Mad Men – 7×14 Person To Person
Se fino allo scorso anno il mistero di Don Draper era legato alla presa d’atto della sua duplice identità e al tentativo di imparare a vivere con questo dissidio interiore, con questa seconda metà di settima stagione Weiner ha deciso di portare il racconto su un nuovo livello, la cui comprensione avviene compiutamente solo con quest’ultimo episodio.

C’è stato un tempo in cui l’uomo era Dick Whitman; poi è arrivato Don Draper, maschera perfetta del self made man affascinante e in grado di coprire quanto di inaccettabile si trovava in quella prima versione di sé, che era incapace di convivere con i propri traumi. Nel corso della serie abbiamo assistito alla decostruzione, pezzo per pezzo, di un’impalcatura non più in grado di sopportare quel peso divenuto insostenibile; abbiamo visto, con una lentezza mai come in questo caso necessaria, ogni singolo centimetro della caduta, fino ad arrivare prossimi – noi, insieme a lui – allo schianto. C’è stato il colpo di reni e quindi l’inversione della rotta, ad un passo dalla fine; ci sono stati dolore e passi falsi, ma anche una volontà sempre più forte e un desiderio sempre più presente di svestire quella maschera e di riscoprire se stesso.

Quello che questa seconda metà di stagione e questo finale in particolare portano a termine è il percorso di riappropriazione del sé mediato da un’esigenza umana fondamentale: la possibilità di scegliere chi davvero vogliamo essere. Andare avanti, come Don alla fine comprenderà, non vuol dire necessariamente cancellare il passato, bensì decidere liberamente quanto di ciò che abbiamo vissuto valga la pena di tenere, e quale parte invece possiamo lasciare andare – senza rancore, senza paure, senza più porte chiuse. La vita come Dick Whitman è troppo lontana e dolorosa per essere ripresa interamente; quella di Don Draper, d’altro canto, è stata piena di troppe bugie e falsità per essere semplicemente aggiustata e recuperata, come un abito che si continua ad indossare cambiandone solo qualche parte. “Cosa voglio essere?” è la domanda portante di quest’ultima parte di stagione, in cui il futuro – ricco e aperto ad ogni possibilità – ha messo in crisi Don proprio perché per la prima volta è stato posto davanti alla scelta. Non più, o meglio non solo, “Chi sono?”, ma “Chi desidero essere davvero? Qual è la mia vera aspirazione identitaria, senza obblighi, senza più nessuna costrizione?”.

“I’m coming home.”
“You are definitely not!”


Tre sono i rifiuti che Don riceve in questo episodio; tre situazioni in cui ciò che sente di dover fare (i famosi “should”) vengono rispediti al mittente, tagliandolo fuori da qualunque forma di obbligo nei confronti degli altri e lasciandolo nell’unica espressione di dovere davvero necessaria, giunto alla fine del suo percorso: quella verso se stesso.

Una Sally incredibilmente cresciuta si pone come primo, enorme macigno tra Don e la famiglia; è una donna, ormai, che incarna in sé la volontà ferrea di Betty (“I’m not being dramatic. Now, please, take me seriously”), le azioni di Henry (“Do you understand I’m betraying her confidence?”) e la presa di distanza dall’impulsività paterna (“I’ve thought about this more than you have”). Non c’è bisogno di lui, perché tutto è già stato organizzato senza considerare la sua presenza. A sottolineare il concetto, in modo crudo e al contempo doloroso per entrambe le persone coinvolte, è Betty, nella prima telefonata “person to person” della puntata: la normalità, necessaria per i figli più piccoli, è quella senza di lui; senza quell’uomo che, imbrigliato in una crisi interiore decennale, non ha potuto essere davvero presente per gli altri perché non lo è mai stato in primo luogo per se stesso.

A presentare il terzo, lapidario, rifiuto, è Stephanie, unica rappresentante rimasta dell’altra famiglia: con quel “You’re not my family” la ragazza sancisce la recisione dell’ultimo filo che lega Don/Dick al suo passato, cosa che, come vedremo, rappresenterà l’inizio di un percorso solitario, necessario, finalmente vero. “Per arrivare al Paradiso deve accadere qualcosa di terribile”, diceva Don in “The Doorway”, e la frase torna utile qui nelle vesti di un lutto trasfigurato: il dolore insito nell’essere lasciato da solo, e nello spogliarsi di tutto ciò che lui ha rappresentato (proprio come l’uomo della pubblicità delle Hawaii), risulta l’unica strada possibile per rinascere come uomo nuovo; un individuo finalmente consapevole, che sceglie di tornare al mondo a modo suo, seguendo la strada che più gli appartiene.

