Stranger Things – Stagione 1
Netflix è riuscita nuovamente a compiere il miracolo: con Stranger Things si è dimostrato ancora una volta quanto la compagnia di streaming internazionale, da qualche tempo impegnata anche nella produzione di serie TV originali, sia capace di dar vita a nuovi show in grado di catalizzare l’attenzione dello spettatore e di rendere il proprio marchio sempre più sinonimo di qualità.

Stranger Things è la nuova serie con cui Netflix ha deciso di allietare questa calda estate: scritta dai fratelli Duffer (Russ e Matt, per la cronaca), già dal pilot avevamo avuto il sentore di trovarci davanti a qualcosa di molto particolare e fuori dal comune. L’episodio pilota aveva infatti gettato le basi per quella che risulta senza dubbio essere una delle serie più interessanti di questa prima parte di 2016 (a dire il vero non prodiga per ora di novità molto incisive) e gli episodi successivi, culminati in un ottimo finale di stagione, hanno dimostrato che quel punto di partenza poteva soltanto andare a migliorare.

A chiunque abbia seguito gli otto episodi che hanno composto questa stagione non risulterà certo una novità il necessario confronto con quell’ambientazione anni ’80 con la quale la serie fa costantemente i conti: i fratelli Duffer, infatti, hanno con totale consapevolezza deciso di attingere a piene mani da quel calderone di immagini e situazioni che avevano caratterizzato la narrativa e la sceneggiatura degli anni ’80 (Stephen King e Steven Spielberg su tutti, ma la lista potrebbe essere lunghissima e c’è chi il gioco di cogliere le citazioni lo ha fatto egregiamente) per trasportarlo ai giorni nostri senza, però, volerlo lasciare del tutto avulso da un tentativo – talvolta timido – di attualizzazione.

È da qui che bisogna partire per una qualsiasi analisi che riguarda Stranger Things: si tratta di un’operazione nostalgia, diretta in particolare a quella generazione di trentenni/quarantenni che guarda di frequente a quel periodo con una certa malinconia – e sappiamo bene quanto l’effetto passatista funzioni, basta considerare il ritorno in formato serie TV di MacGyver e l’Esorcista, oppure all’odio inverecondo scatenatosi intorno al reboot di Ghostbusters, accusato di lesa maestà – e ripropone in maniera particolarmente vivida gli stilemi che quel periodo avevano fortemente caratterizzato. Come si può non percepire in ogni immagine dello show la potenza di alcune narrazioni kinghiane (la cittadina di Hawkins sembra Derry di It), come si può non guardare alla fuga in bicicletta senza tornare con la memoria a E.T. di Spielberg? Anzi, c’è una scena durante la serie, in cui i giovani personaggi fuggono inseguiti dai furgoni del nemico, che genera nello sguardo dello spettatore la sensazione istintiva che da un momento all’altro quelle biciclette si possano alzare in volo per superare lo sbarramento nemico.

Parliamo di un’operazione nostalgia, però, tutt’altro che fine a sé stessa: Stranger Things è quel racconto che in più di un’occasione sembra volerti ricordare i vecchi amici di una volta senza però ricalcare le azioni del passato in modo pedissequo e fuori tempo massimo, ma rielaborandole in parte con una sensibilità contemporanea che riesce a rendere la serie uno show dal respiro moderno e non ritagliato da un passato che non può certo tornare. Quell’ansia e quel senso di straniamento tipici dell’epoca di Reagan si insinuano nell’America contemporanea che sta per uscire dalla luna di miele rappresentata da Obama e pronta a lanciarsi nelle mani del poco amato (la Clinton) o del folle (Trump); in tutto questo il ritorno al rassicurante mondo anni ’80 significa immergersi in una carovana di ricordi, che riescono a mantenere l’attenzione molto vivida per tutte le otto ore di narrazione (quantitativo di episodi, tra l’altro, perfetto per questo tipo di racconto, che avrebbe sofferto un allungamento maggiore). Perché nonostante alcuni difetti che il binge riesce effettivamente a nascondere (e che riguardano in particolare i personaggi) è innegabile che Stranger Things sia una serie ad altissimo tasso di immersione e coinvolgimento.

