Mr. Robot – 2×01/02 eps2.0_unm4sk-pt1.tc & eps2.0_unm4sk-pt2.tc
La scorsa stagione di Mr. Robot – uno dei più sorprendenti esordi nel panorama seriale – si è conclusa con la distruzione dei due pilastri narrativi su cui si era fondato il racconto fino a lì: svelato il mistero dell’identità di Mr. Robot e portato a termine il piano della fsociety, era lecito chiedersi che piega avrebbe preso la storia e, soprattutto, se la serie di Esmail avrebbe avuto ancora qualcosa da dire.

A giudicare da questa sontuosa premiere in due parti la risposta è decisamente affermativa: Mr. Robot non sembra aver neanche lontanamente esaurito il suo potenziale, continuando a fare della perfetta amalgama di scrittura e messinscena ­– non a caso entrambi curati dallo stesso Esmail, che quest’anno ha scritto e diretto tutti gli episodi – il suo maggiore punto di forza.

La stagione si apre con la rappresentazione, solo apparentemente superflua, di due episodi di cui lo spettatore era già a conoscenza: assistiamo così finalmente all’effettiva attuazione del piano di cancellazione del debito, la cui assenza nello scorso finale aveva fatto storcere il naso a qualche spettatore, e alla caduta di Elliot bambino fuori dalla finestra, da lui stesso raccontata a Mr. Robot, che ora sappiamo essere il responsabile dell’accaduto. Come già avvenuto in passato, Esmail ci accompagna nella mente di Elliot, permettendoci di gettare uno sguardo su quelli che a buona ragione possono essere considerati i due momenti cruciali che lo hanno portato a essere ciò che è, e che per questo costituiscono la perfetta introduzione alla nuova vita del protagonista, come sottolineano le raffinate ed efficacissime transizioni visive e sonore da una scena all’altra.

Elliot, così come gli altri personaggi, si ritrova a fare i conti con le conseguenze di quello che ha fatto: dopo aver scatenato il caos, Alderson tenta di riprendere il controllo sulla sua vita e sulle sue azioni rifugiandosi in una routine fatta di attività domestiche, partite di basket e discorsi – a dire il vero, monologhi – su Seinfeld e il senso della vita. Così, in pochi minuti, Esmail ci ricorda i motivi che ci hanno fatto amare questa serie fin dal suo esordio: le audaci soluzioni registiche e l’accattivante colonna sonora si accompagnano sempre a una scrittura dotata della rara capacità di alternare registri diversi in maniera impeccabile senza mai risultare stucchevole o artificioso, anche quando decide di avventurarsi su territori scivolosi come quelli dell’esistenzialismo e della critica anticapitalistica.

Come spesso accade, è proprio nelle riflessioni ad alta voce di Elliot, rivolte a quell’amico immaginario che coincide con lo spettatore, che va ricercata la chiave di lettura di questa premiere. La questione identitaria, centrale non solo per il protagonista, si lega a doppio filo con il binomio realtà/percezione, dando vita a un’impalcatura tematica complessa ma al tempo stesso molto coesa che va a sostenere la narrazione in tutte le sue parti. Il fulcro da cui si propaga è chiaramente Elliot, il cui conflitto con Mr. Robot assume dei connotati particolarmente interessanti, sia per la sua trasformazione da alleato e consigliere a vero e proprio villain, sia, soprattutto, per il carattere speculare e paritetico che lo scontro assume.

Anche se a prima vista assistiamo semplicemente al tentativo di Elliot di riprendere il controllo sul suo “vero io”, allontanando da sé la versione corrotta incarnata dalla figura paterna, in realtà quello messo in scena è un percorso che coinvolge entrambe le identità, ciascuna delle quali invoca il proprio carattere autentico ed è determinata a liberarsi della “maschera” rappresentata dall’altro. Elliot e Mr. Robot simboleggiano, nel vero senso della parola, due facce della stessa medaglia, e “Unmask” fa un ottimo lavoro nel rendere le accuse di Mr. Robot nei confronti della “routine analogica” di Elliot condivisibili tanto quanto la paura del ragazzo verso il “caos tecnologico” che l’ha preceduta, evitando così che una delle due prenda il sopravvento sull’altra. La frammentazione identitaria del protagonista si fa così espressione di un discorso più ampio sul rapporto tra realtà e percezione – esplicitato tra l’altro dal bel monologo della new entry Ray –, che si espande a macchia d’olio andando a coinvolgere tutte le storyline.

Se la realtà contemporanea in cui ci immerge Mr. Robot è talmente frammentaria e sfuggente da non poter mai essere compresa fino in fondo, allora ciò che conta può essere solo la percezione che di questa viene fornita e imposta all’esterno. Ed è proprio in quest’ottica che possiamo infatti inquadrare le azioni compiute da tutti gli attori del racconto, siano questi da un lato o dall’altro della barricata post Five/Nine attack: i modus operandi di Evil Corp e fsociety iniziano ad assumere connotati sempre più simili, che vanno a riprodurre su una scala più ampia l’ambiguità della dicotomia Elliot/Mr. Robot. Non è un caso che Darlene venga inquadrata di spalle mentre si affaccia da una balconata esattamente come era accaduto nel season finale durante la riunione di Evil Corp: l’incendio del riscatto di 5.9 milioni di dollari e il discorso di Price sulla “bank holiday” si fondano sugli stessi identici meccanismi di propaganda, il cui unico obiettivo è dare l’impressione che si sia dal lato del vincitore, mantenendo viva l’illusione del controllo a prescindere dalla realtà dei fatti – ammesso che ce ne sia veramente una.

Lo stesso Gideon, forse l’unico personaggio privo di ombre nella serie, muore per rispondere a questa esigenza di nascondere il caos con una maschera di apparente ordine, che in questo caso si traduce nella consapevole uccisione di un mero capro espiatorio. La doppia morte di Gideon, avvenuta nella mente di Elliot prima che nel mondo reale, ci ricorda come, al di là delle circostanze dell’omicidio che potrebbe o meno aver visto il coinvolgimento di Mr. Robot, il sangue dell’uomo è sulle mani del ragazzo, e questo non potrà che andare a complicare ulteriormente la sua situazione. Infine, anche Angela vive nel discrimine tra la maschera di ostentata sicurezza che esibisce all’esterno e una realtà fatta di solitudine e corsi motivazionali; il pragmatismo che la porta a rimanere alla Evil Corp a discapito di quello in cui ha sempre creduto la mette in una posizione speculare rispetto a quella di Darlene, disposta a tutto pur di non rinunciare ai suoi ideali e proprio per questo altrettanto vicina al suo nemico. Il ritratto delle due donne, come quello delle personalità di Alderson, si compone così grazie a similitudini e contrasti, andando a tratteggiare personaggi femminili sempre più autonomi sul piano narrativo e terribilmente umani, forti e fragili al tempo stesso.

Giunti alla fine di questi primi 80 minuti è ancora difficile immaginare quale direzione prenderà il racconto – molti sono infatti i nuovi personaggi introdotti e ancora tutto da chiarire il ruolo di Tyrell –, ma senza ombra di dubbio “Unmask” ha dimostrato l’ottima tenuta dello show, che quest’anno, complice l’onnipresenza di Esmail, potrebbe entrare ufficialmente nell’olimpo dell’high quality tv.

Voto 2×01: 8½
Voto 2×02: 8-
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Mr. Robot has become my god, and like all gods, their madness takes you prisoner. Questa frase, pronunciata da Elliot verso la fine della puntata, basta quasi da sola a riassumere l’intero senso del terzo episodio di Mr. Robot che, rispetto alla lunga premiére della scorsa settimana, vira su un episodio poco narrativo ma altamente descrittivo.

Il racconto della scorsa stagione ha avuto come nucleo principale l’affair Elliot/Mr. Robot, ovvero capire quale fosse la realtà, chi rispondesse davvero all’appellativo di Mr. Robot e, contemporaneamente, cosa si nascondeva dietro il complotto ordito ai danni della Evil Corp – soprattutto per il singolo protagonista. Una volta svelato il segreto dell’instabilità mentale di Elliot e cosa l’abbia traumatizzato nell’infanzia, la serie di Sam Esmail si trova ora a doversi inventare di nuovo, a costruire un’architettura che prenda gran parte del lavoro fatto lo scorso anno per trasformarlo in un’altra cosa, di cui non capiamo ancora bene le sembianze.

I think about you a lot, Elliot. I think about that night, when we became gods.

Una delle cose principali che colpisce di questo inizio stagione è la divisione tra le varie storie, come se ci fossero dei filoni distinti che agiscono da punti diversi su una storia ancora unica, ma in modi molto distanti tra loro. In questo senso, a traghettare le varie storyline ci sono da una parte Elliot, dall’altra Darlene, come guida rimasta per il resto della fsociety (sempre più frammentata) e, su un binario praticamente opposto, Angela, il personaggio finora meno focalizzato dei tre. Questa volta, la scena si apre con un flashback su Leslie e Mobley, quando il primo mostra la sala giochi di Coney Island ad uno dei membri della ancora non esistente fsociety: una sorta di mondo parallelo, a suo modo distopico rispetto a tutto il resto, in cui il tempo, la vita e la morte si sono fermati, il posto perfetto per farne la loro futura sede. Sembra quasi una profezia, ma le parole di Leslie che descrivono il posto come nexus of all evil in the universe annunciano cosa accadrà da lì ad un tempo imprecisato, perché da quegli stessi locali, in una lunga notte per il capitalismo mondiale, l’emblema del male verrà praticamente annullato. Tuttavia, in proporzione rispetto alla lunghezza dei vari episodi, poco tempo è stato dedicato alle conseguenze di questo punto di volta, con la scelta di lasciare ancora off screen l’altro volto fondamentale, ovvero Tyrell. In questo senso, la concentrazione maggiore rimane infatti su Elliot, la cui presenza pare invadere tutto il resto, uno strano quanto bellissimo fenomeno per cui il personaggio interpretato da Rami Malek sembra ingigantirsi sempre di più, fino ad integrare in sé non solo il suo alter ego, ma il pubblico, la telecamera, lo schermo. La panoramica su New York non a caso prosegue con lui e su di lui, ne segue i prolungamenti, fino al filo rosso del telefono e continua con la perenne rottura della quarta parete, con i pensieri di Elliot/Mr. Robot che ci parlano direttamente.

Now it’s time to get rid of you.

Esmail, che quest’anno cura interamente regia e sceneggiatura, fa convergere ancora più che nella scorsa stagione i due aspetti, tanto da farli entrare praticamente in collisione. I sei giorni di Elliot in preda all’Adderall, immerso in un continuo loop di estasi e iperfrenesia, accelera di conseguenza la severa scaletta giornaliera che si era imposto, fino a scoppiare nella sua massima espressione al termine dell’assunzione: seduto in mezzo al gruppo di preghiera, dà voce a Mr. Robot senza passare dal volto di Christian Slater. Profeta o dio, doppio o semplice proiezione, la personalità dissociata e dimidiata di Elliot per noi esiste e siamo partecipi del suo disagio, anzi, ne cogliamo il grande paradosso che si annida dietro la voglia di far scomparire una parte vitale di sé, così forte e onnipresente da averla incarnata nel volto del padre morto, così disturbante da dover inventare svariati mezzi per arginarne la forza. In questo frangente però il filtro non esiste e il monologo centrale sulla religione, sulla proiezione di un dio al di fuori di sé come chiave della felicità, sul male incarnato da piccoli gruppi di persone che controllano intere masse, diventano a loro volta la descrizione del tema stesso della serie. Mentre Elliot parla, lascia parlare il suo sistema, fa emergere quella parte di codice binario che ha sempre provato a nascondere, che le persone accanto a lui conoscono molto di più rispetto a quanto lui conosca se stesso.

Ecco che l’intero episodio acquista uno spessore nuovo e non diventa una semplice variazione sul tema della sua instabilità, ma il motivo per cui la sua scrittura frenetica diventa fondamentale, aggancio con una realtà che ha contorni sempre più sfumati. L’unico modo per scampare alla completa identificazione con Mr. Robot, per non “crashare” lasciandosi andare all’errore fatale interno del suo sistema, è accettarlo come suo dio, e quindi accettare che lui stesso, la persona che vorrebbe eliminare qualsiasi forma di società organizzata e di proiezione astratta esterna, ha involontariamente ricreato il medesimo sistema per se stesso.

‘Cause you and me are a lot more alike than you think, Elliot.

L’apparizione di Ray (Craig Robinson), una delle new entry della stagione, sembra una sorta di intervento virgiliano, un’entità ancora non meglio identificata che mette in moto lo stesso processo ogni mattina: dialisi, colazione e dialogo/monologo con una moglie che non c’è più, un modo di vivere che tenta di trasmettere al suo nuovo amico. Il loro incontro e il perché dell’avvicinamento dell’uomo sono dettati molto probabilmente da un secondo fine non meglio precisato, cosa ancora più certa dopo aver visto la scena da bad cop/good cop interpretata da Ray con il suo socio ai danni di un programmatore di medio livello. La conclusione dell’episodio porta anche con sé la quasi certezza che il focus si sposterà dalla “semplice” condizione di Elliot per passare a parlare dell’impatto che potrà avere su lui, e di conseguenza sugli altri, l’accettazione di Mr. Robot se non come dio, almeno come parte integrante della sua vita. Anche perché il suo ritorno a capo della fsociety si prospetta essere il grande tema della stagione, assieme all’attesa della loro prossima mossa; inoltre, l’omicidio di Leslie, il terrore di Mobley e i suoi dissapori con Darlene, sono argomenti solo accennati ma che verrano certamente sviluppati da qui in poi. A questa strada si unirà inoltre l’altro nuovo volto della stagione, l’agente dell’FBI Dominique DiPierro che, tassello dopo tassello, si mette sulle tracce della fsociety mentre ci viene mostrata come l’ennesimo pezzo alienato ed instabile che mancava alla collezione, affetta da insonnia cronica e conseguente abuso di caffè.

But the minute you remove emotion from this… You’ll do just fine.

Sul lato opposto della barricata siede invece Angela, il personaggio finora meno a fuoco della serie, che ha collezionato dei momenti interessanti al termine della scorsa stagione e che torna ora immersa nel caos interno della E Corp. Tra tutti, la ragazza ha rappresentato l’aggancio più forte con la cosiddetta realtà, convinta nel voler trovare vie legali per fare causa alla società responsabile della morte della madre, la stessa per cui ora sta lavorando. A rendere migliore la sua parte concorre Price, vero esponente del sistema capitalistico, colui che riesce a mettere in crisi il piano di Angela e al contempo a far notare come la giustizia, ma anche la realtà, la verità – o anche la fantasia, la lealtà –, non sono che concetti relativi, che mutano ogni volta che si sposta il proprio punto di vista.

Mr. Robot, anche in una puntata sottotono in termini di racconto, anche quando preferisce focalizzarsi sulla gestione e descrizione dei suoi elementi, riesce a mettere in scena un episodio bello, complesso e affascinante, che pare promettere una sempre più vicina virata verso nuovi intrecci.

Voto: 7½
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Mr. Robot è una delle serie più attese dell’anno anche perché chiamata a confermare una prima stagione capace di costruire attorno a sé un culto che ha pochi eguali nella serialità contemporanea. Per ora la serie sembra affrontare la prova del nove con coraggio e determinazione, evitando accuratamente cadute di stile.

Il grande margine di miglioramento di questa serie – che già alla prima stagione è riuscita ad ottenere un consistente consenso di critica e pubblico – risiede nelle nuove possibilità di questa seconda annata, finalmente sganciatasi da alcune gabbie che hanno caratterizzato la struttura narrativa durante lo scorso anno. In particolare, il rapporto tra Elliot e Mr. Robot durante la prima stagione è stato il cuore di un racconto che ha insistito un po’ troppo sul mistero, arrivando a giocare con lo spettatore più di una volta, ripercorrendo in maniera pedissequa il modello Fight Club. Ora che questo nucleo narrativo è risolto, il loro rapporto può diventare il modo in cui la serie racconta cose finalmente originali e descrive in profondità la personalità del protagonista.

I wish I remembered him better.

I ruoli di Elliot e Darlene sono gli architravi narrativi della serie, due dei tre elementi attorno a cui ruota il discorso sulla famiglia. Con la certezza della morte del padre (consapevolezza soprattutto per gli spettatori, oltre che per il protagonista), i due stanno costruendo un rapporto che da un lato è legato alle questione sociali connesse al loro essere hacker e alla rivendicazione contro i poteri forti, dall’altro è stretto dalla forza della parentela che li porta a riflettere sulla loro madre e sulla nostalgia per il defunto padre. La sequenza iniziale dell’episodio dimostra tutte le qualità di questa seconda stagione: il flashback d’apertura ritorna sulla nascita di Mr. Robot mostrando a tappe la vestizione dell’eroe, dalla giacca, alla maschera, fino al suo discorso (molto interessante il riferimento al downloading illegale, forse la prima volta che capita in una serie televisiva), concentrando l’attenzione sul ruolo di Elliot nell’organizzazione poi capitanata da Darlene. Quando Elliot prende la parola la maschera diventa la sola possibilità per poter pronunciare per la prima volta le cose più audaci, quelle più incoscienti; diventa un luogo sicuro in cui nascondersi per assestare i colpi più violenti e/o scorretti. D’altronde accade così con tutte le maschere, in quanto garanzie di anonimato e de-responsabilizzazione, e per questo oggetti estremamente pericolosi, come sottolineato dalla perfetta e inquietante scelta musicale che chiude la sequenza.

Asking for help was never Darlene’s strong suit.