“Hello, I love you, won’t you tell me your name?” – The Doors, 1968

E in fondo, che cos’è l’accettazione di sé se non un atto d’amore nei propri confronti? L’amore è quel sentimento che Dick non ha mai potuto provare per se stesso, circondato com’era da persone incapaci di insegnarglielo, tanto da considerare come vera figura materna – ossessivamente ricorrente nelle sue pubblicità – una donna che ha confuso in lui i concetti di amore e di piacere; che l’ha condotto, in tutti questi anni, a ripercorrere il trauma cercando sempre altro rispetto al sentimento vero, e sempre da donne più mature rispetto alle sue mogli. Ma si tratta anche di quell’amore che, in quanto Don Draper, non è stato in grado di cogliere, di ricevere dagli altri. È in questa direzione che lavora la puntata, in due momenti preparatori e in uno di totale e assoluto scioglimento, prima del finale.

Durante il primo seminario, Don si ritrova a dover comunicare la propria interiorità senza usare la sua arma preferita – le parole – e senza nemmeno poter contare sul suo innato charme, dato che la persona davanti a lui è una donna anziana. Se togliamo l’aspetto verbale, ciò che di noi rimane è il linguaggio del corpo, da cui traspare il nostro reale mondo interiore: e infatti Don si pone in una posizione ostile, a braccia conserte e poi incrociate davanti a sé, impedendo qualunque forma di comunicazione con l’altro. È per questo che la donna lo spinge; è per questo che l’incapacità di Don di ricevere e di esprimere affetto, o una qualunque sorta di apertura, porta le persone attorno a lui a decidere che la normalità delle loro vite sia quella che non prevede la sua presenza. È singolare, inoltre, come la donna spinga Don ma senza alcuna rabbia, anzi: l’anziana signora, a differenza sua, comunica benissimo, e il suo atto sembra far passare un unico messaggio, con un eccezionale parallelo con quella che sarà la scena con Leonard: “Svegliati”.

L’ultima telefonata di Don è a Peggy, con la quale le cose vanno diversamente. L’inizio della chiamata, tuttavia, ripercorre di nuovo l’incapacità di Don di cogliere l’amore altrui, quando l’arrabbiatura della donna viene scambiata per ira lavorativa e non per sincera preoccupazione nei suoi confronti. È solo con la frase che gli è stata negata dalle altre tre donne (“Don, come home”) che Don si apre e si rende vulnerabile ad una delle persone più importanti della sua vita, forse alla più importante in assoluto; quella che non a caso non sapeva nulla della sua duplice esistenza, perché per Don il dolore del suo rifiuto sarebbe stato inaccettabile, e che proprio perché lo ama di un puro e semplice affetto non batte minimamente ciglio davanti alla sua confessione. Don si mette a nudo, dicendo le cose più terribili e con una sintesi encomiabile: “Ho infranto tutte le mie promesse; ho scandalizzato mia figlia (il trauma vissuto, il trauma ripetuto); ho preso il nome di un altro uomo e non ne ho ricavato nulla”. È solo Peggy a ricordargli, come capirà anche lui alla fine, che l’ultima frase è falsa: non è affatto vero che dall’identità “Donald Draper” non ha ricavato nulla. Lui è qualcosa: deve solo accettare, finalmente, di esserlo.

“I don’t even know what to do with myself because all I want to do is be with you.”
“What?”


C’è un motivo se Peggy è sempre stata in grado di capire Don, pur senza conoscerne il vero passato, ed è quello di aver vissuto, come lui, una scissione interiore che l’ha portata a reprimere una parte di sé: quella in grado di aprirsi all’amore, riconoscerlo e ricambiarlo. L’incapacità di confrontarsi con quella parte di se stessa l’ha sempre portata a buttarsi sul lavoro, per non sentire da parte degli altri quel genere di affetto che non è mai stata capace di accettare: il suo ammettere di non avere parole non solo davanti al discorso di Stan, ma anche a quello di Pete – che la elogia in un modo onesto e sincero – è la conseguenza del giudizio che lei nutre verso se stessa e che proietta da sempre sugli altri, come fa in questo caso proprio con Stan durante la loro discussione. Qui le parole di vera stima dell’uomo, accompagnate da domande sulla sua vera identità, su cosa lei voglia davvero fare ed essere, vengono rifiutate, perché guardarsi dentro è un processo doloroso; è più facile mettersi a braccia conserte – esattamente come Don – e impedire qualunque forma di dialogo. Perché questa volta, però, le cose cambiano? Non è solo la dichiarazione d’amore di Stan, che avviene al telefono e che paradossalmente diventa più intima proprio per la distanza interposta; è la partenza di Pete – memento del suo dissidio interiore, ricordo del preciso momento in cui il lavoro ha vinto sul sentimento – a slegarla e a liberarla per sempre dal peso del suo passato. La donna che viveva di solo lavoro, e che portava chiuso dentro di sé il segreto di un figlio, coniuga finalmente le sue due identità, e grazie ad un uomo che conosce la sua intera storia.

