Barry – Stagione 1
Potrà sembrare un mantra utilizzato per riempire le introduzioni ma le novità di cui essere entusiasti in questi primi mesi del 2018 possono contarsi sulle dita di una mano, al massimo una mano affetta da polidattilia. Tra queste c’è indubbiamente Barry, comedy di HBO prodotta da Alec Berg e Bill Hader.La prima questione da affrontare parlando di Barry è quella relativa alla sua identità: considerata comedy dalla critica e dagli aggregatori televisivi, è in realtà uno di quei prodotti ibridi e sfumati che si divincolano dalle categorizzazioni. Questo avviene a partire dal formato (episodi da trenta minuti che meriterebbero una maggiore dignità all’interno del panorama seriale) che sottolinea ancora di più l’essenza intermedia di Barry, né comedy né drama, che, pescando da entrambi i lati della barricata, definisce un linguaggio proprio.
You want a hobby. You could take up something, painting maybe. Hitler painted. So did John Wayne Gacy.
Il centro da cui si irraggia il racconto è il protagonista che dà il nome allo show. Barry Berkman/Block è il risultato dell’amalgama di due stereotipi: da una parte il reduce di guerra traumatizzato che sfoga la PTSD nell’attività di sicario, dall’altra l’uomo normale, anzi banale e anonimo, privo di guizzi e senza punti di interesse. Non si tratta della decisione consapevole di mantenere un basso profilo vista la pericolosa attività fuorilegge, ma di una scelta precisa della scrittura che, mettendo in scena un personaggio svuotato, privo di personalità e carattere, lo rende tela immacolata per uno spettatore centrale nel processo costruttivo della narrazione. Barry non ha un passato e sta al pubblico proiettare sullo spazio bianco la propria interpretazione; proprio in questa peculiarità sta la principale differenza tra Barry e Patriot, altra sorpresa dello scorso anno a cui lo show di Berg e Hader è stato accostato. Stante la medesima vocazione plot driven, è diverso il processo di caratterizzazione ed introspezione, con la depressione di John Tavner che era un aspetto fondamentale nella tessitura del racconto.
Barry, al contrario, non ha famiglia, non ha amici e l’unica persona presente nella sua vita approfitta di lui sfruttandone le abilità; non sembra avere un vissuto, sembra trapiantato su questa terra, proveniente da un’altra dimensione, in occasione del pilot. L’arco narrativo che lo contraddistingue ha inizio con il corso di recitazione ed è importante notare come non sia un percorso di redenzione ad interessare le menti dietro la scrittura. Non è un caso che lo stesso Berg abbia fatto a suo tempo del team creativo di Seinfeld che, con il proverbiale “no hugging, no learning” sanciva l’immobilità irreversibile dei propri personaggi, incapaci di imparare dalle proprie esperienze e rendersi protagonisti di un percorso migliorativo.
Questo è quanto emerge dalla conclusione delle vicende stagionali di Barry, su cui la catarsi emotiva ha prodotto una maggiore consapevolezza ma non è riuscita a cambiarne l’approccio al mondo. Il protagonista è sovrastato dalla normalità e non è in grado di confrontarvisi, allo stesso modo in cui non è in grado di sostenere con scioltezza una conversazione – o non sa scegliere l’outfit per una serata – e gli unici momenti in cui appare veramente a suo agio sono quelli in cui deve togliere la vita ad altre persone, occasioni in cui l’ordinarietà del ciclo vitale è sovvertita. È interessante, da questo punto di vista, l’incompatibilità fisica tra Barry e l’attività di sicario, di efficiente portatore di morte. L’omicidio non ha nulla di sconvolgente, e il protagonista uccide allo stesso modo in cui un contabile sbriga le pratiche più urgenti.You know the song ‘Fly Like an Eagle’ Performed by Seal on the Space Jam soundtrack?
Al di là delle escursioni drama che raggiungono il picco in “Loud, Fast and Keep Going”, Barry non lascia mai indietro l’impianto comedy su cui è costruito e struttura la propria comicità attraverso una relazione diretta con lo spettatore. La principale fonte di divertimento scaturisce proprio dal rapporto malsano con il mondo vissuto dal protagonista: attraverso i cambi di tono e le situazioni surreali lo show gioca con le aspettative del pubblico, al cui sovvertimento contribuiscono la teatralità di Gene Cousineau (Harry Winkler), l’estemporaneità di Noho Hank (Anthony Carrigan) e la presenza scenica di Goran Pazar (Glenn Fleshler), un Tony Soprano Ceceno.