La storia, di per sé, è molto lineare e semplice e riguarda ben diffuse sperimentazioni governative (anche questo, quant’è tipico della paranoia anni ’80 e moderna?), una bambina “aliena” da nascondere e proteggere, la ricerca disperata di un amico e figlio scomparso. Una trama niente affatto complessa ed intricata, capace però di mettere al centro della propria narrazione i legami umani che vanno formandosi nel corso dei vari episodi; ecco dunque tre livelli di narrazione umana, quello che riguarda i bambini, quello degli adolescenti e quello degli adulti. Ciascuno dei tre piani ha un indubbio fascino, in particolare ciò che riguarda i più giovani protagonisti, ma non possiamo guardare ai personaggi se non partendo dall’ottimo ritorno in scena di quella che è stata l’emblema di un certo tipo di cinema di quel decennio, una quasi irriconoscibile Winona Ryder. Ormai lontana dall’idea di dover rappresentare un certo tipo di bellezza che aveva visto in lei la massima espressione, la Ryder è in questa serie la vera protagonista, in grado di dare libero sfogo all’accurata rappresentazione attoriale di una madre single disperata per la perdita del proprio figlio. La sua discesa nella follia – che poi si dimostrerà non essere tale – è eseguita magistralmente dalla Ryder e la sua chimica con Charlie Heaton che ne interpreta il figlio aiuta a rendere più vibranti entrambi i personaggi. Certo – ma questo è un problema generale, forse l’unico vero problema di Stranger Things –, i personaggi non sono sempre riuscitissimi: non tanto nella loro caratterizzazione, che è assai di frequente molto in forma, quanto nella scrittura a tutto tondo, che li vede spesso appena abbozzati e non particolarmente sfaccettati o originali (ed è il problema anche della Joyce della Ryder, che passa la stragrande maggioranza del tempo a gridare e disperarsi, senza che gli autori riescano a darle una profondità emotiva che vada oltre una certa immagine di madre cinematografica). I personaggi, insomma, talvolta sembrano rappresentare un archetipo, uno stile di essere umano piuttosto che un vero personaggio dotato di più aspetti e più caratteristiche singole; difetti, però, che non danneggiano più di tanto la visione della serie anche per alcune sensibilità particolarmente riuscite in ambito emotivo (in particolare la drammatica storia alle spalle dello sceriffo).

Ancor meglio va con i più piccoli, che non possono non essere entrati nel cuore dello spettatore alle prese con un circolo di quattro bambini assolutamente adorabili; il tema kinghiano dell’amicizia (con quello straordinario inno che era It) diventa qui preponderante e tra patti con lo sputo, l’obbligo di stringersi la mano dopo un litigio o la ricerca notturna dell’amico scomparso è impossibile non sentirsi partecipi in prima persona. A questo aggiungiamo l’emozionante evoluzione di Eleven, vittima di sperimentazioni per le sue capacità paranormali, che pian piano entra nel gruppo di amici e vi diventa parte essenziale. Eleven è infatti il personaggio più bello di Stranger Things: nel suo mistero (talvolta persino frustrante) El è l’incarnazione dello straniero che interagisce con una società americana paranoica ma curiosa, fedele ma spaventata; e tutto questo si esprime nella lenta ma costante evoluzione del rapporto d’amicizia che diviene via via sempre più forte, fino allo stupendo epilogo finale del sacrificio per salvare la vita degli altri. Il gruppo di amici si riunisce col ritorno di Will, ma Eleven ha lasciato ormai una traccia indelebile nella crescita e nella fiducia dei ragazzini.

Meno riuscito è invece il fin troppo abusato triangolo amoroso che riguarda i teenager, con la ragazza divisa tra il bello (e malamente pettinato) Steve ed il timido ma coraggioso Jonathan; niente di nuovo sotto il sole se non per l’interessante sovvertimento della figura di Steve che ha a sua volta una crescita (forse un po’ repentina, ma solo perché al suo personaggio viene dedicato poco spazio) e si trasforma da bullo a pentito; un’evoluzione sicuramente originale, la quale chiaramente a contrastare uno stereotipo anni ’80 che viene – questo sì – abbandonato, segno che non tutto viene preso e rimesso in gioco dai fratelli Duffer.

Insomma, il responso definitivo è che questa prima stagione di Stranger Things sia un esperimento perfetto per l’estate, un prodotto che non ha ambizioni altissime e ciò nonostante riesce comunque a fornire dell’ottimo intrattenimento. Con il suo racconto ed i suoi personaggi la serie non intende innovare il panorama televisivo, ma sfruttare con intelligenza gli stilemi più amati dalle generazioni cresciute pane e Spielberg, per raccontare qualcosa di unico in un omaggio agli anni ’80 come non se ne vedeva da molto tempo (non a caso molti fanno riferimento a Super 8 di J.J. Abrams, un altro imbevuto di quegli anni lì, con le dovute differenze). Il bello, poi, è che proprio questa linfa apparentemente già vista potrebbe diventare (ancor di più con la seconda stagione già annunciata) la base essenziale per un rinnovamento delle immagini e del racconto della serialità dei nostri giorni.

