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Severance – Stagione 1
Ormai in questi primi anni di vita della nuova piattaforma streaming di Apple, il colosso americano della tecnologia, abbiamo imparato a conoscere più o meno gli standard dei suoi prodotti originali, tra i film e le serie TV: alla costante ricerca di uno show in grado di catalizzare l’attenzione e creare un buzz mediatico che spinga le persone ad abbonarsi, la piattaforma si è subito concentrata sullo scritturare grandi nomi, tra attori, sceneggiatori, produttori e registi, convinti che questi avrebbero sfornato prodotti di qualità e attratto spettatori, in particolare tra le serie drammatiche.

In tal senso abbiamo ottenuto show ad altissimo budget e di qualità sempre medio-alta, tra cui inizialmente spiccavano The Morning Show – che poteva contare sui nomi di Steve Carell, Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon tra gli altri – ma anche See – distopico con Jason Momoa – e For All Mankind – ucronia nata dalla mente di Ronald D. Moore. Tutti questi show hanno ottenuto un relativo successo e una generale acclamazione da parte di pubblico e critica, ma nessuno di questi è stato il boom che Apple si aspettava; per arrivare a uno show in grado di far parlare davvero di sé si è dovuto aspettare fino all’uscita dell’ottima comedy ambientata nel mondo del calcio professionistico Ted Lasso che, insospettabilmente, è in breve tempo diventata lo show di punta, finora, della piattaforma, oltretutto facendo strage di premi e così facendo nobilitando in qualche modo la piattaforma streaming su cui la si può guardare. Questa premessa ci porta dritti alla nascita di Severance, serie creata da Dan Erickson e Ben Stiller – quest’ultimo anche regista della maggior parte degli episodi della prima stagione – che racconta una distopia nella quale un’azienda propone ai suoi dipendenti la pratica della “scissione” – così viene tradotto in italiano il titolo della serie –, ovvero la possibilità di dividere la propria mente tra la parte della giornata in cui si lavora e quella in cui si vive la propria vita, senza che l’una o l’altra “personalità” ricordino nulla di cosa succede all’altra. Questo show si pone dunque sulla scia delle grandi produzioni della piattaforma, cercando di uscire dalla propria nicchia di pubblico e di affermare la propria voce sul panorama televisivo odierno; a conti fatti, con una stagione all’attivo, si può dire che Severance ha tutte le carte per farcela, e l’unanime acclamazione della critica non è che una conferma.

Già dai primi episodi si aveva la netta sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di davvero interessante: la serie di Erickson si proponeva fin da subito come una critica neanche troppo sottile al sistema capitalista, esasperando grazie alla fantascienza il principio che mira all’efficienza massima del lavoratore durante le sue ore in azienda. Con la separazione della sfera personale da quella lavorativa, l’individuo che si genera all’interno della Lumon – la multinazionale protagonista della serie – è un essere creato esclusivamente per compiere le sue mansioni, una vita che viene generata per essere al servizio totale di una corporation. Questa brillante quanto terrificante intuizione genera tantissime domande e mette sul tavolo questioni etiche e morali non di poco conto, anche considerando che il sistema socio-economico nel quale siamo immersi non fa che tendere sempre di più verso questa direzione.
Come se questo non bastasse, i protagonisti della serie non sanno realmente in cosa consiste il loro lavoro: le funzioni che svolgono sono totalmente astratte – inserire dei numeri in cartelle di lavoro al fine di “raffinare” i dati che arrivano sui loro terminali –, portando la metafora proposta dallo show su un altro livello di lettura. È chiaro il riferimento all’evanescenza e alla non-trasparenza delle nostre multinazionali, che nascondono i loro “affari” dietro maschere digitali e strisce di codice, alle volte celando ai propri stessi dipendenti – che normalmente sono poi i meri esecutori di direttive che arrivano dall’altro – quello che effettivamente stanno facendo. Nel caso di Severance quello che fanno gli impiegati dell’MDR – Macrodata Refinement Division – è il più grande mistero della stagione, opportunamente non svelato nemmeno nel finale – per fortuna lo show ha già ottenuto il rinnovo per una seconda annata.