“Both sides now” – Judy Collins, 6×13 “In Care Of”

“Ho guardato la vita da entrambi i lati ora”, come cantava Judy Collins in chiusura del sesto season finale: e sembra che su questa nota si concludano le storyline di tutti i personaggi, non solo quella di Peggy. Joan sceglie di coniugare finalmente le sue due identità, quella di donna in carriera e quella di madre di famiglia, esplicitandolo nella scelta del nome della casa di produzione (i suoi due cognomi, da nubile e da sposata) e nell’utilizzo della sua stessa abitazione come ufficio. La parentesi legata a Richard non poteva funzionare: l’illusoria possibilità da lui offerta di essere e fare qualunque cosa (sposarsi o no, vivere a New York o altrove) mostra la sua vera natura nel momento in cui Joan prende una libera decisione per sé, giungendo alla scelta – finalmente – di ciò che è più giusto per se stessa e la sua famiglia. Roger decide di fare pace con la sua natura di “uomo all’ultimo capitolo”, così rifiutata nel corso di anni vissuti alle prese con donne giovanissime, alcol e droghe: la responsabilità nei confronti del figlio e la scoperta di poter essere felice con una donna della sua stessa età rappresentano una presa d’atto e al contempo una liberazione dai propri fantasmi.

Se di Pete si è già ampiamente parlato nello scorso episodio, non si può non menzionare l’accettazione, da parte di Betty, della presenza di Sally in casa, tornata per aiutare la madre nei suoi ultimi mesi nonostante le fosse stato raccomandato di stare lontana. Betty ci lascia con un’immagine immortale – lei seduta al tavolo con una sigaretta – ma con un atteggiamento totalmente diverso rispetto a quello con cui l’abbiamo sempre vista; ed è forse questa, per entrambe, la vera risoluzione identitaria, con la riscoperta del loro ruolo di madre e figlia.

Person to Person

Mad Men ha sempre usato le festività non solo per comunicare più rapidamente i vari momenti dell’anno, ma anche per veicolare aspetti simbolici fondamentali per la comprensione dei personaggi in generale, e di Don in particolare. Non è quindi un caso se in ogni scena girata alla McCann-Erickson vediamo le decorazioni di Halloween, presenti in modo persino esagerato per essere in un ufficio. Ma perché proprio questa festività?

Halloween rappresenta il Capodanno Celtico, la fine di un ciclo della natura e l’inizio di un altro; è la notte in cui il velo che divide i morti dai vivi si fa più sottile, in cui si saluta il passato e si accoglie, con il giorno, l’arrivo di una nuova vita. È di notte che Don vede per l’ultima volta Stephanie, rappresentante di un passato che gli aveva sempre impedito di dedicarsi davvero ad una scoperta identitaria; è di giorno, con un risveglio letteralmente baciato dal sole, che Dick/Don si scopre da solo. È dopo l’addio che si può dare inizio alla rinascita.

La telefonata con Peggy, come riportato poco su, è uno dei due elementi preparatori alla liberazione dell’uomo, che assume carattere universale proprio perché messa in scena da due identità diverse eppure incredibilmente simili. È la frase di Peggy in risposta al suo non aver combinato nulla come Don Draper (“That’s not true”) ad innescare quel processo di presa d’atto del sé che porterà alla risoluzione finale, e all’accettazione della propria, vera e sentita, identità. Ma prima c’è ancora un passaggio, un elemento fondamentale per un Don tanto vicino alla conclusione quanto ancora confuso sulla sua interiorità. È un uomo comune a prendere la parola durante il seminario; anzi, è un uomo quasi invisibile, l’esatto contrario del Don Draper che siamo stati abituati a vedere per anni.

