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Breaking Bad – 5×13 To’hajiilee
Cuore a mille, adrenalina al massimo, dita che tremano, terrore imperante. Un attacco cardiaco? No, è “solo” Breaking Bad che scrive un’altra pagina della storia delle televisione con un episodio da infarto. Un ennesimo capolavoro di una stagione finora non perfetta, di più.

Si potrebbero usare una serie infinita di lodi e aggettivi per descrivere l’intensissimo climax ascendente di emozioni e di tensione che caratterizza la visione di questa To’hajiilee (specie nella seconda metà). Un vortice di sensazioni, dall’ansia al panico più puro, che può essere accostato metaforicamente, prendendo spunto da una delle sequenza più potenti e importanti della puntata, allo stare su un automobile lanciata a tutta velocità sulla strada senza controllo: la tensione sale vertiginosamente a mano a mano che la velocità aumenta; regna la precarietà mentre la paura di schiantarsi da un momento all’altro diventa con il tempo sempre più una certezza.
L’episodio si ferma proprio nell’attimo prima dell’impatto, quando il tempo rallenta e il caos dilaga, lasciandoci nell’incertezza su chi sopravviverà o meno allo scontro.

La costruzione della tensione è sicuramente il punto di forza di questa To’hajiilee e trova le sue radici non solo nella regia strepitosa di Michelle MacLaren (che in questa stagione ha diretto anche Buried, Gliding Over All e Dead Freight) e nell’eccellenza che caratterizza tutto il comparto tecnico e recitativo (elogi ormai superflui a questo punto della serie), ma anche nella struttura narrativa semplice che possiamo articolare in due parti: la prima preparatoria che ci mostra in parallelo le due strategie, quella di Walter da un lato e quella di Hank-Jesse dall’altro, che poi entrano in atto, scontrandosi, nella seconda parte al cardiopalma.

“Rat patrol? No. No, he’s not a rat”.

La scintilla che dà fuoco a tutto è sicuramente la telefonata di Jesse a Walter, ma ciò che la fa scattare non è solo la validità del piano di Hank, di per sé assai astuto in tutti i suoi passaggi (geniale lo stratagemma del cervello), ma anche, in seconda battuta, i sentimenti che Mr. White nutre per il suo ex-protetto.
Nonostante l’ipotesi avanzata da “zio” Jack, e gli avvertimenti di Saul, Walter non pensa minimamente alla possibilità che Jesse sia andato dal cognato o dalla polizia a confessare tutto: forse perché, come dice Goodman, lo sottovaluta (“He’s probably high as a kite somewhere and hasn’t gotten our message yet”), oppure, nell’affetto “paterno” che ancora nutre nei suoi confronti, non ritiene semplicemente possibile che il ragazzo lo possa tradire, o entrambe cose.
Oppure, anzi quasi sicuramente, la risposta è rinchiusa in quel “coward”, tanto glaciale quanto enigmatico, pronunciato dopo la cattura: quasi a voler sottolineare non solo la mancanza di lealtà del ragazzo, ma anche la mancanza di coraggio di affrontare il proprio maestro direttamente, come White fece in passato con Gus, optando per la strada più facile – per certi versi, “giocando sporco”.

“I know you’re a lying, evil scumbag, that’s what I know. Manipulating people, messing with their heads”.

Walter non capisce però quanto è essenziale per Jesse non solo vendicarsi di tutte le manipolazioni del suo ex-insegnante, ma anche che egli venga riconosciuto colpevole per ciò che ha fatto. “He can’t keep getting away with this” urlava Pinkman nello scorso episodio: mentre Jesse ha con il passare del tempo visto la sua coscienza appesantirsi sotto il peso di colpe sempre più insopportabili ed insostenibili, Walter ha sempre trovato un modo per auto-assolversi dai suoi crimini, ritenuti necessari per la propria sopravvivenza e quella della sua famiglia, nonché dello stesso Jesse (“when we do what we do for good reasons, then we’ve got nothing to worry about” diceva Mr White in Madrigal, altro episodio diretto dalla MacLaren). In questo senso è emblematico il dialogo tra i due nella magnifica sequenza in auto, dove Pinkman sembra quasi la voce della coscienza a cui Walter cerca di controbattere colpo su colpo attraverso le sue giustificazione auto-assolutorie (“I did all of those things to try to save your life as much as mine”). Giustificazioni ad azioni orribili che hanno sicuramente un fondamento di verità, ma che non convincono più Jesse – qualora l’avessero mai fatto. Quello che conta per lui adesso è che Mr. White ne subisca finalmente le conseguenze.

“Don’t come”.

Gli ultimi dieci minuti nel deserto sono certamente tra i più intensi e tirati dell’intera serie. Walter si arrende e si consegna ad Hank, rinunciando all’aiuto di Jack che potrebbe virtualmente salvarlo.
Una scelta, anche qui, che può avere diverse interpretazioni: lo fa perché Hank is family e quindi la sua uccisione è un limite che non è disposto a superare (“there’s no better reason than family” sempre da Madrigal), o non è disposto a sacrificare anche lui per eliminare Jesse? Oppure anche questa volta si tratta di semplice sopravvivenza e non vuole che lo zio di Todd, saputo dell’intervento della Dea, decida di uccidere anche lui e la sua famiglia, procedendo alla sopracitata Rat patrol.

“Hey, baby. I got him. Dead to rights”.

Quello che è certo è che noi sappiamo che questo arresto in realtà è solo provvisorio e che Jack e la sua banda di nazisti, nonostante il “don’t come” del fu Heinseberg, non sono disposti a rinunciare al chimico così facilmente. Ed ecco così che gli ultimi minuti dell’episodio diventano una sofferenza impossibile da sopportare per tutti i telespettatori deboli di cuore. Mentre Hank è al telefono con Marie, non possiamo fare a meno di pensare che i nazisti stanno arrivando e che quella conversazione tra i due coniugi potrebbe benissimo trasformarsi in un addio.

La decisione di terminare la puntata proprio nel momento clou della sparatoria potrà sicuramente aver fatto storcere il naso a molti, ma si dimostra perfettamente in linea con tutti gli altri finali di questa stagione. Inoltre è impossibile giudicare in maniera definitiva questa scena senza sapere come hanno intenzione di concluderla gli autori nel prossimo episodio. L’unico vero difetto, che inficia la credibilità della scena, è la mira, degna di uno stormtrooper, di tutti i partecipanti alla sparatoria.