Dall’altra parte Darlene si sta trasformando in un personaggio sempre più interessante, una sorta di superoina moderna, priva di reali superpoteri (a differenza del fratello), impaurita di fronte a un mondo con problemi che si stanno rivelando più grandi di lei, ma capace di costruirsi un seguito di adepti che in un modo o nell’altro le danno fiducia in ciò che fa. I monologhi di Elliot sono anche il modo per guardare il mondo esterno attraverso il filtro della personalità disturbata del protagonista, e in questo mondo non fa eccezione Darlene, da Elliot analizzata fin nei minimi particolari, dai piccoli gesti quotidiani fino ai comportamenti più estremi. La sequenza di dialogo prima e di sesso poi tra Darlene e l’altro hacker, con sotto “Hey Hey, My My” di Neil Young, mostra nei particolari l’incubo in cui sta precipitando la donna, in cui l’FBI sta pian piano prendendo terreno e minaccia di distruggere il suo sogno di rivolta. Solo Elliot può aiutarla, solo il supereroe di famiglia sostenuto dalla fiducia di un’intera comunità può ribaltare una situazione che sembra disperata.

But I’ve had all those things before, and they never made me happy. That’s why I love you.

Discorso più complicato quello legato ai personaggi secondari. Dopo una prima stagione in cui i caratteri esterni alla famiglia protagonista sono stati presentati in maniera più che dignitosa – alcuni come Angela con un approfondimento maggiore, altri come Joanna solo attraverso accenni puntuali pieni di mistero – oggi si fa un po’ fatica a capire dove la serie voglia andare a parare con le loro storie. Angela è il personaggio più empatico di tutti: non un genio come Elliot, non una visione come Mr. Robot, non una donna mossa da ideali eccezionali come Darlene, bensì un individuo normale, comune, in cui lo spettatore si può facilmente identificare. Lei è il personaggio attraverso cui è più semplice avvertire la portata distopica di Mr. Robot, quello su cui sono più forti gli effetti del mondo esterno, dai corsi motivazionali perennemente nelle orecchie, alle varie maschere che indossa sul lavoro. Joanna invece sembra arenata su un terreno troppo legato alle sorti del marito: nonostante si tenti di mostrare la donna in un nuovo ambiente, con un nuovo compagno con il quale cerca di condurre una vita diversa, sarà solo con l’arrivo di Tyrell che anche la sua storyline acquisterà senso.

A game to end all games.

La parte più interessante è però anche stavolta legata al protagonista e al suo rapporto con Ray come strada per l’emancipazione dai fantasmi che lo assediano. La partita a scacchi diventa quindi uno splendido modo per mettere in immagini la lotta contro se stesso che in questo caso, pur assumendo anche la valenza di uccisione paterna, diventa una vera e propria marcia verso l’accettazione di sé, della propria personalità e dei propri lati oscuri. Il dialogo con Krista, la sua psicologa, è particolarmente emblematico: lei vorrebbe parlare con Mr. Robot (o con quella parte di Elliot che gli dà vita) ma il protagonista è categorico nel negarle questa richiesta perché impaurito dal fatto che così facendo legittimerebbe una presenza che sta cercando di neutralizzare. Si arriva quindi al pre-finale caratterizzato da uno splendido monologo di Elliot che ricorda molto da vicino quello del finale de La 25ma ora di Spike Lee, come una sorta di sogno dorato in cui tutte le paure relazionali del protagonista vengono risolte attraverso l’immaginazione di un futuro in cui i rapporti familiari e amicali trovano un equilibro fatto di felicità e serenità duratura negli anni. Nel finale però arriva il colpo di coda e il ritorno circolare lì dove l’episodio era iniziato: Elliot, questa volta senza maschera, decide di aiutare la sorella e hackerare il sito dell’FBI. Consapevole di star commettendo un crimine, non ha bisogno di nascondersi, ma sembra arrivato per la prima volta a una maturità tale che gli consente di prendere una decisione consapevole.

Mr. Robot porta avanti una storia coraggiosa seppur imperfetta, che quest’anno sta tentando di alzare la posta in gioco e di raccontare qualcosa di davvero nuovo, emancipandosi dai modelli cinematografici a cui in maniera finanche ostentata ha cercato di legarsi nel corso della prima stagione.

Voto: 8
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Ad ogni nuovo episodio di Mr. Robot le domande degli spettatori aumentano e le risposte tardano ad arrivare, ma non si può che continuare a rimanere affascinati dalla potenza visiva del racconto e dal preciso disegno degli eventi che Sam Esmail continua a svelarci un tassello alla volta.

In linea con quanto mostrato finora, i dissidi interiori dei protagonisti e il loro continuo cambio di prospettive sono il motore portante della trama, e qui ad emergere è uno dei topoi fondativi della serialità, rielaborato in chiave spiazzante tenendo fede allo stile della serie: la doppia identità/personalità dei personaggi e la loro incapacità di trovarvi un punto d’unione.

L’episodio si apre con una scena che i fan attendevano fin dall’inizio della stagione: Elliot torna in azione davanti a un computer e ricorda, a se stesso e al pubblico, perché è l’hacker migliore del mondo. Dopo essersi rassegnato alla presenza imperante di Mr. Robot, il protagonista risveglia i suoi “superpoteri” sopiti e riveste i panni dell’implacabile rivoluzionario informatico a cui basta una tastiera per distruggere i propri avversari senza battere ciglio. Ma a fare da contraltare al terrorista psicotico e alienato vi è sempre l’essere umano che cerca di entrare in empatia con gli altri, e questa parte altrettanto sopita riemerge quando rivede Angela, un’altra anima divisa in due. Dal loro ultimo incontro nella prima stagione, i due amici d’infanzia hanno optato per l’isolamento volontario: se Elliot ha scelto una routine artificiale per proteggere, vanamente, se stesso e gli altri dal conflitto della sua psiche, abbiamo visto Angela diventare una dipendente della Evil Corp e assumere un atteggiamento freddo e calcolatore, ma basta un breve incontro perché le difese di entrambi crollino e mettano alla luce le fragilità di due giovani uniti nel dolore e la paura reciproca di mostrare le proprie debolezze all’altro.

Il dialogo tra i due è breve ma toccante nella sua inaspettata tenerezza e, come se non bastasse, pone ulteriori dubbi su quello che sarà il ruolo di Angela nel corso della storia: come visto nell’episodio precedente, la risolutezza della ragazza nell’essere padrona del suo destino e non più soggetta a manipolazioni esterne viene annullata in pochi istanti dal capo della Evil Corp, rendendole chiaro che è il potere a determinare l’indipendenza individuale. Isolata e tradita dalle persone che ha manipolato a sua volta, come il suo ex ragazzo, Angela aiuta Elliot per necessità e volontà, perché è la sua fiducia in lui a convincerla di avere il potere di cambiare le cose. Il doppio gioco diventa quindi per Angela l’unica scelta possibile e il suo ingresso nella Fsociety non sarà certo privo di conseguenze per entrambi gli schieramenti.

Il focus on più potente e originale di tutto l’episodio, se non dell’intera stagione finora, viene riservato all’agente Dom DiPierro e all’enigmatico Whiterose, che si rivela essere nientemeno che un importante ministro del governo cinese. Dom era stata presentata finora come l’alter ego di Elliot al servizio del governo: come lui, è una delle migliori nel suo lavoro ed è in grado di vedere e intuire dettagli che i suoi colleghi non sono in grado di cogliere, ma è altrettanto incapace di relazionarsi con gli altri se non simulando atteggiamenti socialmente accettabili. Il suo ingresso nella sala degli orologi del ministro Zhang rievoca la caduta di Alice nella tana del Bianconiglio e porta due individui tanto simili nelle loro patologie quanto distanti nel ruolo che ricoprono a trovare un’affinità intima mai provata prima.

L’ossessione di Whiterose per il tempo era già stata esplicitata nella prima stagione; qui viene reiterata ed interpretata come ossessione per il controllo, comune a tutti i protagonisti della serie, e per la volontà di esercitarlo in ogni istante possibile prima che sia tardi. D’altro canto, Dom rivela come la sua carriera nell’FBI sia mossa dalla volontà di fare del bene e, al tempo stesso, dal fascino del potere che il suo distintivo comporta e dalla possibilità di usarlo indiscriminatamente: un altro punto in comune con Elliot per un altro personaggio la cui importanza nella storia non sembra essere scritta dal suo ruolo ufficiale. L’apparente complicità ha però vita breve e, come ormai ci ha insegnato Esmail, l’epilogo non può che essere violento e repentino. Non è difficile intuire che dietro al massacro della squadra di Dom ci sia Whiterose, incapace di accettare i punti deboli mostrati dalla controparte Zhang, e il bagno di sangue lascia molti punti interrogativi sull’incerto passato della donna e sulla doppia identità del ministro, alleato della Evil Corp e, al tempo stesso, capo della Dark Army.

La conclusione dell’episodio viene affidata a un finto colpo di scena che arriva allo spettatore con la forza di un pugno. Che Ray fosse coinvolto in traffici criminali era ormai assodato, ma non possiamo che condividere lo shock di Elliot nello scoprire che il suo nuovo, cordiale amico è in realtà il gestore di un supermarket del Male: droga, prostituzione femminile, omicidi su commissione, qualunque perversione e desiderio oscuro è disponibile a tutti e a prezzi ragionevoli. L’uomo che ha aiutato Elliot a uscire dall’apatia si rivela essere l’alfiere dell’umanità corrotta che il protagonista cercava ostinatamente di debellare all’inizio della prima stagione, e questa scoperta genera ulteriori dubbi nella sua fragile psiche: può un uomo esercitare il Bene e il Male in egual misura? Spetta a Elliot tornare ad assumere il ruolo di hacker vigilante per smascherarlo? O dovrebbe concentrarsi solamente sul suo grande progetto rivoluzionario? A togliere Elliot dal dubbio ci pensa proprio Ray, mostrandogli la sua natura violenta e costringendolo a prendere una scelta che, com’era stato per Fernando, condizionerà il suo cammino da qui in avanti.

I dubbi e le polemiche nati al suo ritorno sullo schermo sembrano ormai solo un brutto ricordo e con questo episodio Mr. Robot riafferma la sua volontà di stupire rimanendo fedele ai propri canoni ma senza essere mai uguale a se stessa. Arrivati quasi a metà stagione, non sembra destinato a spegnersi il suo potere ipnotico che la rende uno dei prodotti più affascinanti della serialità contemporanea.

Voto: 8
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Thank you. Una formula linguistica semplice e usuale che esprime ringraziamento e riconosce i meriti della persona a cui è rivolta. Nel finale di questo episodio della serie di Sam Esmail, il suo significato è ulteriormente amplificato dalle condizioni in cui viene detta e dal rapporto tormentato che lega Elliot al suo defunto padre.

La gratitudine nei confronti di Mr.Robot, però, è solo la fine di un lungo percorso emotivo e viscerale che ha interessato il personaggio di Rami Malek fin dal pilot dello show. Il rapporto tra i due è stato la matassa da cui si è dipanata la trama della serie: una relazione disturbata, frutto perverso del caos che imperversa nella mente del protagonista e dei traumi familiari che ha affrontato nella sua infanzia. Proprio per questo motivo, il geniale artificio narrativo orchestrato dall’autore per aprire questo sesto episodio risulta essere uno dei segmenti più riusciti dell’intera serie, a dimostrazione della follia e dell’ambizione che ha sempre caratterizzato Mr. Robot, quegli stessi elementi che nella prima stagione sono stati concorrenti nel determinarne il successo.

– Because it’s one for Alderson and...
– Alderson for one?


Lo straniamento iniziale di Elliot è lo stesso degli spettatori, quando si trovano catapultati in una sit-com a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, piena di tutti gli elementi che le caratterizzavano: formato 4:3, risate registrate, censura e fondali statici. Lo spaesamento, però, dura poco; la serie di Sam Esmail ci ha ormai abituati alla sua anti-convenzionalità nel mettere in scena ciò che accade nella mente del suo protagonista e dopo pochi minuti le intenzioni dell’autore sono chiare a tutti. La perdita progressiva dell’effetto-sorpresa, tuttavia, non inficia per nulla la potenza creativa di questo grande esperimento meta-televisivo, non inserito a forza nella trama della stagione, ma ben disposto per essere un passaggio obbligato, grazie al quale si ha la riconciliazione tra le due personalità del personaggio.

Gli Alderson diventano, quindi, un generico nucleo familiare di una comedy vecchio stampo e il viaggio in auto che affrontano è solo uno dei tantissimi cliché che accompagnano questa rappresentazione mentale di Elliot. I quindici minuti in questione si presentano, infatti, a metà tra l’omaggio e la decostruzione di un genere di successo, oggi superato e ormai storia della televisione. Vale la pena citare le esilaranti incursioni di Alf, con annesso omicidio di Gideon, il rapimento di Tyrell, che potrebbe essere un indizio sulla sua reale condizione, e la figura piatta e distruttiva della madre di Elliot.

Eyes up, son.

In questo sipario comico emerge tutto il dramma che permea la situazione in cui si trova il personaggio di Rami Malek, distrutto sia fisicamente – dai colpi degli uomini di Ray – che psicologicamente – ancora forte la sorpresa di aver scoperto la verità sul sito sul quale doveva lavorare. L’intera sequenza non è altro che un meccanismo di difesa creato da Mr.Robot per proteggere Elliot dal dolore, un gesto di misericordia che afferma le buone intenzioni del personaggio di Christian Slater e che diviene la chiave di volta nel loro rapporto, che giunge a una conclusione pacifica con quel ringraziamento commosso di cui già si parlava. Lo stesso giovane hacker realizza di come la sua controparte, che assume le sembianze del padre, possa essere una risorsa preziosa, e non per forza una maledizione: “Once in a while, the best course of action is to just ride shotgun” sono le parole che affollano i pensieri di un Elliot semiparalizzato, cosciente di aver commesso degli errori e incapace di trovare una via d’uscita al suo dolore esistenziale.

This place needs a name.

Il flashback al termine dell’episodio chiude il cerchio sul rapporto padre-figlio in questione: il viaggio in auto, che richiama quello artificiale dei primi quindici minuti, è l’occasione per esplorare la genesi di Mr.Robot, inteso sì come il negozio di computer, ma soprattutto come il personaggio che abita la mente di Elliot. La rivelazione della malattia terminale di Edward al figlio è struggente ed è determinante nel creare le condizioni affinché Elliot interiorizzi la figura del padre – world isn’t gonna get rid of me that easily – e la concretizzi in un altro da sé. L’impressione, al momento, è che il conflitto tra i due sia definitivamente concluso e che, quindi, la serie dovrà per forza di cose portare Elliot al centro delle vicende principali, da cui finora è stato fin troppo avulso.

Well, I started as a part-time sales associate. Then they promoted me to assistant manager. Now I’m on pace to be full manager. It almost makes up for them killing my mom.

Se il focus sull’interiorità di Elliot è il vero motore di Mr.Robot, lo stesso non si può dire di tutti gli altri personaggi: praticamente nessuno dei protagonisti della serie possiede la stessa potenza narrativa che troviamo in seno al personaggio di Rami Malek, e questo è proprio il difetto principale di questa prima metà di stagione. Le critiche principali, infatti, sono state rivolte alla lunghezza espositiva non giustificata di molti passaggi, che hanno sacrificato la successione degli eventi per concentrarsi su questo o quel carattere, tentando di dare maggior spessore e spazio agli altri membri del cast, purtroppo non riuscendo sempre nell’intento. Da questo punto di vista “eps2.4_m4ster-s1ave.aes” si discosta dagli episodi che l’hanno preceduto, entrando finalmente nel vivo della trama che vede coinvolta la fsociety e il Dark Army, senza dilungarsi troppo sulla descrizione dei personaggi.

Protagonista assoluta dell’episodio è Angela, ora al fianco di Darlene nella guerra tecnologica contro la Evil Corp. La scena in cui la donna tenta di hackerare l’FBI è una escalation di suspense – bravissima Portia Doubleday nel trasmettere l’agitazione crescente del suo personaggio – ma anche un ritorno della componente informatica nella serie che, insieme ai temi di natura psicologica, costituisce la struttura di base su cui è costruito l’intreccio. In questo senso assume maggiore importanza anche l’agente DiPierro, sopravvissuta all’attacco terroristico dello scorso episodio e messa a tacere perché unica a sospettare davvero del Dark Army; l’incontro tra le due donne, però, spezza la tensione accumulata da Angela e rimanda tutto al prossimo episodio. Evitare di rallentare ulteriormente la narrazione è una scelta vincente: mettere finalmente in gioco i personaggi e cominciare a collegare le diverse storyline è ciò che davvero mancava in questa seconda stagione, anche se qualche dilungamento non strettamente necessario ancora persiste.

In definitiva siamo di fronte al miglior episodio della stagione finora, forte delle due anime indissolubili che hanno portato Mr.Robot nell’olimpo delle serie contemporanee: la rappresentazione realistica del mondo della criminalità informatica e l’utilizzo della mente disturbata di Elliot come filtro percettivo per raccontare la sua storia. Non tutto è perfetto – la sequenza iniziale è un po’ troppo lunga, molti dei personaggi secondari sono ancora insignificanti –, ma il risultato è comunque un’ottima ora di televisione. Con il plot twist relativo al rapporto tra le due personalità di Elliot, la speranza è che nella seconda metà della stagione la trama avanzi più velocemente e che la serie liberi tutto il suo potenziale.

Voto: 8
Mr. Robot – 2×07 eps2.5_h4ndshake.sme
Come lo scorso anno, Mr. Robot arriva al punto di rottura, il momento che svela le carta in tavola e apre il racconto a quella realtà che fino a questo momento ci era stata mascherata dietro un gioco illusorio.

