Narcos – Stagione 2
Uno dei punti di forza che determinano il successo delle serie Netflix è la capacità della piattaforma streaming di trasformare i suoi prodotti in veri e propri fenomeni di culto attraverso una massiccia, quanto studiata, campagna pubblicitaria. Anche per questo Narcos 2 arriva con un carico di aspettative molto elevato.

La prima stagione del biopic che racconta la storia della lotta al più grande narcotrafficante di tutti i tempi ha raccolto consensi sia di pubblico che di critica, forte di una ricostruzione estremamente accurata del clima politico e sociale della Colombia del tempo e dell’ottima scrittura del personaggio di Pablo Escobar. Tutto questo rimane immutato nella seconda stagione, che riprende esattamente la trama da dove si era interrotta senza apportare modifiche significative allo stile della narrazione. Se per certi versi questa scelta è positiva – in termini di coinvolgimento i pregi di un racconto di questo tipo sono innegabili –, allo stesso tempo non permette agli autori grandi margini di manovra per colmare quelle lacune che hanno impedito allo show di innalzarsi al di sopra degli standard qualitativi, già comunque alti, che caratterizzano le serie Netflix.

La struttura documentaristica di Narcos tende, infatti, a sopprimere la forza narrativa che la serie potrebbe avere, muovendo l’intreccio su binari prestabiliti, problema accentuato dalla necessaria aderenza della storia alla Storia, e lasciando molti dei personaggi più “lontani” da Pablo privi di un’adeguata caratterizzazione. Esempio lampante di queste carenze sono Steve Murphy e Javier Peña. I due agenti della DEA, sempre al centro della caccia a Escobar, non hanno goduto della necessaria attenzione in questa seconda annata, risultando sempre troppo marginali e poco approfonditi al confronto non solo del vero protagonista della serie, ma anche di altri personaggi minori.

Il tema principale su cui ha voluto insistere la serie, e che riguarda da vicino anche i due poliziotti, è l’impossibilità di determinare una linea di demarcazione netta tra Bene e Male, mettendo a confronto le azioni crudeli e sanguinose di Pablo e dei suoi banditos con le risposte, spesso ugualmente brutali, perpetrate dalla polizia colombiana e dal colonnello Carrillo. Mentre l’agente Murphy reagisce a questa brutalizzazione abbracciandola pienamente fin da subito, il percorso affrontato da Peña è più articolato e interessante. Se il personaggio interpretato da Pedro Pascal in un primo momento prende le distanze dai metodi di Carrillo, dopo poco si troverà a stringere un accordo con i nemici di Pablo, rinunciando all’onestà che gli impone il distintivo in favore di un vantaggio militare sul narcoterrorista. Come si è detto, tuttavia, ciò non basta per caratterizzare al meglio i due agenti, che si trovano sì ben calati all’interno delle grandi tematiche della stagione, ma che risultano poco interessanti non appena vengono estrapolati dal contesto e analizzati singolarmente.

Entrambi i personaggi vengono spinti alla caduta morale definitiva dall’ossessione per Escobar: il sangue che scorre copioso per le strade della Colombia porta (quasi) sempre la firma del narcotrafficante, la cui figura apparentemente inattaccabile diventa frustrante per gli uomini che tentano di catturarlo. Il compromesso morale diventa l’unica via d’uscita per fermare la guerra che si è scatenata nel paese, una scelta che invade le vite di tutti i personaggi di Narcos, compreso il presidente Gaviria.
Risulta, quindi, azzeccata la scelta degli autori di mostrare sempre più spesso le reazioni del popolo colombiano agli eventi terribili che accadono a Medellin e Bogotà, evitando il pericolo di focalizzarsi solo sulle azioni di Pablo e sulle reazioni delle forze dell’ordine. In tal senso funziona anche il ruolo che i mezzi di informazione come i giornali e le televisioni svolgono nel contatto tra il fuggitivo Escobar e l’opinione pubblica colombiana, scatenando una vera e propria guerra mediatica tra il criminale e la presidenza del paese, accusata tra le altre cose di collusione con il governo americano.

La sensazione che si ha guardando la seconda stagione di Narcos, tuttavia, è che contenga numerosi passaggi non necessari, o per meglio dire che sarebbero potuti essere interessanti se sviluppati a dovere ma che così disposti non fanno altro che allungare il brodo prima della morte di Pablo senza aggiungere nulla di nuovo. Ci si riferisce soprattutto allo sviluppo della trama dei Los Pepes e alle intrusioni degli Stati Uniti nella politica interna colombiana: sono certamente una parte essenziale della storia e non sarebbe stato giusto estrometterla del tutto, ma davvero serviva tutto questo minutaggio dedicato per portare lo spettatore a comprendere appieno il finale? Ovviamente no, a meno che – e questa è ben più di un’ipotesi – non sia stato un piano orchestrato dagli autori per favorire il passaggio verso le già confermate prossime due stagioni dello show, che, orfane di Pablo, potrebbero essere incentrate su molti dei personaggi che abbiamo già incontrato (Judy Moncada, il cartello di Cali, Busby).