Ad un livello superiore la posta è più alta e coinvolge direttamente il messaggio di fondo; le fantasticherie di cui si nutre l’immaginazione di Barry educano lo spettatore a non fare affidamento sulla felicità e sul lieto fine e i frutti di questa scelta vengono raccolti nel corso dell’ultimo episodio, “Know Your Truth”. Il climax finale viene rifiutato in maniera esplicita e la risoluzione fin troppo semplice delle controversie agisce come un riflesso condizionato pavloviano: l’atmosfera idilliaca della casa delle vacanze instilla la convinzione di stare assistendo all’ennesima fantasia del protagonista e che la caduta sia imminente. Non è così e il pubblico impatta violentemente contro l’ambiguità morale che, fino a quel momento, aveva attraversato sottilmente gli episodi.
Starting… Now.
La detective Moss è una brava donna e un’ottima investigatrice che ha inaspettatamente trovato la felicità nell’istrionismo affettuoso di Gene, eppure, a causa dell’investimento emotivo e interpretativo richiesto dal personaggio di Barry, ci si ritrova a fare il tifo per quest’ultimo, a sperare che il percorso di maturazione in cui abbiamo creduto non sia interrotto da una banalità come la giustizia. Gli attori dello scontro sono il dovere kantiano della detective – costretta a sovvertire lo stato positivo delle cose in nome di quello in cui crede – e l’ambiguità morale di un personaggio che crede di poter plasmare l’etica a proprio piacimento ed è convinto che in qualsiasi momento sia possibile ricominciare da capo, senza affrontare le conseguenze delle proprie azioni. L’esito della battaglia è scontato e insiste ancora una volta sull’impossibilità di un lieto fine per tutti, buoni e meno buoni.Il valore di Barry può essere misurato a partire dall’efficacia con cui coagula il racconto d’azione drammatico con l’anima frizzante e surreale delle comedy più sofisticate. Il risultato è un prodotto che ha punti di contatto con il cinema di McDonagh e, più in generale, con la tendenza recente ad affidare il ruolo di protagonista a personaggi moralmente compromessi e tormentati, antieroi ambigui per cui simpatizzare ha conseguenze dolorose per lo spettatore.
Barry è, insieme a Killing Eve, la novità più interessante dell’anno perché è subito evidente l’unità di intenti al momento della scrittura – il fatto che uno dei produttori sia anche il protagonista rende il passaggio dall’ideazione alla realizzazione ancora più fluente – che dona allo show un’anima singolare e coesa; non ci sono episodi improvvisati o indipendenti e ogni sequenza è legata a doppio filo alle altre. Le stesse gag si inseguono e si completano nel corso di più episodi (da sottolineare quelle sull’altezza dei boliviani che, all’interno delle nazionalità censite, sono effettivamente al penultimo posto per statura media) donando allo show un’interconnessione tra le parti che rende la visione piacevole e divertente. A tutto ciò bisogna aggiungere le prestazione degli attori – con la sola Sarah Goldberg a non raggiungere il livello dei colleghi – e la marcata impronta registica di Berg, oltre alla vivacità espressiva del sempre più apprezzabile Hiro Murai. Già rinnovato per una seconda stagione, Barry è la grande sorpresa di questo 2018.
Voto: 8
Barry – Stagione 2
La prima stagione di Barry è stata un piccolo gioiello autoconclusivo: a partire da premesse interessanti su tutti i fronti, dalla storia alla composizione del team creativo, la HBO ha trovato un campione indiscusso per quanto riguarda la black comedy e la commistione tra generi. La stagione si concludeva in maniera perfetta, chiudendo il racconto nel modo più coerente possibile e lasciando un piccolo spiraglio in caso di sviluppi futuri. Chi avrebbe mai avuto il coraggio di rilanciare – neanche replicare – con una seconda annata?Chi ci ha provato risponde al nome di Bill Hader e Alec Berg, le due menti dietro allo sviluppo dello show e alle svolte del tutto folli a cui abbiamo assistito in questi otto episodi. Come si diceva, gran parte dell’interesse creato da Barry stava fin da subito nel suo team creativo, con un veterano come Berg (Seinfeld, Curb Your Enthusiasm, Silicon Valley) ad affiancare il primo lavoro originale di Bill Hader, che era famoso soprattutto per le sue impressions e gli sketch al Saturday Night Live, oltre a qualche ruolo comico in televisione; se poi si pensa che alla regia ha lavorato anche Hiro Murai (Atlanta), uno dei migliori registi televisivi in circolazione, la qualità della prima stagione non sembra aver bisogno di ulteriori spiegazioni.
