Narcos – 1×01 Descenso
La figura di Pablo Escobar è stata numerose volte rappresentata in TV e al cinema, più o meno mitizzata dai vari interpreti che ne hanno indossato i panni. Adesso ad occuparsene è anche Netflix, che con una stagione di 10 episodi si immerge nel racconto di uno dei personaggi più controversi e spietati degli anni 80.Netflix non ha mai mostrato scarsa ambizione finora: se è riuscita a rendersi appetibile negli States con serie come House of Cards e Orange is the new black e con Club de Cuervos per il vasto pubblico in lingua spagnola, ora conferma il suo trend di volersi aprire al mondo – ormai sempre più Paesi si sono aggiunti al proprio bouquet, a breve anche l’Italia – e, dopo Sense8, che ha uno stile molto americano ma personaggi di provenienza più varia, arriva una serie ambientata nei territori del Sud America e per buona parte dei propri episodi in lingua spagnola (un ostacolo a cui gli americani non sono abituati e che non supereranno facilmente).
La serie è incentrata sulla celebre figura di Pablo Escobar, qui interpretato dal brasiliano Wagner Moura (Elysium), alle prese con il suo impero criminale e con le forze di polizia esterne ed interne che cercheranno di braccarlo e porre fine al suo immenso regno. A prendere parte alla serie anche Pedro Pascal (Game of Thrones) e Boyd Holbrook (Milk) nei ruoli di una coppia di agenti della DEA; la regia è affidata a José Padilha (RoboCop).
Il pilot di Narcos ha il difficile compito di preparare il materiale per l’intera prima stagione (composta da 10 episodi): come abbiamo già visto per altre serie Netflix – pensiamo solo a Sense8 – la narrazione scelta da molti show autoprodotti è quella di un unico film che comprende la totalità della stagione, in cui è difficile, se non impossibile, intuire il progetto completo già nel primo episodio. In questo “Descenso”, infatti, la sensazione che si ha è quella di ritrovarsi alle prese con un lungo documentario che narra la nascita di Pablo Escobar e del suo impero, alternando immagini reali ad una narrazione romanzata; il problema, però, è che tutto questo spesso scivola verso una vera e proprio docu-fiction con materiale di repertorio (in almeno un’occasione ci viene fatto vedere il vero volto di Escobar, spezzando l’illusione filmica incarnata da Moura).Ne risulta quindi un pilot che, pur presentando non pochi momenti riusciti, fatica a tratti ad entrare nel vivo del racconto anche perché, in pieno stile documentario, appunto, è interamente esposto mediante la voce narrante di un agente della DEA americano (forse proprio per evitare che sia tutto in lingua spagnola) che ha il compito di illustrarci i vari personaggi coinvolti e soprattutto l’ambientazione fatta di dittatori e ipocriti presidenti americani. Il risultato è comunque un episodio più che sufficiente in grado di gettare le basi per una narrazione di più ampio respiro che sappia uscirne coinvolgente ed appassionante.
Il primo parallelo che viene in mente guardando l’episodio è Breaking Bad: non solo perché incentrato sul tema della droga (una buona fetta di spazio viene dedicata ai modi in cui Escobar riesce a portare la coca negli U.S.A.), ma perché anche qui ci si ritrova alle prese con un signore del narcotraffico, la sua ascesa e – presumibilmente – la sua caduta. In verità, le somiglianze si fermano tutte qui e chi avesse in mente una maggior vicinanza alla serie di Vince Gilligan dovrà presto ricredersi: stando al pilot, Escobar non ha il “fallimento” di Walter White, né mai quest’ultimo ha raggiunto le vette di crudeltà che il narcotrafficante colombiano ha saputo toccare.A fare da ulteriore elemento di spartiacque, però, è soprattutto il tono generale della narrazione, lontano dal drama più potente che era elemento distintivo della narrazione di Breaking Bad in favore di un’impostazione più modesta, a tratti persino da dark comedy. Si tratta di una scelta soprattutto legata ad una personalità, quella di Escobar, istrionica e presuntuosa, capace di ridere anche durante un arresto. La recitazione di Moura a tal proposito è davvero preziosa: riesce a non strafare – quando pure questo personaggio sembrerebbe permetterglielo – e regge con ottima presenza scenica anche i momenti più drammatici e umani. Il resto del cast è davvero molto marginale (lo stesso Pascal nel pilot lo si può seguire per pochissimi minuti) ed è troppo presto per esprimere un giudizio di merito.
L’opinione generale che si ottiene da questo pilot è di un buon episodio che però stenta a carburare, con una partenza piuttosto riuscita ed una parte centrale che fatica molto di più, impegnata com’è a gettare le basi per la “mitologia” che andrà a formare il punto di partenza dei successivi appuntamenti. D’altronde, quando si è alle prese con una vicenda nota, per quanto romanzata, è chiaro che non si possa puntare – o quantomeno non si dovrebbe – sulla storia in sé, ma sugli uomini e le donne che quella storia l’hanno vissuta in prima persona. Ecco perché la voce narrante, che pare essere il vero punto debole del pilot in alcuni punti, è altresì utile se proiettata verso l’interiorità dei personaggi e non solo usata come elemento di narrazione storica.In ogni caso, la sensazione è che la serie, una volta giunta a compimento, possa davvero offrire una narrazione unica ed affascinante, non lesinando in discese nell’abisso degli uomini (droga e soldi, un binomio da cui si può trarre un discorso davvero molto ampio). Comunque vada, Netflix ha dimostrato di non volersi affatto tirare indietro in questa selvaggia concorrenza televisiva, guardando soprattutto ad un pubblico non più locale, ma quanto mai internazionale.
