, come detto sopra, non è solo l’esito a contare (che sia interessante o scontato), ma soprattutto il percorso con cui ci si arriva: scoprire cioè cosa saranno disposti a fare gli Underwood per vincere in questa continua lotta per la sopravvivenza politica. In tutto questo non bisogna ovviamente dimenticare l’eccezionale fattura della messa in scena, che contribuisce a far sì che “Chapter 49” sia uno dei migliori episodi della serie.

Si tratta di un capitolo che trova la sua forza principale nella straordinaria bravura degli attori protagonisti e sulla potenza di tre scene che fanno da cardine non solo all’episodio ma all’intera stagione: la morte della madre di Claire, il confronto fra Frank e la Durant e il discorso finale della convention. In particolar modo le prime due sequenze sono magistrali da tutti i punti di vista e hanno un impatto incredibile a livello emotivo: tanto straziante è la scena dell’eutanasia di Elisabeth Hale (con una perfetta e toccante Ellen Burstyn), quanto è pauroso e terrificante il monologo di Frank (con relativa interpretazione di Kevin Spacey) che minaccia una pietrificata e annichilita Catherine Durant. È impressionante come lo stesso Underwood faccia leva sulle storie che egli stesso ha insabbiato per incutere terrore alla Durant: non è necessario che la Segretaria di Stato creda davvero a queste storie, il dubbio è più che sufficiente per convincerla che Frank è effettivamente capace di fare qualsiasi cosa, anche la più crudele, pur di conseguire il suo obiettivo.

Il finale dell’episodio è splendidamente iconico, con Frank e Claire trionfanti mano nella mano, a manifestare una rinnovata unione tra i due partner, eletti tra il tripudio generale. Una sequenza che funziona perfettamente sebbene il discorso di Claire deluda leggermente le aspettative, visto quanto è stato pompato in termini di importanza durante tutto l’episodio. Nonostante ciò, l’enorme reazione della platea (tanto da giustificare la nomina per acclamazione) risulta comunque credibile, vista l’onda emotiva del momento.

“Beyond” happened.

Giudizio diverso possiamo dare al discorso di Claire nell’episodio successivo, che invece risulta fortemente evocativo ed efficace, portando quel messaggio nella campagna elettorale che, come evidenzia Macallan, la gente non sapeva ancora di volere sentire: Frank e Claire vanno oltre l’idea stessa di coppia, di matrimonio o di partner politici: sono tutte queste cose e molto di più. Oltre le capacità del singolo, Frank e Claire insieme sono stati finora completamente inarrestabili nel raggiungere i propri obiettivi, fallendo solo quando divisi. È naturale che questo rapporto così peculiare smetta di essere solo una caratteristica dei due personaggi, ma si faccia esplicito diventando lo slogan elettorale che li traghetterà durante la loro battaglia sulla carta più impegnativa.

“Oltre” però vuol dire anche che, nella ricerca di equilibrio tra di loro, Frank e Claire superino il confine della coppia. Tom Yates entra così all’interno di questa dinamica, andando a riempire il ruolo ricoperto parzialmente a suo tempo da Meechum. L’avvicinamento tra lo scrittore e la Underwood può apparire repentino, ma Yates rappresenta quello di cui Claire ha bisogno in quel momento in termini non solo sessuali e affettivi, ma anche di comprensione. Yates non è certo una personalità forte o carismatica, ma la sua capacità empatica e di osservatore (come lo era la guardia del corpo Meechum) lo rendono il candidato ideale per colmare (almeno temporaneamente) quelle mancanze reciproche altrimenti non sanabili per i due coniugi.

In questi tre episodi gli autori lavorano ottimamente anche sulle storyline dei personaggi secondari, che diversamente dalle altre stagioni appaiono più che dei semplici riempitivi: in particolar modo, l’inchiesta dell’ex capo redattore dell’Herald, Tom Hammerschmidt, acquista sempre maggior spazio e concretezza con il coinvolgimento della Dunbar e di Danton. Il giornalista rappresenta forse a questo punto della stagione il pericolo più rilevante per Frank anche se, come sottolineato da Rami, è ancora ben lontano dallo scoprire la verità. Un altro fattore di rischio per gli Underwood potrebbe essere il loro più fedele collaboratore, Doug. Paranoico su DeAnn, tormentato dai sensi di colpa per la questione della lista dei donatori di organi, Stemper forse compie un errore potenzialmente fatale nel mettersi prima in contatto e poi nell’incontrare la vedova Moretti. Ancora una volta il bisogno di Doug di compensare le conseguenze della sua condotta priva di scrupoli (come avvenuto con Rachel) potrebbe portarlo potenzialmente verso la rovina.