Questo secondo ciclo di episodi, però, partiva da una posizione più difficile. In primis, la scrittura doveva riaprire la storia lavorando sul materiale potenzialmente autoconclusivo della scorsa, trovando da un lato delle linee narrative da arricchire senza buttare all’aria il lavoro fatto prima, dall’altro la qualità altissima della prima stagione con cui confrontarsi. In più, si sapeva che la regia di Murai avrebbe solo aperto la stagione in continuità con quella precedente, mentre alcuni degli episodi più critici sono stati affidati a Bill Hader, dopo l’ottimo lavoro svolto coi primi tre episodi l’anno scorso. È stata, quindi, la stagione che ha emesso il verdetto definitivo sulla qualità della serie, che avrebbe potuto inciampare nelle sfide sopracitate o avrebbe potuto superarle, guadagnandosi un posto indiscusso nell’eccellenza televisiva contemporanea. Se la stagione l’avete vista, saprete già che ci troviamo di fronte alla seconda alternativa.
And I pray that human beings can change their nature. Because if we can’t, you and I are in big trouble.
In “The Show Must Go On, Probably”, la premiere, Barry fa la sua prima apparizione uscendo dall’ombra del backstage, cercando di rilanciare lo spettacolo teatrale e di mettere da parte l’omicidio del detective Moss e l’effetto che ha avuto su Gene. Una volta fuori dai giochi, il protagonista ha il tempo di prendere un respiro di sollievo e lanciare l’interrogativo chiave della stagione: “Am I a bad person?” si chiede Barry a diversi stadi del suo percorso, mentre una sequela di eventi scatenati nella scorsa annata lo insegue e i suoi tentativi di allontanarsene diventano sempre più inutili. A pensarci bene, la condanna è chiara fin dagli inizi: l’unico espediente che sembra riavvicinare Cousineau al teatro è l’introspezione e la manifestazione di vulnerabilità dei suoi alunni, Barry (e Sally) prima di tutti. Ed ecco che il personaggio di Bill Hader è costretto a guardarsi dentro, a raccontare l’orrore della guerra e degli atti mostruosi, non necessari di cui si è macchiato nella sua rabbia contro una famiglia innocente: la prima parte di stagione lavora su questo livello, ragionando sulla natura del protagonista e mettendolo alla prova col ritorno dell’ex-marito violento di Sally, con cui Barry riesce a fermarsi all’ultimo secondo (con un po’ di aiuto dal caso). Il dialogo con Gene corona questo pezzo di evoluzione in maniera perfetta, unendo i due personaggi e i loro errori e fornendo uno spiraglio di speranza per entrambi: forse, con la spinta giusta, Barry ne sarebbe potuto uscire.
Ma ecco che, pochi minuti dopo, Barry corre a salvare Fuches e l’umorismo nero unito al pessimismo a tinte nichilista della serie si fanno sentire: il confronto col detective Loach taglia il respiro di chi sta guardando e mette d’improvviso la serie in un angolo, liberandola un attimo dopo con uno dei momenti più esilaranti di queste due stagioni. Nell’attimo in cui scopre che il vero motivo per cui Loach lo cercava era per commissionargli l’ennesimo omicidio, Barry si ritrova al punto di partenza, e Barry – la serie – esplode. Gli archi dei personaggi cominciano a scurirsi, con i flashback onirici dell’Afghanistan a ricordare al protagonista come il patto col diavolo stretto con Fuches lo perseguiti ancora, mentre Gene viene costretto a riaffrontare la morte di Moss e Sally rinuncia all’onestà del suo racconto fortissimo in favore di una forma più appetibile al grande pubblico. In parallelo con questa svolta scurissima, Barry si sforza di restare pulito fino in fondo, senza uccidere (direttamente) nessuno fino agli ultimi momenti del season finale: a quel punto, però, il climax ha raggiunto l’apice, e il tempio pieno di gangster di tutte le fazioni viene completamente massacrato. L’ultima volta che lo vediamo, Barry sta rientrando nell’ombra.Possiamo quindi catalogare questa stagione come un enorme successo dal punto di vista narrativo, capace di gestire l’evoluzione di ogni personaggio in maniera stratificata e soprattutto coerente. E si parla non solo del percorso del protagonista, ma anche dell’arco di Sally, costantemente in conflitto sul come raccontare l’abuso del marito a un pubblico che non può capire, o quello più marginale di NoHo Hank, l’elemento comico più riuscito della stagione, mai snaturato e spesso determinante nello sviluppo dell’intreccio principale.