Quello che nella prima stagione era un gioco legato al concetto di identità ha qui allargato i suoi orizzonti ad una dimensione spaziale che conduce ad un ulteriore livello quell’analisi sul “caos” che la serie porta avanti fin dagli inizi. Non più chi è Elliot/Mr. Robot, ma dov’è Elliot/Mr. Robot? Al gioco in stile Fight Club della precedente annata si sostituisce quello alla Matrix (con connotati meno fantascientifici e più psicologici), volto a mascherare la vera realtà dietro una costruzione (in questo caso mentale) rassicurante, dietro la quale convincersi di una vita regolare e priva di ogni pericolo.

Elliot si trova, in realtà, in prigione (per motivi che ancora non ci vengono detti) e tutto ciò che abbiamo visto finora altro non è stato che una rielaborazione mentale di vicende accadute nell’istituto in cui si trova. Il tutto è stato una rivisitazione in chiave espressionista (il riferimento a Il Gabinetto del dr. Caligari è evidente) di persone e fatti che circondano il protagonista, avvenuti in un mondo circoscritto che la sua mente ha voluto riadattare per riadattarsi lui stesso ad una realtà insostenibile. È questo di certo l’aspetto più interessante di un episodio che si divide essenzialmente tra Angela ed Elliot e che ancora una volta oscilla tra momenti riuscitissimi e altri meno efficaci.

Da una parte, abbiamo Angela ancora alle prese con doppi/tripli giochi che dopo sette episodi non hanno ancora portato ad un decisivo twist interessante nel personaggio, ancora troppo debole per poter sorreggere tra l’altro una storyline che nel quadro complessivo non sembra andare oltre il piano della vendetta personale (fatta eccezione per la breve interazione con Darlene nel precedente episodio in occasione dell’hackeraggio del’FBI). Dall’altra parte, abbiamo Elliot, che porta a conclusione un’altra storyline parallela, quella di Ray, a cui forse è stato concesso fin troppo spazio data la sua poca importanza nell’economia generale (di interessante resta solo da scoprire come si inquadra nel contesto reale dell’istituto di detenzione in cui il protagonista è rinchiuso).

La rivelazione finale porta la stagione allo stesso punto in cui, l’anno scorso, si era giunti con il fondamentale “I am Mr. Robot.” Il meccanismo è pressoché identico: un gioco di illusioni durato per diverse puntate si rivela adesso nella sua realtà e a ritroso consente di interpretare tutti gli eventi passati secondo una nuova prospettiva. Gli autori hanno voluto giocare di nuovo con questo meccanismo, ma ciò che questa volta ha funzionato di meno è il “come” ci si è arrivati: dopo un continuo lunghissimo rimestare nella condizione di Elliot e nel suo tentativo di liberarsi di Mr. Robot, un rimestare che ha portato la storia ad uno stallo troppo lungo, un’immobilità che questa rivelazione può solo in parte ripagare.

La sensazione è che la serie abbia voluto puntare (anche in modo un po’ ruffiano) su quei tratti distintivi che ne hanno decretato il successo l’anno scorso, spingendo tantissimo (anche troppo) su di essi, ma dimenticandosi di creare una stagione, come la precedente, in grado di sorreggerli, con autori convinti, forse, che al pubblico ciò potesse bastare. Ironia della sorte, questo episodio sembra aprire così anche una finestra sulla realtà di questa stessa annata, che altro non è che un poco abile gioco di prestigio e di illusioni messo in atto da Esmail: un fumo negli occhi dello spettatore atto a nascondere la realtà di una stagione povera di idee, che troppo spesso ha rigirato su se stessa, con personaggi che si muovono nelle loro personali direzioni senza darci la minima idea del perché agiscano in determinati modi (un esempio lampante è tutto ciò che riguarda Joanna Wellick).

La scelta della prigione è sicuramente interessante, ma ha avuto tra l’altro il problema di allontanare Elliot (se non per brevi frammenti) dal resto dei protagonisti, lasciando il resto della trama proseguire nelle mani di personaggi secondari non così forti da poter sorreggere un tale peso. Lo stallo di Elliot in prigione ha così portato anche ad uno stallo nella trama principale legata alla rivoluzione sociale messa in atto dalla FSociety. È come se la serie avesse messo in stand-by tutto ciò che la prima stagione aveva promesso, lasciandoci nelle mani dei tentativi frustranti di Darlene di dare una prosecuzione alla rivoluzione iniziata, e delle poco incisive storyline di Angela e dell’agente DiPierro, quest’ultima ancora troppo poco dentro le dinamiche della storia dopo sette puntate.

Di nuovo, questo episodio ci ribadisce come Mr. Robot continui a brillare nei dettagli, nelle scelte visive, in alcuni dialoghi e in alcuni dei suoi brillanti twist narrativi, ma come rispetto all’anno scorso tutto questo manchi di coesione. La rivelazione di questo episodio, che fa da spartiacque alla seconda metà di questa stagione, arriva al termine di un percorso annacquato, spesso confuso, che, più che alimentare continui sospetti e teorie dello spettatore, ha portato solo confusione e frustrazione, al punto tale che il colpo di scena non riesce del tutto a risarcire lo sforzo compiuto nel seguire sette episodi in cui la serie sembra non sia andata avanti. Mr. Robot prova ora a rilanciarsi con una nuova prospettiva che apre nuovi misteri (Tyrell è stato veramente ucciso? Per quale motivo Mr. Robot si trova in prigione?), ma rimanda ai prossimi episodi il compito di convincerci che i nostri sforzi di resistere fino ad ora non siano stati vani.

Voto: 7-
Mr. Robot – 2×08 eps2.6_succ3ss0r.p12
Lasciato il nostro Elliot con il colpo di scena che l’ha riguardato alla fine dello scorso episodio, Mr. Robot decide di concentrarsi sulle protagonisti femminili della narrazione, andando a scavare nella loro personalità, regalandoci un affresco che di “rosa” – come comunemente inteso di solito nel cinema – ha poco, e dimostrandoci come ormai la banda formata da Alderson sia sull’orlo del baratro.

I’m 27 and I’ve got a six-figure salary at the biggest clongomerate in history, and I’m just getting started. That’s who I am.

La caduta di Angela Moss, trascinata verso le tenebre dalla banda di hacker, è magistrale nella sua costruzione, supportata anche dalla buonissima recitazione di Portia Doubleday. La scelta del casting di scritturare attori con occhi grandi e sporgenti sembra una riflessione scherzosa, invece è stata particolarmente azzeccata: la regia fatta di primissimi piani (e di figure spesso decentrate nell’inquadratura) danno quel giusto senso di disagio che stanno provando in quel momento i protagonisti, messi alle strette e in un angolo, osservati in modo implacabile e giudicati per le loro azioni. Perfetto per inquadrare il cambiamento della bionda è il dialogo che sostiene con un amico di suo padre al bancone del bar, dove non esita a rispondere per le rime, rinfacciando la sua posizione lavorativa e il suo stipendio a sei cifre: una cosa che l’Angela che abbiamo conosciuto non avrebbe mai fatto, ma che ormai è stata forgiata per dire bugie e lanciata verso una vendetta che non vede l’ora di portare a termine.

L’ormai glaciale freddezza con cui affronta la vita viene per un momento crepata dalla canzone scelta al karaoke e cantata con toccante sentimento: “Everybody Wants to Rule the World” dei Tears for Fears riassume benissimo il momento che sta vivendo Angela, ma soprattutto sottolinea quello che sta succedendo agli hacker dall’altra parte della città, con uno splendido montaggio accompagnato dalla calda voce malinconica della Doubleday. “Benvenuto nella tua vita, non c’è modo di tornare indietro” sono le prime parole della canzone e fanno accrescere l’ansia per un destino che sembra già segnato per tutti, specie per Elliot, che anche non comparendo mai in questo episodio è sempre in qualche modo presente a incombere con le sue scelte sulla vita degli altri protagonisti.

“I’m sure we can figure something out.”
“I already have.”


Se Angela ha quasi completamente cambiato personalità, non si può dire lo stesso di Darlene, che comunque ci sta facendo vedere altri aspetti di quello che realmente è o che deve per forza di cosa essere. Spettacolare la sezione di puntata che la vede protagonista insieme agli altri tre membri della F Society, quando, eccitati dalla conference call che hanno ascoltato, si dimenticano di essere in casa di qualcun altro e non controllano il GPS che li avrebbe avvertiti del ritorno a casa della legittima proprietaria. La comparsa sulla soglia di Susan Jacobs è una delle innumerevoli variabili che possono modificare/rovinare un’equazione fin lì riuscita bene. La serie ha anche quindi la capacità di tenere tesa una situazione ai limiti del thriller, però con alcune derive assurde che l’hanno sempre contraddistinta, come il caso che decide di dare una mano a Trenton facendo scivolare la Jacobs e mettendola ko.

Anche in questo caso, gli autori danno uno strappo al personaggio di Darlene, decidendo di farla agire in maniera drastica per osservarne la reazione; reazione che spaventa la stessa Darlene, visto che confessa di non avere nessuna emozione nemmeno dopo aver bruciato il cadavere dell’ex avvocato. La situazione si riflette anche su Mobley e Trenton, che evidentemente non hanno il sangue freddo di Darlene e si fanno prendere dal panico, soprattutto quando la DiPierro si avvicina ormai pericolosamente alla verità. Ma raramente le situazioni in Mr. Robot si risolvono per il meglio, e la maledizione che sembra perseguitare gli Alderson – “niente finisce mai bene” – continua a infierire su Darlene con l’ultimo plot twist della puntata. Nemmeno Cisco è affidabile, e anche lui tradisce la fiducia della ragazza vendendola ai cinesi della Dark Army. La mazzata con cui Darlene probabilmente gli spacca la testa è la stessa che prendiamo noi metaforicamente, sottolineato anche dal fatto che manca qualunque accompagnamento musicale ai titoli di coda: uno stordimento che continua anche quando il nero ci inghiotte, facendoci riflettere su come ognuno di noi, in fondo, sia irrimediabilmente solo.

“eps2.6_succ3ss0r.p12” si chiude anche con la tentata fuga di Mobley e Trenton, con quest’ultima che aspetta invano il suo amico al bar dove sono si sono conosciuti. Il senso di ansia quindi non ci abbandona mai, nemmeno quando Elliot non compare neanche in un frame: questo sta a dire che la scrittura di Mr. Robot ha elevato perfettamente anche i personaggi secondari, non lasciandoli nell’ombra del pure ingombrante Elliot. Curiosi di vedere come si evolverà la situazione del protagonista, non possiamo che essere felici e tranquilli di una cosa: anche senza di lui, Mr. Robot funziona.

Voto: 7/8
Mr. Robot – 2×09 eps2.7_init_5.fve
Con il ritorno di Elliot al centro della narrazione si apre ufficialmente l’ultimo atto di questa seconda stagione di Mr. Robot, che tanto ha fatto parlare di sé anche se non nei termini entusiastici dello scorso anno.

Molte sono state infatti le scelte operate da Sam Esmail che hanno suscitato critiche e perplessità, e tra queste spicca proprio quella di mantenere Elliot in una posizione di isolamento rispetto al cuore delle vicende per un numero consistente di puntate, a cui si lega l’altrettanto discusso plot-twist del settimo episodio. Si è indubbiamente trattato di una decisione molto coraggiosa, che, pur avendo avuto delle innegabili ricadute sul ritmo della narrazione e sull’attrattiva dello show, si è imposta – come ha espresso alla perfezione lo stesso autore – in quanto tappa obbligata per portare avanti in modo coerente il percorso del protagonista. Dopo la grande rivelazione circa l’identità di Mr. Robot e l’esito ambiguo dell’hack ai danni di Evil Corp era infatti di fondamentale importanza che Elliot intraprendesse un cammino d’introspezione volto alla riconciliazione delle diverse parti del suo frammentato io; un percorso che sembrava essere finalmente giunto a un punto di svolta grazie all’intervento di Ray, ma che si rivela essere ancora ben lontano dalla conclusione.

Il bel montaggio d’apertura, volto innanzitutto a confermare le ipotesi e colmare i vuoti circa le vicende che hanno condotto Elliot all’incarcerazione, non fa che sottolineare l’atteggiamento stratificato di Esmail nei confronti dello strumento del plot-twist: anche in questo caso gli indizi per comprendere l’accaduto erano nascosti in bella vista, come a ribadire che l’efficacia del colpo di scena non risiede tanto nella sua imprevedibilità, quanto più nella coerenza con cui affonda le radici nel sostrato tematico dello show; uno show il cui punto di accesso privilegiato per lo spettatore resta la percezione del mondo parziale, alterata e illusoria che ci viene fornita dal suo protagonista – senza però che questo vada a minare il peso e il valore degli eventi a cui assistiamo. Sono stati infatti il senso di colpa e il terrore dell’assenza di autocontrollo a spingere Elliot a confessare e quindi a finire in prigione; in questo senso il disvelamento della cornice carceraria non ha fatto altro che spostare il discorso da un piano metaforico a uno più concreto, andando così ad aumentare la portata dell’isolamento volontario del protagonista sia dal un punto di vista diegetico che extra-diegetico.

Non stupisce quindi che anche la speranza di Elliot in un nuovo inizio, in cui il ritorno in libertà coincidesse con quello a una presunta normalità – da intendersi innanzitutto come ricomposizione identitaria e presa di controllo sulle proprie azioni e sulla realtà circostante –, si riveli essere l’ennesima illusione. Le inquietanti ed efficacissime sequenze in cui Elliot si ritrova a osservare se stesso/Mr. Robot da lontano vanno a minare le certezze circa la risoluzione del conflitto con il suo alter ego, preparando così il terreno alla rivelazione finale sullo “stage 2”. Se però l’omissione dell’incarcerazione aveva rappresentato un’interessante variazione sul tema del plot-twist dello scorso anno, in cui il protagonista diviene consapevole artefice dell’alterazione percettiva, il fatto che Elliot sia a sua insaputa la mente dietro la seconda fase del piano finisce col mostrare il fianco alle critiche che vogliono lo show alla ricerca del colpo di scena a tutti i costi. Questo infatti, almeno per ora, sembra andare a cancellare tutto il lavoro fatto sul personaggio, il quale sembra essere tornato così al punto di partenza.

E in fin dei conti è proprio la trama cospirazionista ad essere il vero problema di questa seconda annata di Mr. Robot, come confermano le sequenze che vedono protagonisti White Rose e Price. L’estrema complessità e frammentazione del racconto messo in piedi da Esmail ha infatti condotto al protrarsi di una dinamica frustrante per lo spettatore, che troppo spesso si ritrova privo degli strumenti per interpretare ciò che accade in quanto all’oscuro delle motivazioni e degli obiettivi che muovono i vari attori in gioco – Elliot incluso. Ne è un esempio lampante il dialogo tra il capo di Dark Army e quello di Evil Corp: nonostante la sensazione sempre più viva che tutti i tasselli della storia – dall’insabbiamento dei livelli di tossicità dell’impianto all’hack della fsociety passando per l’alleanza tra Dark Army e Evil Corp – andranno a comporre un unico mosaico, giunti a tre episodi dal finale l’impressione è che si sia troppo spesso proceduto per un accumulo di piccoli indizi e dettagli che non sono riusciti a colmare la staticità della narrazione.

A fare da ponte tra il mondo di Evil Corp e quello di fsociety troviamo infine Angela, un personaggio che ha ricevuto molto spazio in questa seconda stagione e che si conferma perfettamente in grado di reggere da sola il peso del racconto. Assurta quasi a co-protagonista della storia, la donna si è infatti col tempo rivelata una figura ambigua e complessa tanto quanto quella di Elliot: fragilissima e tenace, scissa tra il desiderio di auto affermazione e quello di giustizia, Angela occupa una posizione fondamentale non solo in quanto crocevia delle diverse storyline, ma soprattutto per l’ambiguità che incarna, sempre in bilico tra essere manipolata e manipolatrice, tra vittima e carnefice ­– dualismo a cui allude anche il sogno di Dom. In “eps2.7_init_5.fve”, allo stesso modo di Elliot, le sue speranze si ritrovano a infrangersi contro la dura realtà: l’ennesimo fallimento nel denunciare la copertura delle irregolarità dell’impianto e le minacce dell’agente dell’FBI rendono le azioni future di Angela totalmente imprevedibili, facendo di lei la vera wild card dello show.

In definitiva, “eps2.7_init_5.fve” non fa che confermare i punti di forza e le debolezze di questa seconda annata di Mr. Robot, che si è finora rivelata sicuramente meno coesa e coinvolgente dell’esordio ma al tempo stesso coraggiosa in molte delle sue scelte. In attesa dell’ultimo trittico di episodi, a cui spetterà l’arduo compito di sciogliere i numerosi nodi della trama che restano ancora in sospeso, non possiamo che dare al progetto di Esmail la fiducia che si merita, nella speranza che il finale riesca a soddisfare adeguatamente l’attesa.

Voto: 7
Mr. Robot – 2×10 eps2.8_h1dden-pr0cess.axx
Questa seconda stagione di Mr. Robot non è certo perfetta: tra personaggi poco consistenti, storyline ingarbugliate e svolte narrative fini a se stesse, lo show di Esmail si è spesso inceppato, non riuscendo a sfruttare appieno il suo enorme potenziale.

È quindi un sollievo assistere a questo decimo episodio, un tassello quasi di passaggio eppure costruito e gestito con una fluidità che mai è stata messa in scena quest’anno; dopotutto, la certezza che ha sempre spinto a continuare la visione riguardava la fortissima identità stilistica della serie, e in “eps2.8_h1dden-pr0cess.axx” tale punto di forza emerge più che mai.