Voto: 8+
Stranger Things – Stagione 2
Diventata in poche settimane un instant cult, Stranger Things – operazione di mimesi capillare e al contempo atto d’amore spassionato per un tempo che non c’è più – arriva all’attesissima seconda stagione con l’impervio compito di ripetersi, disarmata dell’effetto novità e obbligata a cambiare qualcosa per replicare il successo.

I fratelli Duffer hanno dimostrato di avere il talento, la maturità e la competenza per realizzare un prodotto inimitabile, che anche quest’anno mette al centro della propria riflessione la nostalgia, quel sentimento che rimanda a un tempo passato in cui l’ideale ha ormai superato il reale. A partire da questo discorso la serie adotta un punto di vista che citando tanto cinema degli anni Ottanta posiziona l’infanzia e la fantasia nel cuore del racconto, riuscendo in questo modo a fondere il coming of age con la fantascienza, l’horror con la fiaba. Ancora una volta l’ossessione (ricordiamo il sistema di lucine costruito da Joyce l’anno scorso) ricopre un ruolo centrale facendosi strumento per un’accurata riflessione sulla diversità, sullo splendore insito nell’anomalia (che siano i capelli di Max, i mille talenti di Dustin, le insicurezze di Steve e Lucas o la paranoia di Joyce), spesso motore di passioni così forti da pervadere l’intera esistenza dei personaggi della serie. La loro è una smisurata fiducia nel meraviglioso e nel fantastico che vede in Incontri ravvicinati del terzo tipo il modello per eccellenza, sia dal punto di vista delle atmosfere sia per l’ossessiva riproduzione del labirinto sotterraneo da parte di Will, che rimanda a quella della Torre del Diavolo dei protagonisti del film del 1977.

Oltre l’avventura: the day after

La scoperta di Eleven e dell’Upside Down per Mike, Dustin, Lucas e gli altri ha rappresentato l’anno scorso l’inizio di una stupefacente avventura incardinata nella ricerca di Will e declinata nei canoni del bildungsroman classico, con riferimenti sia a Stand by Me che a Mark Twain. Quello stesso senso di stupore, di meraviglia e di fiducia in un mondo in grado di trascendere le stanche e rigide regole della fisica ha accompagnato anche gli spettatori, i quali hanno idealmente cavalcato sulle BMX insieme ai protagonisti.
Questa seconda annata decide nella sua prima metà di esplorare l’altra faccia della medaglia mettendo a fuoco senza paura gli strascichi di quell’esperienza, concentrandosi in particolare sulle conseguenze riportate dai protagonisti e sul senso di perdita e di inadeguatezza che domina il racconto. La scomparsa di Barb è naturalmente uno degli elementi principali, utilizzato in particolare per caratterizzare il personaggio di Nancy, afflitta dai sensi di colpa, insoddisfatta dalla relazione sentimentale con Steve e indifesa di fronte alle tentazioni dell’alcol. Il più colpito di tutti è però Will, soprannominato “Zombie Boy” dai compagni di scuola, trattato da amici, parenti e medici con un riguardo così tanto invadente da farlo sentire ancora più strano e accentuare le sue già significative insicurezze. L’altra grande ferita di questa stagione è quella nel cuore di Mike a seguito della scomparsa di Eleven: esattamente come E.T. per Elliott nel film di Spielberg del 1982, la ragazzina ha significato per Mike non solo la scoperta di sentimenti mai provati prima, ma anche il partner di un’avventura che fino a quel momento aveva potuto solo sognare. È nello specchiarsi delle difficoltà di Will e di Mike che la prima parte della stagione conosce uno dei suoi momenti più alti, riportando l’attenzione sulla forza della loro amicizia proprio nel momento di massimo bisogno ed è impossibile non commuoversi nel momento in cui Will dice a Mike “We will be crazy together”.

What’s going on here?