Al di là di questi pericoli finora occulti alla coppia, il prossimo avversario che si staglia sulla strada degli Underwood resta Will Conway. Il candidato repubblicano si è presentato fin da subito come un rivale perfettamente agli antipodi per caratteristiche fisiche, anagrafiche e sociali rispetto a Frank, e nel 48esimo capitolo abbiamo un primo confronto diretto tra i due che ha il sapore di un antipasto che promette di diventare più avanti molto gustoso. Nonostante le sue peculiarità, le sue spiccate doti di leadership e di animale politico (in senso subdolo del termine), Conway risulta sì un antagonista credibile agli occhi del popolo per il presidente, ma dal punto di vista dello spettatore non sembra ancora una figura capace di impensierire seriamente Frank (almeno fino alla 4×11).

Dopo due stagioni un po’ sottotono, questa quarta annata di House of Cards continua a stupire in positivo, a sorprendere e ad appassionare. Questi tre capitoli hanno assestano la trama con un paio di scossoni necessari, dopo l’instabilità e la rottura della prima parte della stagione. Si è creato così un nuovo equilibro pronto ad essere messo alla prova nei capitoli finali.

Voto 4×09: 8+
Voto 4×10: 9
Voto 4×11: 8
House of Cards – 4×12/13 Chapter 51 & 52
Questa stagione di House of Cards ha minato su più punti quel labile castello di carte costruito dagli Underwood nel corso delle annate precedenti. Il cammino che ha portato Frank alla Casa Bianca è lastricato di scheletri, che adesso marciano fuori dall’armadio pronti a sferrare l’attacco più difficile con cui il Presidente si sia mai scontrato.

Il racconto s’interrompe a tre settimane dalle elezioni, sullo sfondo di una possibile guerra e all’ombra dell’articolo di Tom Hammerschmidt che mette Frank in una posizione difficilissima. Tra il gongolare di Conway e la rinnovata unione dei due coniugi Underwood si chiude una stagione che si è portata avanti con una buona solidità narrativa, rimescolando il passato in modo da chiudere un cerchio ideale che getta i due protagonisti all’interno di un pericolosissimo baratro. Per quanto la decisione di sviluppare questa parte del racconto nella prossima annata sia perfettamente in linea con la giusta intenzione di creare un adeguato contesto di approfondimento, sospendere la narrazione nel pieno di una crisi dà l’impressione di essere al cospetto di una stagione mozzata, difficile da valutare nella sua interezza.

Ogni evento di questa annata è stato costruito per arrivare a questo punto, creando un climax ascendente che, raggiunto il suo culmine, si arresta, lasciando lo spettatore con un senso di incompletezza. Ciò comunque non offusca i meriti del racconto mostrato sin qui, sia a livello tematico, sia a livello di caratterizzazione dei personaggi, in particolare dei due protagonisti che negli eventi di questa stagione trovano il contesto ideale per un estremo sviluppo. Se da un lato la storia si ferma sul più bello, dall’altro Claire e Frank completano perfettamente il loro arco evolutivo, raggiungendo il culmine di una unione che ha le sembianze di una fusione: entrambi hanno progressivamente azzerato tutte le loro vulnerabilità, per unirsi in una lotta spietata contro tutto e tutti in nome di quel potere che bramano allo stesso modo, con la stessa insaziabile sete. Inoltre, una conclusione del genere lascia così tante domande in sospeso da rinnovare ancora una volta quell’incontenibile effetto suspense da cui la serie trae la sua forza più grande: nonostante la massiccia dose di sospensione dell’incredulità richiesta, House of Cards – trainato dall’incontenibile forza di Kevin Spacey e Robin Wright – riesce comunque ad attirare lo spettatore nella sua trappola, coinvolgendolo in un torbido gioco di potere che, al netto di critiche e difetti, non ha mai spesso di appassionare e divertire.