Don, con lo sguardo perso nel vuoto, si accende – si sveglia – ascoltando parole che suonano non solo familiari, ma finalmente reali (“It’s like no one cares that I’m gone”) e a cui segue la più vera e devastante delle spiegazioni. Leonard è un individuo che ha una vita poco interessante e che ciononostante riesce a spiegare – al posto di Don, ma anche al posto di molti di noi – quanto la vita possa essere dolorosa quando non siamo in grado di ricevere l’amore perché non sappiamo nemmeno cosa sia (“You spend your whole life thinking you’re not getting it, people aren’t giving it to you. Then you realize they’re trying and you don’t even know what it is”). Non lo riconosciamo, siamo quindi convinti di non riceverlo e per questo continuiamo a cercarlo, solo per rimanere costantemente insoddisfatti: come un qualunque cibo in un qualunque frigorifero, che si accende e si spegne solo quando qualcun altro lo vuole. La necessità di essere scelti dagli altri (“maybe they don’t pick you”) diventa l’unico modo per sentirsi vivo per chi in realtà non ha mai fatto quello che ciascuno di noi dovrebbe fare nel corso della propria vita: scegliere e accettare se stessi, liberamente e in un moto d’amore incondizionato; senza più giudizi, senza più costrizioni.

Il riconoscimento, per la prima volta, di se stesso porta Don a non parlare, ma ad agire; come nel primo seminario non era stato in grado di comunicare la sua interiorità e la signora aveva cercato di svegliarlo, così, con una struttura a specchio, qui Leonard ha saputo portarlo al risveglio, e l’unica azione possibile diventa quella non verbale: l’abbraccio, il pianto, la condivisione di un dolore che è personale e al contempo universale. Da Don a Leonard; da Dick a Don, verso una terza e più consapevole incarnazione.

“You only live twice, or so they say” – Nancy Sinatra, 5×13 “The Phantom”

Forse non è così vero che viviamo solo due volte; forse il vero segreto della vita sta nel costruirsi, decostruirsi e scegliere infine una nuova pelle per se stessi, che sia davvero una scelta personale e consapevole della realtà che vogliamo abbracciare per noi. Nella sigla Don Draper era l’uomo nell’ufficio, che vedeva il mondo crollare a pezzi e che con esso iniziava a cadere, attraverso pubblicità, alcol, donne; Don Draper era l’uomo che, invece di schiantarsi, si ritrovava su un divano a fumare una sigaretta. Il nuovo giorno dopo la rinascita porta speranza, idee, e soprattutto “a new you”: ma è davvero necessario che una nuova identità sia qualcosa di totalmente diverso dalle precedenti? L’accettazione del passato, ma soprattutto di noi stessi, porta ad apprezzare quanto di buono abbiamo prodotto nonostante tutto, quanto di meraviglioso abbiamo saputo creare: e che cosa è stato Don Draper sopra ogni cosa? Un pubblicitario.

L’ultimo dettaglio che vediamo di Don è un sorriso, il cui significato rimane volutamente ambiguo; eppure non è così importante sapere se in quel momento lui ha colto la sua identità e ha solo successivamente elaborato la pubblicità più famosa di tutti i tempi, o se è avvenuto il contrario. C’è poi tutta questa differenza?

Lo spot della Coca-Cola rappresenta il più grande successo di un pubblicitario che decide, con quelle immagini, di rappresentare un’umanità intera, unificata, nonostante età, sesso e pelle, sotto il segno dell’armonia; allo stesso tempo, dimostra a lui come non ci sia nulla di sbagliato nell’essere un “advertising man”, non se quella identità è finalmente accettata; mostra infine a noi come questa sia la conclusione perfetta per Don, e per la serie stessa. Non è insomma una coincidenza che la pubblicità migliore di Don arrivi insieme a questa presa d’atto; non è un caso che una serie come Mad Men finisca con uno spot pubblicitario.

Entrambi i viaggi si sono quindi conclusi, quello del protagonista e quello della serie stessa. Con quest’ultima parte di stagione Don si è finalmente riappropriato del proprio tempo, dopo una vita passata ad essere sempre fuori dalla sua stessa epoca; ha concluso un ciclo e ne ha aperto un altro, che non necessariamente dovrà essere positivo ed eccezionale, ma che di sicuro sarà diverso, nuovo, finalmente desiderato. Attraverso Don e tutti gli altri personaggi, Weiner ha saputo mettere in scena un racconto la cui varietà (di temi, di eventi storici, di vita) lascia interdetti ancora oggi. Raccontando la crisi di un uomo dalla vita stra-ordinaria, nel senso etimologico del termine, Mad Men ha saputo parlare a ciascuno di noi, perché ha messo in scena nonostante tutto la vita, quella che – al netto delle particolarità di ognuno – coinvolge tematiche universali, e soprattutto tipiche dell’uomo contemporaneo. Don Draper sarà stato anche il grande uomo davanti al quale nessuno regge il paragone (anche perché interpretato da un Jon Hamm davvero perfetto); ma in definitiva si è rivelato soprattutto una metafora dell’uomo comune: da persona a persona, da Dick a Don, da Don a noi.

Voto episodio: 10
Voto stagione: 9½
Voto serie: 10