In sintesi, To’hajiilee è un episodio mozzafiato: scritto, diretto, realizzato e recitato divinamente. La tensione e l’ansia regnano sovrane; gli ultimi 20 minuti, in particolare, si vivono in apnea. Guardando quest’ultima mezza stagione, si ha davvero la sensazione di stare assistendo alla storia della tv, un capolavoro dietro l’altro. Da Guinness dei primati… letteralmente.

Voto 99 su 100

Note:
– In settimana è stato confermato lo spin-off su Saul Goodman, intitolato Better Call Saul.
Qui trovate un elenco delle migliori autocitazioni di questa ultima mezza stagione.
Breaking Bad – 5×14 Ozymandias
[…] And on the pedestal these words appear:
“My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!”
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare,
The lone and level sands stretch far away.
Tratto da “Ozymandias”, Percy Bysshe Shelley.
I titoli degli episodi, spesso, sono importanti perché ci danno una direzione di visione della puntata; porre l’accento su una questione o su un’altra è fondamentale, perché rivela le vere intenzioni di chi ha scritto quegli episodi e in generale che strada prenderanno i personaggi interessati.
Sin dal titolo di questa puntata ci viene messo davanti agli occhi il futuro dell’uomo la cui costruzione è stata oggetto del racconto fino ad ora: Heisenberg, il Re dei Re – e all’improvviso quel All Hail The King sembra aver trovato un nuovo significato – è una statua, dal viso mezzo sprofondato in mezzo al deserto; dal ghigno ancora visibile, ma dal destino già segnato.
Niente sembrava potersi mettere contro di lui, eppure ciò che è successo fino ad ora è stata una lenta preparazione degli ingredienti, come lenta è l’ascesa del potere – ma rapidissima è la sua caduta.
The reaction has begun”, ci dice Walter nel flashback, e noi non possiamo che osservarne le conseguenze.

He’s family. He’s my family.

Non dovremmo mai (ma neanche per un secondo) dimenticarci il motivo per cui Walter ha iniziato questo percorso, perché la chiave per capire gran parte delle sue scelte si trova proprio lì: è la famiglia e la sua salvaguardia ciò che lo ha fatto iniziare – e qui si sospenda il giudizio etico, ché la produzione di meth è sbagliata e lo sappiamo tutti, ma è innegabile che, seppur in un modo distorto, Walter abbia iniziato tutto questo per amore di sua moglie e dei suoi figli.
Ma è sempre la famiglia quella che ha orientato spesso le sue decisioni: minacciare Hank di raccontare la sua versione della storia è terribile, ma non è un omicidio, non è il Belize; ci sono delle regole oltre le quali Heisenberg non può andare perché è proprio da quei presupposti che ha trovato la sua nascita. E’ la famiglia che ha portato Walt a produrre metanfetamine e successivamente a crearsi un alter-ego che è presto diventato parte di lui: ed è la famiglia l’unico tasto in grado di far crollare ogni difesa.

Quanto ha fatto Walt per difendere il suo metro cubo di soldi? Quanta sabbia ha spalato pur avendo un tumore ai polmoni, a quanti chilometri orari è arrivato quando Jesse al telefono fingeva di averne bruciato una parte? Ma non c’è dubbio, non c’è la minima esitazione nell’offerta di tutta la somma per avere in salvo la vita di quel cognato che sta per rovinargli la vita. E c’è della verità in quell’ultima, bellissima, frase di Hank: “You’re the smartest guy I ever met. And you’re too stupid to see he made up his mind ten minutes ago”. C’è della verità perché in punto di morte gli riconosce un’ingenuità (stupidità, ma il senso è quello) che non appartiene ad un freddo calcolatore, ma ad un uomo che sta mettendo all’asta tutto quello che ha per quello stesso cognato che vuole rovinarlo.
Potremmo stare ore a discutere di come le due identità di Walt siano intrecciate e al contempo ben suddivise: è innegabile, però, che la famiglia sia ciò che gli fa perdere il lucido controllo mostrato con chiunque altro; un controllo che può ritrovare solo nella vendetta, proiettando fuori da lui il senso di colpa e attribuendo quest’ultima senza pietà su qualcun altro.

“Say goodbye to everyone, goodbye to everyone” – Take My True Love By The Hand, The Limeliters.

Una volta anche Jesse era famiglia, fino a quando non ha compiuto l’errore di minacciare la vera famiglia di Walt; fino a quando si è dimostrato non solo avventato, cercando di dare fuoco alla sua casa, ma lucidamente consapevole di voler fargliela pagare. Non è il tradimento di essere andato da Hank a far riprendere il controllo ad un Walt distrutto dal dolore, ma il fatto che con questa mossa Jesse ha dato il via ad una serie di eventi che hanno portato alla morte di Hank. Il lieve cenno con cui un impassibile Walter autorizza la morte di Jesse ricorda quel “ghigno del freddo comando” del sonetto di Shelley; e la cattiveria con cui gli rivela di essere la causa della morte di Jane rimane l’ultimo atto dell’ultimo dolore che può infliggergli.
I could have saved her. But I didn’t”, “e non lo farò nemmeno con te”, sembra dirgli.
La sorte, travestita da un Todd più psicolabile che mai, riserverà a Jesse un trattamento diverso ma forse più devastante della morte stessa: non ci vogliono molte parole di spiegazione in un prodotto come Breaking Bad, e bastano un moschettone attaccato ad un uomo e una foto per mettere in scena una delle sequenze più terribili dell’intera serie.

…and all of this makes me believe that there has got to be hope for you, that whatever he did to you can be undone.