Se è vero che ripetersi è spesso più difficile che stupire tutti per la prima volta, è altrettanto vero che la cultura cinematografica e televisiva dei fratelli Duffer è costituita da un caleidoscopio di prodotti, miti e narrazioni della pop culture degli ultimi quarant’anni fatto anche di sequel, prequel, reboot, rifacimenti e riscritture di ogni genere. I due autori hanno infatti dichiarato che per questa stagione si sono ispirati ai tanti sequel di successo della storia del cinema, da Indiana Jones e il tempo maledetto ad Aliens – Scontro finale passando per Terminator 2 – Il giorno del giudizio, non solo citandoli esplicitamente ma tentando di replicare la formula che ha permesso a questi film di ripetere il successo del film che li ha preceduti.
In un modello produttivo e distributivo come quello di Netflix, in cui l’unità minima di riferimento non è più il singolo episodio ma l’intera stagione, a cambiare sono anche i concetti stessi di ripetizione e serializzazione. Dopo la fruizione immersiva della prima annata è infatti solo con la seconda che si può davvero parlare di serialità, chiamando in causa i concetti di ritorno del già noto, di ripetizione e di variazione sul tema. Di già noto abbiamo le atmosfere, i personaggi e quella irresistibile voglia di fantasia: tornare a Hawkins è per gli spettatori come tornare a casa, nel posto in cui sentirsi di nuovo bambini. A ripetersi sono una serie di situazioni narrative, come i triangoli amorosi, e di tematiche, come l’importanza dell’unità del gruppo di amici. A diversificare questa stagione, sono invece le variazioni sul tema: l’introduzione dei personaggi di Max, del fratellastro Bill, di Bob, del dottor Owens e di Murray Bauman (uno straordinario Brett Gelman) gioca a questo proposito un ruolo determinante.

Being a freak is the best!

Una delle parole chiave della seconda stagione di Stranger Things è espansione, in particolare per quanto concerne le maglie del racconto e le backstory dei personaggi. Sotto questo punto di vista se l’anno scorso la ricerca di Will ha svolto il ruolo di accentratore delle linee narrative, quest’anno la struttura della serie ha una forma meno lineare e più reticolare, volta ad approfondire meglio la sfera individuale di alcuni personaggi e portare avanti alcuni discorsi cominciati l’anno scorso.
Un nucleo tematico che svolge un ruolo quasi indipendente per parte della stagione è quello legato a Nancy e Jonathan: attraverso la ricerca di Barb i due si immergono in un’avventura fatta di complotti e insabbiamenti che ha come esito principale non tanto il fare chiarezza sulla sorte dell’amica quanto far scattare definitivamente la scintilla – grazie anche all’aiuto provvidenziale di Murray – fra loro, aiutandoli a superare l’inibizione. Una delle conseguenze positive di quest’isolamento è l’approfondimento riservato a Steve, il quale una volta persa la donna amata trova la sua rivincita nell’azione e in particolare nel rapporto con Dustin che mette in scena alla perfezione l’unione di due personaggi per ragioni diverse bisognosi di affetto. Un altro spaccato molto interessante è quello riservato a Lucas e alla sua famiglia: all’interno del classico ritratto del ragazzino le cui passioni non sono comprese fino in fondo dal resto dei parenti, emerge l’esilarante sorellina Erica i cui dispetti nei confronti del fratello e della sua banda costituiscono alcuni dei momenti comici più riusciti dello show.
Nella ramificazione narrativa di questa stagione il compito più complicato è legato alla gestione di Eleven, sia perché dopo il finale dello scorso anno la ragazzina si trova sostanzialmente isolata dal resto, sia perché la sua eccezionalità la rende inevitabilmente diversa dagli altri. Su di lei viene fatto un lavoro stratificato e impostato su alcune delle principali tematiche del cinema eighties hollywoodiano come il bisogno dell’affetto genitoriale, la ribellione nei confronti dell’autorità e l’incontro con la morte. I Duffer riflettono sulla solitudine della ragazza riprendendo i convincenti riferimenti a Under the Skin per sviluppare in maniera struggente l’approfondimento sulla protagonista: dispositivi come la TV e la radio diventano i medium che letteralmente mettono in comunicazione Eleven con i propri sentimenti più reconditi e con i propri traumi portandola anche a sviluppare poteri a lei ancora ignoti.