È possibile guardare a Severance anche come un ribaltamento di uno dei generi classici della televisione moderna portato in auge specialmente dalle comedy, ovvero gli show ambientati sul luogo di lavoro – si pensi ai vari The Office, Parks and Recreation, ma anche nel campo dei drama a Mad Men per esempio. Nella serie di AppleTV, infatti, le scene ambientate durante l’attività lavorativa sono una componente fondamentale della narrazione, anche quando queste sono slegate dalla trama mystery. Lo show comincia con l’introduzione di una nuova collega e, attraverso il suo sguardo, impariamo a conoscere le abitudini e le relazioni all’interno dell’ufficio; se questa dinamica suona familiare è perché si tratta di uno schema narrativo piuttosto classico e in questo caso è decisamente voluto. Per forza di cose, però, una serie che presenta una distopia di questo tipo e problematizza in modo tragico quello che provano gli innies o “interni” – nella serie sono chiamate così le identità all’interno della Lumon – non può che cominciare con il tono di una workplace comedy per poi sfociare ben presto nell’atmosfera del più cupo dei drama, portando questa nuova leva – nella serie è Helly, il personaggio di Britt Lower (Man Seeking Woman) – a destabilizzare in modo permanente l’equilibrio di tutto l’ufficio.

Helly è, infatti, l’elemento dirompente che fa esplodere le tensioni latenti tenute fino a quel momento a bada dai meccanismi di controllo indiretti della Lumon: in tal senso una delle parti più interessanti della serie è andare a scoprire tutti gli inquietanti lati della filosofia alla base dell’azienda e di come questi siano propinati agli innies quasi come una religione. I manuali della Lumon sono trattati alla stregua di libri sacri e gli articoli che regolano le norme di comportamento dei dipendenti sono dei veri e propri comandamenti; persino la vita del fondatore della Lumon è trattata come la venuta messianica di un essere divino. Anche in questo è chiaro il riferimento alla rigidità e alla composizione di molte filosofie aziendali della nostra contemporaneità e a come queste finiscano per assorbire il lavoratore che si deve votare completamente al culto del profitto per il proprio datore di lavoro. In Severance tutto ciò è portato all’estremo dal fatto che gli innies hanno la possibilità di conoscere solo il culto che viene insegnato loro dall’azienda in quanto le loro vite iniziano e finiscono ogni volta che prendono l’ascensore per entrare e uscire dall’ufficio; come viene affermato più volte, queste identità separate sono come dei bambini, dei gusci vuoti che l’azienda può riempire con i loro principi che non potranno che considerare come l’unica verità. In questo dispotismo culturale e psicologico si forma un equilibrio fragile, che può essere sconvolto dalla prima perturbazione esterna, come in questo caso è il libro motivazionale di Ricken (Michael Chernus), che fa scoprire alle giovani menti dei dipendenti della Lumon un modo diverso di vivere e soprattutto un modo diverso di pensare. La scelta degli autori è grandiosa: l’impulso che smuove le coscienze sopite di Mark e degli altri è la forza delle idee, l’incredibile energia data dalle parole, che a chi guarda forse paiono come dei luoghi comuni e delle frasi fatte, ma che in quel contesto specifico diventano rivoluzionarie.

Come se i riferimenti ai meccanismi che regolano una dittatura non fossero abbastanza, la conferma di tale intento meta-narrativo la abbiamo dalla scoperta che la Lumon inganna i dipendenti di diversi reparti al fine di alimentare odio e divisione tra di essi. Il quadro che dovrebbe rappresentare una scena di violenza perpetrata da un ufficio all’altro che cambia in base a quali dipendenti lo possiedano è emblematico di ciò. Tutto questo viene usato per allontanare tra loro gli individui: i rapporti personali che vanno oltre l’amicizia tra colleghi sono mal visti, non perché potrebbero influire negativamente sulle performance lavorative, ma perché l’azienda teme l’unione delle masse; se volessimo traslare la metafora in un contesto socio-politico più facile da visualizzare nella nostra realtà storica, diremmo che il governatore dispotico deve temere il popolo unito che potrebbe rovesciarlo. La relazione tra Irving e Burt (gli splendidi John Turturro e Christopher Walken) viene stroncata non appena scoperta con la pensione anticipata del secondo proprio per questo motivo.