Voto: 7
Narcos – Stagione 1 Episodi 2-4
Superate le dovute introduzioni del pilot, Narcos compie un immediato cambio di marcia che ci porta nel cuore della lotta tra Pablo Escobar e la DEA e pone l’accento sui subdoli giochi di potere messi in moto dal traffico di cocaina.Sembra essere proprio questo, ancor più della sfida a distanza tra Escobar e Murphy, il nucleo tematico che Chris Brancato e soci puntano a sviluppare con maggior potenza drammatica e dovizia di dettagli: nella guerra al narcotraffico, tutti sono coinvolti e niente è ciò che sembra. La cocaina genera smania di potere e denaro non solo nell’ambiente criminale ma anche e soprattutto nelle varie sfere della società, dal semplice poliziotto di quartiere alle alte cariche di stato, intessendo una ragnatela di rapporti e contrasti in cui bene e male sono una semplice etichetta da usare a proprio vantaggio a seconda dell’occasione. Seguendo i dettami del realismo magico, esplicitamente citato in “The Men of Always”, ciò che viene presentato allo spettatore è un ritratto talmente impietoso e parossistico del braccio di ferro tra i narcos colombiani e le autorità statunitensi che risulta troppo assurdo per essere percepito come un fatto realmente accaduto.
È in questo stagno di corruzione e opportunismo che si muove con innata destrezza Pablo Escobar, personaggio indubbiamente negativo ma contrassegnato da un’insanabile ambiguità. Pablo simboleggia il coronamento in chiave perversa del sogno americano/colombiano: cresciuto in assoluta povertà, il traffico di droga e i relativi spargimenti di sangue sono gli strumenti da lui utilizzati per mettere in atto la sua scalata sociale, che vedrebbe nella carriera politica il suo apice. Ed è proprio con questa che tutte le contraddizioni del personaggio vengono a galla: in una società dove le ideologie politiche sono prive di alcun valore, dove i narcotrafficanti si servono tanto dei guerriglieri comunisti quanto degli uomini di governo per incrementare il loro potere, Pablo Escobar si erge, con singolare convinzione, a nuovo difensore del popolo colombiano oppresso dal giogo dei colletti bianchi, guadagnando consensi a suon di populismo e dollari.Il paragone con Icaro risulta assai azzeccato: la smania di controllo di Pablo, che non si ferma nemmeno di fronte alle leggi della natura, e la sua irrefrenabile ambizione lo inducono a non riconoscere i propri limiti e, inevitabilmente, a cadere. La rivelazione pubblica della sua vera identità segna la fine dei suoi sogni di dominio totale e l’accettazione definitiva della verità: se sei un bandito, nessun’altra strada è più percorribile.
Un mondo alla rovescia, si è detto, in cui ci si può soltanto adattare o morire, ed è ciò che scopre sulla sua pelle Steve Murphy, coprotagonista e motore narrante della storia. Se negli USA era facile compiere una distinzione tra buoni e cattivi, la nuova missione di Murphy si apre all’insegna del sospetto e della paranoia: chiunque è un potenziale nemico al soldo dei narcos e i suoi alleati rappresentano un ulteriore ostacolo alla giustizia. Le forze di polizia colombiane, con un’ostilità verso gli yankee tipica dei popoli sudamericani, lo trattano con sufficienza, come un gringo incapace di comprendere appieno le forze in gioco, e lo stesso governo americano non gli garantisce alcuna stabilità, dedito a condannare o trascurare il traffico di droga in base al proprio tornaconto.Ai tanti irreali paradossi della storia se ne aggiunge un altro ben più inquietante: i poliziotti combattono i narcos con i loro stessi mezzi. In uno scenario in cui la lotta al crimine assume i contorni di una guerriglia urbana, la tortura e la corruzione vengono perpetrate con noncuranza da entrambi le parti per raggiungere i propri scopi. Si assiste dunque al completo disfacimento di ogni codice etico e morale, e la violenza viene svuotata della sua componente perversa e ridotta a un automatismo, un gesto abitudinario in una società dove il piombo e il denaro sono le uniche forze motrici degli eventi.
La reazione di Murphy, tuttavia, si rivela diametralmente opposta a quella di un integerrimo uomo di legge: accetta le regole del gioco, se ne appropria e supera in scaltrezza chi gliele ha insegnate. La volontà di catturare Escobar è tale da indurlo a voltare le spalle ai propri princìpi, arrivando al punto di sacrificare alleati e informatori senza battere ciglio per mettere il suo avversario alle strette. Il duello tra Escobar e Murphy viene dunque mostrato come una letale partita a scacchi, in cui il numero di pedine da sacrificare non è mai troppo alto e un colpo di fortuna può segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta.Nonostante la ricchezza di eventi e personaggi messi in scena, i tre episodi scorrono uno dopo l’altro in assoluto equilibrio, grazie a un sapiente lavoro di scrittura e una regia che porta avanti la narrazione senza mai calare di ritmo. Anche sul piano registico si denota l’influsso del già citato realismo magico, che contribuisce a rendere sempre più labile il confine tra ricostruzione e spettacolarizzazione dei fatti: l’assalto finale al Palazzo di Giustizia in “The Palace in Flames” è un evento storico stranger than fiction, rappresentato con l’aiuto dei materiali d’archivio ma avvolto da un’aura di finzione senza eguali, quasi fosse una parodia del ben più noto assalto al Palazzo d’Inverno.
