How I Met Your Mother – 9×23/24 Last Forever 1&2
Chiudere una stagione non è mai facile, specie se bisogna tirare le fila di una ventina di episodi. Quando a chiudere è addirittura una serie che è durata nove anni e che della continuity ha fatto il suo marchio di fabbrica, in genere le difficoltà diventano quasi impossibili da superare accontentando proprio tutti. È capitato anche con Himym, ma per motivi profondamente diversi.

Questa non sarà una recensione sulla puntata Last Forever 1&2 presa a sé stante, perché giunti a questo punto sarebbe impossibile valutare l’episodio in quanto tale. È la conclusione, attesa per molti anni, di una serie che – a differenza di tutte le altre in circolazione – aveva nel titolo il presupposto per tirare avanti: “Kids, I’m gonna tell you an incredible story: the story of how I met your mother” è stata la prima frase con cui Ted apriva il racconto che si è concluso qualche giorno fa. Non possiamo dire che negli anni la serie non sia cambiata: quello che per il primo periodo è sembrato a tutti un mero contenitore, una scusa (quella del racconto della madre) per narrare la vita di Ted, Marshall, Lily, Barney e Robin, è diventata – complici rinnovi su rinnovi – una storia che voleva davvero dirci qualcosa in più su questa madre tanto attesa.

Se alla quarta stagione la serie si fosse conclusa con il primo sguardo tra Ted e la Madre, probabilmente in pochi avrebbero avuto da ridire, proprio perché non era il “post-incontro” ad interessare, ma la strada percorsa da Ted per arrivare fino a lì. Poi la serie è stata rinnovata, e rinnovata, e rinnovata un’altra volta (a metà ottava stagione, elemento su cui tornerò più avanti), e questo ha portato gli autori a dover allungare la storia all’inverosimile: indimenticabili in questo senso le stagioni 6 e 7, in cui le puntate che si salvano sono forse un terzo di quelle totali. Ma a mano a mano che il tempo passava, a mano a mano che vedevamo Ted cercare il vero amore tra una relazione e l’altra, qualcosa ha iniziato a cambiare: lo stesso Future Ted ha cominciato a dare più indizi su questa donna ormai mitologica, e così la necessità di scoprire di più su qualcuno di così simile a lui, e di cui lui si sarebbe innamorato così profondamente, si è fatta sempre maggiore; un bisogno che si è concretizzato con l’apparizione della donna a fine ottava stagione, e con la consapevolezza che l’avremmo vista (con qualche escamotage temporale) molto di più durante l’ultima annata.

Insomma, una “mother” in carne e ossa, da conoscere e da osservare in interazione con gli altri personaggi: non più mero strumento per raccontare qualcosa ma vero e proprio fine ultimo, perché“ragazzi, questa è la storia di come Ted ha incontrato la madre dei suoi figli”. Tra il concetto di vicenda come contenitore per raccontarne altre e di storia vera e propria era stato fatto ormai un salto da cui tornare indietro non era più possibile. Evidentemente, però, non nelle teste degli autori.

That, kids, is the true story of how I met your aunt Robin.

Così terminava il pilot, in un momento in cui gli autori avevano già in testa, come avremmo scoperto nove anni dopo, che cosa narrare: la vicenda di Ted, padre cinquantenne che costringe i figli ad ascoltare la storia di come ha conosciuto la loro madre, salvo poi trovarsi ad ammettere proprio davanti a loro che – nonostante siano passati anni e la morte della consorte – lui sia ancora innamorato di quella ragazza conosciuta nel 2005 al MacLaren’s. Bella storia, senza dubbio originale: volgere l’attenzione del pubblico verso una direzione, ma lavorare incessantemente su un’altra, quasi di nascosto, così che poi la sorpresa finale non possa che essere incredibile ma allo stesso tempo giusta e ben contestualizzata. Personalmente, credo che se Himym fosse finito così alla quarta, quinta stagione, sarebbe stata una delle serie più originali e coraggiose in circolazione.

Qual è, quindi, il problema? Gli autori, Carter Bays e Craig Thomas, hanno elaborato una storia in cui – come spesso accade – dopo un po’ i personaggi iniziano quasi a vivere di vita propria e cominciano a seguire strade che, se non ben indirizzate e lasciate un po’ allo sbaraglio, finiscono inevitabilmente per prendere vie diverse da quelle iniziali; soprattutto se la rete (CBS) continua a rinnovare, e rinnovare, e rinnovare, e loro si ritrovano ad allungare, riempire, aggiungere dettagli su dettagli. Quanti di noi si sono ritrovati ad un certo punto a non poterne più delle continue ricadute di Ted che ciclicamente tornava da Robin, e ogni volta sembrava l’ultima? Quante volte ci è stato fatto notare che Robin non voleva ciò che Ted avrebbe potuto darle, e che alla fine nemmeno lui era più quello che era stato un tempo?