99% of this job is in the dark.

In questi ultimi due episodi, mentre Tom Hammerschmidt si prepara a sferrare l’attacco scomodando persino Walker, Underwood si scontra con una crisi nazionale che riporta in auge il problema del terrorismo di matrice islamica. La decisione dei rapitori di voler comunicare con Conway apre i termini di un faccia a faccia tra i due candidati che esula dal perbenismo da talk show. Per quanto il confronto pare volgersi a favore di Conway, Frank riesce a minimizzare ogni rischio di caduta d’immagine, fruttando appieno il bisogno di ribalta del candidato repubblicano: l’invito alla Casa Bianca è un trappola con cui Underwood crea un proscenio da calcare insieme, in modo che gli errori dell’uno possano facilmente ricadere anche sull’altro. Il parallelo tra i due candidati diventa anche un modo per attuare un confronto tra le due famiglie e soprattutto tra i due diversi concetti di coppia. La caotica presenza della famiglia Conway alla Casa Bianca crea il contesto ideale per porre Claire di fronte alle sue scelte; la freddezza con cui ribatte alla domanda di Hannah Conway – Do you regret it, not having children? – è il barlume di una forza che l’amore per qualsiasi figlio le avrebbe tolto. Questa certezza si conferma in contrappunto nella lite tra i Conway, quando Hannah rimprovera al marito di guardare a qualsiasi cosa solo attraverso la sua controparte politica. L’umana debolezza della donna, per quanto possa scontrarsi con la calcolata presunzione del marito, è la manifestazione di una vulnerabilità che gli Underwood non avranno mai. Nonostante tale confronto si attui in maniera assai semplicistica e sbrigativa, sottolineando dinamiche caratteriali già ampiamente approfondite dalla serie in passato, rimarcare tale aspetto in quest’ultima fase di evoluzione dei personaggi tende a mettere in evidenza quanto le potenzialità della rinnovata coppia presidenziale possano essere distruttive: non c’è nessuna valvola di umanità nella loro vita, nessuna àncora che possa allontanarli da quella deriva in cui, consapevolmente, si sono ritrovati a sguazzare.

I’m frightened, Claire.

Essere sopravvissuto a un attentato (e a un trapianto di fegato) pone Frank al cospetto di un senso di invincibilità, che tuttavia non riesce a tenere saldo, a causa di una pressante sensazione di vulnerabilità che non cessa di confonderlo. La decisione di avere Claire al suo fianco è una vera e propria richiesta di aiuto, che dà voce a una disorientante percezione di incompletezza: il confronto con la morte gli ha svelato che nulla è eterno se non la condizione di lotta costante, e in guerra, spesso, la vittoria è direttamente proporzionale alla scelta delle alleanze. La minaccia di veder crollare l’intero castello di carte costruito in questi anni crea in Frank una insolita paura, mostrandoci, forse per la prima volta così chiaramente, il lato più fragile di un personaggio che sembrava non avere nessun punto debole. Per arrivare dove si trova adesso, Frank si è dovuto sporcare le mani più di una volta, annientando spesso i vari ostacoli in maniera troppo facile, al punto che in più di un’occasione le sue ‘vittorie’ sembravano un mero artificio narrativo non privo di incongruenze.

Mettere sulla stessa linea il passato che torna a chiedere il conto e una crescente sensazione di fragilità è un ottimo espediente per dotare il personaggio di uno sviluppo più stratificato. Quando rimprovera Seth e Doug chiedendosi come si è arrivati fino a questo punto, in realtà sta accusando se stesso, ammonendosi per lo spazio concesso a una paura fattasi sempre più incalzante. Il disorientamento che ne consegue si riflette e si amplifica attraverso la particolare costruzione drammaturgica di questi ultimi due episodi: “Chapter 51” e “Chapter 52” sono costruiti per accumulazione, con una sovrapposizione delle storyline che mentre accelera il racconto lo defocalizza dai singoli eventi per soffermarsi sulla percezione di un caos che si fa sempre più inarrestabile. All’interno di questo vorticoso turbine prende piede un decisivo cambiamento di prospettiva: è Claire a prendere le redini di tutto, è lei che squarcia il panico del marito per riportarlo nel territorio della lotta senza pietà, lì dove la paura si trasforma in strumento di potere.