Aiuta di certo la durata ridotta dell’episodio: tornare ai più classici 40 minuti elimina la sensazione di pesantezza che ha afflitto gran parte delle puntate iniziali e rende la narrazione molto più snella, priva di quei punti morti che si sono creati in precedenza. Perché il grande pregio di questo decimo episodio sta proprio nella gestione del ritmo, nella capacità di Esmail di tornare al cardiopalma tipico della prima stagione, anche se questa volta viene prolungato ed articolato: abbiamo infatti due storyline principali (più una terza di contorno) che si intrecciano in continuazione grazie ad un montaggio serratissimo, alimentando ciascuna la tensione senza che questa si perda nel cambio da una situazione all’altra. Sembra, insomma, che si sia finalmente riusciti a mettere in scena un quadro generale più coeso, in cui entrambe le storie presentate godono della stessa importanza – e, soprattutto, suscitano lo stesso interesse – senza squilibri di qualche tipo.

Certo, è ancora presto per giudicare l’effettiva bontà della direzione in cui si sta muovendo la narrazione: alla fine dell’episodio l’incertezza è ancora maggiore che all’inizio, con due personaggi dal destino sconosciuto (probabile che Darlene sia sopravvissuta e Cisco no, ma non si sa mai) ed Elliot ancora in cerca della verità su Mr. Robot e il destino di Tyrell. Tuttavia, si può perlomeno dire che il passaggio verso la fase finale sia stato gestito egregiamente e che le storie che hanno faticato a carburare per quasi tutta la stagione abbiano finalmente spiccato il volo: così Darlene e Cisco, non più in una posizione così centrale, diventano due personaggi più umani e comprensibili di quanto non lo siano stati finora; e così Angela viene svincolata da una caratterizzazione un po’ debole e incerta e interagisce con il personaggio con cui ha sempre avuto un rapporto da sfruttare. È come se l’aver liberato Elliot dalla trama troppo chiusa in se stessa che lo riguardava avesse messo tutti i pezzi al loro posto, con il protagonista della serie a rivestire il ruolo di protagonista e i comprimari ad aiutare lo svolgimento della storia senza monopolizzarlo in modo eccessivo. Come dichiara spesso Esmail, il personaggio di Rami Malek è sempre stato il perno centrale di Mr. Robot; averlo messo in disparte per quasi una stagione intera può anche essere stato un passaggio obbligato, ma c’è da dire che la serie ha guadagnato molta più confidenza semplicemente tornando alla sua struttura originale.

Ciò comunque non significa che tutti i problemi siano stati risolti. Benché ormai intrecciata con il resto della trama in modo più coeso, la storyline dell’agente DiPierro continua a costituire la parte meno convincente dello show, una componente quasi in eccesso che deve ancora svelare la sua reale utilità. Perché finora, nonostante la caratterizzazione alla base del personaggio non sia male, la vicenda di Dom non ha fatto altro che girare in tondo, inseguendo false piste senza dotarle di alcun significato ed incontrandosi col resto della storia in maniera molto più marginale di quanto si vorrebbe. È chiaro che Esmail ha qualcosa in serbo per questa linea narrativa negli ultimi due episodi che ci aspettano, ma è difficile trovare un modo per cancellare il vagare senza meta mostrato prima di questo episodio, il diluire una storia che forse era stata pensata per essere esaurita in molto meno tempo. Dopotutto, l’inserimento dell’FBI nel quadro generale era un’idea interessante e sensata, ma la storia di DiPierro si è invece rivelata una caccia personale alla verità, ricca di spunti interessanti (si pensi all’incontro con Whiterose, a quello con Angela) che purtroppo non sono stati sviluppati ed approfonditi a dovere.

D’altra parte, c’è da dire che, anche se parliamo di una puntata di passaggio in termini narrativi, è difficile non riconoscere i passi in avanti che vengono fatti dal punto di vista dello stile e della potenza espressiva della serie. Della gestione eccellente del ritmo si è già parlato in precedenza, ma sorprende anche il modo in cui il creatore riesce a portare su un nuovo livello il rapporto tra Elliot e lo spettatore, tramite un passaggio che trasforma la scena dell’appartamento in qualcosa di interattivo; poco importa cosa si riesce a vedere o a scoprire durante quell’inquadratura panoramica (qui il rimando ad un’analisi più dettagliata), perché il significato di una mossa del genere riveste una grandissima importanza nel percorso di questa stagione. Dopotutto, anche la svolta di “eps2.5_h4ndshake.sme” aveva come tema il rapporto con l’”amico” di Elliot, ed in questo caso tale relazione viene portata su un piano più significativo: non è solo il protagonista che ha dimostrato la sua totale fiducia nei confronti di chi guarda, ma si tratta anche di Sam Esmail che affida la risoluzione di un enigma al pubblico, perfettamente consapevole del modo in cui le svolte dello show vengono spesso previste con largo anticipo. Parliamo quindi di un passaggio metanarrativo, opposto a quello del settimo episodio (in cui si cercava di sorprendere il pubblico) ed efficace nel portare il rapporto della serie con i suoi spettatori ad un passo successivo, riuscendo a raccontare qualcosa in un discorso che sembrava aver esaurito tutto il suo potenziale.

È quindi con rinnovata fiducia che ci si avvicina alla conclusione di questa seconda stagione: gli errori commessi in precedenza non possono essere ignorati, ma questo episodio sembra aver recuperato parte dello smalto che aveva reso la prima annata così affascinante, così significativa. Col ritorno di Elliot in scena anche Mr. Robot pare essersi rimessa in carreggiata, dimostrando di aver ancora qualcosa da dire nonostante gli scivoloni di un’annata difettosa.

Voto: 8
Mr. Robot – 2×11 eps2.9_pyth0n-pt1.p7z
A un solo episodio dalla fine della stagione, Mr. Robot continua sulla falsa riga di tutta l’annata: c’è sempre una tensione, un’inquietudine di fondo che regge la narrazione e la rende unica nel suo genere, ma ci sono anche dei passaggi un po’ meccanici e quasi complicati che rendono il tutto fin troppo machiavellico per essere capito appieno.

Have you ever cried during sex?

La sequenza che colpisce più di tutti per regia, montaggio e scrittura è senza ombra di dubbio quella che vede protagonista Angela, prelevata da due sconosciuti nella metro e portata in una casa (a quanto pare molto lontana da New York, visto che viaggiano per tutta la notte) dove si consuma una scena del tutto surreale. Dopo l’assurdo test a cui Angela è sottoposta da un’inquietante bambina, la bionda si trova al cospetto di White Rose, che la sottopone ad ulteriori domande con messaggi criptici, che però portano tutti verso un unico concetto: quello di fede. Non è la prima volta che in Mr. Robot viene affrontato l’argomento, e di certo non sarà l’ultima: il credere in qualcosa più grande di noi, che secondo alcuni ci porterà tutti verso la salvezza e un mondo nuovo, è un concetto che permea tutta la narrativa della serie, partendo proprio dall’amico immaginario di Elliot – cioè noi – che in primis deve distinguere quello che è reale da quello che non lo è, per credere e avere fede nella cosa giusta. Ma come domanda sinistramente White Rose ad Angela, che cosa è veramente reale? Su cosa ci basiamo per definire e scindere quello che è realtà da ciò che non lo è? Vista la reazione di Angela nel finale, probabilmente White Rose le ha mostrato qualcosa che neanche noi – quando e se ne verremo a conoscenza – dimenticheremo facilmente.

Alexa… are you alone?

Dopo la sparatoria nel finale della scorsa puntata, ritroviamo anche la DiPierro in un letto d’ospedale, come sempre combattiva: per ora non ci è dato di sapere quale destino abbia incontrato la coppia Darlene-Cisco, perché l’episodio si concentra sul personaggio di Dominique e sulla sua impossibilità di trovare la felicità. Infatti la sequenza che la vede protagonista nel letto di casa sua è toccante e malinconica al punto giusto per sottolineare come sia praticamente impossibile battere i potenti e il denaro, che avranno sempre la meglio su qualsiasi tipo di impegno per trovare la verità. Il dialogo con il robot casalingo scava in profondità il personaggio della DiPierro, rendendo ancora più marcato quel senso di impotenza verso la vita “normale” di tutti i protagonisti della serie. L’impegno nel trovare la fede – anche qui – in un credo più grande, sia esso hackerare la più grande banca del mondo o catturarne i responsabili per fare venire a galla una verità che potrebbe sconvolgere gli equilibri mondiali, non basta per sconfiggere la solitudine che pervade la vita di tutti, costretti a rapportarsi con delle macchine per trovare delle risposte che a volte sono più soddisfacenti e illuminanti di quelle di un essere umano, pulite da ipocrisie del tutto inutili all’intelligenza artificiale di un robot.

Defeat… can be still profitable.

La parte dedicata a Philip Price e ai suoi intrallazzi con il governo cinese e quello americano è forse quella che appassiona meno, perché si porta dietro una stagione di spiegazioni complicate (tra E-Coin e dollari, cambi, valute, ecc.) e rende difficile la fruibilità di tutto quello che sta realmente succedendo a livello economico e politico dopo i fatti del 9 maggio. È oggettivamente difficile, se non si è appassionati del settore, capire fino in fondo le implicazioni di tutto questo, e ne risente ovviamente tutto l’impianto, dato che non si riesce a capire del tutto il ruolo del governo cinese, della Dark Army e di quanto vi gravita attorno. Di certo alla fine tutti i nodi verranno al pettine e anche i più “tardi” sull’argomento capiranno al cento per cento quanto sta accadendo, ma ciò non toglie che queste sequenze appesantiscano e non poco il racconto, portando lo spettatore a uno sforzo di comprensione che deve essere fatto per forza di cose per capire tutto il resto. Ovviamente le sequenze sono girate e scritte alla perfezione, facendo trapelare tutto il marcio che ci sta dietro, quando la sopravvivenza di un agglomerato bancario diventa molto più importante della vita delle persone. Si spera che con l’ultimo episodio della stagione si faccia un po’ più di chiarezza sulla questione, per non lasciarci un anno con il dubbio di non aver capito con precisione tutto quello che è successo.

Mind awake, body asleep.

E poi c’è Elliot, come sempre catalizzatore di tutto quanto, che ribalta ancora una volta la sua condizione e si mette dalla parte dell’osservatore, di quella sezione del suo cervello che è seconda, nascosta, ma fondamentale per le sue scelte. Ora che anche noi, suoi amici invisibili, sappiamo la verità (tutta?), ci è più semplice entrare in empatia con Elliot/Mr. Robot e seguirli nei loro progetti, nelle loro decifrazioni, nei colpi di scena a cui le loro scoperte ci portano. E forse quest’ultimo colpo di scena non è stato preparato alla perfezione; è stato infatti un po’ telefonato nelle scorse puntate, che hanno disseminato troppi e chiari indizi del fatto che prima o poi un redivivo Tyrell sarebbe ricomparso. Ed è proprio qui che, in effetti, potrebbe nascere il dubbio: Tyrell è veramente lì oppure è un’altra follia della mente di Elliot? La sequenza in taxi è costruita molto bene, non facendo dare mai una risposta chiara al taxista alla disperata domanda di Elliot che gli chiede se effettivamente ci sia anche Tyrell in macchina. Certo, con una puntata sola a disposizione staremo a vedere se anche questo nodo sarà sciolto, ma al momento il giudizio su questa scelta non può che rimanere sospeso, con una domanda che aleggia su tutta la puntata: che cos’è per noi la realtà?

A un passo dalla fine di questa seconda stagione, Mr. Robot continua con i pregi e i difetti di tutta l’annata (con alle spalle di questo, a giudizio di chi scrive, l’episodio migliore della stagione e uno dei migliori dell’intera serie), lasciandoci – com’è giusto che sia – con un enorme punto di domanda sulla testa in vista degli ultimi minuti. È comunque un buonissimo episodio, che ci fa riflettere su come i concetti di realtà e fede siano talmente soggettivi da risultare, molte volte, incomprensibili se non a noi stessi.

Voto: 7½
Mr. Robot – 2×12 eps2.9_pyth0n-pt2.p7z
Era la serie più attesa del 2016, lo show che da rivelazione globale avrebbe dovuto compiere il passo che la separava dalla consacrazione definitiva. È di fronte alla più difficile delle prove del nove che Mr. Robot e il suo autore Sam Esmail sono andati alla deriva, scoprendosi dotati di gambe non abbastanza lunghe per fare un passo così grande.

È a malincuore che decretiamo il fallimento di una stagione che aspettavamo tantissimo, soprattutto dopo una prima annata che, pur con qualche difetto, qualche faciloneria e con la tendenza a complicarsi la vita per il solo gusto di farlo, aveva avuto la capacità di “bucare” pubblico e critica diventando un vero e proprio fenomeno culturale. Non è un caso che nella seconda stagione lo showrunner Sam Esmail abbia avuto l’insolita libertà di dirigere tutti gli episodi, libertà probabilmente complice di questa deludente annata. Naturalmente, una delusione così cocente è legata a doppio filo ad aspettative altissime, dovute ad uno standard settato l’anno scorso da pubblico e critica che in questa seconda stagione la serie ha dimostrato di non riuscire a eguagliare (proprio quando in tanti si aspettavano un ulteriore rilancio da questo punto di vista). Si è trattato di una stagione che per gran parte della sua durata non ha avuto alcuna trama unificante, lasciando i personaggi in balia di eventi scollegati e in molti casi rilevanti solo nell’economia del singolo episodio; un lavoro che irrita ancora di più se si considerano le indiscusse capacità del suo autore nel mettere in scena situazioni narrative nella maniera più originale. Tale spropositata dose di talento quest’anno è stata organizzata senza la dovuta disciplina, con una gestione a tratti coraggiosa ma al contempo strafottente verso la coerenza narrativa e, in alcuni casi, nei confronti dell’intelligenza e il coinvolgimento dello spettatore a cui dovrebbe rivolgersi.

We’re both too smart to allow pettiness to dictate our actions. We’re better than that.

Non si tratta certo di una stagione integralmente da buttare, anzi, è proprio la consapevolezza di aver assistito a frammenti di grandissima qualità ad aumentare il dispiacere al termine di questo season finale, episodio dal quale ci si aspettava un ultimo e deciso salto di qualità. In cambio abbiamo invece dovuto fare i conti con il tassello stagionale meno riuscito, in cui le domande vengono moltiplicate (giusto per il gusto di farlo e per l’impossibilità di rispondere a quelle precedenti) e le soluzioni che chiudono le storyline risultano (come vedremo) poco plausibili o di scarsa potenza, soprattutto considerate le attese per questo season finale e la pazienza che la serie ha chiesto allo spettatore nell’arco dell’intera annata.

Veniamo subito alla questione principale: Tyrell. Era il personaggio più atteso, quello con più possibilità di affiancare Elliott nella narrazione principale e durante i primi episodi ci è stato totalmente negato, adottando una soluzione narrativa abbastanza tipica volta a far crescere l’attesa per la sua entrata in scena. Purtroppo questa decisione ha finito per autosabotarsi nel momento in cui è stata tirata troppo la corda, rimettendo in scena il personaggio non a metà stagione (che già non sarebbe stato poco), ma solo negli ultimi due episodi. Se la gestione del “caso Tyrell” è stata negativa, la soluzione finale è stata se possibile peggiore: il rapporto con Elliot era ormai inesistente data la scomparsa del personaggio per un’intera stagione, tuttavia alla storia serviva che Tyrell avesse un piglio importante sul racconto e sul protagonista, ragion per cui vengono di sana pianta inventati segreti per permettergli di ricattare Elliot; segreti sul suo privato, indizi importanti per lo spettatore che però non verranno mai svelati (guarda caso), rivelandosi così esclusivamente espedienti schiavi di necessità narrative.

Tyrell, you did what needed to be done.

Problemi consistenti anche per quanto riguarda il personaggio di Angela, forse quello che ha visto l’approfondimento più interessante nell’arco della stagione, ma che, dopo essere stato protagonista nello scorso episodio di una sequenza meravigliosa di chiara ispirazione lynchiana, rimane vittima in questo finale di soluzioni narrative grossolane e incoerenti. Cosa rimane della sequenza dell’interrogatorio vista solo la settimana scorsa? Perché dedicare quasi metà episodio a una questione per poi disinteressarsene completamente nel season finale? Il problema però non si riduce solo a questo: nel finale Angela riceva la telefonata di Tyrell, il quale le dà informazioni circa l’oscuro progetto in atto, ma soprattutto fa riferimento allo sparo a Elliot. Angela reagisce come se nulla fosse successo, come se sapesse tutto nei minimi particolari, mantenendo una calma svizzera che non si sposa minimamente con tutto ciò che di lei abbiamo visto durante la stagione. Angela davvero sapeva tutto? Se così fosse non si spiega perché tutti i suoi comportamenti fino a questo momento siano andati nella direzione opposta. Non sapeva nulla? Allora vuol dire che la sua reazione durante alle parole di Tyrell è frutto di un lavaggio del cervello al quale lo spettatore non è stato invitato.

By the end of this day, you and I are gonna be best friends.

La parte migliore dell’episodio è legata alla vicenda che vede protagoniste Darlene e Dom DiPierro, personaggi al centro di una sequenza di interrogatorio girata magistralmente in cui la gerarchia tra le due donne è mostrata attraverso la decentralizzazione del personaggio di Darlene – sempre ai margini dell’inquadratura – opposta alla messa in scena di Dom, protagonista indiscussa dei frame che la vedono protagonista. La tensione accumulata è altissima, grazie anche a dialoghi scritti in maniera molto precisa e ficcante. La risoluzione però risulta talmente insensata da rovinare ciò che di buono è stato mostrato nei minuti precedenti: nel finale infatti Dom si gioca l’ultima carta a sua disposizione accompagnando Darlene in una stanza in cui è presente un “wall of evidence” che mostra come l’FBI avesse già scoperto tutto da tempo, comprese le relazioni tra Darlene, Elliot, Angela e Tyrell. Con questo radicale twist però viene a crollare tutto ciò che la serie ha raccontato sull’agente dell’FBI durante gli ultimi episodi, soprattutto relativamente alla sua ossessione per la risoluzione del caso e all’impossibilità di venirne a capo, che l’ha gettata in un’abissale confusione esistenziale. Durante l’investigazione Dom e Santiago sono apparsi sempre spaesati rispetto ai legami tra l’FSociety e i vari attentati e questo improvviso ribaltone appare decisamente implausibile, una soluzione insensata che a essere generosi può essere definita di comodo, sebbene eccessivamente forzata.