Prima di poter fare previsioni, però, bisogna prendere atto della conclusione di quello che, ormai possiamo chiamare così, è stato il primo ciclo della serie Netflix: l’ascesa e la caduta di Pablo Emilio Escobar Gaviria. Wagner Moura è sublime anche in questa seconda annata a dare corpo e voce ad una delle figure umane più complesse e rappresentate del ventesimo secolo, riuscendo a costruire l’immagine di un Escobar devastato sia moralmente che fisicamente, ormai nella sua fase discendente. Dopo gli ultimi sussulti di crudeltà – la bomba a Bogotà, la vendetta contro Gilberto – a Pablo non resta che attaccarsi a quel poco che gli rimane, la famiglia: oltre alla madre, la moglie e i figli che conservano imperterriti un’immagine sempre positiva dell’uomo, viene presentato il punto di vista ben più interessante, perché diametralmente opposto, del padre. Quest’ultimo, infatti, non condivide l’ammirazione dei familiari, anzi, prova vergogna per la carriera sanguinosa del figlio, vedendo in lui solo un assassino. L’incontro/scontro tra i due è fondamentale nella storia di Pablo, che, consapevole di essere a pochi passi dalla morte, cerca nella figura paterna la redenzione morale di cui ha bisogno, fallendo miseramente. È in questo quadro che assume ancora più importanza l’ultimo dialogo con il deceduto Gustavo, intriso di speranza e di sogni di gloria mai realizzati.

In definitiva, se per molti aspetti questa stagione ha rappresentato un passo qualitativo in avanti rispetto alla prima annata dello show, per altri ha mantenuto gli stessi difetti, in qualche modo congeniti alla struttura rigida dello stile con cui vengono narrati gli eventi. La scelta di rinnovarla da parte di Netflix a questo punto può rivelarsi una lama a doppio taglio: se da un lato può dare nuova linfa a uno show che dopo la morte di Pablo sembra aver fatto il suo tempo, dall’altro può essere la prova definitiva che il personaggio di Wagner Moura era fondamentale e che senza di lui la serie non riuscirà a reggersi sulle proprie gambe.

Voto stagione: 7
Narcos – Stagione 3
I grandi dubbi sull’effettiva riuscita di una terza stagione di Narcos risiedevano nell’assenza del personaggio sul quale era basata la trama delle prime due stagioni, quel Pablo Escobar la cui figura è ancora oggi tra le più controverse e affascinanti del secolo scorso. Nonostante tutto chi aveva preventivamente bocciato uno show privo del suo carismatico protagonista deve ora ricredersi, poiché la terza annata della serie Netflix, pur mantenendo una serie di innegabili difetti, è la migliore sinora.

Questa stagione ha quindi portato su di sé il peso delle due passate e l’onere di ricostituire il rapporto con gli spettatori dopo l’uscita di scena non solo di Wagner Moura, ma anche di Boyd Holbrook, che nonostante una scrittura non brillante del suo personaggio rappresentava il contraltare perfetto di Pablo Escobar e, storicamente, una delle figure più importanti nella guerra al narcotraffico. La situazione di Narcos, per fare un esempio più o meno recente, è paragonabile a quella di show come Homeland, che ha proseguito il suo cammino nella quarta stagione orfano di Brody, personaggio fondamentale per la sua trama orizzontale e per la sua mitologia interna. Così come quest’ultima ha abilmente saputo reinventarsi e rilanciarsi, anche il prodotto di Netflix, seppur inizialmente a fatica, riesce nel difficile compito di lasciarsi alle spalle l’ingombrante quanto attraente figura di Pablo, generando nuovi villain che devono necessariamente essere diversi da essa ma allo stesso tempo ugualmente credibili e interessanti. Nel microcosmo della serie – che pur si ispira ad un’ambientazione storica, quindi reale – Escobar è già una leggenda e i personaggi che ereditano il suo ruolo guardano al narcoterrorista come ad una figura quasi mitologica, capace di lasciare un segno sulla storia della Colombia e del mondo contemporaneo; il modello di Pablo e la sua ideale successione ricorda, per fare un altro paragone attuale, quello che J.J. Abrams ha costruito in Star Wars tra il nuovo villain, Kylo Ren, e il modello mitico a cui si ispira, quel Darth Vader temuto in tutta la galassia. Il Cartello di Cali tuttavia, pur sgomitando per un posto di rilievo nella Storia ed implicitamente ispirandosi ad Escobar, impara dagli errori del predecessore preferendo un approccio meno popolare e più elitario, attraverso il quale raggiungere un compromesso con il governo ed evitare la caduta del proprio impero, garantendosi così un posto sicuro nel mondo.