I’m done trying to win over people’s hearts.

Il personaggio che in questa stagione ha sviluppato in pieno gran parte delle proprie potenzialità narrative è senza dubbio Claire. Sin dal finale della scorsa annata era chiaro che la situazione in cui era rimasta imprigionata sarebbe dovuta cambiare, ma la metamorfosi che ha visto mutare la First Lady è ancora più profonda e stratificata di quello che avremmo potuto aspettarci da una banale lotta contro il marito. Claire ha sfruttato al massimo le potenzialità insite nel vortice degli eventi che l’ha investita, dal ferimento del marito alla morte della madre. È riuscita a scavare nella sua intimità più profonda per rielaborare ogni sentimento tirato in ballo dalle circostanze e mutarlo in una rinnovata forza, che si esalta e si amplifica grazie a una ritrovata unione con Frank. Anche la relazione con Yates è parte di questo lavoro di riscoperta di se stessa: Claire ha usato la sagace sensibilità dell’uomo per entrare in relazione con la parte più fragile della sua anima, in modo da poterla controllare e riutilizzare sotto forma di energia. L’apice del processo di trasformazione della donna è in quel dialogo finale con il marito, in cui è lei a tenere fermo il pugno di ferro, creando i presupposti di una unione che, come abbiamo già accennato, ha le sembianze di una fusione, di forze, di intenti, di glaciale freddezza e controllo.

Il suggello di questa unione si ha durante gli ultimi minuti dell’episodio finale, quando Claire si affianca al marito nello sfondare la quarta parete: l’inquadratura su Frank si allarga per fare spazio alla First Lady, che con un risoluto assenso si unisce al commento del marito – We don’t submit to terror. We make the terror. Il dado è tratto, il Rubicone è stato attraversato, gli Underwood si apprestano a combattere per consolidare quel potere che una volta assaporato non si può più lasciar andare.

House of Cards non è una serie perfetta, ma, per quanto la maggior parte dei suoi difetti siano imputabili ad una mancanza di attendibilità dell’intreccio narrativo, è uno show che non ha mai avuto pretese di didascalica verosimiglianza. Quando ci si riferisce a una realtà politica così imponente come quella americana, per poter avere anche solo una parvenza fantapolitica non è insolito che il meccanismo di approssimazione venga arrotondato per eccesso. La vera forza di House of Cards sta proprio nel combinare eccesso e verosimiglianza: il racconto si dipana attraverso il sapiente utilizzo delle più famose tecniche di comunicazione politica (uso dei big data, negative campaigning, manipolazione dell’informazione, uso di uno speechwriter, etc…) che però vengono traslate in un contesto volto ai limiti – a volte superati – dell’assurdo, con l’intento di mostrarci una delle opzioni peggiori di quel torbido ‘sottobosco’ che si cela dietro le recondite stanze del potere.

Questi ultimi due episodi finali, non certi i migliori della stagione, per quanto soffrano di quel senso di incompiutezza di cui abbiamo parlato più su riescono comunque a dare una degna conclusione a una stagione che si presenta come un buon passo avanti rispetto all’incertezza delle annate precedenti, e, soprattutto, si pone a conferma della potenza di una serie che, nonostante tutto, riesce ancora a intavolare un grosso dialogo con il pubblico.

Voto Episodio 12: 7½
Voto Episodio 13: 7/8
Voto Stagione: 8
House of Cards – Stagione 5
Nel primo anno della nuova presidenza Trump arriva la quinta stagione di House of Cards, una serie televisiva che ha giocato con i lati più spregiudicati – e inverosimili – della politica americana creando una coppia presidenziale che è rapidamente entrata nell’immaginario collettivo.

Non c’è commentatore politico americano che non abbia richiamato alla mente House of Cards nel descrivere la presidenza Trump (tanto quanto The West Wing veniva citato per gli otto anni di Barack Obama); questo sia perché l’attuale Leader del Mondo Libero è al centro di una serie di scandali tutt’altro che secondari, sia per aver dimostrato una certa spregiudicatezza ben lontana – almeno esteriormente – da quella del proprio predecessore. Chiaramente è necessario separare i due mondi: Frank Underwood si è lasciato andare anche ad un paio di omicidi commessi in prima persona. La scelta degli autori, dunque, era molto difficile: con una politica americana che sembra permettere cose inimmaginabili anche solo un paio d’anni fa, come poter continuare il percorso di una serie che non ha mai fatto mistero della propria esagerazione?