La trasformazione di Skyler, da moglie all’oscuro di tutto a donna consapevole e in grado di dire frasi come “what’s one more?”, passa attraverso una lenta discesa che non è mai però davvero completa. E’ lei la prima a spronare Walter a continuare perché Hank non ha prove in mano, ma davanti a Marie non può far altro che crollare, e non perché sia sua sorella, ma perché rappresenta quell’unica famiglia che (stando al racconto) le è rimasta. Apprendere dell’arresto di Walt come successivo alle dichiarazioni di Jesse – e lei sa benissimo quanto quelle possano essere delle prove certe – dà un senso di chiusura alla vicenda: “Basta, non c’è niente per cui lottare, per cui provare a mentire di nuovo. E non solo è finita, ma quell’altra, unica, parte di famiglia che ho tradito anch’io, con un filmato che va oltre il concetto di difesa e si manifesta in aperto attacco, ecco, quell’unica famiglia è pronta ad accettarmi di nuovo”. Questo sembra pensare Skyler quando non oppone più resistenza davanti a Marie, quando racconta tutto a Walter Junior anche se aveva giurato e spergiurato di non farlo mai. E’ la famiglia, il senso di famiglia o di ciò che ne è rimasto, che guida le azioni di questa quasi Miss Heisenberg. Ed è la famiglia ciò che porta Walt all’azione più sconsiderata.

What the hell is wrong with you! We’re a family!
We’re a family.

Quel flashback iniziale, che a parte la prima bugia di Walt e la “reazione iniziata” sembra non darci altre indicazioni fino a metà puntata, acquista tutt’altro significato a partire dalla – terribile – colluttazione in casa. La rabbia con cui Walt urla “We’re a family!”, come sempre ad indicare ciò che lui ha fatto per la famiglia, stride con l’immagine successiva, una delle più crude dell’intera puntata: Skyler e Junior per terra, col viso terrorizzato davanti ad un uomo che, al grido “siamo una famiglia”, pretende di poter fare tutto e il contrario di tutto avendo sempre e comunque il loro supporto – e senza fare troppe domande. Quel secondo “we’re family”, detto a voce bassa e stremata, è la presa di coscienza che quella parte di famiglia non può capire cosa lui abbia fatto; che quella stessa famiglia per cui ha fatto tutto è persa, andata, proprio a causa di quel tutto che doveva salvarla. Il rapimento di Holly è un urlo di dolore, perché Walt si porta via l’unica parte di famiglia che in quel momento non lo sta rifiutando: non c’è un piano, non c’è una vendetta, perché – ancora una volta – la famiglia ha messo in crisi lo stratega. Quella Holly, sul cui nome si basa gran parte del flashback, è quella che proprio con un nome urlato in faccia a Walt (“mamamaaa”, e mai questa parola fu così straziante) gli fa capire che è rimasto davvero da solo; che è lui ad essere elemento estraneo di quella stessa famiglia che ha voluto salvare. E così si arriva all’ultimo atto.

I warned you for a solid year. You cross me, there will be consequences.

La telefonata su cui ruota l’intera scena finale appare come l’ultimo atto di un Walt che si sforza di essere Heisenberg quando in realtà l’unica cosa che lo teneva in piedi, la famiglia, non esiste più.
Walt sa benissimo che non è da sola in casa – Junior, che per una volta non fa solo colazione, ha coraggiosamente chiamato la polizia accusando il padre perfino di probabile omicidio; è evidente che non possano essere rimasti da soli – ed inscena una tirata di insulti a Skyler ad uso e consumo proprio di coloro che stanno ascoltando. L’inizio (“What the hell is wrong with you?”) riprende, non a caso, la frase detta in casa, dove la rabbia aveva preso il sopravvento, come a volersi riallacciare al suo sfogo precedente e dare così un senso di continuità alla sua stessa rabbia. Ma quello che emerge è tutt’altro rispetto a prima, perché ora c’è la consapevolezza di ciò che ha davvero perso.

L’intera telefonata colleziona una serie di bugie atte solo ad addossarsi la colpa e a scagionare il più possibile quella donna che invece proprio nell’ultimo anno era stata in alcuni momenti più forte di lui. “What’s one more?” disse Skyler in Rabid Dog, e invece l’imitazione che Walter ne fa al telefono è l’esatto opposto (“Oh, no. Walt. Walt, you have to stop. You have to stop this. It’s immoral. It’s illegal. Someone might get hurt”); si riferisce con meticolosa precisione all’ultimo anno sottolineando come l’avesse avvertita di fantomatiche conseguenze se mai lei avesse osato sfidarlo, e noi sappiamo che tutto questo non è affatto vero. Lo sa anche Skyler, dalla cui bocca escono le parole che possiamo comprendere solo noi e loro: “I’m sorry”. Walt capisce che lei ha capito e da quel momento è straziante continuare ad osservarlo mentre piange eppure si fa forza per tirare fuori un Heisenberg ormai stanco e stremato, con quel ghigno che si nasconde nella sabbia proprio come Ozymandias, un tempo Re e ora solo un mezzo volto sotterrato.
You’re never gonna see Hank again. He crossed me. You think about that. Family or no” è bugia dall’inizio alla fine, perché non ha ucciso Hank, ma soprattutto perché “family or no” per lui fa una grandissima differenza. E’ differenza tra un uomo morto e un uomo vivo, tra la più implacabile delle indifferenze e uno straccio di umanità, tra l’accumulo di soldi e la cessione di questi senza battere ciglio.

La puntata più densa di sempre si chiude con la partenza di Walt e con il collegamento al flashforward di cui ormai conosciamo già molto. Il crollo del regno era già iniziato, ma la caduta del re si nasconde tutta qui, nell’amara ironia dell’essere sconfitti proprio da quella famiglia che si è tentato a lungo di proteggere.
Sono lontani i tempi del “All Hail The King”. Ora il re è nudo.

Voto: 10

Note:
– Nel deserto si vedono i famosi pantaloni tolti da Walt nel pilot.
– La puntata è stata vista da 6,4 milioni di telespettatori, record per la serie.
Breaking Bad – 5×15 Granite State
Dopo un episodio al cardiopalma come Ozymandias, in cui il precipitare degli eventi ha subito un’accelerazione mai vista prima d’ora, Breaking Bad affronta le conseguenze di ciò che ha seminato negli scorsi episodi tornando ai suoi ritmi naturali e a quella lentezza tanto elegante quanto angosciante, offrendoci il perfetto antipasto del series finale.

“Go ahead, do it! Just kill me now and get it over with!”