La narrazione di Severance, però, non si svolge solo negli asettici uffici della Lumon, ma ci mostra fin da subito la doppia vita del protagonista, Mark Scout, interpretato da un bravissimo Adam Scott, ed esplora le motivazioni che lo hanno spinto ad accettare la scissione. Grazie a questa storyline in primis gli autori hanno la possibilità di esplorare il tema dell’elaborazione del lutto, sebbene si capisca come questo non sia e non voglia essere il fulcro dello show, ma soprattutto possono condurre su un binario parallelo la presa di coscienza di Mark che, insieme al suo interno, affronta un percorso molto simile di “risveglio” dal torpore della propria esistenza. Nella vita reale è l’arrivo di Peter (Yul Vazquez) l’elemento che sconvolge la quotidianità del protagonista e lo spinge a mettere in discussione le sue scelte e le sue certezze. In questa prima stagione viene solo accennato il dibattito che si svolge intorno al tema della scissione nella società civile, e i pochi spunti emergono soprattutto perché li vediamo attraverso gli occhi di Mark, ma è evidente che questo elemento assumerà un ruolo sempre più importante nello show, anche considerata l’escalation di eventi degli ultimi episodi.

Come era prevedibile, nella parte finale di stagione il ritmo compassato e riflessivo dei primi episodi accelera improvvisamente e porta i protagonisti a compiere una scelta radicale, fino a riuscire a risvegliare i loro innies all’esterno della Lumon. L’ultimo episodio “The We We Are”, titolo che riprende quello del libro galeotto di Ricken, è difatti un crescendo di tensione che mette Mark e gli altri di fronte a un mondo completamente diverso da quello che conoscevano: quello che i personaggi scoprono è la verità sui loro outies e sui motivi che li hanno spinti a lavorare per la Lumon, verità che si rivelano per tutti dolorosissime – Helly scopre di essere una Eagan e che la sua vita non è altro che un esperimento, Irving scopre che Burt è felicemente sposato, Mark che la moglie che dovrebbe aver perduto è in realtà ancora viva. Erickson fa un ottimo lavoro sulla sceneggiatura poiché non solo approfondisce e dà un senso alle azioni di tutti i personaggi, giustificando le loro scelte e la loro evoluzione, ma riesce a incastrarli perfettamente uno con l’altro in modo da raggiungere l’apice di tensione che chiude l’episodio, ovvero il momento in cui il “risveglio” termina perché Dylan (Zach Cherry) viene fermato da Milchik (Tramell Tillman).

Ovviamente come in molte serie, anche qui bisogna perdonare alcune forzature narrative – con il senno di poi necessarie – che lasciano gli spettatori un po’ increduli; su tutte ne saltano immediatamente all’occhio un paio: come mai in un’azienda che tiene così tanto alla segretezza e al controllo sociale dei propri dipendenti la sicurezza è affidata a una sola persona? E di seguito a ciò: come mai dopo aver appreso della morte di Doug il suo passepartout non è stato disabilitato, permettendo così ai protagonisti di accedere alla sala comandi? Si tratta ovviamente di minuzie se vengono considerati come passaggi indispensabili per far progredire la trama, e non disturbano per nulla il godimento della storia che gli autori vogliono raccontare, che è la parte importante.

Un altro dei punti di forza di Severance è l’attenzione ai dettagli e a come questi si uniscano nel creare un worldbuilding interessante e stratificato. Nelle procedure aziendali, per esempio, è spaventosa la punizione che viene inflitta ai dipendenti che contravvengono alle regole nella “Break Room”, dove, grazie al gioco di parole offerto dalla lingua inglese, una stanza che normalmente dovrebbe essere un luogo di riposo – break appunto – si trasforma in una sala di tortura dove le persone vengono spezzate – break che assume il significato del verbo “to break”, rompere. La “pena” inflitta, quella di ripetere un’infinità di volte una frase di scuse finché la macchina della verità non rivela il reale pentimento dell’individuo, è atroce e non fa che sottolineare quel tentativo di controllo indiretto che la Lumon vuole avere sulle coscienze dei dipendenti.