In conclusione, la sapiente miscela di crime story e reportage d’inchiesta fa di Narcos l’ennesima scommessa vinta da un network innovativo e audace come Netflix, una serie in grado di suscitare emozioni forti nello spettatore e garantire una fidelizzazione pressoché immediata.
Voto 1×02 “The Sword of Simón Bolivar”: 7½
Voto 1×03 “The Men of Always”: 8
Voto 1×04 “The Palace in Flames”: 8
Narcos – Stagione 1 Episodi 5-7
Come il commercio di Pablo anche Netflix si internazionalizza, provando a conquistare il mondo televisivo fuori dai confini anglosassoni. Il risultato, con Narcos, è una serie coraggiosa, che non fa della lingua un ostacolo ma una preziosa opportunità.Superati, quindi, gli scetticismi iniziali – assolutamente legittimi – la storia dell’ascesa e del declino di Pablo Emilio Gaviria Escobar prende finalmente il volo e il risultato è a dir poco esplosivo, come la bomba che chiude il sesto episodio. In primo luogo perché i tre episodi in esame sono un crescendo di tensione e di adrenalina, dallo scoppio vero e proprio della guerra al narcotraffico fino alle prime morti davvero “importanti” che vediamo sullo schermo; in seconda battuta non passano inosservate le scelte della regia che regalano allo spettatore più di una scena memorabile: Pablo che minaccia Gustavo con la dinamite o lo stesso re del narcotraffico che a Panama guarda verso il mare pensando alla sua Colombia, per citarne due.
Quest’ultima immagine, in particolare, è emblematica nel tratteggiare il carattere del protagonista: Pablo è molto legato alla sua terra, tanto da considerare la sua fuga a Panama un oltraggio e una sofferenza a cui preferirebbe la morte sul suolo colombiano. La sua ambizione lo ha spinto troppo in là e, inevitabilmente, lo ha destinato a una discesa rovinosa, da candidato presidente a fuggitivo e ricercato; tutto questo portandosi dietro i suoi soci e la sua amata famiglia. L’Escobar di Panama è un uomo spezzato, disposto a far di tutto pur di tornare a casa; la sua avventatezza lo porta, però, a tradire la fiducia dei pochi amici leali al suo fianco, come Gustavo che troverà rifugio nelle accoglienti braccia di Marta Ochoa. Si può dire quindi che l’evento scatenante, quello che avrebbe sconvolto la storia della Colombia per sempre secondo l’agente Murphy, e il motore narrativo che dà il via a questi tre episodi è l’omicidio di Galàn.
Le vicende politiche colombiane si intrecciano in modo determinante con l’indagine, in questo segmento di stagione: l’estradizione per i narcos è il punto focale su cui Galàn prima e Gaviria dopo incentrano la loro campagna elettorale esponendosi così all’unica politica praticata da Pablo, quella dell’omicidio e della violenza. Cesar Gaviria si dimostra, in questi episodi determinanti per la sua evoluzione, uno dei personaggi meglio riusciti di Narcos: la sua lenta presa di coscienza e le difficili scelte a cui viene messo di fronte fanno emergere un carattere inizialmente più debole rispetto a quello del suo predecessore, in qualche modo più umano, ma allo stesso tempo più risoluto ed eroico una volta accettato il suo ruolo.
Uno dei pregi di Narcos è, infatti, quello di saper creare e modellare personaggi profondamente umani. La storia di Javier Pena, per esempio, trova la sua realizzazione nell’efferato omicidio di Gacha, in quella sua ultima, potente, decisione che pone dei seri dubbi sul concetto di giustizia e di legalità in Colombia. Il personaggio di Pedro Pascal si rende conto di non poter più rischiare nulla, perché ogni azione e ogni scelta sbagliata si portano dietro decine, se non centinaia, di vittime; non esistono le mezze misure, perché qualunque cosa può fare la differenza tra la vita e la morte. È questa la differenza sostanziale tra lui e il più cinico agente Murphy: una moralità diversa che gli pone alcuni limiti insuperabili che non gli permettono di sparare a un bambino, nonostante la pistola puntata addosso.
La guerra entra quindi nel vivo: tra colpi inflitti da una parte e dall’altra la situazione diventa sempre più tragica, soprattutto per Escobar che si vede messo alle corde da un uomo politico incorruttibile e da un Paese non più dalla sua parte. Con il tentato omicidio del presidente, Pablo vede la sua seconda grande sconfitta e di conseguenza il primo schiacciante successo delle forze dell’ordine, più in particolare dell’agente Murphy. La rappresaglia del narcotrafficante si trasforma in un gesto disperato, da cui non potrà mai più tornare indietro, anche se pare che il suo destino fosse già segnato dall’inizio del quinto episodio. Il rapimento di figure di spicco per ricattare i politici e tentare di ribaltare l’esito della guerra è un’azione sconsiderata di un uomo che non si pone alcun limite, deciso adesso ad accettare appieno la sua natura di criminale e a fondare un impero che vedrà le fondamenta nel castello sulle montagne annunciato da lui stesso a Gustavo; come un re medioevale che pretende il posto che, a suo parere, gli spetta di diritto, non importa con quali mezzi dovrà ottenerlo.