Quello che forse subisce maggiormente le conseguenze degli avvenimenti recenti è Jesse, ormai senza via d’uscita e che arriva a desiderare la morte dopo il suo tentativo di fuga fallito. “Death is not the worst of evils“ recita la seconda parte della frase dalla quale viene il motto dello stato del New Empshire (“Live free or die”) e mai quanto ora si addice alla situazione di Jesse, privato di tutto e diventato uno schiavo al servizio di un manipolo di nazisti. Manipolo che, inizialmente, mi aveva fatto storcere il naso per aver assunto il ruolo di villain in questa parte finale di stagione, ma che si sta rivelando più che all’altezza, grazie soprattutto ad un personaggio incredibile come Todd: il suo essere spietato e avere al contempo l’aria da bravo ragazzo fanno di “Meth Damon” uno psicopatico da brivido. Se in un primo momento mostra empatia per il prigioniero, la freddezza e il distacco con cui fa fuori Andrea gelano lo spettatore e rendono l’ipotesi di morte/suicidio di Jesse un sollievo per un uomo intrappolato in un vortice di sofferenza che sembra senza fine. Si mostra, invece, comprensivo – ma pur sempre inquietantissimo con quello sguardo sotto il passamontagna – nei confronti di Skyler: la risparmia, nonostante le pressioni di Lydia. E’ difficile, tuttavia, immaginare uno scenario in cui sia Lydia che Skyler rimangano vive.

“You are the hottest client I have ever had so far”

Sapevamo già dalla premiere dello scorso anno che Walter sarebbe prima o poi finito nel New Hampshire, soprannominato “The Granite State”, e con questo episodio l’allaccio al flashforward è finalmente completato. Mai avremmo pensato, tuttavia, che quel luogo distante 3500km da casa rappresentasse per il nostro protagonista una sorta di aldilà, un inferno in cui far marcire prima Heisenberg, e poi Walter.
L’angelo infernale è in questo caso “l’uomo che fa sparire la gente” (finalmente lo conosciamo!), straordinariamente interpretato da Robert Forster, che introduce Walt e lo spettatore in un paesaggio così in contrasto con il solito deserto che ci si trova spaesati in quella che sembra essere quasi una realtà parallela. Lontano da tutto, soprattutto dalla famiglia, il tempo sembra scorrere diversamente in questa cascina, salvezza e condanna di Walt.

“I’ll give you another $10,000. Please”

Se è Heisenberg il primo a cedere, con la rinuncia a tornare indietro per ottenere vendetta (e chissà quanti “Tomorrow” ci sono stati), Walt continua a sopravvivere aggrappato con le unghie a quella speranza di poter ancora provvedere economicamente alla propria famiglia; speranza che diventa più flebile quando realizza che la sua – quasi imminente – morte avrà come conseguenza la perdita di quei soldi. Ed è qui che assistiamo al momento più forte dell’episodio, quando, dopo mesi di vita solitaria ed eremitica, Walter può nuovamente avere un contatto umano. Bryan Cranston e Robert Forster insieme bucano, a dir poco, lo schermo, mandando lo spettatore in overdose di grandiosità: la scena in cui Walt gli chiede di restare, offrendo dieci mila dollari, è straziante e allo stesso tempo emblematica di ciò che sta vivendo, portandoci ad enfatizzare per il protagonista come mai prima d’ora.

“It can’t all be for nothing”

Le condizioni della sua famiglia ancora problematiche e il rischio di morire in quella cascina, regalando 11 milioni di dollari a Forster, sono i motori che spingono Walt (e non Heisenberg come la prima volta) ad incamminarsi verso la cittadina. Ma è qui che la speranza di poter aiutare la propria famiglia svanisce nel nulla, e con essa perisce anche Walt: “Non posso aver fatto tutto per niente” sussurra, mentre ascolta il proprio figlio dire “Perché non muori e basta?”. Walt è in lacrime, finito, e con un filo di voce decide di costituirsi. A questo punto non c’è più Heisenberg, né Walter.

Ma succede qualcosa che cambia le carte in gioco. Gretchen ed Elliott Schwartz sono in tv a prendere le distanze da Walter, a definire il suo contributo come praticamente nullo. Qui scatta qualcosa in lui, quell’ego ormai sepolto sotto la neve riemerge; quello stesso ego che lo portò a dire ad Hank che Gale non poteva essere così bravo; quello stesso ego che ha fatto iniziare tutto. Perché Breaking Bad non è solo la storia di un padre di famiglia disperato: è anche la storia di un uomo che sa di essere in grado di fare grandi cose ma che è relegato a fare l’insegnate di liceo; che già da ragazzo aveva contribuito alla vittoria di un premio nobel (nel Pilot osserva l’attestato datato 1985) e che si è poi trovato a guardare Elliott e Gretchen fare i milioni partendo da una sua ricerca; che nel terzo episodio della seconda stagione si definisce “I am an extremely overqualified high school chemistry teacher. I have watched all of my colleagues and friends surpass me in every way imaginable. And within eighteen months, I will be dead.” È la storia della rivalsa di un uomo nei confronti di una vita ingiusta, che non gli aveva mai dato soddisfazioni e che dopo soli 50 anni già aveva presentato il conto.

Non può finire così per lui, non può accettarlo. Ora vuole riprendersi tutto: la famiglia, i meriti, la vendetta su Jack. Non esistono più le entità separate Walt e Heisenberg: ora è un tutt’uno, pronto a giocarsi il tutto per tutto per ottenere ciò che gli spetta.

Le aspettative per il finale sono ovviamente altissime: riprenderemo con un Walt armato fino ai denti, con la ricina (per chi sarà?) e nessun barile (ma un borsone).
Solo 50 minuti ci separano dal termine della serie tv che ha fatto la storia di questo decennio.

Voto: 10

Note:
– Potremmo non rivedere più Saul, se non nel suo spin-off. Ho trovato un po’ troppo didascalica la spiegazione circa la telefonata a Skyler dello scorso episodio, ma poteva starci per eliminare qualsiasi dubbio.
– L’interrogatorio di Skyler ricorda molto la scena del pilot in cui viene detto a Walt del cancro.
– La versione intera della sigla nei minuti finali ridefinisce il concetto di “scena perfetta”.
– Walter potrebbe aver capito che Jesse è ancora vivo dal fatto che circola la blue meth.
Breaking Bad – 5×16 Felina
“You know the business and I know the chemistry.”
Queste le parole di Walter White che, rivolte a Jesse Pinkman, hanno dato inizio a tutto. L’incontro tra due caratteri di rara complessità, la reazione chimica tra loro e le relative conseguenze, hanno offerto uno dei più intensi esempi di serialità televisiva, che questa settimana giunge al suo attesissimo epilogo.