Ma non è alla storia che si ferma questa stagione di Barry. Oltre al grande successo in termini di costruzione dei personaggi e di sviluppo di temi complessi e sfaccettati, Hader e Berg hanno firmato un capolavoro stilistico. Il quinto episodio, “ronny/lily”, è quanto di più assurdo e fuori dagli schemi la serie abbia mai lontanamente fatto, col suo mix di violenza, citazionismo e black humor, il tutto merito di un fenomenale Bill Hader dietro la macchina da presa. Ribaltando le aspettative fin dalla prima sequenza e trasformando un omicidio su commissione in una folle avventura, Barry si trasforma ed entra in un mondo con regole del tutto diverse da quelle a cui siamo abituati, in cui convivono momenti surreali e altri crudissimi e spietati. E così una storia su carta tragica viene riletta come se fosse una comedy pura, una sorta di buddy movie in chiave pulp la cui parte drammatica consiste nel conflitto tra i due protagonisti, Barry e Fuches. È un momento di televisione altissimo, in cui la serie si allontana da qualunque compromesso e scopre il suo umorismo più nero; un livello che viene spesso sfiorato in altre sequenze nel corso della stagione (sempre grazie alla regia di Berg, Hader e Murai) e a cui si ritorna nell’ultima lunga sequenza della stagione, quella carneficina nel monastero capace di chiudere una manciata di archi narrativi (la morte di Esther col proiettile segnato, l’arrivo del rimpiazzo di NoHo Hank) tra un colpo di pistola e l’altro. Ed è proprio sul finale della sparatoria che arriva una (brevissima) sequenza che racchiude l’essenza della serie: l’allievo di Barry che lo vede entrare, lo riconosce e abbassa il fucile, per poi essere abbattuto dal maestro una frazione di secondo dopo.La seconda stagione di Barry è un successo sotto tantissimi punti di vista, un saggio di regia, lavoro sui personaggi, coerenza tematica e mix tra generi – raramente la comedy e il drama si sono alternati e sovrapposti con questa fluidità. Alla fine della prima annata, qualche dubbio rimaneva sulla capacità degli autori di proseguire una storia già completa e interessante; non si può più dire lo stesso per la prossima, già confermata da HBO e per cui possiamo solo aspettarci grandissime cose.
Voto: 9
Barry – Stagione 3
È normale sentirsi un pò spiazzati davanti a questa premiere di Barry, la dramedy HBO ideata da Bill Hader – che interpreta anche il protagonista – e Alec Berg: siamo infatti di fronte a un altro caso in cui l’ultima stagione l’abbiamo vista prima del micidiale 2020 che, oltre ad aver sconvolto le nostre abitudini di vita e tutto quello che sappiamo, ha anche creato la percezione di uno spartiacque temporale per il quale tra quello che è successo prima e quello che è successo dopo sembra passato un secolo.Questa “forgiving jeff”, inoltre, per come è strutturata, non aiuta a fare mente locale sul momento narrativo nel quale avevamo lasciato il protagonista Barry Berkman/Block, nonostante si ponga in diretta continuità con gli ultimi avvenimenti della serie. La potente immagine con la quale gli autori ci avevano salutato era un Barry che spariva lentamente nell’ombra, come a simboleggiare che il suo tentativo di redenzione e cambiamento fosse fallito, lasciando che l’uomo tornasse al suo lato oscuro e abbandonando la possibilità di essere – diventare – una persona migliore. Il cold open di questo atteso ritorno vede lo stesso Barry in preda ad una crisi esistenziale, che assiste – visibilmente confuso – a uno scambio tanto divertente quanto surreale tra un uomo che sta per essere ucciso e la persona che ha assoldato un assassino per ucciderlo. Da questa prima esilarante scena emerge a chiare lettere quello che probabilmente sarà il filo conduttore della stagione, oltre a dare il titolo all’episodio: il tema del perdono.
