Sons of Anarchy – 7×13 Papa’s Goods
“That concept of Anarchy was pure, simple, true.
It inspired me, lit a rebellious fire.
But ultimately I learned a lesson… that true freedom requires sacrifice and pain.”

(“The Life and Death of Sam Crow” – John Thomas Teller)


Eravamo soltanto al quarto episodio della prima stagione quando la celebre definizione di “anarchia” di Emma Goldman fece capolino nella serie di Kurt Sutter, costruendo in quel momento un ponte inscindibile tra la mente di John Teller e quella di suo figlio ancora adolescente Jackson. Sette anni sono passati, sette anni di un viaggio spericolato, passionale, folle, in compagnia di persone che “bruciano, bruciano, bruciano” per dirla alla Jack Kerouac. Perché in fondo Sons of Anarchy, pur essendo ambientato nella fittizia cittadina di Charming, è stato un lungo viaggio on the road: di quelli che vivi col cuore ancor prima che con la mente, di quelli percorsi con l’acceleratore spinto senza paura, di quelli che hanno una loro colonna sonora indimenticabile, di quelli che ti cambiano lo spirito e di quelli che non hanno una vera fine, perché in quell’ultimo miglio conducono dritti all’eternità.

“We were prisoners of love, a love in chains,
He was standin’ in the door, I was standin’ in the rain,
with the same hot blood burning in our veins,
Adam raised a Cain.”
(“Adam raised a Cain” – Bruce Springsteen)


Kurt Sutter, autore che non si sottrae a scelte coraggiose (talvolta discutibili, ma poco importa ora), ha sciolto tutti i nodi e tutti i twist nell’episodio precedente e ha voluto lasciare l’epilogo della storia esclusivamente a lui, il suo protagonista: senza svolte, sorprese o colpi di scena, tutto va come deve andare e come era prevedibile andasse; la narrazione non ne esce indebolita, ma purificata, limpida e cristallina, libera di raccontare l’ultimo miglio del viaggio di Jax Teller, dall’alba fino al tramonto, i suoi addi, i suoi lasciti, i suoi ultimi metri verso la libertà. E in quell’ultimo tratto che manca da al suo viaggio, recide ogni legame col passato (gli anelli, le scarpe, le tombe, la patch) e consegna i suoi affetti al futuro (i figli, il club), non prima però di aver eliminato le maggiori minacce e compiuto ciò che il padre non era riuscito a fare (“Better late than ever“).

“Like a bird on a wire,
Like a drunk in a midnight choir,
I have tried, in my way, to be free”
(“Bird on a wire” – Katey Sagal & The Forest Rangers – Episodio 3×04: Home)


Eppure, Jax non ripercorre esattamente le stesse orme di John. Perché se John aveva optato per il suicidio, consegnando idealmente al figlio il fardello di portare il cambiamento e la rivoluzione nel sistema di valori del club, Jax non è guidato dalla speranza o dalla “vigliaccheria” di buttare sulle spalle dei figli il proprio fallimento. Al suo risveglio, nel suo consapevole ultimo giorno di vita, Jackson Teller prende le foto, i propri diari, il manoscritto di JT e brucia tutto, perché nulla si ripeta, perché i figli non debbano essere “infettati” anch’essi da quell’idea ed essere distrutti da un’utopia, un’illusione. Ciò fa della morte di Jax Teller non un banale suicidio, bensì un sacrificio, volto a spezzare il cerchio, a porre fine a tutto, a tal punto da scindere anche il legame con i propri figli, spingendoli all’odio verso il padre purché non sentano il desiderio (e la responsabilità) di seguirne le orme.

“May you grow up to be righteous
May you grow up to be true
May you always know the truth
And see the lights surrounding you”
(Forever Young – Audra Mae & The Forest Rangers – Episodio 1×12: The Sleep of Babies)


“I need my sons to grow up hating the thought of me.” È questo l’unico testamento che Jax lascia a Nero, eletto padre putativo di Abel e Thomas. Nero rappresenta la speranza (“It’s my best friend“), ma una speranza esterna, priva di legami di sangue, e di conseguenza di qualsiasi scomoda eredità da lasciare ai figli. E ci vuole proprio la forza interiore di Nero, alla fine, per separare Jax da Abel, perché quello è l’addio più difficile per il Prez, perché la manifestazione più pura d’amore (“I love you, dad” che saranno anche le ultime parole di Jax, rivolte però a JT) è lì a tenerti in vita, è lì pronta a incatenarti ancora, a dirti (forse a illuderti) che allora non c’è solo del marcio in te, a rassicurarti tra le sue braccia, e allo stesso tempo a causare ancora più dolore. Jax vacilla, vorrebbe ma non può. “This is who I am. I can’t change.”