The Lost Sister

Se la prima stagione era composta di otto compattissimi episodi, la seconda ne ha otto più uno speciale e dissonante dal resto, collocato alla posizione numero sette. Si tratta di una scelta molto coraggiosa dal punto di vista narrativo e che immediatamente ha fatto discutere, dividendo sia la critica (a cominciare dagli Stati Uniti) sia i pareri dei fan sui social network.
Dal punto di vista strutturale gli autori, dopo aver costruito un racconto progressivamente più avvincente, decidono di prendersi una brusca pausa operando una svolta improvvisa, ma non per questo irrilevante o non necessaria. La storyline di Eleven, a causa della scelta di isolare la ragazza dal resto, risulta fino a quel momento da una parte sempre più intrigante ma dall’altra un po’ troppo scollegata dal racconto principale. Sulla base di questa distanza, i Duffer optano per una detour che in realtà conduce lì dove la stagione è iniziata: il viaggio di Eleven a Chicago rappresenta un confronto della protagonista con il proprio passato, una tappa necessaria alla conoscenza di sé stessa e delle proprie straordinarie capacità.
La sorella perduta di Eleven è, andando dal micro al macro, anche quella di Stranger Things: questa deviazione infatti suona anche come una sorta di what if narrativo, come il pilot di una serie gemella sviluppatasi diegeticamente in un modo parallelo a partire da un altro tipo di immaginario, quello del punk urbano statunitense dei Guerrieri della notte e di 1997: Fuga da New York.
Attraverso questa deviazione i Duffer riescono a realizzare una sorta di origin story superoistica in cui Eleven, come il protagonista di un comic movie, si confronta con un contesto nuovo e con i propri lati oscuri per conoscere fino in fondo se stessa (il passaggio da numero – Eleven – a nome – Jane – le conferisce a tutti gli effetti un’identità) e le doti che possiede. Se è vero che a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità, allora la protagonista, dopo aver elaborato la violenza e l’omicidio e aver avuto un ultimo struggente confronto con il “padre”, capisce definitivamente che il suo destino è andare a salvare Mike e gli altri, perché è quello l’unico posto che può davvero chiamare casa.

La mente alveare

I fratelli Duffer hanno scelto di chiamare la seconda stagione Stranger Things 2 per una ragione abbastanza chiara: volevano fosse un sequel e quindi legarsi (come anticipato più sopra) alla tradizione cinematografica dei capitoli 2, facendo di questa annata qualcosa di simile a Il mondo perduto. In quest’ottica la seconda metà di stagione – e in particolare l’ultima coppia di episodi – mette perfettamente in evidenza l’intenzione di elevare l’asticella della spettacolarità, rendendo la serie più action rispetto al passato, senza però rinunciare alle tematiche che ne hanno decretato il successo.
I Demodog costituiscono pertanto un’idea vincente: la loro dinamicità aumenta la possibilità di realizzare scene d’azione; il loro inserimento nel laboratorio permette agli autori di realizzare una situazione alla Jurassic Park; l’imprevedibile evoluzione di queste creature viene seguita passo dopo passo dai protagonisti. A questo proposito riesce ad emergere anche il personaggio di Bob, che oltre a essere il compagno perfetto perché dolcemente goffo, sempre aperto alle novità e mai snob, si dimostra anche un eroe per caso grazie alle propria attitudine da geek rendendo ancora più struggente la sua tragica fine. So long “Bob Newby, Superhero”.

In questo processo di intensificazione dello spettacolo un ruolo di primo piano è ricoperto dal “cattivo” e sotto questo aspetto l’idea della mente alveare si rivela assolutamente geniale: in questo modo gli autori possono costruire un nemico apparentemente invincibile e (in tutti i sensi) tentacolare; allo stesso tempo questa intuizione non solo rimanda a D&D (The Mind Flayer è infatti una delle tante intriganti figure del gioco), ma è anche un riferimento all’intelligenza collettiva, simbolo del percorso compiuto dalle generazioni di nerd che dagli anni Ottanta sono arrivate fino al web e ai social network e che vedono nei ragazzini di Stranger Things degli splendidi antesignani.
L’alto tasso di spettacolarità di questa stagione è dovuto anche al lavoro compiuto su Eleven, personaggio che, come dimostrato dal settimo episodio, oltre a essere estremamente stratificato porta con sé anche una spiccata vena action (supportata dalle capacità interpretative di Millie Bobby Brown), che le conferisce un’identità ambivalente facendone sia un freak come tutti gli altri sia una supereroina. La fiducia di Mike in lei non è solo il modo con cui gli autori mettono in scena una relazione troncata sul nascere, ma rappresenta anche il simbolo di una speranza (quasi generazionale) in un mondo diverso, in cui fare del proprio partner speciale qualcosa in grado di illuminare tutto il resto, che sia esso un amico immaginario o un supereroe. Esaltare questo ruolo di Eleven costituisce per i Duffer anche l’occasione per rendere l’estetica della seconda stagione più cinematic costruendo sequenze girate alla perfezione, come quella del salvifico ritorno a Hawkins della ragazza o quella in cui tutti i suoi poteri sono utilizzati per chiudere il portale che collega all’Upside Down.