Se questo “cambio della guardia” in sede di personaggi – che avvicina molto la serie ad essere definita antologica – mette in risalto tutte le differenze tra le diverse annate dello show, quello che rimane invariato è lo stile della narrazione e le tecniche utilizzate per raccontare la storia colombiana. Il voice-over, stavolta con la voce di Javier Pena, è sempre presente ed è utile per raccontare tutti i retroscena e le premesse sul funzionamento del traffico di cocaina e dello stile del cartello. Negli anni passati si aveva la sensazione che si abusasse di questo sistema, a volte non necessario ed eccessivamente prolisso nell’esporre attraverso le parole quello che poteva essere narrato sotto forma di immagini; in questa stagione, invece, il voice-over è molto meno utilizzato e la sua funzione esplicativa pesa meno sull’economia generale degli episodi, rendendo la trama più fluida e più semplice da seguire. A questo concorre anche l’altissima qualità tecnica a cui Netflix ci ha abituato, grazie alla quale regia, fotografia e scenografia viaggiano su binari paralleli e contribuiscono a creare perfettamente l’ambiente ostico in cui si svolge la storia. Cali è molto diversa da Medellin, e questo concorre a separare ulteriormente l’epoca di Pablo da quella dei gentlemen.

Il collegamento più importante tra seconda e terza stagione è, però, la permanenza del personaggio di Javier Pena, agente della DEA che passa dal ruolo di spalla a quello di protagonista, ereditando la buona caratterizzazione che lo ha accompagnato nelle scorse annate. Un protagonista già conosciuto e con un background narrativo noto agli spettatori è sicuramente un punto fermo importante per una serie in fase di rinnovamento, ma anche un rischio non indifferente, poiché la costruzione del suo percorso non può prescindere da quanto raccontato in precedenza. Pena si trova, all’inizio della stagione, avviato verso la strada della redenzione, consapevole che nella lotta ad Escobar non si è sempre trovato dalla parte della ragione – l’agente era il collegamento tra i Los Pepes, nemici di Pablo autori di terribili stragi, e la DEA. Il personaggio, da sempre caratterizzato da una moralità più dubbia ed incline ad infrangere le regole, è ora il più fervido sostenitore della giustizia e della necessità di combattere il crimine e la corruzione senza scendere a compromessi. La guerra al narcotraffico e il confronto con l’ascesa e la caduta di Escobar trasformano l’agente Pena nell’eroe inteso nel senso più puro, colui che farà sempre la cosa giusta no matter what, anche se questo gli dovesse costare il proprio lavoro. Se la scelta è comunque in linea con il percorso del personaggio di Pedro Pascal, non può che togliere un po’ di fascino alla sua figura, che deve essere per forza compensata dall’introduzione di due nuovi giovani agenti, Feistl e Van Ness, eredi inconsapevoli della carica ideale e dello spirito d’iniziativa che caratterizzava il duo di protagonisti delle prime stagioni.