Anche dal punto di vista tecnico Severance eccelle: lo sguardo di Ben Stiller si traduce in una regia molto geometrica che esalta le scenografie e il minimalismo degli uffici della Lumon. La parte più interessante è come la fotografia e i colori creino un contrasto evidente tra le scene ambientate all’interno e all’esterno dell’azienda, alimentando la divisione tra i due ambienti e dunque tra le due vite dei personaggi. A rendere il tutto ancora più interessante è la scelta azzeccata del cast, tra cui, oltre a quelli già nominati, spiccano Patricia Arquette, qui ad interpretare una mefistofelica quanto enigmatica Mrs. Cobel, e Dichen Lachman, che interpreta Ms. Casey.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo a parlare di tutte le questioni messe in campo da Severance e questo dimostra come si tratti di una serie completa, capace di unire una trama orizzontale avvincente e ben costruita – con i cliffhanger messi al posto giusto per tenere alta l’attenzione – a uno sviluppo coerente dei personaggi senza dimenticare i fulcri tematici sui quali si vuole concentrare. Dalla critica al sistema capitalista alle domande che emergono sui concetti di identità e di individuo, dal tema del doppio a quello della fuga della realtà perché troppo dolorosa: le chiavi di lettura sono molteplici e gli argomenti trattati talmente complessi da non poter ottenere risposte semplici ai quesiti che pongono. Con una prima stagione di livello così alto e così intensa sarà difficile, ma anche bello, aspettare la prossima.

Voto: 9
Severance – Stagione 2
La serie di Dan Erickson e Ben Stiller era uno dei ritorni più attesi di questo 2025: sia perché la seconda stagione di Severance arrivava a quasi tre anni dalla prima, sia perché nel 2022 era stato uno dei prodotti più apprezzati da pubblico e critica, nonché ancora oggi una delle hit esclusive della piattaforma AppleTV+. Questo successo si spiega in molti modi: in primis per l’originalità del soggetto, poi per l’attualità dei temi che tratta che riguardano il mondo del lavoro e più nello specifico lo sfruttamento capitalista dei lavoratori, e in ultimo, ma non per importanza, per l’esecuzione tecnica, con uno stile registico ben caratterizzato e una fotografia eccezionale.

Se già i primi episodi di questa seconda stagione di Severance davano l’avvio per una narrazione non lineare, caratterizzata da cambi repentini di ambientazione, nuovi personaggi e nuovi equilibri tra i corridoi della Lumon e scelte difficili per i protagonisti, le promesse sono state rispettate dal resto dell’annata. La trama ordita da Erickson, infatti, ha la struttura di una escalation continua che raggiunge il culmine con il finale di “The After Hours” e che porta tutti i personaggi a compiere un percorso che – in modo quasi sempre naturale e non forzato – li mette nella posizione di prendere una decisione difficile, se non impossibile. A differenza della prima stagione, questo percorso è caratterizzato da alcuni episodi che spostano il focus dalle ambientazioni classiche dello show o per concentrarsi su alcuni personaggi in particolare o per fornire chiarimenti attraverso flashback rivelatori, dando alcune risposte ai misteri della serie.

Tra questo tipo di episodi troviamo per primo “Woe’s Hollow”, in cui l’MDR si risveglia all’esterno in una foresta innevata e deve affrontare una sorta di ritiro spirituale per rinnovare la propria “fede” in Kier e nei valori fondanti della Lumon. Già la sola idea alla base di questo episodio non fa che rafforzare la metafora del lavoro come una religione, in questa seconda stagione messa ancor più in luce rispetto alla precedente attraverso elementi tutt’altro che sottili – dalla lettura dei testi sacri al sacrificio degli agnelli. “Woe’s Hollow” è un episodio cruciale per lo snodo della trama, poiché crea un punto di rottura critico nel gruppo dei protagonisti: viene portato alla luce il segreto di Helly e della sua outie e Irving paga le conseguenze delle sue azioni con il licenziamento immediato. Questa rivelazione, che arriva molto presto nell’economia della stagione, ha effetti importanti sulla relazione Mark-Helly – su cui la serie ha puntato tantissimo – e sul futuro del personaggio interpretato da John Turturro che, a conti fatti, viene praticamente estromesso dalle vicende principali della trama.