Friends don’t lie

Dopo due stagioni di altissimo livello, di Stranger Things resta un’articolata e sentita riflessione sulla nostalgia che è riuscita a trovare un equilibrio perfetto tra rievocazione di un mondo che non c’è più (e che forse in questi termini non è mai esistito) e la finzionalizzazione di un’immaginario costruito su emozioni reali, sogni di biciclette che vanno verso il cielo e cacce al tesoro dei pirati (scegliere Sean Astin, protagonista dei Goonies, per interpretare Bob è stata una scelta azzeccatissima).
I Duffer riescono a plasmare questo immaginario a loro immagine e somiglianza, ragionando non tanto dalla parte di chi quell’epoca l’ha vissuta (hanno entrambi poco più di trent’anni) ma da quella di chi quel mondo lo ha sognato attraverso i dispositivi (proprio come Eleven), di chi è si è formato sul quell’immaginario veicolato dalla cultura popolare. Nel far ciò i due autori riescono a mettere in scena un universo talmente originale e accattivante da far propria quell’idea di mondo (e quell’idea di cinema e di narrazione tout court), mettendo un marchio personale che elimina la sensazione di rifacimento dalla fruizione spettatoriale. Analogamente a quanto fatto da Tarantino, che in Kill Bill prende la tuta di Bruce Lee e la risemantizza sul corpo di Uma Thurman, i Duffer pescano a piene mani da un mondo audiovisivo e letterario preesistente ma al contempo configurano un’estetica fortemente personale, tanto che (ad esempio) l’ipnotica sigla, pur rimandando inevitabilmente a John Carpenter e a Stephen King, è ormai diventata un marchio di fabbrica inconfondibile.

Dopo un’attesa di oltre un anno, nella quale si sono susseguiti affollatissimi panel ai Comic-Con di tutto il mondo e la contagiosa passione per la serie è passata di casa in casa, la seconda stagione di Stranger Things si trovava di fronte a un precipizio, messa sotto la pesantissima pressione di ripetere il miracolo. Nonostante ciò, i Duffer ce l’hanno fatta ancora, riuscendo a realizzare una seconda annata che mantiene tutti i pregi della prima e che al “fattore novità” sostituisce il riuscitissimo tentativo di espansione e diversificazione.

Voto: 9

Stranger Things – Stagione 3
Dopo l’enorme successo ottenuto con le due stagioni precedenti, questa nuova avventura estiva di Stranger Things aveva davanti a sé l’arduo compito di mantenere alto il livello qualitativo già conquistato in precedenza, insieme all’ovvia necessità di rinfrescare l’universo creato dai Duffer Brothers con novità e accorgimenti capaci di rinnovare lo show, mantenendo allo stesso tempo gli elementi più caratteristici che ci hanno fatto così tanto appassionare alle avventure dei ragazzini di Hawkins.

Si tratta di un compito, come si diceva, davvero difficilissimo ed era più che lecito, da parte degli spettatori, avere il timore di assistere a una perdita di idee o a qualche scivolone qualitativo. Tuttavia, si può affermare con sollievo che questa nuova stagione di Stranger Things non solo è riuscita a tenersi lontana dai rischi citati, ma è stata soprattutto capace di rinnovare le proprie caratteristiche, aprendosi a un nuovo mondo, sia dal punto di vista narrativo (con l’entrata dei protagonisti nell’adolescenza), e sia dal punto di vista estetico e visivo (con il suo mood estivo e colorato e con una nuova, cruenta raffigurazione del Mind Flayer). Ma andiamo con ordine.

Un nuovo equilibrio

Uno degli aspetti più limitanti di Stranger Things riguarda proprio l’eterno ritorno del Mind Flayer che, a prescindere dalle modalità con cui riprende a tormentare le vite dei cittadini di Hawkins, rappresenta una costante dello show. Se nelle prime stagioni la manifestazione di questo villain donava alla serie una buona dose di fascino e mistero, con questa ultima annata si è presentata la necessità di accompagnare alla sua presenza un gran numero di nuove dinamiche e situazioni che riuscissero a mantenere vive tali sensazioni, nonostante la familiarità conquistata dagli spettatori nei confronti di questa creatura malefica (e disgustosa).