La scelta che si poneva, dunque, era tra quella di alzare ulteriormente il tiro con la propria narrazione oppure giocare al ribasso; la preferenza è andata alla prima possibilità e questa quinta stagione di House of Cards abbandona quasi definitivamente l’aderenza al reale per divertirsi (e divertire, ci si sarebbe augurato). Abbiamo così una stagione divisa in due parti: una prima dedicata quasi interamente alle elezioni che hanno – ovviamente – un esito scontato, pur sviluppandosi in una modalità tutta nuova; e una seconda sezione narrativa, che poi è quella un po’ più riuscita, dedicata al pericolo di impeachment nei confronti del presidente e le sue successive dimissioni.

So help me God

Pensiamoci bene: in tredici episodi abbiamo assistito a tre giuramenti presidenziali (Claire 1, Frank 2, Claire 2) rimpallati tra gli stessi due personaggi che si passano pacificamente il potere tra di loro. Messe da parte, dunque, alcune “analisi” sul senso del potere che erano presenti nelle due stagioni d’esordio, House of Cards si lascia andare esclusivamente alla costruzione di una trama che possa essere la più intricata possibile, ricca di colpi di scena e passaggi di mano a tratti inspiegabili. Il risultato finale sarà una stagione altalenante, che può esser goduta solo se ci si lascia andare al flusso della narrazione e si chiude un occhio sulle (troppe) forzature.

Due parti di stagione, si diceva: ed effettivamente la prima nasconde in sé il grande seme della novità, con il sistema elettorale americano che viene condotto in territori inesplorati anche solo per mostrare la sete di potere che accomuna i coniugi Underwood. Si tratta di una sezione complessa da gestire – Frank deve darsi ad un lungo monologo rivolto al pubblico per spiegare cosa sta accadendo, data l’eccezionalità dell’evento – ma che viene portata avanti in un numero troppo ampio di episodi e costringe Kinnaman a bizzarri contorcimenti del proprio personaggio, Will Conway. Tutto ciò si concretizza in una certa lentezza, un’attesa verso quella che sarà – e tale si dimostra – la parte narrativa più interessante e riuscita. Il cadere di Frank all’interno di una spirale discendente che culmina con le sue dimissioni è certamente più vitale in senso narrativo e porta a compimento alcune delle storyline sviluppate fino a quel momento. Allo stesso tempo, però, palesa l’altro grosso ed ormai endemico problema di House of Cards: l’amore eccessivo degli autori per i propri protagonisti.

Torniamo con la memoria alla prima stagione: lì la forza narrativa si sviluppava intorno ad una figura, quella di Frank, disposta a tutto pur di vendicarsi dei torti subiti; si muoveva con una incredibile astuzia e, nonostante le battute d’arresto, riuscì a prendersi le soddisfazioni che tanto desiderava. Da qualche anno a questa parte, però, Frank Underwood è diventato virtualmente imbattibile: è sempre il migliore, il più intelligente, il più furbo; non commette più un errore, non ha mai momenti di vera crisi nel corso dell’intera stagione. E pure quando parrebbe che finalmente ci sia un pessimo segnale per lui, quando viene messo in difficoltà ed arriva a doversi dimettere in quello che teoricamente sarebbe il suo più grande fallimento, si palesa un colpo di scena che sbaraglia tutto e dimostra che si trattava di un suo piano per ottenere un nuovo e maggiore potere. Il dialogo anticlimatico tra i coniugi dell’ultimo episodio sta a dimostrare proprio questo: gli autori non prevedono più per Frank la propria caduta né veri intoppi di percorso, Frank vince anche quando perde. Allo stesso modo, le indagini giornalistiche che girano intorno a lui da anni si fermano senza un nulla di fatto, e non è ancora chiaro che senso abbia avuto Tom Hammerschmidt quest’anno se poi la sua storyline resta senza un vero inizio né una fine. Si è costantemente in attesa di un fallimento che si è sicuri che avverrà, ma che è costantemente rimandato per poter continuare la serie.

