Peaky Blinders – Stagione 4
Il cammino percorso dalla serie di Steven Knight è divenuto anno dopo anno sempre più ambizioso e complesso, conducendoci a una quarta stagione che, con sei episodi trascinanti e intensi, non fa che confermare l’inamovibile qualità dello show. In un crescendo di azione e di pericolo, la rappresentazione delle vite al limite dei gangster di Birmingham intrattiene il pubblico senza alcuna fatica, forte di una compattezza narrativa e di una maestria tecnica ed estetica che concorrono a rendere Peaky Blinders ancora più notevole.

Un lavoro, dunque, che merita di essere lodato anche quest’anno, soprattutto se si tiene in conto la difficile sfida di far ripartire il racconto dopo le divisioni e i colpi di scena che hanno caratterizzato la fine della terza stagione. La compattezza stessa della famiglia Shelby, principale fonte della loro forza (e della forza dello show in generale), è infatti messa in discussione come mai prima d’ora, aprendo la strada a una scrittura audace quanto rischiosa, che non ha paura di stravolgere le carte in tavola per ravvivare e innovare l’andamento generale dello show.

Abbiamo già visto come uno dei temi fondanti di questa stagione sia proprio la riflessione sulle conseguenze dell’essere parte della famiglia Shelby e, soprattutto, sulla consapevolezza – acquisita man mano da ognuno dei personaggi – di non poter scappare da questa condizione, proprio perché in passato è già stata ampiamente superata quella linea che distingue una vita ordinaria da una vita “straordinaria”, dove la morte (provocata o subita) aleggia costantemente sulla quotidianità dei nostri protagonisti.
Non è un caso, dunque, che la prima dipartita della stagione capiti proprio a John (Joe Cole), colui che più di tutti si illudeva di poter riconquistare una serenità che, invece, non è più a portata di mano di nessuno Shelby. Dopotutto, la minaccia di Luca Changretta invade le case dei Peaky Blinders proprio nel periodo natalizio, tingendo l’atmosfera generale di una crudele ironia che non fa che sottolineare la particolarità delle vite di questi ultimi. In vista di un tale pericolo, la dispersione della famiglia dev’essere arginata a tutti i costi perché lo scontro con la mafia richiede uno sforzo che deve necessariamente essere collettivo: occasione, questa, che conduce alla riunione dei protagonisti a Small Heath. Si tratta, tuttavia, di un ricongiungimento soltanto fisico: i fantasmi dei traumi incontrati in precedenza continuano a tormentare e a dividere gli Shelby, e soprattutto è ancora forte la rabbia generale nei confronti di Thomas.

È proprio il ritorno o meno della fiducia e della collaborazione reciproca il campo sul quale gli autori hanno scelto di giocare; a tal proposito, un ruolo chiave lo ha avuto Polly (Helen McCrory), colei che più di ogni altro ha covato rabbia e risentimento sempre maggiori, emozioni amplificate soprattutto dalle ripercussioni sofferte da Michael. La possibilità di un serio tradimento da parte della donna ai danni di Thomas ha reso chiaro al pubblico che l’approdo a una simile decisione comporterebbe una frattura insanabile nei meccanismi familiari (e non solo) dei Peaky Blinders. E l’ipotesi di una famiglia Shelby ormai sciolta e alla deriva rende ogni suo singolo componente un più facile e fragile bersaglio nelle mani dei numerosi nemici che minacciano i protagonisti da ogni dove.
Tuttavia, una delle caratteristiche più interessanti donate al personaggio di Polly è quella poliedricità che le permette di unire ai suoi tratti più impetuosi, ardenti e irrazionali una spiccata intelligenza e una carismatica propensione alla leadership che, nel tempo, hanno contribuito a renderla una delle figure di maggiore importanza della famiglia Shelby, seconda soltanto a quella di Thomas. L’insieme delle esperienze vissute con e per la propria famiglia – anche e soprattutto quelle più difficili – hanno reso il suo personaggio un tutt’uno con le tipiche dinamiche vissute dai Peaky Blinders, rendendo impossibile alla donna lo staccarsene del tutto.
La rivelazione – avvenuta solo a fine stagione – del piano costruito con Tommy ai danni di Luca, più che stupire lo spettatore, tende a rassicurarlo: la rabbia di Polly, per quanto dirompente, non avrebbe mai potuto scardinare la natura di quel peculiare intreccio di amore e di odio che caratterizza il suo rapporto con il resto dei Peaky Blinders.