Forgiveness has to be earned.
Per capire meglio come questa premiere sia legata a questo tema bisogna andare ad analizzare il rapporto che lega i personaggi di Barry e Gene, una relazione irrimediabilmente compromessa dalla scoperta da parte di quest’ultimo che il suo allievo è l’assassino della sua amata Janice; questo turning point, che è stato anche uno dei grandi colpi di scena alla fine della scorsa stagione, porta a un inevitabile cambiamento nel modo in cui interagiranno. Ciò risulta evidente sin da subito: a differenza di quanto ci si sarebbe potuti aspettare – si poteva pensare che la tensione generata dalla consapevolezza di Gene sarebbe stata mantenuta per tutta la stagione con magari il tentativo da parte sua di mettere i bastoni tra le ruote a Barry, per esempio al fine di incastrarlo, o anche solo per organizzare un piano più elaborato con il quale ucciderlo e così consumare la sua vendetta –, gli autori scelgono di offrire immediatamente l’atteso confronto tra i due agli spettatori: il faccia a faccia tra i personaggi di Bill Hader e Harry Winkler è l’apice di questo primo episodio e arriva nel finale, regalando uno dei momenti più esilaranti della puntata e allo stesso tempo aprendo a possibilità narrative inattese. Barry si rende conto che l’unico modo di ottenere una vera redenzione e una completa accettazione di sé è attraverso l’ottenimento del perdono, un perdono che deve però guadagnarsi, sebbene non sappia come fare; Gene è la persona perfetta al momento giusto, colui che da buon insegnante può guidarlo attraverso questo complicato percorso – anche se è chiaro che provi ancora un forte rancore verso di lui.Non è tuttavia una premiere tutta Barry-centrica, anzi: come già siamo stati abituati, la serie HBO ha saputo costruire intorno al protagonista tanti altri personaggi molto interessanti, da quelli che ottengono più facilmente le linee comiche – come Noho Hank che in questa premiere dà il meglio di sé nel suo agognato interrogatorio con la polizia – a quelli che ne incarnano lo spirito più drammatico – come Sally. In fin dei conti la grandezza di Barry sta proprio nel saper bilanciare queste sue due anime e all’occasione nel saper fonderle in un mix molto personale e difficile da imitare; questo avviene per esempio attraverso l’accostamento di ambienti e personaggi totalmente opposti, situazioni al limite del grottesco o battute taglienti al momento giusto. Per esempio non si può rimanere indifferenti di fronte alla divertente tristezza di un Fuches nascosto in una catapecchia in Cecenia che vuole vedere la partita o a Barry quando chiede consigli su quali fiori regalare a Sally ad una donna che lo ha chiamato per discutere dell’assassinio del marito fedifrago.
The key to stage acting is doing, whereas when you’re on camera, you really just want to be.
Tra i vari personaggi che circondano il protagonista è proprio Sally ad emergere come figura fondamentale per l’economia della serie e per bilanciare le storyline più sanguinolente legate al lavoro di Barry. Mai come in questa stagione il personaggio interpretato da Sarah Goldberg appare come ambizioso e desideroso di sfondare in TV: la vediamo infatti impegnata con il lavoro sulle riprese del suo show e sulle difficoltà che circondano quello specifico ambiente lavorativo. Sally è costretta a scendere a compromessi per ottenere i risultati prefissati, oltre a dover mantenere la barra del timone dritta durante le riprese pretendendo la perfezione dai suoi collaboratori – nel lungo piano sequenza che la porta sul set il suo atteggiamento cambia radicalmente attraversando in modo orizzontale tutte le stanze –, anche se questo stress e questa concentrazione totale sui suoi successi espande a dismisura il suo egocentrismo, al punto da sminuire l’importanza e il ruolo dell’amica Natalie ferendo i suoi sentimenti. Questo totale disinteresse in ciò che non la riguarda lo si nota anche nella relazione con Barry, nella quale non si accorge minimamente dei turbamenti dell’uomo o di quello che sta passando.Menzione d’onore alla regia di Bill Hader che, come sempre, è capace di coordinare i movimenti dei personaggi in scena in modo sublime, oltre che di optare per scelte visive molto azzeccate che riflettono esternamente lo stato d’animo dei personaggi. In “forgiving jeff” questo si traduce per esempio nel fatto che Barry veda le persone che ama ricevere dei proiettili in fronte, come se lui stesso le avesse – metaforicamente – uccise, con l’accompagnamento di una claustrofobica e improvvisa assenza di suono, ma anche nel già citato piano sequenza che accompagna Sally sul set, intervallato dai suoi momenti di “pace” nel buio prima di tuffarsi nell’orgia di rumori che è il luogo delle riprese.