Dall’altro lato della barricata merita un discorso più ampio tutto il meccanismo che rappresenta la complessa organizzazione del Cartello di Cali. Se già dal pilot si capisce che il suo funzionamento e il suo modus operandi son ben diversi dal sistema utilizzato da Escobar, nel corso degli episodi Narcos si può concentrare maggiormente sui personaggi che lo compongono, focalizzandosi più su alcuni che su altri ma riuscendo in generale nell’ardua impresa di far dimenticare la magnetica attrazione verso il narcotrafficante interpretato da Wagner Moura. Proprio l’umana debolezza e l’impossibilità di essere come Pablo costituiscono le caratteristiche più affascinanti dei Gentiluomini di Cali, convinti ingenuamente di poter eludere la concatenazione di eventi che portò il loro predecessore alla rovina. Il primo a cadere, Gilberto, è il personaggio che trova meno spazio nella stagione, più utile per portare alla ribalta il ben più interessante fratello, Miguel, costretto quasi subito a sobbarcarsi il futuro del cartello, in un ruolo che chiaramente non gli appartiene. Il conflitto tra le visioni opposte dei fratelli Rodriguez-Orejuela è il motore che scatena gli eventi più importanti che li riguardano, trasformando quella che doveva essere una resa pacifica con il governo colombiano in una guerra tra cartelli e una fuga continua dalla determinazione della DEA nel volerli internare. Miguel non ha la forza né l’astuzia necessaria per tenere insieme i pezzi dell’organizzazione, che cede lentamente sotto i suoi piedi, sia per le conseguenze di azioni efferate – l’uccisione di Salazar da parte di Pacho che dà il via alla guerra con il cartello del Norte del Valle – sia per tradimenti interni – la collaborazione tra Jorge e la DEA.
Per quanto riguarda gli altri due soci del Cartello, invece, pur riuscendo nel loro ruolo di spalle ai principali villain della stagione, risultano meno sviluppati di quanto ci si potesse aspettare: Pacho, forse quello con più potenzialità, viene schiacciato da un utilizzo risicato che si risolve in una vendetta personale; Chepe trova ancora meno spazio e il suo ruolo al vertice non viene del tutto giustificato dalla trama, che oltre a tenerlo lontano dalle vicende principali non pone nessuna lente di ingrandimento sulla sua persona, lasciando una sensazione incolore sul personaggio. Nemmeno David, figlio di Miguel, riesce ad emergere tra i comprimari, rimanendo statico e bloccato nella sua funzione di essere il più odioso e crudele possibile, senza nessuna intenzione di approfondimento.

Discorso a parte va fatto per Jorge Salcedo, vero e proprio co-protagonista della stagione e simbolo dell’uomo prigioniero del suo ruolo. Il personaggio, difatti, lotta con tutte le forze per ottenere un’uscita “morbida” dal Cartello, nel quale occupa un importante incarico come capo della sicurezza; l’intrinseca bontà dell’uomo si scontra con i metodi violenti e crudeli con cui i padrini di Cali regolano le loro controversie, una situazione che, se non risolta, rischia di mettere in pericolo non solo la sua vita ma anche quella della sua famiglia, con cui Jorge ha un legame molto forte. È per amore di essa che si offre alla collaborazione con la DEA, nonostante questo comporti mettersi contro Miguel e possa portare, anche in caso di vittoria finale, ad una vita difficile in cui sarebbe impossibile sentirsi davvero al sicuro. Gli autori scelgono di muoversi cautamente su colui che è stato forse il più determinante nella lotta al Cartello di Cali, scegliendo di dargli una bussola morale molto chiara, schierata principalmente dalla parte del bene: è un personaggio che difficilmente riesce a fare del male direttamente a qualcun altro, e non per niente la morte di Enrique – che avviene indirettamente a causa sua – è devastante dal punto di vista emozionale e lo spinge al passo definitivo contro i narcos, quando ormai non vi è più possibilità di tornare indietro. Probabilmente sarebbe stata più credibile una figura meno netta e definita dal punto di vista etico, ma anche così il personaggio è uno dei più riusciti della stagione e il più interessante a livello umano.

Se i personaggi convincono, lo stesso si può dire per la struttura generale della stagione, caratterizzata da un ritmo incalzante e un escalation di azione e violenza – soprattutto dal quarto episodio in poi – davvero convincente. È la cattura di Gilberto Rodriguez in “Checkmate” a dare il via alla caduta dei gentlemen di Cali, dopo la quale si segnalano l’adrenalinica e ottimamente diretta retata a casa di Miguel (“Sin Salida”) e il salvataggio al cardiopalma di Jorge (“Todos Los Hombres Del Presidente”) che segna la fine definitiva dei giochi. Persino l’ultimo episodio – seppur meno convincente dei precedenti – riesce a chiudere coerentemente quanto fatto quest’anno e ad aprire la strada – sebbene in modo tutt’altro che delicato – alla già annunciata quarta stagione che sarà ambientata in Messico. Una delle cause del successo qualitativo di questa particolare annata può essere individuata nella sua maggiore indipendenza dalla Storia, raccontando un periodo e dei personaggi molto meno iconici e non già incastonati nell’immaginario collettivo: a differenza di quanto mostrato con Escobar, infatti, la vicenda del narcotraffico in Sudamerica assume qui maggior rilevanza e un migliore spazio per esprimersi proprio perché meno conosciuta e più imprevedibile.

La terza annata di Narcos fuga ogni possibile dubbio che, giustamente, era sorto sulla riuscita dello show privato del suo carismatico protagonista, risultando una stagione solida e avvincente, non perfetta ma assolutamente godibile, soprattutto per le caratteristiche uniche che la allontanano dal modello delle due precedenti.

Voto stagione: 8
ARCHIVIO RECENSIONI