Dopotutto, la forza e la crudeltà possedute dall’antagonista principale di questa stagione, Luca Changretta, rappresentavano da sole un motivo più che sufficiente per convincere la donna a tornare a collaborare con il nipote: si tratta, infatti, del pericolo più insidioso che la famiglia Shelby abbia mai incontrato. Non stupisce, dunque, che i livelli più alti dello show si siano raggiunti proprio con la rappresentazione del conflitto fra Thomas e Luca. Merito di una scrittura che ha saputo donare ritmo e tensione alla narrazione, certo, ma anche e soprattutto di un’esecuzione attoriale di pregevolissima fattura, attraverso cui Cillian Murphy e Adrien Brody hanno potuto dominare lo schermo, magnetizzando senza sforzo l’attenzione degli spettatori. Dal loro primo incontro – avvenuto nella meravigliosa scena finale di “Heathens” – fino all’ultimo, entrambi hanno magistralmente espresso appieno la natura di uno scontro così strategico e sanguinario.

E saranno proprio l’intelligenza e la strategia a portare infine Thomas alla vittoria: il protagonista è stato capace di sfruttare la sua iniziale posizione di svantaggio di fronte a un’organizzazione dalle dimensioni ben più grandi della propria (come Luca gli ha spesso ricordato). L’andamento e l’esito dell’incontro di box in “The Company” simbolizza perfettamente il tipo di duello ingaggiato fra Luca e Thomas, dove il secondo approfitta dei duri colpi ricevuti dal primo allo scopo di fargli credere di aver vinto. La messa in scena della morte di Arthur sarà allora l’occasione per cogliere Luca di sorpresa e per infliggergli il colpo di grazia, ma sarà soprattutto l’ennesima conferma del fatto che i Peaky Blinders sono tali solo se agiscono come un unico corpo e un’unica mente, mirando così alla creazione di un meccanismo sempre più potente e imbattibile (la collaborazione con Al Capone e l’ascesa in politica di Thomas ne sono i risultati).

L’andamento di questa stagione sembra ormai aver reso chiaro ai protagonisti che, dopo tutto quello che è successo, è impossibile tornare indietro: quel che adesso resta da fare è – come ammette Polly – stringere un patto col diavolo; sacrificare ogni possibile serenità per vivere quella vita “in più” che sente di possedere chi, come i Peaky Blinders, ha sfiorato la morte e danza con lei ogni giorno in un circolo vizioso di sangue e di potere.
Lo stesso confronto con la new entry più interessante della stagione, Jessie Eden, ha permesso di sottolineare ancora di più il distacco di Tommy dal tipo di uomo che era un tempo. Intraprendente, audace e carismatica, la giovane interpretata da Charlie Murphy ha permesso alla narrazione di arricchirsi ulteriormente esplorando la presenza del trascinante sentimento rivoluzionario che caratterizzava quel tempo e, simultaneamente, adeguandola alla messa in scena di un confronto fra il Thomas del passato – idealista e passionale – e quello del presente, che è invece cinico e subdolo.

L’insieme generale di questi elementi – ben equilibrati sia nella loro natura di crime drama che nell’indagine più introspettiva a cui lo show tende a dedicarsi – concorre a rendere la quarta stagione un’altra scommessa vincente. Forte di una scrittura matura e stratificata, di una regia e di un’estetica sempre valide e ispirate, Peaky Blinders continua a intrattenere mantenendo alta l’asticella della qualità e ipnotizzando il suo pubblico con un lavoro che – seppur non sempre perfetto – dimostra di avere ancora molto da offrire, confermandosi sempre più maturo, audace e coinvolgente.