“Chemistry is the study of matter, but I prefer to see it as the study of change.”

Vedere l’episodio pilota a sei anni di distanza, con la possibilità di dare ordine a un discorso concluso, che ha un inizio e una fine, dà la sensazione di quanto l’intero progetto di Vince Gilligan sia stato capillarmente studiato a tavolino e abbia avuto nella puntata d’apertura il tassello seminale dell’intero racconto. L’idea generativa della serie è quella che vede la chimica come grade metafora, come quella disciplina che con le sue regole spiega perfettamente un emozionante racconto di finzione come questo. La natura trasformativa degli elementi è la stessa dei personaggi principali (quanto sono cambiati Skyler e Jesse dalla prima stagione?), veri architravi della serie, così come è il cuore vitale del protagonista: una camaleonte, un virus, un soggetto le cui capacità d’adattamento poggiano su un’incredibile malleabilità, sulla possibilità, quasi fosse un elemento liquido, di assumere sempre la forma del recipiente che lo contiene, salvo poi passare allo stato solido e distruggerlo.

“All bad things must come to an end”

Questo sedicesimo episodio è senza dubbio uno dei capitoli televisivi più attesi degli ultimi anni, segmento ultimo di una stagione perfetta in ogni sua parte. Innanzitutto, a conti fatti, la scelta di dividere la stagione in due parti è risultata assolutamente vincente, per diversi motivi: in primis quello economico – due stagioni equivalgono a profitti per due annate; in seconda battuta quello relativo agli indici d’ascolto che, dividendo la stagione in due parti, aumenta i picchi d’attenzione e le aspettative sugli episodi; infine, ma non per importanza, quello più strettamente estetico. A proposito di quest’ultimo, questa soluzione ha fornito l’opportunità di suddividere la stagione in due tronconi di cui il primo è stato una vera e propria semina; dopodiché è seguito un momento di iato, in cui non solo le aspettative hanno potuto fermentare, ma gli autori hanno avuto anche il tempo di gestire nel migliore dei modi possibili il secondo troncone, quello dove andare a raccogliere i frutti più maturi, quello in cui sparare gli ultimi fuochi. A conferma di quest’impostazione c’è il fatto che la produzione ha scelto giustamente di chiamare questa seconda metà non quinta stagione – parte due come tutti si aspettavano, ma final episodes, un titolo che ha in sé una dichiarazione d’intenti. Un episodio finale che inserisce i suoi elementi (questa volta è proprio il caso di dirlo) sin dal titolo e dalla locandina promozionale, “Felina”, ovvero la parola che deriva dall’unione delle sillabe che costituiscono gli elementi del ferro, del litio e del sodio. I tre sono rispettivamente gli elementi dominanti del sangue, della metanfetamina e delle lacrime, le tre parole chiave della puntata nonché estrema sintesi dell’intera serie. Funzione altrettanto riepilogatrice è affidata a quel “Live Free or Die”, titolo dell’episodio d’apertura della stagione, motto ufficiale dello stato del New Hampshire e, last but not least, spirito guida e al contempo soluzione degli ultimi momenti di vita del protagonista.

“Just get me home. Just get me home.”

Il cold open di “Felina” sembra riprendere proprio dove “Granite State” aveva concluso, con uno spaccato su Mr. Lambert, terza incarnazione del trasformismo del signor White. Quello a cui si assiste però è un protagonista alla fine dei suoi giorni (come d’altronde l’intera serie), una presenza fantasmatica, un corpo stremato, malato e infreddolito, la cui condizione è resa alla perfezione dalla regia di Gilligan, che con un uso certosino dei jump cut restituisce al pubblico la sensazione di confusione e spossamento. Il genio di Walt, ormai lo sappiamo certezza, non è quasi mai stato contrassegnato dalla freddezza e dal calcolo infallibile, come poteva essere quello di Gus, ma piuttosto da un talento innato per l’improvvisazione: una sorta di astuzia emergenziale che non avrebbe mai avuto lo stesso risultato se non fosse stata accompagnata da un’abbondante dose di fortuna. L’incipit di quest’episodio non sembra fare eccezione: un Walt incapace di accendere l’auto senza chiavi, quasi congelato, sorpreso a pregare, ormai senza speranza e con la polizia in arrivo, si vede improvvisamente cadere le chiavi dal parasole del veicolo (momento sottolineato anche da un leggero ralenti del regista), ultima scialuppa di salvataggio, tentativo della disperazione puntualmente premiato dalla fortuna, come tante altre volte è successo nel corso della serie. Immediatamente quello spettro più morto che vivo ha un colpo di coda, ritrova fiducia, sente il destino dalla sua parte e l’occasione alla sua portata; in pochi attimi ritorna quello sguardo vispo, carico di rabbia e di intelligenza, lo stesso ammirato sul finale dello scorso episodio; occhi testimoni di quel fuoco interiore che distingue i purosangue dai cavalli da soma.

“Walt, just say the word and I’ll take you on a ride-along. You can watch us knock down a meth lab, huh? Get a little excitement in your life?”

Il flashforward che ha aperto questi final episodes ci diceva che Walt sarebbe tornato a casa e ad aspettarlo avrebbe trovato un appartamento vuoto, distrutto e con un’enorme scritta gialla a indicare il suo nome d’arte. Nel recupero di questa sequenza non solo viene mostrato il tumulto emotivo del protagonista, affiancato all’epica del cavaliere solitario che torna a casa trovandola bruciata, ma viene dato spazio anche ad attimi di pura riflessione. È in questo frangente che si inserisce il flashback della prima stagione, primo tassello di una serie di risposte mai ridondanti o didascaliche, che emergeranno fino alla conclusione. In quella scena Walt è deriso davanti a tutti da Hank per la sua vita anonima, mediocre e piccolo-borghese, e la sua timidezza non riesce in alcun modo a contrastare la volgare sopraffazione del cognato. Tutto è cambiato negli anni che sono trascorsi tra quel passato e il presente, e la sua trasformazione ha senza dubbio come primo motivo scatenante quello dell’autodeterminazione, della liberazione da una gabbia sociale che lo vedeva vittima di scene come quella del flashback di cui la prima stagione abbonda. Walt ormai sa di poter essere una “timebomb”, come l’aveva definito Mike; sa di potersi auto-detonare e in maniera estremamente sintomatica piazza l’orologio sulla pompa di benzina, in primo piano, davanti ai nostri occhi. Tic, tic, tic, lo show ha inizio, il fantasma sta tornando in città, dai personaggi ma anche dagli spettatori, a raccontare loro ogni cosa e a concludere questa straordinaria avventura. Il tempo è limitato, bisogna fare in fretta, bisogna tagliare il superfluo e concentrarsi sulla sostanza; la salute consente a Walt solo poche cartucce e agli spettatori da questo momento rimangono solo una cinquantina di minuti scarsi prima di dire addio a Breaking Bad.