I’m glad she’s dead. Fuck her and her fetus corpse.

Arriviamo al personaggio più problematico della serie, Joanna, che lo scorso anno ha fatto da spalla perfetta a Tyrell. Non solo, il suo personaggio rappresentava anche una strada secondaria verso l’approfondimento della coppia, affrontando il lato oscuro e perturbante nascosto dietro la lucentezza del biondo uomo d’affari. Con la scomparsa di quest’ultimo, però, Joanna si trova in una situazione di totale isolamento, in cui l’assenza di una reale funzionalità narrativa ha messo in luce tutti i limiti del suo personaggio. Nonostante un’attrice di una bellezza abbacinante, incredibilmente fotogenica e a cui vengono affidate anche linee di dialogo di grande impatto, questo finale di stagione non fa che confermarci l’inconcludenza del suo personaggio, le cui azioni sono quasi sempre non necessarie, inutilmente esagerate e spesso sterilmente criptiche.

Fino a prima di questo episodio la sua storyline era la più debole senza ombra di dubbio, ma anche quella meno rilevante; anche in questo caso però Sam Esmail ha voluto complicarsi la vita con la sua marca autoriale (come sceneggiatore) tentando un plot twist vertiginoso che dal fantasma di un Tyrell senza corpo porta fino a Scott Knowles, CTO della E-Corp, la cui moglie è stata strangolata dallo stesso Tyrell nella scorsa stagione. Il batti e ribatti tra Joanna e Scott passa dal ricatto alla violenza, situazione nella quale la donna si trova perfettamente a proprio agio, tanto che non è azzardato ipotizzare che si sia fatta picchiare proprio per poterlo successivamente ricattare e incastrare. Il problema è che, nonostante sia sempre un piacere vedere la magnetica Stephanie Corneliussen in scena, questa linea narrativa risulta assolutamente non necessaria, e a conti fatti leva tempo ed energie ad altre questioni che avrebbero meritato più spazio e tempo per essere approfondite. Se non altro il personaggio di Joanna ha un’utilità extradiegetica: la donna è la perfetta sintesi della serie (almeno in questa stagione), ovvero una un contenitore formidabile, distinto da una superficie esteticamente pregevole e accattivante, ma al contempo con una sostanza inconcludente, non necessaria e spesso priva di una propria coerenza.

Are you…
you distracting me right now?


Il tanto atteso confronto tra Tyrell, Mr. Robot e Elliot sarebbe dovuto essere il fulcro emotivo dell’episodio e il climax narrativo dell’intera stagione; tuttavia i fattori scatenanti di questo confronto risultano purtroppo debolissimi, così come gli obiettivi non sembrano all’altezza di un momento così importante. Non è chiaro quale sia il ruolo di Elliot in tutto il piano, non si capisce mai cosa sia questa Fase Due, sempre nominata ma trattata come una sorta di macguffin, un elemento importantissimo per i personaggi ma irrilevante per gli spettatori. Questi ultimi, però, dopo non essere riusciti a capire nulla del misterioso piano su cui ruota la stagione, legittimamente smettono di interessarsi, soprattutto se il legame più importante e risolutivo dovrebbe essere tra un personaggio protagonista (Elliot) che di questo piano non ricorda nulla e un altro – ex co-protagonista – (Tyrell) che dice di sapere tutto ma che per dieci episodi su dodici non si è mai visto.

Alla fine di questo insidioso tunnel interpretativo, tutte le domande sul plot principale rimangono senza reali risposte e l’intero discorso si sposta (scappatoia spesso utilizzata dagli autori) sulla focalizzazione interna alla testa di Elliot. Ciò che conta alla fine è la descrizione della sua patologia, in barba a tutto il filone anticapitalista su cui la serie è stata forgiata e quest’ultima stagione costruita. Purtroppo però anche il personaggio principale e la sua esistenza disfunzionale appaiono estremamente aridi, vittime di una coazione a ripetere narrativa che, oltre ad essere sempre uguale a se stessa, finisce per scadere nella banalità. Elliot sapeva oppure no del piano 5/9? E della Fase Due? Se sì, siamo davvero disposti a credere a un rinsavimento così improvviso da portare il protagonista a ricordarsi tutto? Il punto cruciale riguarda però lo sparo: davvero gli autori credono che il pubblico tema per la morte di Elliot? Chiunque ovviamente esclude questa eventualità, senza contare che, dopo il plot twist che ha chiuso il settimo episodio, anche la concretezza di Tyrell e del suo sparo appartengono alla sfera del dubbio, tanto che lo spettatore è portato a non credere più a nulla, compresa la serie stessa.

Si chiude nel peggiore dei modi quindi la seconda stagione di Mr. Robot, un’annata sbranata dalle aspettative in essa riposte, ma forse soprattutto dal voler sparare troppo in alto finendo per dimenticarsi alcuni fondamentali senza i quali la serie ha perso gran parte della sua consistenza. In conclusione possiamo dire che questa seconda stagione ha avuto dei picchi di altissimo livello, sia nei monologhi (quello di Elliot sulla religione del terzo episodio, ad esempio), che nella messa in scena (l’inizio del sesto episodio) e nell’uso delle musiche (in questo finale si è distinta “Hall of Mirrors” dei Kraftwerk), ma è stata assolutamente fallimentare nell’organicità e nella gestione della coerenza interna.

A conti fatti Mr. Robot è una serie che funziona alla grande nel micro, con frammenti audiovisivi di una potenza estetica senza pari nella televisione contemporanea, mentre risulta ben meno raffinata nel macro, obbligando lo spettatore e il critico a chiedersi cosa la serie voglia davvero raccontare oltre ad alcune stupende sequenze che da sole hanno di sicuro tantissimo da dire, ma la cui somma non pare essere altrettanto efficace. L’appuntamento è per la terza stagione, nella speranza che Sam Esmail riesca a sviluppare un racconto più coerente, meno legato all’esibizione formale e più capace di mettere in comunicazione la narrazione con l’estetica attraverso cui è veicolata.

Voto episodio: 5
Voto stagione: 6½
Mr. Robot – 3×01 eps3.0_power-saver-mode.h
Ci eravamo lasciati lo scorso anno con un bilancio decisamente negativo della creatura di Sam Esmail, che ha voluto architettare per il suo Mr. Robot un’impalcatura fin troppo difficile da sorreggere e poi da mantenere. Ed è soprattutto per questo che le aspettative su questa terza stagione sono da un lato “sedate” rispetto alla seconda annata, ma persiste dall’altro la speranza latente che, dopo la grande frammentazione dello scorso anno, si arrivi ad una narrazione più coerente e compatta.

Una delle maggiori differenze produttive tra prima e seconda stagione è stata la volontà del creatore di accentrare su di sé i poteri forti della serie, firmando quindi regia e sceneggiatura per ogni episodio; cosa che si ripropone invariata anche quest’anno e che quindi, almeno sulla carta, preannuncerebbe che lo stile narrativo e il modo di intendere proprio la serie Mr. Robot sarà molto più simile a quanto abbiamo già visto. Eppure questo primo episodio, complice sicuramente essere appunto il primo, ha una fortissima coerenza interna e, pur senza tradire stile e forma cui siamo abituati, riesce a costruire una sensazione di percorso, di storia, facendo intravedere un buon prologo per la stagione.

A whole new world will be born.

L’azione riprende ovviamente dallo sparo che aveva chiuso l’ultimo episodio e lo fa introducendo un nuovo personaggio, tale Irving, interpretato dal sempre bravo e poliedrico Bobby Cannavale, che capiamo – quasi facilmente, per giunta – far parte dell’entourage della Dark Army o comunque di WhiteRose, unico possibile interlocutore che in poche mosse poteva indirizzarlo ad Angela. E sarà proprio da lei che Elliot si sveglierà dopo una settimana di recupero nel sonno più profondo – o almeno è quello che la ragazza gli dice appena sveglio. Tra tutti i personaggi che abbiamo visto in azione nella seconda stagione, sono Angela e Darlene, quindi due personaggi femminili, ad aver avuto la migliore evoluzione o involuzione, a seconda del punto di vista. Angela nasceva come la bella ragazza bionda un po’ ingenua, ancorata ad un’idea di giustizia in un certo senso primitiva, bonaria, vecchio stampo si potrebbe dire, se rapportata a come poi questa si sia mutata in un altro concetto, assumendo non solo una forma, ma anche una sostanza diversa. Ed è di pari passo a questa “nuova” giustizia che cambia anche il personaggio di Angela, partendo dalle azioni, passando dalle idee e fino ad invadere lo sguardo stesso. Lei è la stessa che passa dal rivolgersi all’avvocatessa integerrima nella prima stagione, a lavorare direttamente nella E Corp e a far parte del grande piano di WhiteRose dopo il loro folgorante incontro – il momento che, scopriamo alla fine, ha cambiato tutto.

Your eyes… you never try to look away.

L’ingresso di Angela come parte attiva e motivatissima all’interno del piano sembra essere esattamente il luogo in cui riporre le speranze per il resto della stagione, e una volta in più vediamo come la crescita del personaggio sia anche una delle direttrici principali della storia. Grazie alla descrizione puntuale e mai banale del rapporto tra Elliot e la ragazza, fondato su una conoscenza molto profonda e che ha legami indissolubili come la condivisione dello stesso trauma (oltre che l’amore latente che li unisce), ad oggi Sam Esmail può usare ciò che ha sapientemente seminato per dare concretezza e plausibilità alla “unique” condition di Elliot/Mr. Robot, giocando ancora una volta sulla dualità ma tramite la gestione di Angela, ovvero l’unica persona a poter a sua volta capire con un solo sguardo chi ha davvero di fronte. Ma questo vale a sua volta per lei che, in base a chi ha davanti, cambia modi, espressione, quasi voce, replicando in forma non patologica la dualità del suo migliore amico; perciò conserva (e preserva) la sua versione tenera quando è in compagnia di Elliot, ma si trasforma diligentemente quando invece parla e agisce con Mr. Robot. Non a caso, il momento del dialogo con quest’ultimo e poi il monologo finale di Angela sull’autobus sono tra i momenti migliori di questo episodio.

You’re a shitty brother, you know that?

Esattamente dalla parte opposta e all’oscuro di tutto, troviamo invece Darlene. La sua storia è per molti versi antitetica a quella di Angela, come se le due si fossero quasi scambiate di ruolo, perché era la sorella di Elliot il primo motore motivazionale che abbiamo conosciuto, colei che – come per Angela – condivide con il protagonista lo stesso identico trauma della perdita del genitore. Per quanto sappiamo bene che i due hanno affrontato molto diversamente l’esperienza del lutto, rimane però il fatto che entrambi cerchino giustizia e che, al contrario di Angela, Elliot e Darlene hanno collaborato strettamente insieme per revisionare e dare nuova linfa proprio al già citato concetto stesso di giustizia. L’attacco del 5/9 è opera loro, delle loro idee e del supporto che Darlene ha dato ad Elliot/Mr. Robot, inconsapevole della profondità di questo doppio, o perlomeno senza la consapevolezza che ne ha oggi Angela; ciò che vediamo dai suoi occhi e nelle sue interazioni con lui è l’Elliot che non serve a nulla per WhiteRose, la parte sabotante di questa famosa Stage 2. Con Darlene viviamo quindi il fratello ingestibile, che, messo a conoscenza della sparatoria di cui Darlene è stata vittima e della conseguente morte di Cisco, si preoccupa quasi unicamente del suo interrogatorio con l’FBI. La ragazza ha i nervi a pezzi e, da colonna portante del piano primigenio, diventa oggi quasi un elemento di disturbo, ed è inutile dire che non si può non essere preoccupati per la sua incolumità.

In questo senso e se la gestione della narrazione continuerà così, sembra di vedere in embrione un modo concreto e forse funzionante per ritrovare organicità nel racconto, la via per garantire l’unione tra il micro e il macro, tra la dualità Elliot/Mr. Robot e il racconto di un capitalismo spinto, quel presupposto sociale che la serie aveva promesso di raccontare. Il micro sono Elliot e Darlene, il macro sono Mr. Robot e Angela. E nel bellissimo “walking monologue” c’è esattamente questa struttura, sintetizzata dalla sola “parte” di Elliot: in un montaggio di immagini televisive, o prese dalle passate stagioni, o ancora più in generale dal mondo, la fantomatica società e i suoi beceri estremismi collassano su un unico soggetto mandante, Elliot/Mr. Robot, colui che si identifica come la causa di quella moria e del buio che vede intorno a sé. La stessa persona che cercava nella solitudine del suo appartamento un modo per aiutare le persone che gli stavano intorno (come dimenticare la sua raccolta di cd) è colui che sente di essersi spinto troppo oltre e troppo in fretta; per Mr. Robot invece, troppo poco e troppo lentamente. Da qui vediamo innescarsi il gioco allucinante e affascinante di una sorta di meta-sabotaggio che finalmente, dopo una stagione di attesa, intravediamo (giusto per rimanere cauti) in una forma più compiuta, tonica, e speriamo anche solida.

La modalità di risparmio energetico è insomma quella che caratterizza il mondo del solo Elliot, quello in cui il fine ultimo è aiutare, non semplicemente vendicarsi, e chiunque sia all’interno di questo universo è ancora tenuto lontano, silenziato, esattamente come ci fa vedere all’interno del grosso circo di hacker. Poi dall’altra parte c’è il suo lavoro come Mr. Robot, che fa parte di un sistema più grande, gigantesco, mosso da uno di quei pochi sentimenti che non conosce limiti: l’odio, che si trasforma sempre in vendetta e che a sua volta vorrebbe concretizzarsi adesso in un salto all’indietro, un ritorno al passato che crei tabula rasa di tutto il Male. Il ritorno di Mr. Robot è insomma promosso a pieni voti, in forma e in sostanza, e ci fa sperare in una ritrovata concretezza nella storia e nel racconto. Il punto è sempre: quanto durerà? Nel bene e nel male però, possiamo almeno dire che “eps3.0_power-saver-mode.h” traghetta senza perplessità quantomeno al prossimo episodio.

Voto: 8
Mr. Robot – 3×02 eps3.1_undo.gz
Dopo una seconda stagione che ha disatteso le aspettative che la prima annata aveva creato, Mr.Robot è tornato a far parlare bene di sé con la premiere della terza, andata in onda la scorsa settimana. “undo.gz” ha il delicato compito di completare la definizione delle fondamenta della narrazione stagionale, processo già iniziato in “power_save_mode.h”, ponendo una lente privilegiata sul suo disfunzionale protagonista che, a differenza dello scorso anno, sembra essere di nuovo l’epicentro dello show.

Il termine undo – letteralmente “disfare” – indica la possibilità di tornare indietro ed eliminare un’azione compiuta; molto utilizzata come funzione informatica, viene trasposta dalla mente di Elliot nella sua vita, proponendosi la possibilità di tornare sui suoi passi e fermare la distruzione della Evil Corp prevista dal piano da lui stesso ideato. Il personaggio di Rami Malek è quindi anche in cerca di redenzione dalle azioni compiute da e con Mr.Robot, la personalità meno inibita e più crudele che abita la sua geniale mente.

You know when you fuck something up and you wish you had the power to hit “undo”?

È proprio sul rapporto tra i due che si è sempre appoggiato il nucleo narrativo della serie, soprattutto dalla ormai celebre scoperta della natura dell’identità di Mr.Robot, rappresentante non solo di un lato del carattere poliedrico di Elliot ma anche replica della figura paterna assente nella sua infanzia. A questo punto dello show sappiamo che la situazione è radicalmente mutata rispetto alle scorse annate: Elliot è alla ricerca del controllo, è molto più consapevole di sé e della sua schizofrenia e sa come limitare considerevolmente i danni che la sua controparte potrebbe – ancora – causare. Non per niente il desiderio di tornare indietro è una volontà profonda dell’animo di Elliot, una spinta tanto forte e trascinante da permettergli di rivedere la realtà sotto un’altra prospettiva; esempio chiaro di questo processo cognitivo sono le riconsiderazioni sulla Evil Corp, tornata ad essere “E Corp” e privata di quel filtro percettivo, proprio del protagonista, che tendeva a vedere la multinazionale come maligna.