Voto: 8/9

Nota:
Merita una menzione la splendida interpretazione di Tom Hardy nei panni di Alfie Solomons, il cui percorso si è concluso quest’anno. Con il suo humor, la sua follia e la sua imprevedibilità, l’attore è riuscito ad incarnare in un solo personaggio gran parte delle peculiarità che caratterizzano l’anima stessa di Peaky Blinders, mettendo così in scena una delle figure più riuscite e memorabili dello show.
Peaky Blinders – Stagione 5
Il percorso della serie di Steven Knight ha saputo distinguersi, nelle quattro annate ormai passate, per un livello qualitativo che – nonostante la presenza di qualche difetto qua e là – non è mai diminuito, e che ha permesso allo show di conquistare gli spettatori grazie a una sceneggiatura avvincente, un cast a dir poco talentuoso e una regia e un’estetica tanto curate che, a lungo andare, sono diventate la firma delle avventure dei malviventi di Birmingham.

Ma la forza e la qualità di Peaky Blinders non dipendono mai da uno solo di questi elementi: è stato, il più delle volte, l’insieme equilibrato e ben amalgamato di queste caratteristiche a donare alla serie quel fascino che ha saputo conquistare il pubblico. E lo ha conquistato forse con più calma rispetto a tanti altri prodotti televisivi dello stesso genere, ma lo ha fatto con decisione perché, una volta incontrati i gangster di Birmingham, è poi difficile farne a meno. Si tratta di un successo che forse non si aspettavano neanche gli autori dello show, progettato in principio per concludersi con la quinta stagione, ma fortunatamente con una sesta (e forse settima) stagione in arrivo.

L’inaspettata lunga vita di Peaky Blinders non poteva arrivare in un momento migliore: questa quinta stagione da poco approdata su Netflix ha aperto scenari tanto interessanti quanto complessi per i nostri Shelby, che troviamo alle prese con quel periodo a dir poco turbolento che aprirà la strada alla terribile seconda guerra mondiale. Alla luce di ciò, questa annata sembra quasi fare da ponte verso una trasformazione irrimediabile del mondo e, soprattutto, degli stessi Peaky Blinders, che vediamo alle prese con sfide mai affrontate finora, le quali, ora come non mai, minacciano le fondamenta stesse del legame fra i membri della famiglia. Ma andiamo con ordine.

Who’s going to take the throne?

Il finale della quarta stagione ci ha lasciati con l’immagine di un Tommy Shelby che, già forte dopo le numerose sfide vinte in passato, ha ulteriormente accresciuto il suo potere vincendo le elezioni e entrando a tutti gli effetti nel mondo della politica, innalzando esponenzialmente il suo controllo e il suo dominio sugli affari e sui luoghi di sua competenza, i cui limiti sembrano ormai sempre meno netti. La visione trionfante di quell’uomo circondato da ogni agio possibile e con in mano un potere sempre più grande non è però destinata a durare: la quinta stagione si apre infatti con il noto crollo della borsa del 1929, che colpisce non poco tutta la famiglia Shelby, prosciugando gran parte del loro patrimonio e costringendo Tommy e gli altri a concentrarsi nuovamente sulle attività illegali per monetizzare.

La gestione della crisi, mirata ad affrontare questo nuovo nemico (il primo privo di sembianze umane) si è rivelata l’espediente perfetto per mettere in luce gli screzi e le note stonate di un legame familiare che inizia a scricchiolare. Il periodo storico così pieno di cambiamenti che gli Shelby si trovano ad affrontare sembra aver messo a dura prova la leadership stessa di Tommy, che si sente ora minacciato come non mai non solo da forze esterne (a cui si aggiungeranno ben presto le minacce dei Billy Boys), ma anche e soprattutto da possibili forze interne, rappresentate più che altro dai giovani della famiglia.
Questa minaccia economica, infatti, non ha costretto (come succedeva in passato) gli Shelby ad unirsi e a mettere da parte possibili malintesi per sopravvivere contro un nemico comune, ma ha fatto riaffiorare quei malumori ancora inespressi che hanno fatto tremare le fondamenta dell’intesa e della “gerarchia” familiari che da anni ormai avanzavano indisturbate.

