Ash vs Evil Dead – 1×01 El Jefe
Ci ha provato a lungo, Sam Raimi, a portare avanti il suo progetto cinematografico più personale che era iniziato con La Casa e si era concluso con l’Armata delle Tenebre, un vero cult generazionale; eppure, è dovuta arrivare in soccorso la televisione (e Starz in particolare) per riuscire a dare nuova linfa, venti anni dopo, alle avventure di Ash Williams.

Prima della trilogia dedicata a Spider Man, Sam Raimi è stata la mente dietro La Casa (The Evil Dead), film horror tra i più rappresentativi di un certo modo di far cinema negli anni ’80. A quel successo seguì La Casa 2 (Evil Dead 2) e L’armata delle Tenebre (Army of Darkness), che, per la loro particolarità di unire commedia ed horror, si sono cristallizzati nella memoria di intere generazioni che ora, come Ash Williams protagonista di quella saga, sono ormai molto meno giovani ed in forma. L’idea, per quanto semplice, rischiava di diventare esplosiva: può davvero funzionare una serie televisiva basata su horror e demenzialità? Sarà davvero in grado di reggere un ritmo necessariamente più disteso, ben diverso dal paio d’ore entro cui un film è solitamente contenuto?

Chiaramente questa è una domanda a cui non si può rispondere, perché Starz ha mandato in onda esclusivamente il pilot, ma per ora la sensazione è di una scommessa vinta: la rete e Raimi hanno trovato il loro modo, autentico, di raccontare questa nuova avventura costruendo un primo episodio – diretto dallo stesso Raimi – in grado di omaggiare la propria storia ma nel contempo di inserirla nei canoni più contemporanei.
Le vicende, scritte da Sam e Ivan Raimi con Tom Spezialy (Desperate Housewives), si concentrano su Ash Williams molti anni dopo il suo ritorno dal medioevo; messi alle spalle gli orrori che lo hanno perseguitato da giovane, l’uomo lavora in un centro commerciale e spende la propria vita tra alcol e donne. Tutto cambia quando il Necronomicon Ex Mortis richiama ancora una volta le forze demoniache che sono pronte a scatenare l’Apocalisse.

Il primo raffronto nel cercare dei progetti che possano ritenersi simili a quelli espressi da questo Ash vs Evil Dead non può che concentrarsi sul recente Scream Queens, che ormai ha raggiunto la metà della propria prima annata. Anche lì si è cercato di equilibrare, per quanto possibile, comicità ed horror in una cornice perfettamente aderente alla scrittura del suo autore Ryan Murphy e ai suoi personalissimi stilemi artistici ben riconoscibili. Per quanto il macrogenere possa essere in effetti paragonato, le velleità artistiche e gli intenti di queste due serie sono profondamente diverse ed Ash vs Evil Dead ne esce come il prodotto al momento più riuscito. A prescindere da una valutazione personale – generi così particolari riscuotono necessariamente un successo in un certo senso limitato – questa nuova serie sorprende per la capacità di rimanere fedele alla propria linea senza, però, intaccare l’attrazione e la fidelizzazione di un nuovo pubblico.

Che cosa si ritrova, in questa serie, che colpirà gli amanti della trilogia originaria? Pressoché tutto, eccezion fatta per alcune esagerazioni demenziali che hanno caratterizzato L’armata delle tenebre: il make-up è molto simile, i combattimenti grossolani, il camp domina in quasi tutte le inquadrature. C’è, insomma, l’anima stessa della saga, senza che questa ne sia mai tradita. Al contempo, però, colpisce la capacità di inserire nuovi personaggi che possano fare da contraltare alla strabordante personalità di Campbell e la volontà di dare ampio spazio anche ad una narrazione horror di più vasto corso, che sappia nonostante tutto inserire momenti al cardiopalma. Questa scelta si rivela fondamentale nel momento in cui la serie dev’essere in grado anche di interessare le nuove generazioni o comunque chi non ha mai seguito la trilogia originale, offrendo loro oltre al materiale più autenticamente aderente al passato anche elementi narrativi tutti nuovi.

Inutile dirlo, Bruce Campbell la fa da padrone in questo episodio con un Ash Williams in netto spolvero. Lontano ormai da tempo da quel mondo ma segnato dalla morte dei suoi amici e della sua amata Linda, Ash si è rinchiuso in una vita ripetitiva e monotona che necessiterà dei vecchi nemici per subire lo scossone indispensabile per tornare al suo io più autentico. Molto riuscita è la scelta di incentrare su Campbell il lato comico della serie, mentre si apre intorno al personaggio di Jill Marie Jones (Sleepy Hollow) il racconto horror più canonico: l’’equilibrio tra queste due sezioni rende perfettamente digeribile il lato demenziale senza che questo possa fagocitare il resto della narrazione. C’è poi curiosità intorno al personaggio interpretato da Lucy Lawless, ma più per la sua partecipazione che per qualche anticipazione di spessore (nel pilot è poco più che una comparsa); per ora solo accennati gli altri personaggi, ma c’è da tenere d’occhio Ray Santiago che potrebbe diventare un’ottima spalla.

Sotto il profilo tecnico, Sam Raimi ha una direzione chiaramente ben salda nelle sue mani, con un uso molto forte della sua esperienza precedente: ritroviamo quindi tutti i vezzi e le scelte stilistiche che hanno caratterizzato il suo primo lavoro in un autocitazionismo che non esagera mai, ma sa integrarsi nella nuova stagione artistica. La scelta stessa di riprendere una rappresentazione estetica della possessione in maniera identica a quanto avveniva con La Casa (pur con mezzi sicuramente meno improvvisati di quanto accaduto con la sua opera prima) ricollega a questo nuovo capitolo quell’immaginario di ormai quasi trent’anni fa, ma senza trasmetterne anche l’idea di vecchiume (pericolo sempre dietro l’angolo, basti pensare all’incapacità di attualizzare Heroes: Reborn, che di anni ne aveva comunque molti di meno).