Gli autori non si sono lasciati intimorire da questo pericolo e hanno colto la palla al balzo per rappresentare al meglio anche il Mind Flayer attraverso una gestione quasi perfetta delle numerose storyline messe in scena: il ritmo incalzante di tutta la stagione ha permesso, infatti, una visione plurima delle modalità con cui opera il villain, mostrandocelo da diversi e interessanti punti di vista, a partire da chi ne è posseduto (in particolare con Billy), fino a chi tenta di scappare dalle sue grinfie.

Inoltre, l’entrata in scena del laboratorio segreto sovietico (un chiaro ed ironico rimando alla fobia antisovietica nei tempi della Guerra Fredda) ha dato il via alla possibilità di presentare un gran numero di scene action costruite benissimo, rendendo così lo show ancora più avvincente. Ma non solo: fra gli aspetti meglio riusciti (di sempre, ma ancor di più in questa stagione) è presente l’ottima gestione dell’equilibrio fra gli aspetti più comedy dello show – il quartetto composto da Dustin, Erica, Steve e Robin è stato a dir poco irresistibile in questo senso – a quelli più drammatici e horror che, con i personaggi sempre più maturi, hanno potuto prendere sempre più spazio e arricchire la serie di nuove emozioni mai esplorate prima. Il tutto, si diceva, è stato reso possibile proprio grazie alla cura con la quale sono state rappresentate e alternate fra loro le diverse storyline. Il gran numero di situazioni incontrate dai più svariati personaggi non hanno reso lo show per niente dispersivo, anzi: ogni elemento messo in gioco si è poi incastrato, nelle ultime puntate della stagione, in un insieme equilibrato e dinamico che ha messo in luce ancor di più la bravura degli sceneggiatori nel destreggiarsi con un gran numero di elementi.

The real world sucks.

Ma il vero punto di forza di tutta la stagione – da e per cui si sono potute sviluppare le cose dette in precedenza – risiede nei personaggi e nella loro maturazione. Quei bambini avventurosi che abbiamo conosciuto e amato nella prima annata adesso devono vedersela con le gioie e i dolori dell’adolescenza, insieme a tutto ciò che ne consegue. A concorrere alla buona riuscita della messa in scena di questo cambiamento, la nuova amicizia maturata fra Eleven e Max (dopo la forzata rivalità della scorsa stagione) è uno dei segmenti meglio riusciti della terza annata. Con e attraverso la loro amicizia, possiamo osservare come Eleven abbia imparato man mano a ritagliare a suo piacimento la propria individualità e come la giovane abbia preso coscienza del fatto che quest’ultima non debba più legarsi esclusivamente ai suoi poteri o alla storia d’amore con Mike. Esattamente come accade quando, nell’approcciarsi allo shopping, può scegliere gli abiti che più le aggradano, Eleven sta imparando non solo a conoscere meglio se stessa, ma anche a costruirsi gli spazi necessari in cui manifestare la sua personalità e la sua unicità. Anche il rapporto travagliato con Mike ha messo entrambi a dura prova, non solo per la confusione nell’affacciarsi per la prima volta alla sessualità, alle caratteristiche e ai misteri del sesso opposto, ma anche e soprattutto per la peculiare dimensione del loro rapporto, in cui i poteri e la storia di Eleven hanno richiesto ad entrambi una dose di maturità e di fiducia non indifferenti per far funzionare le cose tra di loro.

Fra questi nuovi percorsi intrapresi dai nostri personaggi, quello di Will è forse il più interessante di tutti. Il giovane ragazzo interpretato da un sempre bravissimo Noah Schnapp è stato, come sappiamo, il più colpito dalle insidie del Mind Flayer, che gli hanno sottratto all’incirca un paio di anni della sua giovane vita. Tornato adesso a una quotidianità più o meno tranquilla, il giovane avrebbe voluto riconquistare il tempo perduto e tornare alla vita di sempre: non stupisce, dunque, che la necessità di crescere che hanno manifestato Mike e Lucas non lo abbia colpito alla stessa maniera. Alla luce di questo, è a dir poco struggente osservare come Will cerchi di aggrapparsi ai ricordi e alle abitudini della sua infanzia e, soprattutto, osservare come sia doloroso per lui prendere finalmente coscienza del fatto di non poter tornare indietro. L’addio ai giorni e ai giochi infantili è doloroso e difficile per tutti, ma nel suo caso il tutto si riveste di un’atmosfera ancora più tragica proprio per la consapevolezza di non aver potuto vivere appieno quei momenti di serenità che gli spettavano. La distruzione violenta e disperata del fortino Byers rappresenta così l’addio dolorosissimo di Will nei confronti della propria infanzia, e si staglia fra i momenti più amari e significativi dell’intero show.