È proprio la percezione del reale da parte di un narratore inaffidabile a rappresentare la sfida più grande per gli autori. La serie di Esmail, tuttavia, è sempre stata ottima nella costruzione visiva del flusso di coscienza di Elliot – basti ricordare episodi come “da3m0ns.mp4” o quello già citato della scorsa settimana – e in “undo.gz” non fa eccezione, mostrando la ripetitività delle sue azioni in un bellissimo cold open, la cui caratteristica più interessante è l’identificazione della folla in metropolitana – lui compreso – in emoticon, simboli che rappresentano un determinato stato d’animo. Ci sono però almeno altri due incontri/scontri importanti nell’episodio che riguardano Mr.Robot ai quali non si può non fare un accenno. Il primo è quello con Darlene, altro personaggio che ha privilegiato di un ottimo percorso di crescita nella serie: la donna sta ancora subendo le conseguenze psicologiche della morte di Cisco e rinnega ogni nuova implicazione nei piani di Elliot/Mr.Robot, anche se l’accordo con l’FBI sottolinea ancora un legame forte con il fratello e la volontà di tenerlo al sicuro, forse più da se stesso che da altri. Il secondo confronto ha luogo tra il personaggio di Christian Slater e Krista, la psicologa di Elliot. In questo caso viene alla luce in maniera ancora più limpida la condizione frustrata e costretta di Mr.Robot che accusa la donna di essere complice della sua “prigionia”. Gloria Reuben è molto brava a trasmettere, attraverso il suo personaggio, la sensazione di impotenza e paura per il lato oscuro della mente di Elliot, una personalità che ha bramato di conoscere fino a ricredersi una volta che essa si è scatenata. Mr.Robot è un leone in gabbia che scalpita per essere libero di portare a termine il suo piano; Elliot è chiamato a combatterlo e a tenerlo a freno, oltre che a provare a rimediare alle sue azioni. Sembra dunque che la terza stagione si fonderà proprio su questo scontro.

Everybody knows crazy can be sexy.

Ma questa terza annata non è stata, finora, solo concentrata su Elliot. Già la scorsa settimana abbiamo avuto un assaggio del personaggio di Bobby Cannavale – assente in questo secondo episodio – e della nuova Angela Moss, un personaggio consapevole e incredibilmente trasformato rispetto al passato; stavolta l’evento più sconvolgente riguarda Joanna Wellick, personaggio minore che esce di scena in maniera inaspettata ma non troppo sofferta. Probabilmente gli autori hanno sapientemente intuito come la sovrabbondanza di personaggi meno importanti avesse tolto spazio vitale alle vicende che contavano davvero nella scorsa annata, scegliendo così di dare una conclusione spettacolare alla storia della moglie di Tyrell, uccisa dalla follia isolata del suo amante. In un mondo dominato dalla tecnologia, nel quale ad un dato input A consegue un output B senza possibilità di errore, è proprio la variabile umana a fare la differenza, qualcosa che nemmeno la donna avrebbe mai potuto prevedere.

Don’t mistake my generosity for generosity.

Nella multipolarità del plot di Mr.Robot non può non mancare una visione dall’alto, un approfondimento sulla situazione economica e geopolitica mondiale conseguente agli eventi narrati. Dal particolare dei personaggi coinvolti al generale del mondo che cambia intorno a loro, Sam Esmail non dimentica la confusione in cui versa la E Corp e i legami con il governo cinese, che tanto sono stati importanti l’anno scorso. Il creatore della serie, che continua a curare sia la scrittura che la regia, pone l’accento sulla diffusione della moneta virtuale e sulla svalutazione del dollaro, una situazione che porta Zhang, Whiterose e la Cina stessa, unico paese a non adeguarsi alle nuove regole economiche, ad avere il coltello dalla parte del manico nel processo che dovrebbe portare all’attuazione della fantomatica fase 2.

Difficile ancora dire se la stagione in corso possa essere più coesa e meglio architettata della precedente che, a questo punto della programmazione, non aveva ancora trovato enormi difetti, ma se il buongiorno si vede dal mattino Mr.Robot è sicuramente incamminato sulla via giusta per poter essere ancora quella “novità inaspettata” che è stata in passato. Con il suo stile unico e i suoi personaggi ben caratterizzati, lo show di Sam Esmail sta dimostrando di poter dire ancora la sua nel panorama televisivo affollato in cui ci troviamo.

Voto: 8
Mr. Robot – 3×03/04 eps3.2_legacy.so & eps3.3_metadata.par2
Dopo due episodi molto focalizzati su Elliot e Mr. Robot, sulla bipolarità del protagonista e sulla ricerca di un modo per renderlo evidente allo spettatore, Sam Esmail decide di “dirottare” la trama e allargare il punto di vista, dando così sia maggiore consistenza alla storia (e, diciamolo pure, alla seconda stagione), sia inglobando sempre di più le articolate peripezie del piano di Whiterose con le azioni dei vari protagonisti.

A voler muovere una critica ad Esmail, forse un po’ stantia ma su cui bisogna comunque riflettere, c’è la questione del tempismo, ovvero la decisione da parte del creatore di posporre di molto le spiegazioni a quanto visto nella scorsa annata, nella quale si era deciso di farci vedere tutto dalla parte di Elliot/Mr. Robot senza dare possibilità concreta di decriptare fino in fondo quanto uno interagisse con l’altro, o almeno agevolare la nostra comprensione del piano che i due (?) stavano portando avanti.

3×03 – eps3.2_legacy.so

Per capire quindi dove sia stato Tyrell Wellick per la maggior parte del tempo e come fosse riuscito a sparire completamente dalla faccia della terra, dobbiamo arrivare al terzo episodio della terza stagione. Così come nella mente di Whiterose, allo stesso modo in quella di Sam Esmail c’è sicuramente un disegno ben preciso di come debba evolversi la narrazione della serie Mr. Robot; il problema sta nel fatto che lo crediamo necessariamente sulla fiducia. Dall’altra parte è innegabile avere la sensazione che questo sia una sorta di momento riparatore più che una vera e propria mossa di sceneggiatura ben pensata, una specie di “dovere morale” perché ci si è spinti troppo oltre nella confusione di mosse e personaggi e si debba necessariamente porre rimedio in qualche modo. Probabilmente è solo una visione cinica e che tiene ancora ben presenti le difficoltà di capire più di qualcosa nella seconda stagione, perché, isolando la critica e volendoci concentrare sulla puntata, è allo stesso modo innegabile che “eps3.2_legacy.so” sia un ottimo episodio. E lo è al di là della funzione meramente esplicativa, in quanto rivela che, se si vuole, Mr. Robot può fare a meno di Mr. Robot e di avere sempre al centro della scena il vero protagonista della serie, ovvero il bipolarismo del suo personaggio principale.

In un certo senso, mettendo da parte il complesso gioco mentale e psicologico di Elliot, ci viene mostrato il viaggio di un uomo in un vortice di solitudine e disperazione, un viaggio dai tratti fortemente umani. L’intera serie è un percorso verso le profondità dell’animo umano, nelle sue pieghe più profonde, e su come queste siano per forza di cose influenzate – se non addirittura comandate – dal mondo esterno, di cui si è sia parte integrante che vittima. E in fondo la bipolarità protagonista è un modo per mostrare letteralmente tali effetti. La differenza però è che il viaggio che facciamo con Elliot/Mr. Robot è stra-ordinario, cioè compiuto guardando un soggetto che non fa parte della normalità, non inteso solo come affetto da una patologia, ma più per le eccezionali capacità e la sua situazione intrinseca – la “unique” condition di Elliot, appunto. Tutti gli altri personaggi sono quindi, rispetto a lui, degli standard e le loro storie appaiono paradossalmente “normali” – per quanto sia comunque un concetto relativo, soprattutto in questo contesto. Ma a ben vedere, Tyrell è un uomo ambizioso e la sua storia ha questo sentimento come motore principale, oltre al fatto che l’uomo abbia avuto al proprio fianco una donna ancora più ambiziosa, che ha spinto e lavorato su questa sete di arrivismo, fino a rimetterci la vita. E tra le cose più interessanti rivelate nell’episodio, c’è la famosa frase che apriva la premiére della scorsa stagione: quel “Bonsoir, Elliot”, che sembrava portatore di informazioni a noi sconosciute e a cui solo Tyrell poteva avere accesso. In realtà, scopriamo come i vari personaggi fossero degli attanti tenuti a debita distanza grazie alla frammentazione delle informazioni – dove il caso più eclatante è ovviamente quello di Darlene e Cisco, vicini fisicamente ma appunto lontani in quanto pedine di un gioco molto più ampio. Altra pedina fondamentale è Irving, che è a tutti gli effetti il vero e proprio braccio armato di Whiterose, perché se quest’ultimo è il cervello nella torre d’avorio che sposta gli equilibri del mondo , l’altro ne è l’intelligente esecutore.

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Tra i tanti argomenti affrontati da Sam Esmail e che rende la sua creatura sia qualcosa di originale che di molto affascinante, c’è sicuramente la capacità di legare la realtà contemporanea e il mondo interno della narrazione, facendo apparire il mondo in cui ci muoviamo allo stesso tempo distopico e assolutamente realistico. Diversamente da come ha sempre affrontato l’argomento la serie ormai rappresentativa di questo campo per antonomasia, cioè Black Mirror di Charlie Brooker, Mr. Robot è libero da qualsiasi intento didattico o quantomeno da un certo approccio lungimirante, e non si trasforma quindi in una metafora o allegoria del mondo attuale, ma sembra quasi volerlo “usare” a favore della propria storia. In pratica c’è l’operazione contraria a quella di Brooker: non la finzione che parla della realtà, ma la realtà (così assurda e delirante, pare dire Esmail) che presta il fianco e dona tutto il suo materiale alla finzione. Trump come “prodotto” di Whiterose e del suo avere in pungo i maggiori giornalisti del mondo è in questo senso geniale; e questo interludio del terzo episodio si riflette fortemente nel successivo, che torna ad avere al centro dell’azione Elliot/Mr. Robot e soprattutto i giochi di potere che esistono tra i vari personaggi.

Nel provare a guardare dall’alto la situazione generale della storia, vediamo due fazioni. Da un lato ci sono coloro che sono consapevoli delle dinamiche, ovvero Angela, Irving e Mr. Robot; dall’altro lato Darlene, Elliot e Tyrell, benché in questo caso ciascuno di loro sia su un piano molto diverso dall’altro, e soprattutto con visuali e coinvolgimenti diversi. Significativo è infatti che l’episodio si concentri in larga parte su Darlene, che sta vivendo questa strana e dimidiata situazione tra essere informatrice dell’FBI, arrabbiata con la parte di Mr. Robot del fratello e la volontà invece di aiutare Elliot, provando a scoprire in cosa è coinvolto quando si trasforma in “Mr. Hyde”. E infatti, è nel seguire il fratello che scopre il grande tradimento di Angela e Mr. Robot: lei che si era sentita in colpa fino a quel momento di quanto fatto con e per lui, quell’omicidio che le pesa sulla coscienza assieme al crollo economico mondiale di cui si sente responsabile, termina con quella che appare come una resa. L’episodio si apre con Darlene che dal suo portafogli salva solo una polaroid e, specularmente, si chiude con l’abbandono della stessa in casa di Elliot, un gesto di estremo saluto al ricordo che li ha fatti muovere in prima istanza, ovvero l’amore per la loro famiglia.

Rispetto al precedente, questo “eps3.3_metadata.par2” è un episodio meno incisivo, se tolta la parte di Darlene. Il gioco di incastri dei documenti della E-Corp che continuano ad attraversare il paese, la freddezza di Angela che ormai controlla Price e di conseguenza l’azienda per cui lavora, sono ancora pezzi che devono prendere corpo. L’altro importante momento è il cortocircuito che si crea tra Mr. Robot ed Elliot, la cui gestione attiene soprattutto ad Angela e che giustamente manda su tutte le furie Tyrell: proprio lui che aveva aspettato tanto di trovarsi nella stessa stanza con Elliot, è ora consapevole di come lui non sia affidabile, di come non sia quel “dio” creatore e distruttore che aveva riconosciuto in lui. E da qui la geniale mossa di Irving, nel passare il testimone della gloria della missione a Tyrell, ri-alimentando quel delirio di onnipotenza di cui era Shannon ad occuparsi precedentemente.

Mr. Robot per il momento continua a non deludere, riuscendo ad essere più lineare e chiaro nella narrazione, sebbene ci sia ancora qualcosa da sistemare, come se mancasse ancora quel quid accattivante ed incisivo che avevamo visto pienamente nella prima stagione. Una cosa è certa però: ora possiamo dire di stare in fiduciosa attesa.

Voto 3×03: 8
Voto 3×04: 7½
Mr. Robot – 3×05 eps3.4_runtime-error.r00
In questi anni Sam Esmail è sempre stato audace dietro la macchina da presa, modellando la sua creatura televisiva attraverso un connubio interessante e personalissimo di regia e scrittura. Il quinto episodio della terza stagione esalta queste caratteristiche e le porta quasi all’estremo, regalando agli spettatori uno dei migliori episodi di Mr. Robot sin dal suo esordio sul piccolo schermo.

È soprattutto una questione di stile: l’estetica innovativa e le qualità artistico-tecniche di rilievo dietro ogni singolo episodio hanno contribuito al successo di critica e di pubblico che in questi anni ha consacrato Mr. Robot come una di quelle serie che segnano un’epoca televisiva, nome ricorrente in quella ideale lista di serie televisive da non poter evitare se si vuole comprendere a pieno l’evoluzione storica del medium. Il merito di questo grande successo, come già accennato, va soprattutto al suo creatore, mente brillante e innovatrice, nonché ottimo regista; la sua impronta di autore completo è sempre riconoscibile e chiaramente identificabile, soprattutto in episodi come “runtime-error”, nel quale la sua sapienza e bravura si armonizzano con il racconto e i personaggi, raggiungendo vette fuori dal comune.

This is a zero-sum game. Accept the truth.

La caratteristica più evidente – ed affascinante – dell’episodio è senza ombra di dubbio la scelta di girare un lunghissimo unico piano sequenza – ovviamente, come accade sempre anche con i lungometraggi la ripresa viene in realtà interrotta in più punti – che accompagna prima Elliot e poi Angela nel loro percorso all’interno dell’edifico dell’E Corp. Questa tecnica è molto spesso utilizzata in ambito cinematografico da registi coraggiosi come Inarritu, che ha vinto un Oscar recentemente proprio grazie allo splendido e ambizioso Birdman, Chazelle, Cuarón, e in ambito televisivo da Cary Fukanaga, come nel memorabile quarto episodio della prima stagione di True Detective. Sono solo alcuni esempi degni di nota dell’utilizzo di una tecnica tanto efficace ed affascinante quanto complessa da padroneggiare: è necessario, infatti, rendersi conto di quanto sia difficile girare un piano sequenza. È un rischio enorme sia a livello produttivo che di tempi narrativi: la durata del girato è quasi interamente aderente a quella del racconto, gli attori devono essere perfetti o quasi nei loro movimenti e il lavoro del regista deve essere capillare per armonizzare tutti gli elementi in scena. Inutile ripetere che Esmail fa un lavoro eccezionale in questo episodio, che raggiunge il culmine qualitativo nella parte centrale dell’irruzione della FSociety.

“Runtime-error” non è però solo una bellissima esaltazione delle potenzialità stilistiche della serie, ma anche un episodio chiave che rimescola le carte in tavola e porta i protagonisti sull’orlo di un precipizio dal punto di vista psicologico e relazionale. Le due svolte principali della trama, entrambe riguardanti Elliot, si pongono esattamente a metà e alla fine della puntata, come a dividere le due grandi macrosequenze in cui è divisa: dapprima il personaggio di Rami Malek che cerca di fermare la Fase 2 prima di essere allontanato dall’edificio, e in seguito Angela che ha il compito di fare esattamente l’opposto, con le conseguenze etiche e morali che ciò comporta.

I’m just on autopilot, running my routine. Did my daily program crash?

La scorsa settimana lasciavamo Elliot privo di sensi dopo aver quasi scoperto il coinvolgimento di Angela nei piani di Tyrell, di Mr. Robot e del Dark Army; questo episodio parte proprio dal blackout del protagonista, costretto a ricominciare con la propria routine e a rimettere insieme i pezzi del weekend di vuoto nel quale la controparte ha avuto il quasi totale controllo della sua persona. Il runtime error che dà nome all’episodio è un difetto nell’esecuzione di un processo esecutivo di un software, quello che per Elliot si traduce in un errore nel regolare scorrimento dei suoi ricordi, per via di Mr. Robot, e della sua quotidianità, sconvolta dal licenziamento ordinato da Angela. Mai come in questo episodio il protagonista si trova confuso, privo di controllo su quello che accade e in balia degli eventi: persino il rapporto con lo spettatore attraverso la quarta parete risulta incrinato e difettoso, come dimostra il commento inappropriato rivolto a Samar. La sua fuga attraverso i claustrofobici interni dell’edificio è adrenalinica e ben costruita – seppur risulti a tratti paradossale il fatto che non riescano a beccarlo subito – e permette una totale identificazione dello spettatore nel suo (anti)eroe preferito.

Angela… Is there something you wanna tell me?

La tecnica del passaggio del POV da Elliot ad Angela è encomabile: la telecamera viene letteralmente trasportata attraverso la manifestazione violenta e l’irruzione nel palazzo fino al piano della donna, rimasta confinata nel suo ufficio. La scena si sposta, quindi, su di lei e sulle istruzioni datele da Irving per permettere alla Fase 2 di proseguire. Angela è il personaggio che più è cambiato in questi anni, diventando sempre più importante e ritagliandosi uno spazio di rilievo anche nelle vicende che coinvolgono Dark Army e FSociety. Al termine di “runtime-error” il suo percorso si completa, diviene finalmente complice a tutti gli effetti di quello che il piano di Whiterose prevederà, probabilmente il tutto a scapito di vite innocenti. La moralità già in crisi di Angela incontra un ulteriore imprevisto nel finire dell’episodio, con il cliffhanger in chiusura che apre scenari interessantissimi per il futuro.

Sam Esmail firma quindi uno dei migliori episodi di Mr. Robot, uno di quelli che saranno ricordati a lungo non solo come segmento narrativo cruciale della storia dello show, ma anche come modello di sperimentazione e innovazione registica in televisione.