Come spesso accade, l’alba di alcuni stravolgimenti storici viene spesso letta da chi la vive come un segno di cambiamenti positivi; come l’arrivo di nuove e floride possibilità capaci di sostituire il “vecchio” per gettarsi a capofitto in un futuro che appare roseo e pronto ad accogliere ogni slancio d’intraprendenza. Michael, di ritorno con una nuova moglie ambiziosa e senza peli sulla lingua (la new entry Gina, interpretata da Anya Taylor-Joy) da un’America che di certo non guarda ai Peaky Blinders con lo stesso rispetto presente sul territorio britannico, è il simbolo di queste sensazioni. Le sue idee, le sue strategie e i suoi suggerimenti non fanno altro che risvegliare in Tommy la paura di essere messo da parte, di essere in qualche modo sconfitto dai tempi che corrono.

Happy or sad, Tommy?

Ma perché Tommy è così spaventato all’idea di perdere il suo trono? Certo, il comportamento di Michael, sia in America che durante il suo ritorno a casa, non è rassicurante: ha più volte deluso le aspettative di Tommy, e la sua ambizione sembra talvolta dipingerlo come disposto a voler spodestare il suo trono, se fosse necessario. Ma la crisi del protagonista ha radici di gran lunga più profonde, e le sue reazioni a queste incomprensioni sono soltanto le crepe di una rottura ben più grande.

Ed è proprio riguardo a questo che la quinta stagione di Peaky Blinders rivela, in un solo contesto e in maniera quasi paradossale, i suoi picchi più alti e al tempo stesso le sue possibili problematiche. Si è trattato di puntate, infatti, incentrate molto (forse troppo) su Tommy e che – nonostante l’indubbia qualità della loro costruzione – hanno sacrificato un’analisi più approfondita degli altri personaggi, relegandoli (con la sola eccezione di Arthur e Linda) in una zona d’ombra e di mero contorno. Si pensi a Polly e Ada, il cui arco narrativo non si sviluppa se non per conseguenza più o meno immediata delle azioni di Tommy, e non arriva mai ad un’analisi o a una conclusione soddisfacente delle loro sensazioni. È come se questi personaggi fossero dei meri spettatori delle vicende in corso che soltanto di rado svolgono azioni decisive, anche se queste stesse vicende stanno sconvolgendo la loro vita.

Questo tipo di messa in ombra, si diceva, è dovuto proprio all’attenzione costante riservata al personaggio interpretato da un Cillian Murphy tanto perfetto da aver permesso alla serie di non soffrire di questa scelta rischiosa fatta in un contesto così pieno di personaggi e di azione. La messa in scena dei tormenti e della crisi di Tommy Shelby è stata gestita splendidamente, permettendo allo show di compensare alcune mancanze con una raffigurazione esistenziale e a tratti poetica di un uomo inseguito da ogni tipo di trauma, immerso nell’ombra di una vita passata ad evitare e, soprattutto, a procurare la morte.

La regia e la fotografia sono state gestite benissimo: in ogni secondo di questa stagione si avverte la sensazione che Tommy abbia ormai oltrepassato il limite. Più il suo potere e la sua sfera d’influenza aumentano, più la sua umanità e la sua moralità toccano il fondo, relegandolo in un oblio emotivo che l’ha svuotato di ogni possibile emozione. Non è un caso che, nei momenti di maggiore distacco dalla realtà, egli riesca ad interagire con una Grace in carne ed ossa; un fantasma che, invece di inserirsi nella realtà, cattura Tommy nella sua dimensione tetra e fittizia, rendendogli seducente e invitante il pensiero della morte stessa.