Certo, seguire Frank nelle sue evoluzioni è sempre divertente, anche e soprattutto grazie ad un Kevin Spacey che ormai va col pilota automatico; i suoi monologhi e le volte in cui infrange la quarta parete restano alcuni degli elementi di maggior attrattiva per lo spettatore. Nonostante questo, però, di Frank ci viene dato ancora paradossalmente pochissimo ed i suoi lati più umani, che sottendono ad una bisessualità mai davvero gestita, vengono soffocati dal mare magnum degli intrighi politici anche laddove avrebbero meritato un approfondimento ben più significativo (la morte del suo amore giovanile viene fatta passare quasi inosservata).

My turn

Va certamente meglio con Claire Underwood, la quale si libera di uno dei personaggi secondari più insignificanti di questa serie, quel Tom Yates la cui presenza questa stagione è sempre stata avvertita come superflua. La trasformazione di Claire in Presidente richiede l’omicidio rituale del proprio amante quale elemento speculare a quanto avvenuto al marito, ma a differenza di quest’ultimo lei sembra volersi muovere in modo indipendente e senza più legami con nessuno. Robin Wright continua ad imporsi sulla scena, anche se il suo personaggio non ha avuto quest’anno lo spazio per brillare che avrebbe meritato e che ci si sarebbe attesi: perché farla diventare Acting President se poi la presenza di Frank è stata così incisiva da non permetterle questo sviluppo narrativo? Tutto sembra però pronto a cambiare, adesso che è lei ad avere il vero potere in famiglia: ora che la donna si è stancata di essere manipolata da Frank (anche se è vittima di altri burattinai), finalmente può iniziare quella resa dei conti tra i due coniugi che sembra ormai l’approdo obbligato della storia da qualche anno a questa parte (certo, ciò significherebbe anche la conclusione della serie che Netflix al momento non pare intenzionata a fermare). Se poi a questo aggiungiamo che Claire inizia a rivolgersi al pubblico – e c’è da scommettere che il prossimo anno lo farà ancora più spesso – possiamo dire che gli ingredienti per renderla ancor più protagonista ci sono tutti.

Così come la stagione ha avuto fasi molto diverse per ritmo e narrazione, anche i personaggi secondari hanno avuto momenti più o meno riusciti, a seconda del ruolo che hanno giocato nel grande scacchiere politico. Prendiamo Romero: che cosa ha rappresentato il deputato, se non un villain (se così possiamo parlare in una serie del genere) che non ha mai avuto alcuna chance e la cui conclusione patetica è l’approdo finale di una presenza di questo tipo? E qual è stato lo scopo di Sean, la cui evoluzione è pressoché nulla?

Ben diverso è, per fortuna, la sorte dei due personaggi più riusciti della stagione, Jane Davis e Mark Usher (interpretati rispettivamente da Patricia Clarkson e Campbell Scott), introdotti a poco a poco ma che riescono a farsi largo in tutta questa confusione. Per quanto riguarda la prima, si tratta di un’aggiunta azzeccata in questo coacervo di serpi, una donna che sembra essere abilissima in questo gioco ed in grado di manipolare persino gli Underwood; la sua calma serafica e la sua intelligenza la pongono costantemente in bilico. Per lo spettatore è una boccata d’aria fresca vedere che vi è qualcuno che possa dare del filo da torcere ai due protagonisti; la recitazione della Clarkson, poi, è perfettamente calibrata su questo personaggio e ruba la scena in non poche occasioni. Non troppo distante anche il caso di Usher, il quale, evitata la sindrome dei personaggi secondari (quella di giurare fedeltà assoluta agli Underwood nonostante questi li usino come burattini), gioca con calma le sue carte ed alla fine sembra anche far saltare in modo brillante il tavolo.

Sono proprio queste due nuove aggiunte a tirar su una’annata che ha faticato non poco a crescere e a svilupparsi. La quinta stagione di House of Cards mostra tutta la stanchezza di una serie che è al suo quinto anno e che, per assurdità e spregiudicatezza, è sempre più rincorsa dalla strana realtà nella quale ci troviamo. La sesta stagione, già prevista da Netflix, dovrebbe essere l’ultima, se si vuole conservare quel senso di coesione che sta già cominciando a mancare: come leggere se non in questa direzione l’improvvisa illuminazione di Frank che sembra disinteressarsi alla Presidenza – che poi era il suo obiettivo sin dall’inizio – per darsi al privato, in un ticket con la moglie quale Capo dello Stato? Le idee cominciano a scarseggiare ed una lotta finale tra Claire e Frank sembrerebbe essere l’approdo nuovo e necessario per portare avanti la serie, se non la si vuole del tutto privare delle proprie forze.