Non possiamo, quindi, che essere contenti del ritorno di una delle migliori dramedy di questa era televisiva, uno show che continua a spiazzare e ad alzare l’asticella delle aspettative grazie al grande talento dei suoi due creatori, e nel caso di Bill Hader anche regista e interprete. Barry si conferma come una serie davvero completa, capace di giostrare perfettamente il suo tono tra la commedia e la tragedia senza dimenticare di far affrontare ai suoi personaggi un percorso di trasformazione ed evoluzione caratteriale: in questo senso “forgiving jeff” è una premiere perfetta poiché con il suo finale apre a un nuovo percorso narrativo per il suo protagonista.
Voto: 9
Barry – Stagione 4
Se c’è una serie che ha fatto davvero suo il concetto di “ibrido” è proprio Barry: la comedy creata da Alec Berg e Bill Hader per HBO nel 2018, infatti, sin dalla sua prima stagione ha saputo giostrarsi abilmente tra un formato da dramedy – episodi da trenta minuti – con oscillazioni improvvise tra il genere della comedy irriverente e quello del drama più tragico, e lo ha saputo fare molto meglio di altri prodotti. Questa sua dualità è perfettamente espressa dalla natura del suo protagonista: un assassino apparentemente senza scrupoli che vuole cambiare la sua vita frequentando un corso di teatro, un soggetto che ha fatto le fortune della serie e ha regalato alla tv uno degli show più sperimentali e interessanti degli ultimi anni.Barry fa parte di quella schiera di prodotti che hanno avuto il loro momento di gloria – c’è stato una fase in cui chiunque parlava di Barry – ma che, con il tempo, hanno perso un pò della loro fama tra il grande pubblico, rimanendo tuttavia sulla bocca degli appassionati e dei più attenti. Uno dei motivi di questo fenomeno è connaturato alle modalità di fruizione di serie televisive del nostro tempo: siamo abituati sempre più a passare rapidamente dal grande titolo del momento al prossimo, con sempre meno tempo di elaborare quello che guardiamo. Un altro motivo, per esempio, è il gap temporale che è intercorso tra le prime due stagioni e le seconde due, un periodo che ha ragionevolmente affievolito l’hype e il chiacchiericcio intorno alla serie, lasciando spazio ad altri titoli nuovi e più freschi – sicuramente anche a prodotti che seguivano la scia di Barry in quanto a stile e a ispirazione.
Le prime due stagioni di Barry sono state di certo quelle che hanno lasciato un segno più indelebile, un pò perché appunto sono uscite diversi anni fa e un po’ perché sono state una novità inaspettata nel panorama televisivo, uno dei tanti modi innovativi di interpretare un genere in evoluzione come quello della dramedy; in particolare la seconda stagione della serie aveva mostrato un’ulteriore maturazione che non ci si aspettava rispetto alla prima annata, regalando episodi iconici come per esempio il famoso “ronny/lily” e un innalzamento complessivo del livello di scrittura.Bill Hader è stato fin dall’inizio coinvolto nel processo creativo della serie, cosa che ha facilitato l’interpretazione di un personaggio che sa essere magnetico sin dalla sua prima apparizione: Barry Berkman è il fulcro dello show e la sua psicologia e la sua evoluzione sono stati il filo conduttore che hanno portato lo show a bordo di un’adrenalinica giostra narrativa che trova una degna conclusione con questa quarta annata. Se nella prima stagione, infatti, Barry cominciava il suo viaggio alla ricerca di una nuova vita esplorando la propria intimità e le proprie emozioni sfruttando il mezzo del teatro e i consigli di Gene Cousineau, con l’omicidio della detective Moss cambia tutto: la seconda stagione ha riportato il protagonista a fare i conti con i traumi del passato e con il proprio lato oscuro, che riabbraccia definitivamente nell’episodio finale. La terza è stata caratterizzata da una serie di tentativi per Barry di fare ammenda dei propri errori, la ricerca, quindi, della forza di perdonare e di ricevere perdono. Il cliffhanger nel finale, tuttavia, rimetteva tutto in discussione, non lasciando presagire molto dello stato in cui avremmo ritrovato il protagonista in questa quarta annata.