Qui il problema non è il realismo – soprattutto perché non stiamo guardando un reality, ma una narrazione televisiva: e quello che ci si para davanti agli occhi è che negli anni il progetto iniziale di Bays e Thomas è sfuggito dalle loro stesse mani. La relazione tra i due è diventata troppo abusata, troppo raccontata e troppe volte chiusa con motivazioni più che lecite – l’ultima proprio nella scorsa puntata: “Non dovrei stare con il ragazzo che ritrova il mio medaglione, con quello che ruba per me un corno blu francese?” “No, perché io non sono più quel tipo di persona”. E intendiamoci, nella vita si cambia e succedono tante cose belle e meravigliose, ma il motivo per cui a livello di sceneggiatura una frase del genere riesca a essere messa esattamente nella puntata prima di quella in cui lui, ormai invecchiato, si presenta sotto casa sua proprio con un corno blu, è qualcosa che non trova una giustificazione plausibile.

We got divorced.

Ma forse bisognerebbe parlare anche di altro. Ad esempio, di un matrimonio preannunciato il 20 settembre 2010, con la puntata 6×01 Big Days, giunto tre anni dopo ad occupare un’intera ultima stagione e che, beh, con questi presupposti ci si immaginava come minimo essere importantissimo. Non per forza un matrimonio eterno: anche un non matrimonio sarebbe andato bene, almeno avrebbe avuto senso a livello narrativo. Invece no: il legame tra Barney e Robin dura circa tre anni nella storia, dieci minuti più o meno per noi spettatori – una di quelle cose per cui dire “lunga attesa, ma ne è valsa la pena” viene reso quantomeno difficile. Un matrimonio può non durare, ma quando se n’è parlato per quasi quattro anni (veri, non finti), farlo finire così sa un po’ di presa in giro.

Last Forever non è una brutta puntata, perché fino ad un certo punto ha ancora senso; perché anche negli anni raccontati in modo rapidissimo si scorgono elementi di continuity che ricordano la grandezza di questa serie; perché negli occhi costantemente lucidi di una Alyson Hannigan al meglio di quanto sia mai stata ci siamo un po’ anche noi, che per nove anni abbiamo seguito le vicende di questi cinque amici e che con loro abbiamo riso, sperato, a volte forse pianto. La decisione di far morire Tracy e di rendere questo un racconto in sua memoria avrebbe creato qualche legittimo dubbio (“Ragazzi, vi racconto la storia di come ho conosciuto vostra madre!” “Siamo in punizione per qualcosa?” “Ci vorrà molto?” – non sono le classiche risposte di figli che hanno perso la madre), eppure a fronte di quanto successo sarebbe stato comunque qualcosa di accettabile, su cui chiudere un occhio.

Ma la frase della figlia “Papà, non ce la stai raccontando tutta: questa non è la storia di come hai incontrato mamma, ma di come sei innamorato perso di zia Robin e vuoi chiederci il permesso di uscire con lei” è un calcio in faccia al senso della serie per quello che era diventata: non più un contenitore per raccontare altro – come era fino alla quarta, quinta stagione, per le quali un finale del genere sarebbe stato plausibile – ma la storia di un personaggio vero, concreto, divenuto tale ancor prima dell’avvento della bravissima Cristin Milioti.

Qui non è in discussione il ritorno di Ted a Robin. Gli autori avevano uno strumento fondamentale per farli riunire e questo senza prendere a sberle la loro stessa serie: la famosa promessa “se siamo ancora soli dopo i quaranta torniamo insieme” era lì, pronta ad essere colta se ce ne fosse stato bisogno. Avrebbero potuto, ad esempio, usare questo elemento, riuscendo nel loro intento e al contempo non svalorizzando il significato di fondo della serie: cioè che questo era un racconto che all’inizio era stato scusa per parlare d’altro, ma che poi è diventato davvero ciò che un tempo esprimeva solo a livello di titolo.

Prendendo spunto da Barney e dalla sua teoria dell’amore come un’autostrada con le varie uscite, gli autori hanno avuto l’anno scorso un’ultima possibilità di chiudere e l’hanno saputo a metà della stagione: ora, se l’idea del finale è sempre stata questa, quanto ne avrebbe giovato in termini di credibilità il non avere un anno a parlare di un matrimonio inutile? Il non avere, soprattutto, l’introduzione vera e concreta di Tracy, destinata evidentemente a spostare l’attenzione dal racconto fine a se stesso (i cinque ragazzi di New York) al “davvero, vi racconto come ho incontrato vostra madre”? Come si può rimanere fedeli all’idea senza tenere in considerazione che ciò che accade nel mezzo influenzerà inevitabilmente la reazione davanti a quel finale? O meglio: com’è possibile che due scrittori ritengano fattibile tenere un finale fisso e immobile per nove anni nonostante tutto intorno sia cambiato, e pretendere che questo continui ad avere senso?