“Cheer up, beautiful people. This is where you get to make it right”

La prima tappa dello spettacolo è la casa di Gretchen e Elliot. Heisenberg arriva in casa loro come uno dei tanti personaggi del western eastwoodiano, un cavaliere pallido che si aggira nell’ombra e che compare all’improvviso, ma anche un revenant alla cui manifestazione è difficile credere. La presenza spettrale di Walt, il suo aspetto così diverso dal passato e la determinazione del suo agire terrorizzano i coniugi milionari. Questa sequenza non manca di sottolineare l’ambivalenza di Walt, che inizialmente prova a mostrare il suo volto umano, quello del padre di famiglia in punto di morte che chiede la cortesia ai due ex amici, che tenta di salvare i propri cari attraverso due persone al di sopra di ogni sospetto; tuttavia, è la natura profonda di Walt quella che l’ha spinto a spaventare i due, quel carattere tipicamente gangsteristico in cui il protagonista ha scoperto se stesso. Completato l’onere della consegna dei soldi, Walt passa allo spettacolo, sottolineato con precisione dall’avvento della musica di Dave Porter; alla messa in scena del proprio talento, naufragando nel proprio narcisismo con successo, minacciando i due scienziati babbei con due laser giocattolo. Perché va bene i soldi, va bene la famiglia, ma in punto di morte il ruolo del vendicatore ha un gusto troppo speciale per potervi rinunciare.

“I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really… I was alive.”

Lasciando per un attimo da parte la cavalcata finale, la scena madre della puntata è sicuramente l’ultimo incontro tra Walt e Skyler. Quel “five minutes” iniziale introduce una sequenza di straordinaria fattura, visiva e narrativa, capace di mostrare tutta l’umanità di due personaggi arrivati al culmine della loro stratificazione. La dimensione fantasmatica di Walt è ribadita dalla sua entrata in scena a sorpresa, dietro il pilastro, quasi fosse un’apparizione. Qui lui e la moglie danno vita a un dialogo in campo e controcampo di rara intensità, speculare per certi versi alla telefonata in “Ozymandias” (non a caso citata anche da Walt), ma questa volta vis a vis, guardandosi negli occhi. Proprio gli occhi, anzi le lacrime, sono protagonisti dell’altro grande legame tra quella conversazione e questa: se in quel caso le lacrime di Walt erano dovute al dolore provato nel mentire alla moglie, alla sofferenza di recitare la parte del mostro pur di salvarla, in questo caso gli occhi lucidi sono quelli della sincerità, di un uomo che prima di lasciare la famiglia (e la serie) decide di essere davvero onesto con la propria moglie. Walt sa benissimo che la probabilità di riprendersi i soldi è bassissima, tuttavia c’è un istinto, una pulsione interiore che lo fa sentire vivo attraverso la vendetta, attraverso la dimostrazione che è lui il numero uno. Si tratta di una sequenza perfetta, seppur nel suo minimalismo, dove piccoli dettagli fanno un’enorme differenza, come la scelta di Gilligan di inquadrare Skyler e Walt divisi dal pilastro dell’appartamento, limite ormai invalicabile che sancisce la loro irreversibile separazione. Allo stesso modo, quando Walt osserva di nascosto per l’ultima volta il suo primogenito, lo fa attraverso una finestra che gli costruisce attorno una sorta di gabbia, una griglia che lo tiene recluso, che lo lascia fuori dalla famiglia e da quello che era il suo mondo; un ostacolo a cui volta le spalle andando via per la propria strada, verso il colpo finale.

“He’s alive, isn’t he? He’s cooking for you. What, are you gonna lie?”

L’invenzione dal nulla, il colpo di scena artigianale, l’artiglieria pesante al servizio della creatività più genuina. Quando in “Live Free or Die” abbiamo visto Walt con tutte quelle armi abbiamo immediatamente pensato a un finale da uno contro tutti, un epilogo alla Scarface o Cane di Paglia, senza ovviamente immaginare cosa avrebbe potuto partorire la sua mente. La bravura del Gilligan sceneggiatore questa volta è nel non fornire lo spiegone conclusivo sul rapporto tra Walt e Jesse, non semplificare rapporti e caratteri la cui complessità ha impiegato anni per arrivare a questo livello. Per questa ragione è lasciata abbastanza aperta la questione del salvataggio di Jesse, in modo da non mettere sulla testa del protagonista né il cappello del buono né quello del cattivo, così come nel confronto finale tra i due da parte di Jesse non arriva né lo sparo né il grazie. La mia personale opinione è che nel piano di Walt c’era come priorità l’uccisione di tutti i nazisti; poi, trovandosi alle strette e senza le chiavi a portata di mano, ha fatto in modo di distrarre Jack con la storia di Jesse per recuperare le chiavi. A quel punto, dopo averlo visto in faccia, tutto è andato nella direzione di uccidere tutti tranne Jesse: sia per mettersi, anche solo parzialmente, in pace la coscienza, sia per dimostrargli ancora una volta che lui se vuole ruba la scena a chiunque.

“Come here! Take a look at him. Have a gander. This is my partner. Right, partner? Right, buddy? Hardworking, good partner, 50-50 partner.”