“May the light from above always lead you to love
May you stay in the arms of the angels”
(“Lullaby for a soldier” – Maggie Siff & The Forest Rangers – Episodio 6×10: John 8:32)


In una costruzione molto teatrale (che esalta ancor di più la natura shakesperiana dell’opera di Sutter), Jax porta in braccio i figli verso la macchina che li condurrà via; dietro di lui, in silenzio, Wendy e Nero lo seguono, testimoni e messaggeri del futuro. Il candore di Abel, il peso esistenziale di Jax, l’inconsapevolezza di Wendy e la forza interiore di Nero: in questo palcoscenico, il passato consegna i propri figli al futuro, senza creare continuità, ma rescindendo ogni legame in un addio senza lasciti, se non per un’infantile e affettuosa raccomandazione: “Have fun“. Abel dovrà crescere odiando il padre, una richiesta disperata da parte di Jax, un atto terribile e forse ancora più crudele persino del matricidio, ma allo stesso tempo il più grande atto di amore di un padre verso il figlio: accettare di farsi odiare per salvarlo. Perché nell’anarchia amore e morte si confondono, la vita crea e uccide, l’amore eleva e distrugge.

“And me I wait in Charming Town
To gain my love as one.
I’m staying here to end my life
Down in the Rising Son”
(The House of the Rising Son – The White Buffalo & The Forest Rangers – Episodio 4×14: To Be (Act 2))


Sono questi momenti che rendono Papa’s Goods sì prevedibile, ma di una forza dirompente: perché da bravo interprete della tragedia, Sutter sa che questo non è il momento dei climax o dei colpi di scena. Chi si appresta a vedere una tragedia del resto sa benissimo che non ci sarà alcun lieto fine, ma ciò che si aspetta di vedere (o meglio di sentire) è il momento della catarsi, della purificazione e, perché no, della riappacificazione con l’eroe. Jax Teller non è un antieroe, o perlomeno non lo è nel senso classico del termine, ovvero di un protagonista con meno intelligenza e motivazioni dell’uomo comune; Jax Teller è l’eroe fallito, e in questo sta il coraggio più grande di Sutter. Ci ha illuso facendoci innamorare di questo personaggio, il “Rising Son” che sognava di cambiare il mondo dal tetto di un garage; ci ha fatto salire in sella per accompagnarlo e credere insieme a lui in questo viaggio nel caos dell’essere umano, per poi alla fine tradirci (“That fear and guilt crippled me“), mostrarci, nella sua cinica rappresentazione, che l’umanità che vuole cambiare (incarnata da Tara e Opie, le cui tombe non a caso tornano protagoniste all’inizio della puntata) è una splendida utopia, ma in quanto tale, è solo un’illusione.

“I never found my father, I never found my mother,
even would I know in my lifetime I will be
a hero into the masses, to those born without chances.
There’s a freedom that everyone deserves”
(The Lost Boy – Greg Holden – Episodio 5×04: Stolen Huffy)


E così, nell’ineluttabilità che è la protagonista di ogni qualsivoglia tragedia, anche Jax alla fine si pone consapevolmente di fronte alla morte, così come aveva fatto Juice, così come aveva fatto Gemma. Eppure, la grande differenza è che in lui non c’è rassegnazione, né constatazione. Il sacrificio di Jax è un gesto di volontà salvifico, è l’estremo gesto di un uomo avvelenato che nella morte sublima l’amore e la passione che lo hanno guidato, è l’estremo atto anarchico di chi, in ultimo, non si piega al destino e, nella sua ritrovata nudità spirituale (via gli anelli, via i ricordi, via la patch, via il casco e gli occhiali), trova il coraggio (e la serenità) di andare oltre esso: lì dove solo i corvi lo possono scortare, lì dove la strada conduce alla propria libertà.

“There must be some way out of here,” said the joker to the thief,
“There’s too much confusion, I can’t get no relief.”
(All along the watchtower – Billy Valentine & The Forest Rangers – Episodio 7×08: The Separation of Crows)


Ecco perché anche la morte del nostro Prez deve essere votata dal Club. Il Club, supremo governo delle leggi dell’universo sutteriano, prevede che l’incontro col Mayhem sia votato da tutti, che sia volontà di tutti, anche quando, come in questo caso, lo chiede il “condannato” stesso. È il libero arbitrio dell’anarchia, in quel club fin troppo contaminato da quelle logiche imperialistiche simboleggiate dalla bandiera americana che in più di qualche inquadratura svetta sulle loro teste. Ed è proprio da queste logiche che Jax, prima del suo sacrificio, decide di liberare la propria famiglia, uccidendo Barosky, gli irlandesi e Marks. E solo lui può farlo, libero ormai da strategie, congetture, piani per il futuro e progetti; lui che nel suo ultimo giorno di vita attraversa un processo di purificazione interiore ed esteriore, cui infine prende parte la Morte/Anarchia stessa, consegnando a Jax una coperta prima di ricordargli: “It’s time“. Terminato il suo operato, dopo aver consegnato i figli a Nero, la giustizia alla Patterson e il club a Chibs, e dopo aver ringraziato i suo fratelli per averlo “liberato”, non c’è più nulla che lo trattenga: “I’m Ready” – “I got this” (che furono anche le ultime parole di Opie prima di morire).