Voto Stagione: 6
House of Cards – Stagione 6
La missione era titanica: questa stagione avrebbe dovuto concludere in modo efficace una serie che ha perso il suo protagonista, il quale non può più essere presente perché il proprio riconoscibilissimo attore è stato travolto in pieno da accuse di molestie e aggressioni. Dal momento che ignorare gli scandali intorno alla figura di Kevin Spacey sarebbe stato impensabile per qualsiasi casa di produzione, che cosa farne di House of Cards?

La risposta è stata: terminare la narrazione della serie con otto episodi aggiuntivi, affidando il ruolo principale a una attrice di indubbio talento che aveva assunto nel corso degli anni una posizione sempre più centrale. D’altronde, quando si era ancora all’oscuro delle azioni di Spacey, Robin Wright e la sua Claire avevano un ruolo senza dubbio fondamentale nell’economia del discorso e la transizione, in sé, è stata piuttosto tranquilla. Il problema, purtroppo, è che concludere le vicende di House of Cards senza il suo protagonista – il quale è morto, sì, ma non può essere in nessun modo coinvolto, nemmeno con scene d’archivio, per le ragioni di cui sopra – sarebbe stata un’operazione quasi impossibile persino per il più fine sceneggiatore della televisione; tanto più per gli scrittori di questa serie Netflix, che hanno varie qualità ma certo non sono in grado di gestire un problema di tale entità.

Sia messo subito in chiaro: già le ultime stagioni di House of Cards avevano prestato il fianco a numerose critiche. Il senso del realismo che pure si provava a seguire nelle primissime stagioni è stato ampiamente consumato, soprattutto a partire dal raggiungimento da parte di Frank della Presidenza americana. Da quel punto in poi, la narrazione che coinvolgeva i protagonisti ha avuto bisogno di situazioni sempre più assurde per poter ancora destare l’interesse dello spettatore. Non stupisce, dunque, che questa stagione abbia una serie di momenti fuori dal mondo, né che, a conti fatti, ci si ritrovi con una conclusione non all’altezza di una serie che, illo tempore, ebbe una importanza straordinaria, imponendo il personaggio di Frank Underwood nell’immaginario collettivo (con tutti i problemi che, adesso, l’associazione personaggio-attore porta con sé).

Si è dunque deciso di ripartire da Claire Underwood, e ciò va detto subito: si è trattata dell’unica scelta sensata. Non solo Robin Wright ha una presenza a dir poco magnetica, ma il suo personaggio è stato nel tempo sempre più potente e ha avuto un arco narrativo denso e ricco. Avere lei come Presidente degli Stati Uniti è riuscito molto perché ha permesso agli autori di sfruttare il suo essere la prima donna a rivestire quella carica, senza però edulcorare il messaggio né deviarlo in un senso educativo: si tratta di una persona disposta a tutto per mantenere il proprio potere, e dunque non si fa alcuna remora nel pilotare la narrativa a proprio vantaggio. Ecco perché sottolinea a più riprese la propria unicità e forma ipocritamente un Gabinetto di sole donne. Claire è dunque ancor più interessante di quanto non fosse in precedenza; il problema è che non può sostituire Frank imitando il suo comportamento. L’idea della rottura della quarta parete era da aspettarsela, lo avevamo già visto, ma è un fallimento su tutta la linea: non c’è una sola frase di Claire che faccia davvero breccia, si percepisce solamente uno scimmiottamento di un modus operandi che non le appartiene e che dunque non è in grado di bucare lo schermo. Gli autori avrebbero dovuto pensare a un modo diverso per farlo, dandole uno stile molto più personale, in modo tale che risultasse da un lato fresco e dall’altro in continuità con la tradizione, tanto più che anche Doug si ritrova a guardare in faccia lo spettatore.