Voto: 9,5

Note:

– L’episodio in America è andato in onda senza inserimenti commerciali per favorirne la fruizione.
Mr. Robot – 3×06/07 eps3.5_kill-pr0cess.inc & eps3.6_fredrick+tanya.chk
Giunti alla seconda metà di questa terza stagione, e a seguito di quanto mostrato nel brillante quinto episodio, Sam Esmail porta avanti con convinzione la trama dell’annata e della serie stessa, offrendo una coppia di puntate che, pur con importanti differenze, si comportano in modo molto simile a livello strutturale. Ciascuna delle due, infatti, concorre ad aggiungere importanti informazioni che mancavano non solo allo spettatore ma anche ai personaggi stessi, ora più che mai simili a topi intrappolati dalle loro stesse convinzioni, giuste o sbagliate che siano.

Senza dilungarsi sulle differenze tra questa stagione e la seconda, per le quali si può fare riferimento alle precedenti recensioni nonché a gran parte della critica, è interessante invece notare quali siano i punti di forza di questa terza annata di Mr. Robot – siano essi tematici o più tecnicamente legati allo svolgersi della narrazione – e come essi si ritrovino in misura pressoché identica in questi due episodi. Si parla ovviamente del tempo come tematica (ma anche del suo utilizzo da un punto di vista tecnico) e della rappresentazione del disordine della personalità di Elliot, che solo con questa terza stagione sembra aver trovato la sua più completa (e grave) rappresentazione.

You remember the, uh, Enchantment Under the Sea dance in the first “Back to the Future” movie?

Entrambi gli episodi, come si diceva, presentano una struttura grossomodo simile: dopo un cold open temporalmente avulso dalla vicenda che si sta svolgendo con i personaggi principali, la storia in tutti e due i casi riprende esattamente da dove si era interrotta (“eps3.5_kill-pr0cess.inc” riparte col dialogo tra Elliot e Angela, “eps3.6_fredrick+tanya.chk” con Elliot davanti alle notizie degli attentati) per poi seguire, con un ritmo convulso, le vicende di tutti – o quasi – i gruppi dei personaggi fino alla conclusione, in cui si rivela un nuovo fondamentale tassello di tutta la storia raccontata fino ad ora.

Potrebbe banalmente sembrare una classica struttura di un qualunque episodio, finanche prevedibile per certi versi; ma la realtà è che quella che vediamo davanti ai nostri occhi assomiglia molto di più ad una partitura musicale, in cui le pause, le accelerazioni, i crescendo e i diminuendo hanno un ruolo ben preciso e puntuale. Partendo quindi dagli incipit di entrambi gli episodi, è curioso notare come sia il flashback di Angela che la ricomparsa di Trenton e Mobley rapiti da Leon siano caratterizzati da un forte elemento citazionista, che non a caso richiama proprio i due temi di cui si parlava prima. “Back To The Future” è forse una delle rappresentazioni cinematografiche più note per quanto riguarda il tema del tempo e la possibilità di cambiare il passato, con tutto ciò che questo comporta; il discorso del signor Alderson ha ben altre conseguenze sulla piccola Angela (l’idea di dare una spinta a Elliot in caso di necessità è proprio ciò che la donna ha fatto, spingendo però l’identità sbagliata), ma a livello tematico è interessante notare come si continui a tornare al tema del “what if”. Cosa succederebbe se si potesse cambiare il passato e annullare, proprio come con un computer, un evento e tutto ciò che ne è conseguito? Già la season premiere di quest’anno ci aveva dato qualche accenno a riguardo, e non è ancora chiaro se o quando Mr. Robot prenderà questa piega fantascientifica; ciò che conta è che Angela, la persona che più ha subito l’influenza di Whiterose, è la stessa che continua a far riferimento a questa possibilità, come dimostra il suo discorso ad Elliot e la scena davanti al televisore, in cui mostra ad una sconvolta Darlene quanto sia facile riavvolgere il presente e tornare al passato per cambiare il futuro.

Per quanto riguarda invece il settimo episodio, l’introduzione spicca per il ritorno di due vecchie conoscenze come Trenton e Mobley, ma anche per l’altra citazione che ci interessa: quella di Knight Rider, che ci regala, oltre ad un perfetto utilizzo della sua theme song durante il viaggio in macchina, anche il collegamento al secondo tema di questi episodi, ossia la doppia identità di Elliot. La sesta puntata si concludeva con diversi interrogativi da parte di quest’ultimo, ma uno sembrava emergere più degli altri: “Da quale parte della barricata sono? E se Mr. Robot ha capito di essere stato raggirato dalla Dark Army, con chi si alleerà ora? Loro o me?” È curioso quindi che il riferimento di questa puntata sia proprio a una nota alleanza tra un individuo e un’intelligenza artificiale (KITT), non certo paragonabile a quanto avviene nella mente di Elliot, ma di sicuro un duo caratterizzato da un individuo e da una controparte sui generis che, insieme, lottano contro il crimine. Un riferimento al futuro? Non è una certezza, ma, se la rabbia di Mr. Robot nello studio di Krista è un indizio, possiamo di sicuro pensare che non lo vedremo tanto presto di nuovo al soldo della Dark Army.

Three more minutes gone. [...] Instead of fighting, maybe it’s time we talk.

Le parti centrali di entrambi gli episodi sono per motivi diversi molto concitate, e la differenza principale si trova nella presenza di Elliot che, se nella sesta puntata domina gran parte del rapidissimo montaggio alternato, nella settima risulta quasi completamente assente. Il combattimento tra le due identità in “eps3.5_kill-pr0cess.inc” raggiunge il suo punto più alto, una sorta di scontro finale senza esclusione di colpi: ciascuna delle due parti lotta strenuamente per il proprio obiettivo, incapace di comprendere l’altra perché impossibilitata ad ascoltarla. È infatti l’incomunicabilità tra i due la novità più interessante di questa terza stagione, che ha di nuovo unificato il punto di vista dello spettatore e quello di Elliot, confinati entrambi nella condizione di chi capisce solo una parte di ciò che avviene; e tuttavia, da spettatori privilegiati quali siamo, viviamo un continuo cambio di punti di vista, da interno a esterno, che ci porta così a “sentire” ciò che Elliot prova durante i glitch e al contempo ad osservarlo da fuori quando si aggredisce da solo, quando si auto-sabota per impedire ad una parte o ad un’altra di avere il sopravvento.

L’escalation del contrasto tra Elliot e Mr. Robot ricalca il climax dell’intero montaggio della parte centrale, in cui assistiamo all’evoluzione sempre più tesa delle altre situazioni, che esplodono tutte insieme proprio con la grande rivelazione dell’episodio: sono stati tutti manipolati, anche coloro che pensavano di essere parte del vero piano. Dominique, Mr. Robot, Angela, Tyrell, persino lo stesso Santiago (che nell’avvisare la madre di non uscire potrebbe aver fatto un grosso errore, ma con questo sappiamo di certo che nemmeno lui fosse a conoscenza dei 71 edifici) hanno corso per tutta la puntata verso un obiettivo che si è rivelato essere tutt’altro; e a contrastare questa concitazione, di eventi e di montaggio, troviamo le scene con Whiterose, caratterizzate da un’insolita calma e tranquillità, che incute ancor più timore nel momento in cui si capisce che lei, e solo lei, è la detentrice di tutte le risposte che stanno (e stiamo) cercando.

La stessa struttura è riscontrabile anche in “eps3.6_fredrick+tanya.chk”, in cui l’indagine su un ipotetico altro attacco e la costruzione del piano per incastrare Trenton e Mobley si muovono con una rapidità molto simile alla puntata precedente, ma con una differenza notevole: se nel primo caso la scoperta del piano di Whiterose procedeva per accumulo di informazioni per poi esplodere alla fine, qui osserviamo allo stesso tempo sia chi cerca di scoprire cosa sta accadendo, sia chi sta materialmente costruendo quella parte del piano. È solo in conclusione che le due parti – le indagini di Dom e dell’FBI, il reclutamento di Trenton e Mobley – si incontrano, e, anche se si era già intuito cosa sarebbe successo, è solo quando l’FBI commenta la scena del crimine confermando la bugia costruita che capiamo che Whiterose ha vinto ancora.

“What in God’s name do you hope to gain?”
“The opportunity to teach a lesson.”


Arriviamo quindi alle grandi scoperte degli episodi, in cui vengono svelate parti molto importanti sul piano contro la E-Corp, ma con risultati leggermente diversi. Se nel sesto episodio la scoperta del diverso obiettivo dell’attentato è il punto di arrivo di una costruzione quasi perfetta, che ha il suo apice nel volto sconvolto di Elliot davanti ai televisori, la settima puntata porge il fianco a qualche problema non tanto per l’episodio in sé, bensì per il quadro generale di tutta la storia.

Il confronto tanto atteso tra Price e Whiterose si risolve in uno sfoggio di forza e di potere da parte della seconda, che – pur contribuendo a declinare ancora meglio il suo personaggio – rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio. È chiaro che non possiamo dare per scontata la verità di nessuna delle parole provenienti da Whiterose, e la sua spiegazione potrebbe essere una versione solo parziale di quanto accaduto; ma, se dobbiamo basarci su quanto stiamo vedendo, ne risulta che tutto ciò a cui abbiamo assistito, tutta la Stage 2 e ogni episodio che ha riguardato questo piano, hanno avuto come motore solo ed unicamente la vendetta di Whiterose su Price per non aver fatto immediatamente quanto gli aveva chiesto riguardo ad Angela (“I had to ask you twice”). La riflessione che ne deriva è di certo di grande impatto: chi detiene il potere ha la possibilità di esercitarlo a discapito di chiunque non ce l’abbia, indipendentemente dalla solidità delle proprie motivazioni – un’analisi che fa il paio con quella di Irving nella scena in cui mostra a Mr. Robot chi davvero ha permesso la sua rivoluzione (“Your revolution was only allowed to happen ‘cause it was bought and paid for by people like them”). Dall’altra parte, tuttavia, è inevitabile constatare che una motivazione simile, che più prosaicamente potrebbe essere definita come un pissing contest tra potenti, sarebbe a livello narrativo un po’ troppo debole per sorreggere il peso di tutte queste puntate, tutti gli eventi accaduti e i vari twist, e questo indipendentemente da dove ci porterà la storyline della centrale di Whiterose e tutto ciò che la riguarda.

“eps3.5_kill-pr0cess.inc” e “eps3.6_fredrick+tanya.chk” sono due episodi notevoli di Mr. Robot, che evidenziano le grandi abilità di Sam Esmail non solo come regista, ma anche come creatore di tensione narrativa, che va oltre le pur ovvie capacità di scrittura. Come si diceva all’inizio, la gestione della tensione appare quasi come quella di una partitura musicale, ed è sotto questi aspetti che la figura di Esmail nel suo complesso emerge quasi come quella di un direttore d’orchestra, fisicamente presente a dettare il movimento di ogni singolo strumento in contemporanea; questo, alla luce della scorsa, confusa stagione, è probabilmente il più grande successo di questa annata. Rimane il dubbio per quanto riguarda le motivazioni di Whiterose, ma è troppo presto per valutarne le conseguenze; per ora possiamo dire che con questi due episodi Esmail ha mostrato quanto ci sia ancora da dire su Mr. Robot e soprattutto in quanti nuovi modi sia possibile raccontarlo.

Voto 3×06: 8½
Voto 3×07: 8-
Mr. Robot – 3×08/09 eps3.7_dont-delete-me.ko & eps3.8_stage3.torrent
La potenza narrativa di Mr. Robot e il suo impatto sul panorama seriale contemporaneo, dato per esaurito al termine di una seconda stagione fin troppo enigmatica e confusionaria rispetto alla precedente, sono stati ribaditi con forza in questa terza annata prossima alla conclusione; questo dittico di episodi, distanti sul piano formale e narrativo ma ugualmente cruciali nello schema generale del racconto, è un’ulteriore riprova della chiarezza d’intenti di Sam Esmail e del suo estro autoriale pressoché inesauribile.

Come già pronosticato dal protagonista nel primo episodio, Elliot assiste in prima persona al disfacimento dei suoi piani rivoluzionari per mano di Whiterose subito dopo l’innesco della Fase 2. New York è diventata una città in stato d’assedio, con i soldati dell’esercito che presidiano le strade e un coprifuoco imposto ai cittadini, mai così diffidenti verso il prossimo e impauriti per la loro incolumità: la rivoluzione della Fsociety è diventata un nuovo mezzo di controllo delle masse da parte dei potenti, nuovamente intoccabili e imbattibili grazie alle manipolazioni della Dark Army. Questo è senza dubbio il culmine del discorso sviluppato in questa stagione sulle insanabili contraddizioni della lotta individuale contro i pilastri della società, ma in “eps3.7_dont-delete-me.ko” questi elementi vengono lasciati sullo sfondo per fare spazio al vero cuore tematico dell’episodio, ossia la lotta interiore di Elliot per sopravvivere al senso di colpa e ritrovare l’umanità perduta dopo anni di apatia autoindotta.

Sam Esmail abbandona la consueta dimensione corale della serie e concentra tutto l’episodio su Elliot e il suo punto di vista, regalandoci un cold open che in linea con il resto della stagione mostra brevi frammenti del passato capaci di far luce sul presente. I sensi di colpa del protagonista hanno radici profondissime e nascono all’interno di una sala cinematografica deserta: è lì che Elliot si rifugia dopo aver lasciato da solo il padre morente, e potrebbe essere questo il momento in cui Mr. Robot vede finalmente la luce. L’infanzia di Elliot si interrompe drammaticamente nel buio di un cinema, ed è a partire da questa intuizione che Esmail scatena la sua sagacia cinefila per tramutare la rinascita del suo eroe in una vera e propria catarsi filmica. Con un ennesimo colpo di genio narrativo e formale, l’intero episodio non solo è girato in formato cinematografico 16:9, ma segue uno sviluppo drammaturgico che ripercorre le orme della più classica narrazione cinematografica.

Elliot è pronto a togliersi la vita per liberarsi dal peso delle sue responsabilità e cancellare definitivamente la presenza di Mr. Robot, ma ad interrompere i suoi propositi suicidi è il fratellino di Trenton, smarrito dopo la morte della sorella e le ingiurie alla sua famiglia per le accuse di terrorismo, che lo costringe a passare la giornata con lui in una New York ferita e paralizzata. Nel dare conforto a un giovane smarrito, Elliot ritrova quella parte di sé ancora fanciulla che era rimasta abbandonata anni prima, mettendo da parte la sua consueta visione del mondo cinica e analitica per lasciare spazio all’empatia e alla compassione. Le ore trascorse con il ragazzino rappresentano per Elliot una sorta di ritorno al passato che può avere conseguenze positive sul proprio futuro, e se negli episodi precedenti i riferimenti a Back to the Future erano velati qui le citazioni si fanno evidenti quando il protagonista, anni dopo la morte del padre, si ritrova in un cinema dove viene proiettato il secondo capitolo della serie. Il fil rouge che collega tutti gli episodi di questa stagione è senza dubbio il desiderio impossibile dei protagonisti di modificare le proprie azioni passate e la consapevolezza che un singolo errore può cambiare irreversibilmente le sorti del mondo, ma in questo episodio Esmail si lascia andare ad un vero e proprio atto d’amore verso il cinema mostrando come, nonostante il disastroso clima politico e sociale dipinto nella serie, nulla possa impedire la partecipazione ad un rito collettivo come la proiezione di un film di culto per le vecchie e le nuove generazioni.

Da Robert Zemeckis si passa addirittura a John Hughes nel toccante dialogo tra Elliot e Angela con cui si conclude l’episodio. Dopo aver colpito lo spettatore per tutta la stagione con la durezza di un mondo cinico e spietato dove ogni forma di salvezza è esclusa e nulla viene mai risolto, Esmail offre al suo protagonista una parvenza di happy ending, con tanto di musica anni Ottanta in sottofondo, una rinascita catartica che gli consente di tornare ai propositi originari della sua missione e preparare il contrattacco contro la Dark Army. Su questa rinnovata consapevolezza di Elliot si sviluppa “eps3.8_stage3.torrent”, episodio che ritorna all’impostazione classica della serie e, nonostante il calo della suspense, prepara il terreno di scontro dei protagonisti in vista dello showdown finale. Se prima il tempo rappresentava uno dei punti tematici, qui invece è un elemento d’atmosfera che, fruttando l’asincronia tra Elliot e Mr. Robot, viene frammentato in montaggio per confondere lo spettatore sull’ordine degli eventi e dare corpo allo stato confusionale degli altri protagonisti – Tyrell e Angela in primis –, ormai sconfitti e incapaci di trovare il proprio ruolo all’interno dei giochi di potere.

Tyrell Wellick è forse il personaggio più incapace di scendere a patti col capovolgimento della sua condizione: da uomo ai vertici della E Corp a rivoluzionario con manie d’onnipotenza, l’uomo crede di essere tornato al punto di partenza con un nuovo ruolo dirigenziale per poi scoprire di essere solo una marionetta passata da un burattinaio all’altro, una facciata di comodo estromessa da entrambe le fazioni e rimasta sola con il suo dolore per la morte di Joanna. Il dialogo tra Tyrell, Mr. Robot e Philip Price, in cui il capo della E Corp rivela di conoscere i piani del 9 Maggio da prima che venissero messi in atto, pone un ulteriore accento sullo scarto tra le convinzioni dei protagonisti e la realtà dei fatti oltre a rafforzare il lato conspiracy della serie con una tagliente riflessione sul fallimento della rivoluzione: è la collettività, non il singolo, a determinare gli equilibri di potere. Altra marionetta senza più padroni è Angela, il cui collasso psicologico sembra aver raggiunto il punto di rottura definitivo. Abbandonata a se stessa, in un appartamento disastrato con le pareti tappezzate di foto delle vittime della Fase 2, la ragazza è bloccata nel suo desiderio utopico di cancellare le proprie azioni per ricominciare da zero e la sua fobia paranoide diventa specchio di quella dei cittadini americani, privi di fiducia verso le istituzioni che dovrebbero difenderli e convinti che ogni contatto umano costituisca una minaccia alla loro incolumità.