Il salvataggio del neonato alla fine del settimo episodio, tuttavia, rappresenta un piccolo barlume di speranza in mezzo alla violenza e alla paura che la figura di Escobar, estremizzata da alcuni come salvifica e beata in termini religiosi, sta diffondendo nel Paese. Se è possibile salvare qualcuno, forse sarà possibile salvare tutti e liberare la Colombia dalla più terribile crisi che abbia mai dovuto affrontare.Sulla scia del realismo magico, Netflix mette in scena la storia degli anni più terribili del Sudamerica con una narrazione magistrale, in grado di appassionare e fare riflettere sulla crudeltà umana e sull’influenza che un solo individuo può avere su un intero popolo.
Voto 1×05 “There Will Be a Future”: 8
Voto 1×06 “Explosivos”: 8,5
Voto 1×07 “You Will Cry Tears of Blood”: 8
Narcos – Stagione 1 Episodi 8-10
Pablo Emilio Escobar Gaviria è uno di quei personaggi che, ancora prima di avere una fisionomia o una storia ben definita nel nostro immaginario, sono legati ad un’eco o comunque ad un’idea generale e vagamente sfumata del criminale famoso – che ha sicuramente costruito un impero e che, altrettanto sicuramente, ha ammazzato molta gente. E raramente ci si sbaglia.Ancora più in generale la biopic, che sia al cinema o in tv o su carta stampata, è davvero il genere che la fa da padrona negli ultimi anni, in forza della brama del telespettatore di appassionarsi voracemente al “realmente accaduto” e di voler sentirsi sempre più vicino alla cosiddetta realtà. Eppure in questa idea c’è un sostrato di paradosso che andrebbe sondato più da vicino: nel momento stesso in cui viene scelto un soggetto per una serie, un film o un libro, non si tenderà già da principio a scegliere la storia più eccezionale possibile, cioè qualcosa che sia fuori dal comune? Realtà e reale diventano perciò due concetti diversi: è realtà in quanto fattualmente accaduto, perché ci sono immagini, prove, testimonianze a dircelo; ma è allo stesso tempo irreale in quanto letteralmente un’eccezione, un momento che, anche se raccontato al minimo dettaglio, sembra più vicino all’invenzione che a ciò che noi conosciamo come reale.
Narcos è ben consapevole infatti di cosa sta raccontando e usa come genere di riferimento – non a caso – il “realismo magico” che ha caratterizzato soprattutto la letteratura sudamericana del Novecento, che richiama l’idea di una descrizione fedele e puntuale di un determinato contesto spaziale e storico, tra le cui pieghe prende vita un evento soprannaturale, fantastico. E Pablo Escobar non solo incarna questo evento, ma è la personificazione stessa del realismo magico: figlio della sua terra, il paisa cresciuto tra le montagne e le nuvole della Colombia, che si eleva tra gli uomini compiendo un’ascesa incredibile.
Ogni salita verso l’alto però implica inevitabilmente il suo contrario, una caduta verso il basso proporzionata a quanta strada è stata percorsa; e nel caso di Pablo la discesa non è rovinosa o improvvisa o netta, ma è lenta e soprattutto personale. In questo senso l’ottavo episodio, non per niente intitolato “La Gran Mentiria”, racchiude in sé le esasperazioni e le conseguenze immediate a cui le attività fin qui perseguite da Pablo stanno portando, facendo da chiave di volta fondamentale per procedere verso la fine. Il disegno che sorregge Narcos è la volontà di cogliere e quindi raccontare la complessità della personalità di Pablo, del grande paradosso rappresentato dalle forze politiche e dell’ordine, ma ancora di più quanto davvero “good and bad are relative concepts”.Se la biopic è il genere del momento, il tema della sottile linea rossa tra buono e cattivo, tra onesto e criminale, è invece il tema dominante della serialità televisiva, che ormai di quest’ambiguità sta davvero usando tutto l’usabile (giusto per citare qualche nome: Justified, Breaking Bad, True Detective). E per quanto la serie abbia degli ottimi guizzi e delle trovate apprezzabili, è purtroppo un incrocio di argomenti già visti e rivisti, che si adagiano sull’immediato apprezzamento del pubblico che scopre la vita privata di un nome che ha già fluttuante nella fantasia, corredato dall’affondo in un contesto storico e sociale che ne ha per tutti i gusti.
Tutti i pregi della nuova serie di Netflix sono presenti, come già accennato, ne “La Gran Mentiria”, che fa anche da raccordo narrativo chiudendo il cerchio con la sparatoria che apriva il primo episodio, perché cristallizza e inquadra esattamente la situazione: chi sono gli attori protagonisti nella guerra che sta decimando Bogotà e quali i loro ruoli? Escobar è lo stesso uomo che, mentre costruiva il suo impero, costruiva case per i poveri e tentava di entrare in politica, mosso – pare – dal genuino impegno verso i suoi concittadini poveri; ma lui è lo stesso che viene accolto e cacciato allo stesso tempo dai cosiddetti politici “di sempre”: i suoi soldi possono andar bene accettati nell’ombra, ma che sia lui in persona ad infilarsi tra loro è invece inaccettabile. Dall’altra parte, dichiarare guerra al perbenismo di un’intera casta e quindi agli Stati Uniti (che ne vogliono l’estradizione ma comprano da lui tonnellate di cocaina) vale la vita di migliaia di innocenti colombiani (gli stessi di cui voleva migliorare la vita fino al giorno prima)?