Mai come in questa stagione, infatti, il nostro protagonista ha contemplato così tanto l’idea del suicidio, che aleggia silenziosa ma opprimente dietro ogni suo tormento. Soprattutto, la morte appare a Tommy come un rifugio che egli pensa di non meritare: “killing is a kindess” viene spesso ripetuto nel corso delle puntate, perché morire sarebbe adesso un destino fin troppo benevolo per chi, come i Peaky Blinders, ha vissuto oltrepassando ogni limite morale per la conquista di un potere spietato.

Oh, and also, Shelby… drink less.

Se la morte è una gentilezza, a Tommy non resta che continuare a perseguitare con freddezza e strategia questo potere, che chiama a sé nemici sempre più subdoli e temibili. L’avvento del fascismo ha permesso allo show di introdurre uno degli antagonisti più interessanti dell’intera serie: Oswald Mosley, il fondatore dell’Unione Britannica dei Fascisti, interpretato da uno straordinario Sam Clafin. Nel mostrare la nascita dell’insidioso seme del fascismo, la propaganda di Mosley, inizialmente infervorata da un feroce patriottismo, ha ben presto rivelato le intenzioni ripugnanti e reazionarie dell’uomo, permettendo a Steven Knight di utilizzare la sua retorica per gettare uno sguardo trasversale e non troppo velato anche agli ultimi sviluppi del mondo contemporaneo.
Inoltre, la gestione del villain nelle sue interazioni e dialoghi con Tommy si è rivelata uno degli aspetti meglio riusciti nella stagione, in quanto l’uomo condivide con il protagonista molti tratti distintivi. Entrambi, freddi e composti, sono brillanti e strategici, silenziosi manovratori di equilibri e di potere. Tuttavia, è evidente che Tommy provi ripugnanza per quest’uomo, per il suo fanatismo spietato, per l’immoralità e la brutalità nascoste dietro la sua compostezza e i suoi ideali.

Ovviamente, un villain tanto subdolo non poteva esser eliminato facilmente: le ultime due puntate della stagione brillano per quanto riescono ad essere avvincenti nella costruzione della strategia di Tommy, stroncata all’ultimo da una disattenzione di Finn tanto ingenua da risultare poco credibile. Tuttavia, una rappresentazione tanto trascinante dell’epilogo di questa quinta stagione rende perdonabile la poca credibilità di questa disattenzione (dopotutto, non è da dare per scontato che il piano di Tommy sia stato rovinato proprio da quest’episodio).

È da sottolineare come – nonostante qualche inevitabile ed eccessiva superficialità – la stagione riesca a concludersi ricomponendo i numerosi scenari aperti in sole sei puntate (un numero davvero troppo piccolo per le numerose sfaccettature di questa serie), spazzando via i possibili dubbi che sarebbero potute affiorare durante la visione della prima parte della stagione alla luce di così tanti elementi messi in scena. Sarebbero infatti davvero troppe le vicende da analizzare che non possono trovare spazio in questa sede e che, soprattutto, hanno trovato poco spazio nella stagione stessa; ma il concludersi di questa annata dà senza dubbio l’impressione che gli elementi affrontati nella quinta annata avranno modo di essere pienamente sviluppati nella sesta stagione, specialmente dopo una conclusione tanto aperta, drammatica e trascinante, piena di sorprese e di ritorni inaspettati.

In definitiva, questa quinta stagione di Peaky Blinders affronta molte sfide rischiose con coraggio e, nonostante la presenza di qualche superficialità di troppo, riesce a raffigurare le vicende dei malviventi di Birmingham senza perdere nulla del fascino caratteristico dello show, rinnovato dalle innumerevoli novità scatenate dal contesto storico che sta per impattare nella loro vita turbolenta. Il felice incontro fra gli elementi più familiari della serie (immancabili le scene in slow-motion accompagnate da brani musicali graffianti e moderni) e i nuovi avvincenti meccanismi scatenati dalla sceneggiatura continua a far brillare Peaky Blinders di luce propria, aprendo la strada a una sesta stagione che ha tutta l’impressione di voler continuare sotto il segno della qualità.

Voto: 8
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