Anche Nancy e Jonathan e, in misura minore, Steve e la validissima new-entry Robin (Maya Hawke) sono sottoposti a una sfida simile. Se il gruppetto capitanato da Eleven deve vedersela con l’adolescenza, questi ultimi devono vedersela invece con l’entrata a tutti gli effetti nella vita da adulti: le prime esperienze lavorative, le prime ingiustizie subite e le numerose incomprensioni a cui questi personaggi sono andati incontro rappresentano un primo assaggio del cosiddetto mondo reale. Ognuno di loro è chiamato alla sfida di trovare il proprio posto in un mondo che va avanti con le sue regole (spesso ingiuste e crudeli), indifferente alle loro fragilità. Nell’affacciarsi a questa realtà, Nancy e Jonathan si sono incamminati insieme – non senza screzi – e hanno dovuto lavorare sulle loro debolezze per resistere non solo al Mind Flayer, ma anche e soprattutto alle sfide che riserverà loro il futuro. Alla luce di tutto questo, le minacce del Sottosopra sembrano davvero impallidire rispetto alla tempesta emotiva causata in tutti i personaggi dall’arrivo inarrestabile dell’adolescenza e della vita adulta.

“We could be heroes, just for one day”

L’ingresso in questa dimensione più matura e consapevole si rispecchia anche nell’estetica riservata alla trama della lotta contro il tremendo Mind Flayer: l’utilizzo stesso di scene più cruente e di una versione del villain fra le più terrificanti viste fino ad ora sottolineano ancor di più l’entrata dei nostri personaggi in un mondo più duro, più adulto appunto, che non riserva loro sconti e che li costringe ad abbandonare quell’ingenuità e quell’innocenza appartenenti alla sfera infantile.

Anche i personaggi più adulti dello show sono chiamati ad affrontare una sfida dopo l’altra. In questo contesto, brilla di una nuova luce Joyce, finalmente più slegata dalla figura di una madre ossessivamente premurosa e messa nel pieno dell’azione al fianco di Hopper e di un sempre strepitoso Brett Gelman nei panni di Murray. Non si può dire altrettanto proprio di Hopper, il personaggio forse meno curato dello show: la rappresentazione di un uomo burbero reso ancora più arrabbiato e insofferente a causa dei traumi subiti in passato è fin troppo ripetitiva, finendo per risultare piuttosto piatta.

Tuttavia, le ultime due puntate dello show hanno il merito di aver ricostruito il puzzle della stagione in maniera eccellente, incastrando ogni pezzo e ogni storyline alla perfezione, per condurci a un finale avvincente sia dal punto di vista narrativo e sia da quello visivo e tecnico (la regia è stata davvero attenta ad ogni inquadratura e ad ogni dettaglio dello show).
Il sapore agrodolce della conclusione di questa stagione – aumentata dalla presunta dipartita di Hopper – si sposa perfettamente con tutti i temi toccati nelle puntate precedenti, mettendo ancora più in risalto il dolore che comporta crescere, prendere una propria strada e trovare la forza di lasciare andare ciò che appartiene al passato e che, lo si voglia o no, non può più tornare. La lettera finale di Hopper (presentataci con la splendida versione creata da Peter Gabriel della celebre “Heroes”) sottolinea proprio questa amara lezione di vita che i nostri ragazzi hanno imparato in questa nuova, assurda avventura. L’epilogo, commovente e così maturo, si presenta davvero come il finale perfetto per questa terza stagione, che ha chiuso un ciclo per aprirne un altro che ha tutta l’aria di presentarsi complesso e affascinante.

Con questa terza stagione, insomma, i Duffer Brothers hanno compiuto un ottimo lavoro, riuscendo a innovare Stranger Things senza snaturare le sue caratteristiche, dimostrando così di saper curare con maestria le numerose sfaccettature di uno show che resta ancora iconico nella sua rapida evoluzione. Non ci resta che aspettare la prossima stagione per scoprire le numerose domande che quella scena post-credit ci ha lasciato.

Voto: 8+
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