Quale sarà l’eredità di Breaking Bad? Senza dubbio l’originalità, declinata in molteplici modi. Dal punto di vista sia formale sia narrativo una delle cose che faranno più scuola sarà l’uso programmatico del dettaglio. Quella che da sempre è stata una figura secondaria del linguaggio cinematografico, una soluzione ancillare e spesso di contorno, in questa serie diventa il cuore di molte situazioni narrative e il centro estetico della loro messa in scena. Le chiavi dell’auto di questo season finale sono solo l’ultima di un’infinita serie di oggetti. Allo stesso modo è stato trattato il taglierino con cui Gus uccide Victor in “Box Cutter” e così è sempre stata trattata la fiala di ricina, che tanti fili ha mosso nelle ultime due stagioni. Un altro esempio dell’uso del dettaglio, questa volta soprattutto narrativo, è una delle perle della puntata, ovvero il “sogno” di Jesse. Questi si immagina di fare un lavoro manuale, alle prese con la costruzione di una scatola, una scatola perfetta, liscissima e lucidissima, fatta con le sue mani. In prima battuta l’oggetto rimanda a quella scatola ben più grande di cui è stato a lungo prigioniero, ma a una visione attenta questa sequenza onirica rivela tutta la sua complessità: nel nono episodio della terza stagione, “Kafkaesque”, durante una riunione al centro di riabilitazione lo psicologo chiede a Jesse cosa farebbe se potesse fare qualsiasi cosa senza problemi di soldi. Questi risponde trovando dentro di sé l’unico vero momento di innocenza, di purezza, di gioia autentica, ovvero ricordando quando al liceo fece un corso di ebanisteria e gli diedero da costruire una scatola, e lui la fece tutta da solo con passione e soddisfazione. Si tratta di una scena intensissima, nella quale Jesse descrive con dovizia di particolari tutte le azioni che gli vediamo compiere nella sequenza onirica di questo season finale, diverse stagioni dopo.

“Jesus, Mr. White…”

Un altro lascito fondamentale di Breaking Bad, relativo ancora alla sua prepotente originalità, è dato dall’intelligentissimo uso dell’ironia: senza mai arrivare a essere un dramedy, la serie è riuscita a dare vita a un registro in cui il grottesco si fonde col dramma, e la violenza, fisica e verbale, è spesso portata al parossismo rivelando il suo controcanto ironico. Un’estetica sicuramente debitrice del cinema di Tarantino e dei fratelli Coen, autori dai quali però la serie ha saputo emanciparsi, sviluppando una visione del mondo originale, poliedrica e solidissima. La personalità di Saul, la maniacalità innata di Gustavo Fring, la malvagità stupida di Todd, l’elitarismo velleitario di Lydia, la corporatura e il carattere (specie nelle prime stagioni) macchiettistici di Hank, le connotazioni cartoonesche dello zio Jack, la struttura fisica di Huell, sono tutte componenti che nella loro compresenza alimentano un contesto in cui ironia e dramma vanno di pari passo, con un equilibrio inedito per delle narrazioni di questo tipo.

“I guess I got what I deserved” (Baby Blue – Badfinger)

La doppia vita di Walt è conclusa dalla sua doppia morte: se il professore di chimica muore di cancro (si potrebbe dire che sia morto già nel pilot o che da lì abbia iniziato a morire), l’altro Walt, quello che spesso ha assunto la maschera di Heisenberg, muore con un colpo di mitra alla pancia, per mano di quella machine gun che egli stesso aveva costruito. Una fine che sintetizza il genio improvviso e irrazionale del protagonista, prova definitiva di quanto quell’enorme ardore di dimostrare agli altri che può sempre essere il migliore possa avere un riflesso autodistruttivo. Il finale con gli occhi lucidi, l’impronta di sangue sul macchinario per la metanfetamina (blood, meth, tears) e la maschera in mano come feticcio, simbolo della sua emancipazione, chiudono la sua parabola avvolgendola di poesia.

Walt muore nel laboratorio che per sineddoche rappresenta la chimica, la sua vita, quella parte della scienza in cui ha dimostrato di essere il migliore; il suo tesoro, ciò che l’ha fatto sentire vivo e che lo fa morire in pace. La sua storia si chiude con un finale coraggioso perché scritto con una maniacalità scientifica, chimica, capace di dare risposte quasi a tutto, accontentando fan e osservatori, fungendo da grande album dei ricordi e da omaggio.

Grazie di tutto, Breaking Bad.

Voto episodio: 9,5
Voto stagione: 10
Voto serie: 10
El Camino: A Breaking Bad Movie
El Camino è un film in cui gli intenti degli autori e le aspettative di chi guarda si sono allontanati. Da un lato c’è stata l’ideazione di un sequel su piccola scala, l’appendice all’intreccio già chiuso della serie per accompagnare un personaggio lievemente trascurato alla fine del suo percorso; dall’altra, le aspettative della fanbase e del pubblico in generale si sono gonfiate e alimentate a vicenda, dato il successo incontestabile dello show Amc fin da quando è stato distribuito su Netflix.

Il creatore Vince Gilligan racconta infatti di aver pensato il film come un corto di mezz’ora in occasione del decimo anniversario per il pilot di Breaking Bad. La linea narrativa di Jesse era stata messa da parte negli ultimi episodi e ripresa in funzione di Walt, senza esplorare troppo gli sviluppi nel salto temporale degli ultimi episodi e lasciando un finale aperto per il personaggio interpretato da Aaron Paul. L’intento di Gilligan era di offrire una piccola continuazione a quella parte, un po’ per affetto verso il personaggio (che è sopravvissuto alla prima stagione solo grazie all’interpretazione di Paul), un po’ per nostalgia verso l’universo della serie, un po’ per raccontare qualcosa di più su uno dei percorsi di evoluzione più affascinanti dello show. Se Breaking Bad si è sempre portata dietro l’ambizione di rivoluzionare il panorama televisivo dell’epoca (riuscendoci in pieno), El Camino ha un ruolo del tutto ridimensionato. È anche per questo che la promozione da parte di Netflix, di solito molto attiva su questo lato, è stata relativamente limitata, con giusto un teaser, un trailer e qualche featurette di anticipazione, più l’annuncio di un rilascio al cinema di soli tre giorni (contro, ad esempio, il mese intero dedicato a The Irishman di Scorsese).
Ciononostante, l’ondata di commenti e reazioni all’annuncio di El Camino ha generato un’attesa del tutto indipendente da come il film è stato promosso. L’aspettativa per un prodotto dello stesso calibro e profondità della serie madre era quasi nell’aria, incurante del fatto che un’operazione del genere non sarebbe stata concettualmente possibile. Dato che la televisione si è evoluta con un ritmo vertiginoso negli ultimi dieci anni, quello che era nuovo e rivoluzionario prima non lo è più oggi, sia per quanto riguarda la componente stilistica che quella più sostanziale dei temi trattati. L’idea di un film collegato alla storia di Breaking Bad non poteva essere ambiziosa, un’ambizione di cui, piuttosto, una serie come Better Call Saul (dalle premesse e dai toni più sottili) si è fatta giustamente carico; aspettarsi più di un’operazione “piccola” come quella cercata da Gilligan non aveva davvero un senso, come non ha molto senso giudicare il film caricandolo di aspettative che non ha cercato di costruire. Tenendo a mente che lo spinoff con protagonista Bob Odenkirk ha già assunto il ruolo di erede della serie madre, quindi, Vince Gilligan poteva permettersi un piccolo capitolo di raccordo con l’universo di partenza; ben consapevole che il focus su Walter White aveva del tutto esaurito il suo potenziale, l’autore racconta una storia in maniera simile a come fatto in Breaking Bad, ma trattando dei temi profondamente diversi. È sviluppando un racconto dal sapore inedito per la serie (di questo si parlerà più avanti) rievocando i modi a cui siamo stati abituati che il lavoro funziona: El Camino riesce ad aggiungere un tassello volutamente modesto all’universo di partenza, senza per questo perdere la sua vena citazionista.