È un gioco di prospettive e specchi che, da qualsiasi punto di vista, riflettono le brutture e le debolezze dell’animo umano, il quale, indurito dal dolore che gli altri gli infliggono, non sa più guardarsi intorno e cercare il confronto. Un altro punto di non ritorno è infatti il primo vero attentato che Pablo e la sua famiglia subiscono, voluto da Pacho Herrera, il suo corrispettivo nello smercio della cocaina ma con destinazione New York. Non a caso, il degenero di Pablo e la sua conseguente chiusura in una torre d’avorio fisica e mentale accadono a seguito di questo evento e soprattutto dopo la morte di Gustavo, che è un altro emblema dei paradossi tra bene e male che la serie mette in scena: in un rimbalzo di colpi inflitti e ricevuti non è più possibile riconoscere se ci sia stato un inizio. Giustizia e vendetta si scambiano di posto e si confondono l’una sull’altra, fino a concretizzare la grande bugia del titolo: la pace da tutti millantata come obiettivo finale è solo la parentesi in un mondo che ha ancora il sapore di tutto il sangue versato.
Gli altri due episodi tentano di mantenere la stessa tensione e di descrivere ancora meglio i paradossi che creano il male, l’ambizione e la solitudine, e che nel caso di Pablo Escobar prendono materialmente la forma de “La Catedral”: la fortezza che permette al grande criminale di sottrarsi alla giustizia, scegliendosi il proprio stile di vita. La chiusura forzata in un castello dorato, pur pieno di comfort, pur con la presenza di uomini che si è personalmente scelto, diventano ben presto insopportabili e nulla sopperisce alla mancanza della sua famiglia, dei suoi figli, lasciando lo spazio alla paranoia del gangster. Anche grazie all’uso di immagini di repertorio, siamo certi che quanto la serie ci sta raccontando non si sposta quasi per nulla da quanto è davvero accaduto a Pablo Escobar e da come sia riuscito a sfuggire alla giustizia per l’ennesima volta; eppure, soprattutto da qui in poi, non sembra essere abbastanza.
La storia c’è, il personaggio interessante anche, il tema è dei più interessanti, ma manca qualcosa. Arrivati al decimo episodio e quindi con la visione completa della stagione, compare magicamente la risposta: è la struttura, cioè il modo in cui vengono raccontati gli eventi. Anche questo è un tema spinoso nella serialità televisiva, impegnata a sentirsi dare della bella ma con poca sostanza (The Leftovers, American Horror Story), o con sostanza ma dalla resa insufficiente (Homeland). A mio avviso Narcos rientra nella seconda casistica e si nota irrimediabilmente quando la voce fuori campo scompare nell’ultimo episodio “Despuego”, o meglio: la voce rientra nel personaggio e ci rendiamo conto che fino ad oggi lui era fondamentalmente solo quello, dato che la prima vera azione tangibile la compie solo ora. I due agenti, Javier Pena e Steve Murphy, per quanto sentiti di primo acchito centrali, sono stati in realtà molto marginali rispetto al resto e la cosa strana è che ce ne rendiamo pienamente conto solo alla fine. Perciò se accettiamo che Narcos sia solo la storia di Pablo Escobar, allora la conduzione non poteva essere che questa; se invece il tentativo era una visione più ampia del periodo, della Colombia, del rapporto con gli Stati Uniti, in questo caso ci sono ancora dei passi in avanti da fare.Insomma, Narcos è una serie ben fatta, con molti punti dalla sua parte già in partenza e ben giocati su alcuni fronti; ma è anche una serie nella media, che appassiona il giusto non inventandosi nulla di particolarmente innovativo, che si lascia vedere ma nulla più. Il rinnovo per la seconda stagione è già stato annunciato, quindi non resta che capire dove quel tunnel che chiude il decimo episodio abbia portato Pablo Escobar.
Voto 1×08 “La Gran Mentira”: 8,5
Voto 1×09 “La Catedral”: 7
Voto 1×10 “Despegue”: 7
Voto Stagione: 7
Narcos – Stagione 2
Uno dei punti di forza che determinano il successo delle serie Netflix è la capacità della piattaforma streaming di trasformare i suoi prodotti in veri e propri fenomeni di culto attraverso una massiccia, quanto studiata, campagna pubblicitaria. Anche per questo Narcos 2 arriva con un carico di aspettative molto elevato.La prima stagione del biopic che racconta la storia della lotta al più grande narcotrafficante di tutti i tempi ha raccolto consensi sia di pubblico che di critica, forte di una ricostruzione estremamente accurata del clima politico e sociale della Colombia del tempo e dell’ottima scrittura del personaggio di Pablo Escobar. Tutto questo rimane immutato nella seconda stagione, che riprende esattamente la trama da dove si era interrotta senza apportare modifiche significative allo stile della narrazione. Se per certi versi questa scelta è positiva – in termini di coinvolgimento i pregi di un racconto di questo tipo sono innegabili –, allo stesso tempo non permette agli autori grandi margini di manovra per colmare quelle lacune che hanno impedito allo show di innalzarsi al di sopra degli standard qualitativi, già comunque alti, che caratterizzano le serie Netflix.
La struttura documentaristica di Narcos tende, infatti, a sopprimere la forza narrativa che la serie potrebbe avere, muovendo l’intreccio su binari prestabiliti, problema accentuato dalla necessaria aderenza della storia alla Storia, e lasciando molti dei personaggi più “lontani” da Pablo privi di un’adeguata caratterizzazione. Esempio lampante di queste carenze sono Steve Murphy e Javier Peña. I due agenti della DEA, sempre al centro della caccia a Escobar, non hanno goduto della necessaria attenzione in questa seconda annata, risultando sempre troppo marginali e poco approfonditi al confronto non solo del vero protagonista della serie, ma anche di altri personaggi minori.