In un mondo popolato da folli e alienati, Elliot è paradossalmente il più sano e sul delicato equilibrio tra apparenza e intenzioni reali getta le basi il suo contrattacco alla Dark Army. La Fase 3 viene proposta a Whiterose come un’ulteriore manovra per accrescere il suo potere ma è in realtà un piano per hackerarlo dall’interno e distruggere gli E Coin, ed è in questo frangente che il conturbante burattinaio cinese ammette per la prima volta di avere davanti a sé elementi imprevedibili che sfuggono al suo controllo. Altra variabile dell’equazione è Darlene, che per aiutare Elliot cerca di colpire dall’interno l’FBI e per farlo decide di sedurre Dom. I fan della serie potevano aspettarsi un coinvolgimento sentimentale tra le due donne fin dall’inizio della stagione, ma il loro rapporto assume una nuova piega in maniera troppo rapida e improvvisa per convincere fino in fondo e pare inserito allo scopo di giustificare la rivelazione dei piani di Elliot al corrotto agente Santiago: Elliot, l’FBI e la Dark Army sono pronti a colpirsi a vicenda e con il season finale alle porte l’esito dello scontro appare sempre più imprevedibile.

Sam Esmail dimostra ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, di avere una precisa visione d’insieme sul futuro della sua serie e di possedere una poliedricità narrativa che ha pochi eguali nella serialità televisiva odierna. Con questi due episodi Mr. Robot riesce a spaziare dal racconto intimista alla conspiracy story corale senza mai essere banale nelle modalità del racconto e mantenendo vivo il fattore d’imprevedibilità che lo rende uno dei show più addictive presenti oggi sul piccolo schermo.

Voto 3×08: 8½
Voto 3×09: 8
Mr. Robot – 3×10 shutdown-r
È di certo una casualità che il season finale di Mr. Robot sia andato in onda nel giorno della release internazionale di Star Wars: The Last Jedi, eppure non si può ignorare il collegamento inconsapevole tra i due prodotti attraverso il tema portante del confronto generazionale e, più nello specifico, del rapporto padre-figlio, che mai come in questo episodio si mette al centro della narrazione e dell’evoluzione dei personaggi.

Nonostante lo show sia stato rinnovato per una quarta stagione, “shutdown-r” assume tutti i tratti di un series finale: è limpida, infatti, la decisione di voler portare a compimento un percorso narrativo cominciato tre anni or sono. Oggi quella prima stagione sembra lontanissima, sia per una questione meramente temporale che per la trasformazione della creatura di Sam Esmail in una delle serie più importanti e significative del panorama contemporaneo. Non è difficile, difatti, individuare – ma di certo non lo si farà in questa sede – i motivi per cui Mr. Robot si è imposto nell’affollatissimo parco di prodotti seriali di rilievo, nonostante lo scivolone della sua seconda stagione; è meno banale, piuttosto, capire come questa terza stagione sia riuscita a centrare l’obiettivo di essere sì meno difficile da seguire della precedente, ma allo stesso tempo non meno innovativa o originale, conservando la sua forte identità, da sempre tipica della serie.

I did it because it’s what you would have done.

Come è stato accennato in apertura di articolo, la relazione che intercorre tra Elliot e suo padre è il centro intorno al quale gravita l’evoluzione del personaggio, che in questo finale pare giungere ad un punto d’arrivo concreto e definitivo. I semi di questo percorso sono stati disseminati per tutta la stagione – nonostante la distanza apparentemente incolmabile che permaneva tra le due personalità del protagonista – e assumono un senso tutto nuovo alla luce degli eventi del finale. Elliot è spinto a ritrovare il dialogo con Mr. Robot dall’incedere degli eventi e dalla situazione di pericolo in cui si trova Darlene, il cui piano per sfruttare l’ingenuità di Dom – o la presunta tale – si rivela un’arma a doppio taglio. Dalla ricomposizione di questo legame si origina il chiarimento e la riappacificazione che tutti si aspettavano, anche attraverso scene di fortissimo impatto emotivo, come il confronto sulla ruota panoramica e quello in metropolitana – che richiama apertamente la prima stagione e uno dei primissimi incontri tra i due.

Questo riavvicinamento è rafforzato dai due colpi di scena principali di “shutdown-r”. Non è tanto sconvolgente scoprire come si ripresenti la totale inaffidabilità di Elliot quando ricordava di essere stato spinto giù dalla finestra, eliminando qualunque possibilità di volontarietà del gesto, quanto era molto meno prevedibile il fatto che fosse stato lo stesso Mr.Robot ad aver aperto alla possibilità di riparare agli eventi del 9 maggio. Eppure è la natura stessa del loro rapporto a giustificare il fatto che entrambe le personalità fanno parte di una sola persona e che, quindi, non siano così diverse o distanti come hanno sempre voluto far credere. Non esiste, infatti, l’uno senza l’altro; una è la parte istintiva e l’altra quella ragionevole, una è quella (quasi) senza scrupoli mentre l’altra ha dei limiti etici invalicabili. Elliot Alderson non è altro che la summa delle due personalità, ognuna con dei pregi e dei difetti conosciuti ma, solo adesso, accettati da entrambe.

I daddy issues che affliggono il protagonista non sono, però, solo una sua prerogativa: anche Angela, personaggio che ha ricevuto un’ottima scrittura durante tutta la stagione, si trova a fare i conti con una scomoda verità. Anche in questo caso gli autori avevano lasciato delle briciole di pane nelle puntate precedenti per portarci a conoscere il rapporto che lega la donna a Price, una relazione che giustifica pressoché tutti i trattamenti “di favore” ricevuti dal personaggio nel suo rapido avanzamento di carriera all’interno della E Corp. La scoperta è devastante per Angela, già compromessa e distrutta dai sensi di colpa per l’attentato multiplo di cui è stata complice, e rimette in discussione tutto quello per cui si è battuta finora, ovvero ottenere giustizia per sua madre.

These next ones… these are for me.

Non si parla solo di rapporti genitoriali in crisi in “shutdown-r” ma anche, e soprattutto, di come sia tanto difficile fare i conti con il proprio passato. Su questo tema si confrontano quasi tutti i personaggi della serie: Elliot e Darlene vorrebbero annullare il 9 maggio, Price rimpiange il trattamento occorso ad Angela e alla madre, Irving ricorda a Grant dei suoi trascorsi con Whiterose. C’è un rapporto strettissimo tra la psicologia dei personaggi e il tempo, inteso come la progressione inarrestabile di eventi, con quest’ultimo che si può considerare come uno dei temi portanti della stagione. È possibile far tornare indietro il tempo ed evitare la morte di qualcuno pur non essendo Superman? Sam Esmail ci dice di no, che non è possibile ristabilire del tutto lo status quo ante, ma che, per cambiare le cose, bisogna innanzitutto giungere all’accettazione totale di quello che è stato, sopprimendo i rimpianti. Solo con la consapevolezza del passato si può correggere il presente, consci che le cose non saranno mai esattamente quelle che erano prima.

La riflessione dell’autore sul rapporto con la temporalità è profonda e mai banale, nemmeno quando il riferimento a Back To The Future sembra troppo facile e urlato. Mr. Robot si interroga senza pretese su quanto sia difficile accettare e accettarsi in relazione a chi siamo stati e a cosa è successo nella nostra vita e, sempre in questi termini, a come sia difficile trovare un modo per andare avanti senza abbattersi.

I’m here to remember for you

Famiglia e passato si incontrano sul tema delicato dei ricordi: come Darlene si offre di aiutare il fratello a non dimenticare, tutti abbiamo bisogno di qualcuno al nostro fianco che custodisca una parte delle memorie e dei momenti importanti della nostra vita. Attraverso questo ragionamento appare chiaro quale sia il vero significato di questo finale e il messaggio che l’autore vuole trasmettere: la necessità assoluta delle relazioni umane, unica cosa che non può essere sostituita da una riga di codice. È uno dei temi cardine della fantascienza classica: la tecnologia non può – ancora – surrogare l’essere umano nei suoi rapporti di amore/odio. I ricordi, in tal senso, sebbene molto meglio conservati da una macchina piuttosto che da un cervello umano, per le persone sono il ponte tra passato e presente, fondamentali soprattutto perché dalla loro interpretazione si originano le nostre relazioni quotidiane; essi plasmano la nostra personalità – Mr. Robot che ha il volto del padre di Elliot non è altro che la proiezione dei suoi ricordi in relazione all’interpretazione errata dell’evento della finestra – e plasmano il nostro modo di porci di fronte alle scelte che facciamo quotidianamente.

La terza stagione di Mr. Robot si conclude, dunque, con un episodio molto intimista, che non ci parla di geopolitica o massimi sistemi bensì della necessità di instaurare legami e di riconciliarci con i nostri demoni personali. Attraverso un’intelligente analisi del concetto di tempo – si ricordi anche l’eccellente “eps3.4_runtime-error.r00” che faceva dell’aderenza tra durata del girato e tempo narrativo il suo punto di forza – questa terza annata riporta in primissimo piano lo show di Esmail dopo la tanto discussa seconda stagione. Non è un finale perfetto, il ritmo cala vistosamente in alcune sequenze, la scena finale che dovrebbe collegare con la già annunciata quarta stagione sembra poco significativa, alcuni personaggi non ricevono un adeguato trattamento; eppure si ha un senso di compiutezza che lascia soddisfatti. Non sono chiari i piani per il prossimo ciclo di episodi ma, come si era già detto, Mr. Robot avrebbe potuto benissimo concludersi con questo “shutdown-r”. E sarebbe stato un ottimo finale.

Voto Episodio: 8½
Voto Stagione: 8
Mr. Robot – Stagione 4
Cosa pensare di Mr. Robot dopo quattro stagioni, un percorso complesso e non sempre apprezzato alle spalle? Impossibile dirlo in due parole, perché la serie di USA Network ha avuto un’evoluzione non semplice da analizzare e ha affrontato una vasta gamma di questioni, spesso in maniera inaspettata e imprevedibile, rischiando costantemente di perdere il proprio pubblico.

A conti fatti, quindi, conclusa definitivamente la serie, se c’è una cosa che possiamo sostenere senza dubbio alcuno è che di certo a Sam Esmail non è mancato il coraggio.
Nelle quattro stagioni andate in onda, infatti, Mr. Robot è stata una serie capace di rischiare sia sul piano formale che su quello narrativo, spingendo la serialità televisiva verso i suoi limiti, non esitando mai a sperimentare. Se la prima stagione è stata quella della novità, del racconto della rivoluzione dal basso, quella degli hacker e dell’attacco anticapitalista contro i poteri forti, nelle tre annate successive Esmail ha potuto ampliare notevolmente il discorso, facendo della serie un universo narrativo molto più complesso.
Il Golden Globe come miglior serie drammatica vinto dalla prima stagione ha infatti conferito all’autore un credito che ovviamente non aveva inizialmente, tale da permettergli di imprimere una svolta profondamente autoriale a allo show, osando molto di più sulla messa in scena fino a realizzare episodi formalmente estremi e che saranno ricordati per sempre sui manuali di televisione.

Dalla seconda stagione, infatti, Mr. Robot ha esasperato sempre di più le proprie caratteristiche distintive, mettendo leggermente da parte il suo lato politico per esplorare una serie di temi molto più ampia, andando dal rapporto padre figlia/o all’instabilità psicofisica, dai traumi infantili a quelli che si subiscono durante la detenzione, dall’impatto della cultura misogina contemporanea sulle donne (si vedano i personaggi di Darlene e Dom) alla rappresentazione di un personaggio transgender che è al contempo villain e martire, frutto del capitalismo sfrenato e vittima di quest’ultimo.
Se la televisione è anche qualcosa che deve tenerti incollato allo schermo episodio dopo episodio, che deve farti tornare ad accendere il televisore ogni settimana, allora i twist narrativi risultano molto spesso un espediente fondamentale, quella cosa che dà brio al racconto a rinvigorisce una struttura fatta di pause e accelerazioni, di variazioni sul tema, approfondimenti e avanzamenti narrativi inaspettati. Mr. Robot è stata una serie capace di offrire svolte narrative imprevedibili sin dall’inizio, amplificandone sempre di più il ruolo: si scopre che Elliot e Mr. Robot sono la stessa persona, che gran parte di una stagione era solo la proiezione del protagonista immobilizzato in carcere, che non esistono solo due personalità del protagonista, che Angela è la figlia di Price, che Elliot è stato più volte abusato dal padre e così via. Quando parleremo nei prossimi anni di Mr. Robot non potremo fare a meno di raccontare la capacità di Sam Esmail di tenere insieme un racconto organico, complesso e coerente pur mantenendo un numero e un’imprevedibilità di twist narrativi decisamente fuori dalla media.

Se sul piano narrativo Esmail è andato sempre ad altissima velocità, su quello formale non è stato certo da meno, dando vita a cose così bizzarre da stagliarsi in maniera indelebile nella nostra memoria, come l’episodio quasi interamente girato e narrato come se fosse una sit-com degli anni Ottanta. In generale, ciascuna stagione ha avuto i suoi picchi di sperimentazione, dimostrazioni plastiche di un regista che non solo sa come usare la macchina da presa, ma che ha anche un controllo incredibile del racconto e riesce a fare cose estremamente ambiziose senza perdere il timone della narrazione.

Quest’anno, ad esempio, abbiamo assistito a uno dei momenti più radicali della storia della televisione, perché a partire da un pretesto narrativo decisamente credibile (l’impossibilità di parlarsi visto il rischio intercettazioni) Esmail ha costruito un episodio interamente muto, girato senza alcun dialogo eccetto una linea che apre e chiude la puntata e che anticipa in maniera ironica l’assenza di conversazioni. Si tratta di uno dei vertici della quarta stagione di Mr. Robot, non solo per la difficoltà dell’ideazione e della realizzazione, ma anche perché in questo modo e senza causare traumi all’organicità del racconto l’autore allarga le potenzialità dell’audiovisivo e dimostra come si possa raccontare una storia in maniera efficace senza per forza spiegare tutto con le parole.

Al termine di una stagione di eccezionale qualità è possibile fare il punto sulla serie, su ciò che davvero voleva dire e sulle capacità del suo autore di intavolare una riflessione non solo politica ma anche teorica, sia per quanto riguarda alcune questioni affrontate nel corso delle stagioni, sia per quanto riguarda la natura stessa della serialità televisiva.
Nonostante inizialmente la serie potesse sembrare un racconto contro il potere, una storia interessata soprattutto a descrivere l’oppressione e la costrizione causate da un certo sistema economico-tecnologico, Mr. Robot con il passare degli anni si è rivelata qualcosa di diverso, affondando sempre di più le radici nella testa del protagonista e facendo in questo modo del lato insurrezionale solo una parte di una riflessione più ampia. La serie, a posteriori, si rivela essere una profondissima analisi di una persona piena di contraddizioni e traumi, un’indagine accurata sulla salute mentale, sui disturbi di personalità, sulle loro cause e sulle modalità migliori per affrontarli.
Il punto di svolta principale da questo punto di vista arriva in un episodio anch’esso particolarmente sperimentale, tutto ambientato in una camera e diviso in vari atti, che nell’ambito di una seduta di terapia fa emergere il principale trauma del protagonista, ovvero gli abusi subiti dal padre che hanno segnato in maniera indelebile il suo equilibrio psicofisico, causa principale della generazione dei suoi alter ego e dei mondi nei quali questi si muovono.

Uno dei lasciti principali di Mr. Robot è legato al concetto di autorialità in televisione, perché in un mondo in cui ormai da diversi anni si tende a sottolineare in modo miope le evoluzioni della serialità televisiva associandole a un avvicinamento al cinema, esaltando la messa in scena di tipo cinematic e soprattutto le narrazioni che tendono a stirare i racconti orizzontali per dar vita a film lunghissimi diretti da autori cinematografici, la serie di Sam Esmail prende una direzione completamente diversa e sicuramente più interessante.
Se c’è una cosa che Mr. Robot non è, è un 10-hour movie, perché non cerca in alcun modo di assomigliare al cinema, pur essendo tra le serie più ambiziose sia dal punto di vista narrativo e formale. Esmail sceglie invece di esaltare i singoli aspetti della serialità televisiva, dando autonomia a tanti episodi e facendo di questi ultimi lo spazio in cui sperimentare, pur rimanendo all’interno di un racconto organico nel quale i momenti di innovazione formale sono spesso essenziali agli obiettivi generali della stagione.
Tutto questo si è tradotto nella quarta e ultima stagione della serie in un vertice creativo abbastanza unico, persino per le abitudini già eccezionali di Mr. Robot: perché la conclusione della stagione riesce a dare senso all’intero percorso dello show; perché l’ultimo e destabilizzante twist finale ricorda come la generazione di mondi narrativi a incastro abitati dalle personalità di Elliot sia stato un espediente perfetto per esplorare le qualità principali della serialità televisiva e in particolare la capacità di moltiplicare e intrecciare storie differenti che ha una testualità così estesa e persistente nel tempo e nello spazio.

Di questo non possiamo che essere grati a Sam Esmail, un autore che si è preso tantissimi rischi anche a costo di perdere milioni di spettatori per strada e di non incontrare (almeno temporaneamente) il favore della critica, ma che così facendo è riuscito a muoversi all’interno delle regole del racconto seriale spostando l’asticella dell’innovazione sempre più in alto, congedandosi con una stagione conclusiva che dà senso a tutto il resto e che invita a riguardare la serie dall’inizio. C’è davvero un modo per concludere una serie migliore di quello di lasciare gli spettatori con la voglia di ricominciare da capo?
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