Claire non è l’unico personaggio in gioco; come contraltare a tutto questo, si ritrova un’altra donna, Annette Shepherd, interpretata da Diane Lane. Lei, nuova introduzione insieme a Greg Kinnear, che veste i panni del fratello Bill, rappresenta un’altra forma del potere americano che finora era stato messo da parte, ma che invece riveste un ruolo predominante. I due, infatti, sono ricalcati sulle figure dei fratelli Koch, i grandi imprenditori americani da sempre sostenitori delle istanze più conservatrici della politica statunitense. Lo scontro tra le due donne – sicuramente molto più interessante di quello tra Claire e Bill – funziona molto bene, soprattutto nei primi episodi della stagione, perché pone due donne l’una contro l’altra non per il trito topos dell’amore per uno stesso uomo, ma per qualcosa di diverso, per l’appunto il potere. Per entrambe, però, il ruolo della maternità non viene ignorato e rimane comunque un focolare di idee e di scontro.
Poco da dire, purtroppo, su Doug, il cui personaggio funzionava fintantoché esisteva Frank; questa sua fedeltà folle anche post-mortem, aggravata dalla rivelazione finale che fa molto soap opera, perde efficacia soprattutto se non si capisce fino alla fine che cosa dovesse rappresentare. Fa piacere ritrovare invece altri personaggi del passato, tornati solo per un saluto, oppure per morire.

C’è anche dell’altro, è chiaro. Ma se i confronti tra personaggi tutto sommato funzionano, è la trama a essere debolissima se non imbarazzante. Accadono così tante cose in un tempo così ristretto che la sensazione è che nulla sia davvero successo. Discussioni, colpi di scena, personaggi uccisi: si avverte una certa stanchezza nella scrittura che deve costantemente sorprendere nella speranza di rimettere a posto i tanti discorsi aperti nel corso degli anni e mai davvero conclusi. Anche se il numero di episodi è perfetto, il finale non è che la conferma della perdita progressiva di idee, fino alla conclusione delle sofferenze di Doug. Non è chiaro perché non si sia propriamente conclusa la serie: c’è forse la speranza che possa comunque essere rinnovata, stavolta davvero con Claire alla guida? C’è da dubitarne moltissimo, e ciò che rimane è la frustrazione di non aver avuto nemmeno la soddisfazione di vedere le vicende concludersi. A dispetto dell’intenzione di lasciare allo spettatore pensare come concludere le vicende di Claire, si ha la sensazione piuttosto di non aver avuto alcuna idea su come terminare il tutto, e dunque manca ogni forma di coraggio nell’investire in questa narrazione.

Il ripetersi più e più volte di parti del monologo iniziale di Frank dedicato al dolore è forse l’esempio più evidente che gli autori avevano ben altro in mente per la conclusione di questa serie, e l’idea che tale rimando al primissimo episodio lo si sia ritrovato nel diario di Frank è francamente inverosimile, e il suo significato fin troppo evidente. Purtroppo, le cose sono andate così: non si poteva certo avere il ritorno di Frank Underwood (né un personaggio così iconico poteva essere rimpiazzato da un altro attore!) e dunque inevitabilmente un pezzo fondamentale sarebbe mancato. Quel che si è scritto, purtroppo, non solo non ha realizzato il miracolo, ma ha altresì fatto in modo che House of Cards chiudesse le proprie avventure mestamente e senza alcun guizzo degno di nota.

Quando House of Cards iniziò la sua corsa, nel lontano febbraio 2013, l’America era ben diversa da quella che ci ritroviamo ora. A prescindere dalla folle situazione politica, anche la televisione è profondamente cambiata e nel frattempo Netflix è diventata un colosso televisivo di primissimo piano. La serie non è stata in grado, nel corso degli anni, di reggere il ritmo e si è perduta in un abisso di cattiva scrittura e eccessiva tendenza al creare colpi di scena. Si conclude, così, l’avventura di uno degli show più importanti degli ultimi anni: importante non certo per la bellezza della sua trama o per la profondità della propria scrittura, quanto piuttosto per tutta una serie di ragioni produttive e pop. House of Cards lascerà un vuoto dietro di sé, e il peccato maggiore è che lo abbia fatto con così tanta mestizia.

Voto stagione 6: 4½
Voto serie: 6
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