Il tema principale su cui ha voluto insistere la serie, e che riguarda da vicino anche i due poliziotti, è l’impossibilità di determinare una linea di demarcazione netta tra Bene e Male, mettendo a confronto le azioni crudeli e sanguinose di Pablo e dei suoi banditos con le risposte, spesso ugualmente brutali, perpetrate dalla polizia colombiana e dal colonnello Carrillo. Mentre l’agente Murphy reagisce a questa brutalizzazione abbracciandola pienamente fin da subito, il percorso affrontato da Peña è più articolato e interessante. Se il personaggio interpretato da Pedro Pascal in un primo momento prende le distanze dai metodi di Carrillo, dopo poco si troverà a stringere un accordo con i nemici di Pablo, rinunciando all’onestà che gli impone il distintivo in favore di un vantaggio militare sul narcoterrorista. Come si è detto, tuttavia, ciò non basta per caratterizzare al meglio i due agenti, che si trovano sì ben calati all’interno delle grandi tematiche della stagione, ma che risultano poco interessanti non appena vengono estrapolati dal contesto e analizzati singolarmente.
Entrambi i personaggi vengono spinti alla caduta morale definitiva dall’ossessione per Escobar: il sangue che scorre copioso per le strade della Colombia porta (quasi) sempre la firma del narcotrafficante, la cui figura apparentemente inattaccabile diventa frustrante per gli uomini che tentano di catturarlo. Il compromesso morale diventa l’unica via d’uscita per fermare la guerra che si è scatenata nel paese, una scelta che invade le vite di tutti i personaggi di Narcos, compreso il presidente Gaviria.Risulta, quindi, azzeccata la scelta degli autori di mostrare sempre più spesso le reazioni del popolo colombiano agli eventi terribili che accadono a Medellin e Bogotà, evitando il pericolo di focalizzarsi solo sulle azioni di Pablo e sulle reazioni delle forze dell’ordine. In tal senso funziona anche il ruolo che i mezzi di informazione come i giornali e le televisioni svolgono nel contatto tra il fuggitivo Escobar e l’opinione pubblica colombiana, scatenando una vera e propria guerra mediatica tra il criminale e la presidenza del paese, accusata tra le altre cose di collusione con il governo americano.
La sensazione che si ha guardando la seconda stagione di Narcos, tuttavia, è che contenga numerosi passaggi non necessari, o per meglio dire che sarebbero potuti essere interessanti se sviluppati a dovere ma che così disposti non fanno altro che allungare il brodo prima della morte di Pablo senza aggiungere nulla di nuovo. Ci si riferisce soprattutto allo sviluppo della trama dei Los Pepes e alle intrusioni degli Stati Uniti nella politica interna colombiana: sono certamente una parte essenziale della storia e non sarebbe stato giusto estrometterla del tutto, ma davvero serviva tutto questo minutaggio dedicato per portare lo spettatore a comprendere appieno il finale? Ovviamente no, a meno che – e questa è ben più di un’ipotesi – non sia stato un piano orchestrato dagli autori per favorire il passaggio verso le già confermate prossime due stagioni dello show, che, orfane di Pablo, potrebbero essere incentrate su molti dei personaggi che abbiamo già incontrato (Judy Moncada, il cartello di Cali, Busby).
Prima di poter fare previsioni, però, bisogna prendere atto della conclusione di quello che, ormai possiamo chiamare così, è stato il primo ciclo della serie Netflix: l’ascesa e la caduta di Pablo Emilio Escobar Gaviria. Wagner Moura è sublime anche in questa seconda annata a dare corpo e voce ad una delle figure umane più complesse e rappresentate del ventesimo secolo, riuscendo a costruire l’immagine di un Escobar devastato sia moralmente che fisicamente, ormai nella sua fase discendente. Dopo gli ultimi sussulti di crudeltà – la bomba a Bogotà, la vendetta contro Gilberto – a Pablo non resta che attaccarsi a quel poco che gli rimane, la famiglia: oltre alla madre, la moglie e i figli che conservano imperterriti un’immagine sempre positiva dell’uomo, viene presentato il punto di vista ben più interessante, perché diametralmente opposto, del padre. Quest’ultimo, infatti, non condivide l’ammirazione dei familiari, anzi, prova vergogna per la carriera sanguinosa del figlio, vedendo in lui solo un assassino. L’incontro/scontro tra i due è fondamentale nella storia di Pablo, che, consapevole di essere a pochi passi dalla morte, cerca nella figura paterna la redenzione morale di cui ha bisogno, fallendo miseramente. È in questo quadro che assume ancora più importanza l’ultimo dialogo con il deceduto Gustavo, intriso di speranza e di sogni di gloria mai realizzati.
In definitiva, se per molti aspetti questa stagione ha rappresentato un passo qualitativo in avanti rispetto alla prima annata dello show, per altri ha mantenuto gli stessi difetti, in qualche modo congeniti alla struttura rigida dello stile con cui vengono narrati gli eventi. La scelta di rinnovarla da parte di Netflix a questo punto può rivelarsi una lama a doppio taglio: se da un lato può dare nuova linfa a uno show che dopo la morte di Pablo sembra aver fatto il suo tempo, dall’altro può essere la prova definitiva che il personaggio di Wagner Moura era fondamentale e che senza di lui la serie non riuscirà a reggersi sulle proprie gambe.