All’inizio di “yikes”, infatti, Barry è un uomo distrutto e sopraffatto dalle proprie scelte sbagliate e da un passato dal quale non può più cercare di fuggire. È un topo in trappola che però accetta la sua condizione perché in qualche modo sa di meritarsela; l’unico suo rimpianto è l’aver abbandonato Sally e il fatto di sapere che la donna ora conosce la sua vera natura, il suo vero io, una verità che era quasi sempre riuscito a nascondere. Nemmeno il perdono di Fuches e il loro riavvicinamento porta all’uomo un po’ di pace: Barry è prigioniero più di se stesso che del carcere in cui si trova ed è pressoché rassegnato al fatto che non c’è altro posto dove dovrebbe essere. Fin dall’inizio dello show l’unico suo obiettivo era quello di lasciarsi alle spalle la sua guerra personale, i suoi traumi e il lato della sua personalità più oscuro; grazie a Sally e a Cousineau ci stava riuscendo, ma in fin dei conti quello che la serie e Bill Hader ci hanno fatto ben capire è che questa aspirazione, questa necessità per Barry di essere considerato “l’eroe” della storia, una brava persona in sostanza, era solo, appunto, una storia che raccontava a se stesso.La seconda parte della stagione – quella che va dal quarto episodio all’ottavo – contribuisce a rendere evidente questo aspetto: la vita che Barry costruisce con Sally e con il figlio John viene mostrata sin da subito con delle immagini oniriche e artificiose – tanto che molti spettatori si sono chiesti ad un certo punto se non fosse tutto ambientato nella testa di Barry. Hader dipinge volontariamente la nuova casa e la nuova famiglia di Barry come una foto sbiadita, fatta di paesaggi spogli e relazioni non genuine: è un’immagine fragile, che sembra possa essere spazzata via da un soffio di vento o – come effettivamente accade – da una leggerezza di Sally che fa arrabbiare le persone sbagliate. La vita che il protagonista ha sempre sognato, insomma, non è un futuro possibile per Barry, non esiste un lieto fine e non esiste un vero perdono per quello che ha commesso.
Il fatto che per l’uomo sia importante il modo in cui appare agli occhi degli altri – più che a se stesso – è dimostrato dal fatto che non ci pensa due volte a tornare a Los Angeles a chiudere la bocca a Gene non appena scopre che il personaggio di Henry Winkler è sul punto di raccontare la sua versione degli eventi e addirittura farci un film. Quel film non deve uscire perché racconterebbe la sua storia come se lui fosse l’antagonista, un uomo spietato senza sentimenti e senza scrupoli, un ex marine che è diventato un cop killer e nient’altro.