Irving, infatti, prosegue il suo percorso narrativo solo all’esterno della Lumon e non riappare nemmeno per il finale di stagione. Nella sua trama ritorna il Burt interpretato da Cristopher Walken, con il quale cerca di recuperare i ricordi della loro relazione chiusi tra le quattro mura dell’edificio in cui lavoravano. In qualche modo il sentimento che li ha legati all’interno dell’azienda li porta a ritrovarsi e a interrogarsi sul loro legame, pur non avendo memoria di quanto accaduto; da questo confronto scopriamo qualcosa in più sul background dei due personaggi e soprattutto sulla tragicità di quello di Turturro che non è mai stato capace di legarsi a qualcuno prima di conoscere Burt. Nell’ottica del concept sci-fi di Severance, ovvero la separazione netta tra vita lavorativa e vita privata, questo particolare momento ragiona sui legami che possono nascere sul posto di lavoro e su come anche da questo punto di vista non sia salutare dividere nettamente queste due vite. Inoltre la sottotrama lascia molti interrogativi sia rispetto alle indagini compiute da Irving – con chi parla al telefono? – sia sull’effettiva inconsapevolezza di Burt che sembra nascondere più di un segreto.

Un altro episodio particolarmente significativo di questa seconda stagione è “Sweet Vitriol”, ovvero quello incentrato interamente su Harmony Cobel, interpretata da Patricia Arquette. In questo episodio ambientato esclusivamente a Salt’s Neck, viene esplorato il passato della donna e il suo legame con la Lumon fin da quando era bambina, nonché la sua turbolenta storia familiare. Il confronto/scontro con la zia Sissy – un’ottima Jane Alexander – riporta alla luce i suoi traumi e mette in luce gli abusi che la Lumon ha perpetrato su di lei, tra cui anche l’appropriazione dei suoi progetti e delle sue invenzioni. La presa di coscienza di Harmony raggiunge qui il suo completamento e porta la donna a compiere una scelta drastica, ovvero rivoltarsi contro la Lumon per fargliela pagare di tutto il male che le è stato fatto, decisione propiziata dalla telefonata che le arriva da Devon riguardo le condizioni di Mark. A inizio stagione poteva sembrare che il personaggio interpretato da Patricia Arquette fosse stato sottoutilizzato in questa seconda annata, ma a conti fatti gli ultimi tre episodi hanno evidenziato il ruolo chiave che la donna ha nelle vicende, anche in vista della già confermata terza stagione.

La storia di Harmony mette in evidenza anche il tema dello sfruttamento minorile alla Lumon, un argomento sottolineato anche dall’introduzione del personaggio di Eustice Huang (Sarah Bock), la giovane manager che viene posta ad affiancare Milchick al “Severed floor”. La sola idea che una ragazza così giovane lavori in un ruolo che gli spettatori hanno ormai imparato ad associare alla crudeltà e alla disumanizzazione di un’azienda che sfrutta i lavoratori sottoposti a scissione è inquietante di per sé, se poi ci si aggiunge la bravura dell’attrice che interpreta il personaggio diventa spaventosa. La relazione che intrattiene con Milchik è quanto di più folle e grottesco che abbia offerto lo show finora e, se l’obiettivo di Erickson era quello di rafforzare l’arco di caratterizzazione del personaggio interpretato da Tramell Tillman in questa stagione, l’obiettivo è decisamente riuscito: il nuovo responsabile del piano, infatti, subisce continue vessazioni e rimproveri dai suoi superiori, nonché discriminazioni velate. La sua fede incrollabile in Kier viene messa a dura prova e la prossima stagione potrebbe portare a compimento un capovolgimento di fronte che avrebbe senso con il percorso narrativo visto finora.

Il terzo episodio “anomalo” di questa seconda stagione di Severance è l’acclamato “Chikhai Bardo”, un episodio che, attraverso la scusa delle difficoltà del processo di reintegrazione affrontato da Mark, gioca con un continuo avanti e indietro nel tempo per mostrare flashback legati a Gemma e scampoli della vita matrimoniale prima dell’incidente. La puntata è un vero e proprio concentrato di rivelazioni poiché fornisce risposte a molti dei misteri della serie e mostra l’orrenda prigionia alla quale è sottoposto il personaggio di Dichen Lachman nei sotterranei della Lumon, aprendo così le porte agli eventi degli episodi finali; l’approfondimento sulla relazione tra Mark e Gemma prima dell’incidente, poi, è quanto mai necessaria per dare profondità ai loro personaggi e rinforzare la credibilità dei traumi che hanno vissuto, come la perdita del bambino durante la gravidanza – molto probabilmente causata dalla Lumon stessa. L’episodio non potrebbe funzionare così bene se alla scrittura sopraffina di Erickson e Mark Friedman non si affiancasse una regia eccellente, qui eccezionalmente non di Stiller ma di Jessica Lee Gagné – alla sua prima esperienza da regista in quanto finora “solo” direttrice della fotografia -, capace di unire le sequenze oniriche nella mente di Mark ai vari scorci sulla sua vita passata con soluzioni visive azzeccate che non fanno apparire il segmento narrativo come troppo spezzettato, bensì fluido e piacevole da guardare.