Voto stagione: 7
Narcos – Stagione 3
I grandi dubbi sull’effettiva riuscita di una terza stagione di Narcos risiedevano nell’assenza del personaggio sul quale era basata la trama delle prime due stagioni, quel Pablo Escobar la cui figura è ancora oggi tra le più controverse e affascinanti del secolo scorso. Nonostante tutto chi aveva preventivamente bocciato uno show privo del suo carismatico protagonista deve ora ricredersi, poiché la terza annata della serie Netflix, pur mantenendo una serie di innegabili difetti, è la migliore sinora.Questa stagione ha quindi portato su di sé il peso delle due passate e l’onere di ricostituire il rapporto con gli spettatori dopo l’uscita di scena non solo di Wagner Moura, ma anche di Boyd Holbrook, che nonostante una scrittura non brillante del suo personaggio rappresentava il contraltare perfetto di Pablo Escobar e, storicamente, una delle figure più importanti nella guerra al narcotraffico. La situazione di Narcos, per fare un esempio più o meno recente, è paragonabile a quella di show come Homeland, che ha proseguito il suo cammino nella quarta stagione orfano di Brody, personaggio fondamentale per la sua trama orizzontale e per la sua mitologia interna. Così come quest’ultima ha abilmente saputo reinventarsi e rilanciarsi, anche il prodotto di Netflix, seppur inizialmente a fatica, riesce nel difficile compito di lasciarsi alle spalle l’ingombrante quanto attraente figura di Pablo, generando nuovi villain che devono necessariamente essere diversi da essa ma allo stesso tempo ugualmente credibili e interessanti. Nel microcosmo della serie – che pur si ispira ad un’ambientazione storica, quindi reale – Escobar è già una leggenda e i personaggi che ereditano il suo ruolo guardano al narcoterrorista come ad una figura quasi mitologica, capace di lasciare un segno sulla storia della Colombia e del mondo contemporaneo; il modello di Pablo e la sua ideale successione ricorda, per fare un altro paragone attuale, quello che J.J. Abrams ha costruito in Star Wars tra il nuovo villain, Kylo Ren, e il modello mitico a cui si ispira, quel Darth Vader temuto in tutta la galassia. Il Cartello di Cali tuttavia, pur sgomitando per un posto di rilievo nella Storia ed implicitamente ispirandosi ad Escobar, impara dagli errori del predecessore preferendo un approccio meno popolare e più elitario, attraverso il quale raggiungere un compromesso con il governo ed evitare la caduta del proprio impero, garantendosi così un posto sicuro nel mondo.
Se questo “cambio della guardia” in sede di personaggi – che avvicina molto la serie ad essere definita antologica – mette in risalto tutte le differenze tra le diverse annate dello show, quello che rimane invariato è lo stile della narrazione e le tecniche utilizzate per raccontare la storia colombiana. Il voice-over, stavolta con la voce di Javier Pena, è sempre presente ed è utile per raccontare tutti i retroscena e le premesse sul funzionamento del traffico di cocaina e dello stile del cartello. Negli anni passati si aveva la sensazione che si abusasse di questo sistema, a volte non necessario ed eccessivamente prolisso nell’esporre attraverso le parole quello che poteva essere narrato sotto forma di immagini; in questa stagione, invece, il voice-over è molto meno utilizzato e la sua funzione esplicativa pesa meno sull’economia generale degli episodi, rendendo la trama più fluida e più semplice da seguire. A questo concorre anche l’altissima qualità tecnica a cui Netflix ci ha abituato, grazie alla quale regia, fotografia e scenografia viaggiano su binari paralleli e contribuiscono a creare perfettamente l’ambiente ostico in cui si svolge la storia. Cali è molto diversa da Medellin, e questo concorre a separare ulteriormente l’epoca di Pablo da quella dei gentlemen.
Il collegamento più importante tra seconda e terza stagione è, però, la permanenza del personaggio di Javier Pena, agente della DEA che passa dal ruolo di spalla a quello di protagonista, ereditando la buona caratterizzazione che lo ha accompagnato nelle scorse annate. Un protagonista già conosciuto e con un background narrativo noto agli spettatori è sicuramente un punto fermo importante per una serie in fase di rinnovamento, ma anche un rischio non indifferente, poiché la costruzione del suo percorso non può prescindere da quanto raccontato in precedenza. Pena si trova, all’inizio della stagione, avviato verso la strada della redenzione, consapevole che nella lotta ad Escobar non si è sempre trovato dalla parte della ragione – l’agente era il collegamento tra i Los Pepes, nemici di Pablo autori di terribili stragi, e la DEA. Il personaggio, da sempre caratterizzato da una moralità più dubbia ed incline ad infrangere le regole, è ora il più fervido sostenitore della giustizia e della necessità di combattere il crimine e la corruzione senza scendere a compromessi. La guerra al narcotraffico e il confronto con l’ascesa e la caduta di Escobar trasformano l’agente Pena nell’eroe inteso nel senso più puro, colui che farà sempre la cosa giusta no matter what, anche se questo gli dovesse costare il proprio lavoro. Se la scelta è comunque in linea con il percorso del personaggio di Pedro Pascal, non può che togliere un po’ di fascino alla sua figura, che deve essere per forza compensata dall’introduzione di due nuovi giovani agenti, Feistl e Van Ness, eredi inconsapevoli della carica ideale e dello spirito d’iniziativa che caratterizzava il duo di protagonisti delle prime stagioni.