Nonostante la durata di circa due ore, il film si sviluppa con i ritmi di un lungo episodio, senza cercare di distaccarsi dalle divagazioni del formato televisivo. La storia segue solo ed esclusivamente Jesse e la fuga da Albuquerque verso l’Alaska, ma gli sviluppi sono pochi e concentrati verso la fine e, ad essere stati concisi, si sarebbe potuto concentrare il racconto nella mezz’ora inizialmente concepita da Gilligan; ma è evidente che cosa succede non cattura del tutto l’interesse dell’autore. El Camino è un’operazione malinconica e tranquilla, che prende una pausa dalla storia senza nessuna fretta per raccontare l’irruzione nella casa di Todd alla ricerca di denaro, o i tentativi di convincere un irremovibile Robert Forster nel suo negozio di aspirapolveri. Da un lato, quindi, il personaggio di Jesse è al centro dell’attenzione della storia, che usa flashback e digressioni per spiegarne l’evoluzione ed analizzarne i traumi subiti negli ultimi anni; dall’altro, Vince Gilligan usa Jesse per tornare all’atmosfera di Breaking Bad, per rivedere personaggi persi nel corso delle stagioni e rievocare alcuni segni distintivi della serie – come i timelapse su Albuquerque e i panorami sconfinati del New Mexico. La convivenza tra queste due dimensioni è forse la chiave di lettura del film. Non è un prodotto inutile perché giustificato dal suo interesse nel dedicare più attenzione ad un personaggio, ma allo stesso tempo non nasconde il piacere che prova nel sentirsi nostalgico. Il tutto mantenendo il rigore stilistico e la cura nella messa in scena a cui la serie madre ci aveva abituati, aiutando decisamente a “giustificare” un’opera modesta nelle intenzioni come questa.

I paralleli con Breaking Bad, attesi ed inevitabili, emergono soprattutto dagli strumenti narrativi e dalle soluzioni stilistiche recuperati da Gilligan per l’occasione. E così le atmosfere western e il velo di citazionismo che hanno fatto la fortuna della serie madre in episodi come “One Minute” e “Say My Name” tornano nel confronto finale nel magazzino, in cui il surrealismo che ha punteggiato la serie trasforma una rapina in un duello tra gentiluomini. Allo stesso modo, il duello si risolve con una (letterale) pistola di Cechov, in questo caso la seconda trovata da Jesse a casa della sua famiglia, a ricordarci di espedienti simili usati in passato, come la ricina o il campanello di Hector Salamanca. A pensarci bene, riferimenti e oggetti ricorrenti hanno sempre fatto la fortuna di Breaking Bad, mantenendo una certa continuità di immagini nell’universo della serie e, allo stesso tempo, affiancando il racconto nell’approfondire alcuni personaggi o risolvere degli snodi narrativi. El Camino non fa eccezione, riproponendo quelle immagini per accompagnare ed approfondire il percorso di Jesse – come lo scarafaggio sulla mano prima dello scontro nel magazzino, in parallelo alle scorse stagioni e che sottolinea la capacità del protagonista di sopravvivere in circostanze invivibili per tanti altri.

È dal punto di vista dello sviluppo del personaggio e della storia che lo segue che il film si distacca dalla serie madre. Se Walter White era un personaggio moralmente ambiguo e complesso, la cui evoluzione si divideva tra la sete di potere e di rivalsa e la giustificazione di star agendo per la propria famiglia, quello di Jesse è un percorso di redenzione. In maniera quasi speculare a quella del personaggio di Bryan Cranston, Jesse è gradualmente maturato dopo aver sopportato le più grandi tragedie messe in scene nella serie – in preparazione all’uscita del film, Aaron Paul ha citato l’intensa sequenza nell’ospedale di “One Minute”, che mette a nudo il prezzo pagato da Jesse per permettere al mentore di raggiungere il successo a cui è arrivato. E così l’immaginario western assume delle sfumature diverse, individuando nel protagonista un eroe ben definito e accompagnandolo verso il lieto fine che tanto si è guadagnato dopo le sofferenze delle cinque stagioni precedenti. In questo senso, il finale si spoglia delle sfumature ambigue di “Felina” e racconta tutt’altro: la quadratura del cerchio per un personaggio che non ha mai avuto la complessità morale di Walter White, ma le cui sofferenze sono state spesso causate dall’esterno.

El Camino è quindi un film modesto, una storia volutamente piccola che riutilizza l’immaginario e gli strumenti di Breaking Bad per accompagnare uno dei suoi personaggi più affascinanti verso la vera fine del proprio percorso. Non è un’operazione necessaria, ma non si preoccupa neanche di esserlo. Vince Gilligan è interessato a raccontare la fuga di Jesse, ma non nasconde il forte legame che lo porta ad esplorare ancora l’universo della serie madre, che ha lasciato un segno indelebile nella Golden Age della televisione americana e che viene riproposto con un fascino quasi vecchio stile. Mentre Better Call Saul pensa a portare avanti il discorso complesso ed affascinante lanciato ad Albuquerque più di dieci anni fa, El Camino ci riporta per un attimo indietro, una nota nostalgica e in un certo senso inutile che un autore come Gilligan aveva tutto il diritto di firmare.

Voto: 7+
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