Sullo sfondo di tutto quello che si è già detto, Severance continua a lavorare sul tema del doppio e sul concetto filosofico che sta alla base stessa del processo al quale la Lumon sottopone i suoi dipendenti. È possibile dividere una persona in due distinte personalità? Sono effettivamente due persone diverse? A caratterizzare una vita sono solo le proprie caratteristiche innate o le esperienze che fa del mondo? Le emozioni possono trascendere il processo di scissione? Questi sono solo alcuni dei quesiti che tornano a bussare alla mente degli spettatori durante questa seconda stagione, eppure l’adrenalinico finale prova a rispondere ad alcune domande offrendo ulteriori spunti di riflessione. Intanto è struggente il dialogo che Mark intrattiene con il suo innie – o si potrebbe dire che Mark intrattiene con il suo outie – che mette in luce proprio uno dei dilemmi a cui si accennava, oltre che crearne un altro ancora più complesso per il personaggio: se il processo di rigenerazione ha successo e le due personalità si riuniscono, quale delle due sopravvive e quale no?

A rendere più tangibile e narrativamente efficace questo concetto nello show è ovviamente il triangolo amoroso – o, come piace chiamarlo ad alcuni, esangolo – tra Mark, Gemma ed Helly: è questo triplice legame, costruito nel corso di tutte le due stagioni, a porre le basi per l’ultima straziante scena di “Cold Harbor”, in cui il personaggio di Adam Scott – in questo caso l’innie – deve scegliere tra le due donne ma, a un livello ancora più alto, tra due vite, poiché scappare con Gemma significherebbe anche “uccidere” se stesso. Dopo una fuga in cui ci si potrebbe vedere una rilettura del mito di Orfeo ed Euridice, l’uomo compie l’errore di voltarsi e incrocia lo sguardo di Helly, galeotto nel fargli cambiare decisione – sempre che si voglia credere che Mark sarebbe uscito dalla porta altrimenti. Innie Mark non vuole scoprire la risposta al dilemma sulla reintegrazione al quale si accennava poc’anzi e di certo non vuole abbandonare Helly, pur sapendo che rimanere con lei potrebbe essere ugualmente un suicidio: è un finale che segna un punto di non ritorno ma che non poteva essere altrimenti per la costruzione dei personaggi lungo tutta la stagione.

Si potrebbe continuare a scrivere molto di Severance, per quanto è densa e ricca di avvenimenti questa stagione. Si potrebbe parlare del personaggio di Dylan e di come Milchik tenti di tenerlo sotto controllo offrendogli la possibilità di vedere la moglie del suo outie, interpretata da Merritt Wever, oppure del misterioso dipartimento deputato all’allevamento di agnelli diretto da Lorne (Gwendoline Christie). In tutto questo l’unico appunto negativo che si potrebbe fare alla seconda annata dello show è il suo essere davvero troppo ricca di materiale e idee da risultare alle volte troppo celere in alcuni passaggi narrativi o troppo lenta in altri; di certo rispetto alla prima, la seconda stagione soffre a tratti la non linearità della narrazione, risultando alle volte spezzettata e complessa da seguire se guardata senza l’adeguata attenzione, complici anche gli episodi tematici di cui si è parlato ampiamente prima.

Ovviamente è una minuzia rispetto alla bellezza estetica e alla ricercata complessità narrativa della seconda annata di Severance, che si conferma come uno degli show migliori del panorama contemporaneo, di certo uno di quelli in grado di dialogare di più con i temi con cui ci confrontiamo nella vita di tutti i giorni. Se la seconda stagione di uno show che ambisce ad essere davvero significativo è quella più importante, allora Erickson e Stiller sono riusciti ad alzare ancora di più l’asticella e a creare un prodotto che intrattiene e fa riflettere, un vero cult contemporaneo.

Voto: 9
Recensioni - Severance