Dall’altro lato della barricata merita un discorso più ampio tutto il meccanismo che rappresenta la complessa organizzazione del Cartello di Cali. Se già dal pilot si capisce che il suo funzionamento e il suo modus operandi son ben diversi dal sistema utilizzato da Escobar, nel corso degli episodi Narcos si può concentrare maggiormente sui personaggi che lo compongono, focalizzandosi più su alcuni che su altri ma riuscendo in generale nell’ardua impresa di far dimenticare la magnetica attrazione verso il narcotrafficante interpretato da Wagner Moura. Proprio l’umana debolezza e l’impossibilità di essere come Pablo costituiscono le caratteristiche più affascinanti dei Gentiluomini di Cali, convinti ingenuamente di poter eludere la concatenazione di eventi che portò il loro predecessore alla rovina. Il primo a cadere, Gilberto, è il personaggio che trova meno spazio nella stagione, più utile per portare alla ribalta il ben più interessante fratello, Miguel, costretto quasi subito a sobbarcarsi il futuro del cartello, in un ruolo che chiaramente non gli appartiene. Il conflitto tra le visioni opposte dei fratelli Rodriguez-Orejuela è il motore che scatena gli eventi più importanti che li riguardano, trasformando quella che doveva essere una resa pacifica con il governo colombiano in una guerra tra cartelli e una fuga continua dalla determinazione della DEA nel volerli internare. Miguel non ha la forza né l’astuzia necessaria per tenere insieme i pezzi dell’organizzazione, che cede lentamente sotto i suoi piedi, sia per le conseguenze di azioni efferate – l’uccisione di Salazar da parte di Pacho che dà il via alla guerra con il cartello del Norte del Valle – sia per tradimenti interni – la collaborazione tra Jorge e la DEA.Per quanto riguarda gli altri due soci del Cartello, invece, pur riuscendo nel loro ruolo di spalle ai principali villain della stagione, risultano meno sviluppati di quanto ci si potesse aspettare: Pacho, forse quello con più potenzialità, viene schiacciato da un utilizzo risicato che si risolve in una vendetta personale; Chepe trova ancora meno spazio e il suo ruolo al vertice non viene del tutto giustificato dalla trama, che oltre a tenerlo lontano dalle vicende principali non pone nessuna lente di ingrandimento sulla sua persona, lasciando una sensazione incolore sul personaggio. Nemmeno David, figlio di Miguel, riesce ad emergere tra i comprimari, rimanendo statico e bloccato nella sua funzione di essere il più odioso e crudele possibile, senza nessuna intenzione di approfondimento.
Discorso a parte va fatto per Jorge Salcedo, vero e proprio co-protagonista della stagione e simbolo dell’uomo prigioniero del suo ruolo. Il personaggio, difatti, lotta con tutte le forze per ottenere un’uscita “morbida” dal Cartello, nel quale occupa un importante incarico come capo della sicurezza; l’intrinseca bontà dell’uomo si scontra con i metodi violenti e crudeli con cui i padrini di Cali regolano le loro controversie, una situazione che, se non risolta, rischia di mettere in pericolo non solo la sua vita ma anche quella della sua famiglia, con cui Jorge ha un legame molto forte. È per amore di essa che si offre alla collaborazione con la DEA, nonostante questo comporti mettersi contro Miguel e possa portare, anche in caso di vittoria finale, ad una vita difficile in cui sarebbe impossibile sentirsi davvero al sicuro. Gli autori scelgono di muoversi cautamente su colui che è stato forse il più determinante nella lotta al Cartello di Cali, scegliendo di dargli una bussola morale molto chiara, schierata principalmente dalla parte del bene: è un personaggio che difficilmente riesce a fare del male direttamente a qualcun altro, e non per niente la morte di Enrique – che avviene indirettamente a causa sua – è devastante dal punto di vista emozionale e lo spinge al passo definitivo contro i narcos, quando ormai non vi è più possibilità di tornare indietro. Probabilmente sarebbe stata più credibile una figura meno netta e definita dal punto di vista etico, ma anche così il personaggio è uno dei più riusciti della stagione e il più interessante a livello umano.
Se i personaggi convincono, lo stesso si può dire per la struttura generale della stagione, caratterizzata da un ritmo incalzante e un escalation di azione e violenza – soprattutto dal quarto episodio in poi – davvero convincente. È la cattura di Gilberto Rodriguez in “Checkmate” a dare il via alla caduta dei gentlemen di Cali, dopo la quale si segnalano l’adrenalinica e ottimamente diretta retata a casa di Miguel (“Sin Salida”) e il salvataggio al cardiopalma di Jorge (“Todos Los Hombres Del Presidente”) che segna la fine definitiva dei giochi. Persino l’ultimo episodio – seppur meno convincente dei precedenti – riesce a chiudere coerentemente quanto fatto quest’anno e ad aprire la strada – sebbene in modo tutt’altro che delicato – alla già annunciata quarta stagione che sarà ambientata in Messico. Una delle cause del successo qualitativo di questa particolare annata può essere individuata nella sua maggiore indipendenza dalla Storia, raccontando un periodo e dei personaggi molto meno iconici e non già incastonati nell’immaginario collettivo: a differenza di quanto mostrato con Escobar, infatti, la vicenda del narcotraffico in Sudamerica assume qui maggior rilevanza e un migliore spazio per esprimersi proprio perché meno conosciuta e più imprevedibile.La terza annata di Narcos fuga ogni possibile dubbio che, giustamente, era sorto sulla riuscita dello show privato del suo carismatico protagonista, risultando una stagione solida e avvincente, non perfetta ma assolutamente godibile, soprattutto per le caratteristiche uniche che la allontanano dal modello delle due precedenti.
Voto stagione: 8
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