You are the love of my life. Everything I have… and everything I am… is yours.

Togliamo da questa situazione Marshall e Lily, perché sono gli unici ad aver avuto in dono da Thomas e Bays un finale coerente con quanto da loro fatto fino a quel momento. Barney ha ricevuto da parte degli autori, in questo finale, un trattamento da personaggio secondario, e, considerato che per anni ha sostenuto praticamente da solo gran parte della serie (attuando un’evoluzione che si è concretizzata solo nelle ultime tre stagioni), definirla una buona scelta è quantomeno discutibile. La fine di un matrimonio può causare diverse battute d’arresto, ma a che pro far evolvere un personaggio (a partire da Nora e Quinn) per poi farlo regredire, tornare quello che era (se non peggio), fargli mettere incinta una a caso solo per renderlo padre e fargli trovare il vero amore della sua vita? Mettere in scena quindici anni in un quarto d’ora non può essere una scusante, perché non lo abbiamo chiesto certo noi di raccontarci tutte queste evoluzioni in mezza puntata – inutile dire che moltissimi episodi della stagione sarebbero stati sacrificabili in nome di qualcosa in più di questo. Il personaggio di Barney ha affrontato un arco evolutivo che può non essere piaciuto, ma che c’è stato, dopo anni in cui è sempre stato uguale a se stesso; il problema non è certo avergli fatto avere una figlia, ma, ancora una volta, la strada attraverso la quale si è arrivati a questo momento.

È questo, in fondo, il vero giudizio sulla puntata e sulla serie. Il finale si meritava una serie diversa, e la serie meritava una conclusione più in linea con gli sviluppi portati fino a qui; nessuno dei due è davvero sbagliato, sono solo sbagliati insieme, come capita spesso nelle bellissime storie d’amore che purtroppo, a volte, finiscono.

L’incontro tra Ted e Tracy è quanto di più atteso e emotivamente coinvolgente ci sia mai stato, e proporlo nel momento in cui abbiamo già la consapevolezza che lei morirà è un colpo basso ma a suo modo poetico: acquisiscono senso così i 45 giorni in più che Ted voleva in Time Travelers, il pianto in Vesuvius e tutti quei dettagli che – ci piaccia o no – hanno portato a questo. Che Ted passasse il resto della vita con Robin poteva anche essere una possibilità, ma non stravolgendo l’intero senso di quanto abbiamo visto finora. La commozione suscitata da quella scena finale, da quello sguardo alla finestra e da quel corno blu francese non è una motivazione valida per definire una conclusione soddisfacente. Non basta avere un finale di questo tipo: è necessario avere una strada che porti in quella esatta direzione. E quando la vita interviene e la strada cambia (e il network ci rinnova per l’eternità) forse bisognerebbe avere il coraggio, quello vero, di lasciare andare quei progetti: bisognerebbe fare come Ted che lascia volare via (l’orribile, ma denso di significati) Robin-palloncino, ma farlo sul serio, senza avere ripensamenti dopo.

La serie – tolti gli ultimi tre minuti – pur con gli alti e bassi che l’hanno contraddistinta ha segnato la storia della serialità televisiva degli ultimi anni: è stata una comedy di quelle con la risata in sottofondo, ma la cosa non le ha impedito di assumere contorni drama e di farlo quasi sempre benissimo; è stata la comedy che ci ha regalato personaggi (è il caso di dirlo) leggendari e catchphrase che probabilmente conosceranno persino i nostri figli. È stata, soprattutto, la serie che, proprio perché aveva un obiettivo ben dichiarato, ci è sempre sembrata concentrata sullo sviluppo dei personaggi, anche quando certe puntate sembravano sfiorare l’assurdo o toccavano livelli fin troppo bassi.

Per ciò che ha rappresentato, il voto alla serie non può che essere quindi molto alto, e discreto è anche il voto alla stagione, che soprattutto nella seconda metà ha regalato delle puntate particolarmente riuscite. Per ciò che ha raccontato, purtroppo, esiste uno scollamento irreparabile: una diversità di intenti, una divergenza insanabile tra ciò che la serie ha raccontato e dove la narrazione è arrivata, che impediscono di dare al progetto degli ultimi anni persino la sufficienza. Preferisco, in tutta onestà, smettere di considerare gli ultimi tre minuti, sul giudizio dei quali c’è l’intera recensione scritta fino ad ora, e concentrarmi solo sul resto.

Voto puntata (senza i 3 minuti): 7
Voto stagione (senza i 3 minuti): 6/7
Voto serie (senza i 3 minuti): 8