Il culmine di questo percorso ci viene proposto in modo geniale da Hader con le ultime scene della serie che vedono protagonista il figlio di Barry, John, ormai cresciuto, che guarda il film dozzinale che è stato prodotto e ispirato alla vicenda del padre: il film trasforma Barry nell’eroe della situazione e Gene nel cattivo manipolatore che si è approfittato di un reduce psicologicamente fragile. È il viaggio dell’eroe che Barry ha sempre sognato ed il modo in cui avrebbe voluto essere ricordato dal figlio, è la storia di redenzione di cui era andato alla ricerca per quattro stagioni e che ha trovato il suo compimento nella macchina che fabbrica storie per eccellenza, Hollywood. Il cerchio si chiude se si pensa al collegamento tra il cinema e il teatro, quello che era stato per Barry il mezzo ultimo per poter essere una persona diversa, una persona nuova. Cos’è in fondo la recitazione se non fare finta di essere qualcun altro seppur per poco tempo?Se nelle scorse stagioni il dramma del protagonista era perfettamente bilanciato da una comicità situazionale che faceva dell’assurdo e del grottesco il suo punto di forza, questa quarta stagione, sebbene abbia anch’essa momenti comici brillanti e dialoghi irriverenti – soprattutto nella storyline che riguarda Noho Hank – ha virato in modo deciso verso la componente drammatica, sfociando a tratti nel thriller psicologico. La scena dell’aggressione a Sally e John in casa è una delle più spaventose della serie – e la regia di Hader, che dirige tutti gli episodi della stagione, è eccezionale – ma anche quella nel garage delle torture di Jim Moss non scherza. Questo incupimento nella narrazione segue il percorso dei protagonisti e trasforma uno show che giocava spesso sul contrasto tra la divertente e impacciata assurdità di un killer che voleva fare l’attore con la spietatezza e l’efferatezza degli omicidi, in un crescendo di tensione e angoscia che finisce definitivamente solo con la morte del protagonista, come se fosse lo stesso Barry a portarsi dietro una cappa di morte e distruzione.
Intorno a Barry anche gli altri personaggi hanno subito delle trasformazioni e dei cambiamenti radicali. Sally, per esempio, sceglie di fuggire con l’uomo nonostante abbia scoperto la sua vera natura di assassino, per poi vedersi come svuotata e lontana dall’essere felice con la sua nuova famiglia. Sappiamo bene come anche il personaggio interpretato da Sarah Goldberg è stato spesso dipinto come una persona piena di difetti e che sa essere tanto crudele quanto apparentemente gentile, oltre che averci mostrato come sia stata costretta a uccidere un uomo: in quest’ultima stagione il suo ruolo si configura come quello di vittima, una persona che si trova in una prigione dalla quale pensa di non avere scampo rappresentata da una vita lontana da quella che desiderava e con un figlio che probabilmente nemmeno voleva. Il finale le dona una serenità insperata e la possibilità di realizzarsi professionalmente nel teatro, l’unica cosa che ha sempre voluto.Anche il triangolo relazionale Barry-Fuches-Noho Hank ha un ruolo di rilievo nella stagione. Il mentore/padre putativo di Barry, per esempio, conserva per il suo discepolo un affetto mai sopito, nonostante la continua guerra che hanno intrattenuto nel corso delle stagioni; questo legame di amore-odio trova compimento nella scelta finale di lasciar andare Barry e la sua famiglia, una sorta di riscatto per tutto il male che gli ha causato. Se ci si pensa, in fondo, il primo manipolatore di Barry è stato proprio Fuches, che lo ha sfruttato come killer e lo ha privato della possibilità di curarsi dal suo trauma.
Il personaggio di Noho Hank, invece, è quello che ancora più degli altri incarna lo spirito tragicomico della serie: dalla triste fine del rapporto con Cristobal alle scene più divertenti a cui assistiamo in questa stagione – solo per citarne alcune geniali, quando spara il razzo verso il rifugio di Fuches e non può spararne un altro perché aveva chiesto di stare attenti al budget, oppure quando deve selezionare i sicari per uccidere Fuches e tornano indietro solo le loro teste – è impossibile non empatizzare con l’interpretazione superlativa di Anthony Carrigan e con uno dei personaggi più iconici dello show. Il suo finale mano nella mano con la statua che ha fatto costruire in onore dell’amore della sua vita è una scena potente e un ottimo modo per concludere la sua storia.In definitiva Barry si conclude con una stagione che, in linea con le precedenti, ha saputo unire la brillantezza di scrittura con una regia superlativa, ma lo ha fatto in questo caso con una tensione drammatica ancora più marcata che nelle altre annate della serie. Il corso dello show ha visto qualche leggero calo di ritmo nella terza stagione e in qualche momento di passaggio dell’inizio di questa quarta, ma in generale il livello di televisione espresso da Barry è altissimo. Lo show, nella sua interezza, è un piccolo gioiello capace di stupire, divertire ed emozionare.
L’unico torto che ci hanno fatto gli autori è quello di non averci fatto vedere l’annunciato film della Warner con Daniel Day-Lewis e Mark Whalberg, ma a fronte di tutto il resto possiamo decisamente perdonarli.
Voto Stagione: 8
Voto Serie: 8½
Recensioni - Barry