“Gimme, gimme shelter
Or I’m gonna fade away
War, children, it’s just a shot away
Rape, murder! It’s just a shot away
It’s just a shot away”
(Gimme Shelter – Paul Brady & The Forest Rangers - Episodio 2×13 : Na Trioblóidí)


Eppure, sul finale, nonostante il gesto liberatorio di Jax, Sutter non manca di lanciare un ultimo inquietante presagio: Abel che gioca con l’anello lasciatogli da Gemma, inquadratura non a caso immediatamente successiva a quella del cadavere della matriarca, come a testimoniare che la donna è stata solo la personificazione di quel male endemico che ognuno di noi, a prescindere dal rifugio che gli viene concesso, si troverà prima o poi a combattere, in una continua guerra contro la propria oscurità. “It was too late for me. I was already inside it. It’s not too late for my boys” dice Jax a suo padre, ma la vita ha le proprie regole e quell’anello sta ad indicare che anche Abel, prima o poi, dovrà affrontare i suoi demoni, combattere la sua battaglia ogni giorno per vincere quel caos che ciascuno porta dentro di sé.

“Tell me who’s that writin’? John the Revelator.
Wrote the book of the seven seals”
(John the revelator – Curtis Stigers & The Forest Rangers – Episodio 1×13: The Revelator)


Sette stagioni come i sette biblici sigilli che chiudono il libro nel quale è contenuto il significato dell’uomo, un significato che Sutter ha indagato fino al suo più edipico e primordiale abisso. Kurt non è certo il primo della classe, non possiede il rigore, la solidità, la perfezione formale di altri suoi illustri colleghi, ma come i “secondi” della classe è forse più capace di far fluire libera la propria passione e parlare alle emozioni. Il suo viaggio è stato certo ricco di piccole/grandi imperfezioni, ma quando poi immagini una Katey Sagal al centro di un palcoscenico, nell’oscurità di un teatro, recitare al pubblico prima di morire le sue ultime parole nel silenzio del giardino di rose, capisci che allora la rilettura della tragedia classica e shakesperiana non solo ha centrato in toto l’obiettivo, ma è andata forse oltre le aspettative, creando un unicum irripetibile e una pietra miliare della televisione.

“I am a passenger And I ride and I ride” (The passenger – Alison Mosshart & The Forest Rangers – Episodio 5×07: Toad’s Wild Ride)

E noi del viaggio di Kurt Sutter siamo stati i passeggeri, testimoni di questa montagna russa di passioni, di questa immersione nella bellezza e nell’orrore dell’animo umano, soffrendo, amando e divertendoci, come l’episodio non manca di ricordarci in uno degli inseguimenti più spettacolari della serie, omaggio al lato action e caciarone di Sons of Anarchy. Su di esso, si staglia il sottofondo di I can’t help falling in love with you, che riallaccia (come l’inquadratura finali dei corvi) un ponte con il pilot; perché del resto, cosa è Sons of Anarchy se non una serie sulla forza devastante dell’amore (come la citazione finale dell’Amleto, con cui tutto si conclude), in quanto unica imprescindibile forza motrice costante dello spirito umano?

“It’s better to burn out than to fade away
The king is gone but he’s not forgotten”
(Ehy Ehy My My – Battleme – Episodio 3×13: NS)


- Where are you going, Jax? – I’m not sure.
È così che termina il lungo viaggio di Sons of Anarchy, la storia di una famiglia, la storia di un gruppo di bikers, ma più di tutto una storia d’amore, quello passionale, malato, romantico, estremo e perverso, quello anarchico che non conosce barriere e che infine ha la meglio anche sul fato. Sutter ci ha mostrato come l’Anarchia non può sussistere in un gruppo, come essa sia una pura utopia, ma al contempo ci ha fornito la catarsi per trovare l’anarchia in ognuno di noi, in quella passione di vivere, nella purezza di un sacrificio in cui l’uomo trova il senso di ogni cosa. Togliamo allora le mani dai freni e chiudiamo gli occhi, lasciamo che il vento ci trasporti e che la Legge ci insegua, nella celebrazione della libertà estrema, lì dove risiede l’unica anarchia possibile, quella dell’uomo che brucia, brucia, brucia.

Come fly with black
We’ll give you freedom
from the human track.
Come Join the murder,
soar on my wings.
You’ll touch the hand of God
And He’ll make you King.
He’ll make you King.


Voto: 9+
Voto Stagione: 8,5
Voto Serie: 9+