Dieci episodi (ma già un rinnovo per la seconda stagione) possono significare che Sam Raimi – che si occuperà anche della sceneggiatura – ha in mente un progetto piuttosto ampio. La parte più difficile, per lui, sarà riuscire ad equilibrare le due anime della narrazione senza sconfinare e senza portare a noia lo spettatore; non guasta, anche in un prodotto del genere, l’approfondimento dei personaggi i quali rischiano, com’è prevedibile, di trasformarsi a lungo andare in macchiette, se non adeguatamente rappresentate anche nella loro umanità. Ad ora, in ogni caso, il risultato è straordinariamente riuscito, anche più di quanto forse ci saremmo aspettati.

Voto: 8
Ash vs. Evil Dead – 1×02 Bait
Pronti a ripulirvi il sangue dalla faccia? Ve ne arriverà a cascate in questi 30 minuti di Ash vs. Evil Dead, tutto rigorosamente made in “chainsaw and boomstick” e prodotto dalla premiata ditta Raimi/Campbell.

In quella che sembra più la seconda parte del pilot, Ash vs. Evil Dead riprende esattamente da dove eravamo rimasti e lo fa senza rallentare il ritmo, continuando a martellare a suon di Deep Purple e offrendo una mezz’ora di vorticoso intrattenimento.

Certo, si potrebbe dire che, a parte l’incidente scatenante (Ash che legge alcuni versi del Book of the Dead mentre fuma l’impossibile in compagnia di una prostituta), non ci sia ancora molto materiale narrativo su cui lavorare e puntare per il futuro (anzi, lì dove si cerca di costruire qualcosa, ovvero l’indagine dell’agente Fisher, il ritmo cala in modo poco convincente), ma è davvero questo che ci interessa per ora? Ovviamente, i dubbi rimangono soprattutto su come la serie possa reggere sulla lunga distanza, ma ogni ragionamento di questo tipo perde senso quando entra in scena Bruce Campbell, e tutto ciò che chiedi diventa mezz’ora di horror e ironia perfettamente confezionati da una mente brillante mai troppo riconosciuta come quella di Sam Raimi.

Del resto, dopo la trilogia cinematografica di Spider-Man, Raimi ci aveva già ricordato di essere ancora in perfetta sintonia con il genere horror e il suo stile unico al mondo, tirando fuori un piccolo gioiello come Drag Me to Hell; ma era solo il 2009 e, dopo sei anni, i dubbi sul voler ritirare fuori un “attempato” Ash Williams erano tanti e più che giustificati. Il risultato dopo due puntate è un Bruce Campbell che regge benissimo il confronto con gli anni che passano e un Sam Raimi che ha gran voglia di far divertire, mai stanco dell’ironia con cui farcisce ogni dialogo.

Sono passati 34 anni dall’esordio sul grande schermo de La Casa, ed effettivamente, nel cercare di riallacciarsi alle caratteristiche peculiari di quel franchise, la serie sembra quasi fuori dal nostro tempo, una sorta di omaggio all’epoca d’oro dell’horror; ma soprattutto ad un decennio, quello degli anni Ottanta, che ha saputo giocare con i generi con una spensieratezza di cui forse oggi si sente sempre più la mancanza nel panorama seriale americano. I vari John McClane, Jena Plissken, Mad Max, e lo stesso Indiana Jones (solo per citarne alcuni) non avevano certo il tormentato approfondimento psicologico che sembra andare tanto di moda oggi, ma ciò non ha impedito loro di diventare icone generazionali grazie all’intuito di autori che hanno saputo sperimentare con la fantascienza, l’horror e l’avventura.

In particolare Bruce Campbell, nonostante le rughe sul volto, non sembra per niente out of character e riesce a non rovinare il ricordo del suo storico personaggio, grazie soprattutto a quell’autoironia e istrionismo che del resto hanno sempre caratterizzato anche l’attore stesso. Non fa un lavoro cattivo nemmeno il suo partner Ray Santiago, grazie soprattutto ad un’interpretazione sopra le righe ma mai invadente, che nel corso di questo episodio ci regala almeno due o tre espressioni impagabili. Purtroppo ancora non si può dire lo stesso per il personaggio di Kelly, anello debole del cast e finora solo “esca” perfetta per la creazione di storyline di puntata. Il resto è tutto un susseguirsi di “deadites” e sangue che inonda in continuazione i volti del cast, in un mix che regala almeno due grandiose scene come quella in macchina sulle note di “Highway Star” e quella della cena.

Con la sua sceneggiatura tagliente, la cura nella regia e nella fotografia, e grazie ad un nome altisonante come quello di Sam Raimi, la serie solo in due episodi si è guadagnata un posto d’onore tra quelle piccole realtà che cercano di riportare in auge questo modo di concepire il racconto audiovisivo, realtà nate tutte in alcuni dei più coraggiosi network minori, quali Starz (Spartacus), Cinemax (Banshee), e lo stesso Syfy, che cerca di risorgere dalle sue ceneri con uno show, Z Nation, che sembra in tutto e per tutto la versione anni Ottanta e meno pretenziosa di The Walking Dead. Rifuggendo un intimismo artistico nel quale sembrano sempre più contorcersi le serie cable e confezionando un episodio di appena 27 minuti, quasi in risposta a quegli show che ormai sforano abusivamente e inutilmente la soglia dei 60 minuti a episodio (sì, Kurt Sutter, parliamo ahimè anche di te), Ash vs. Evil Dead riesce ad essero coinciso, teso, divertente e ricco di suspence, uno show ancora “in progress”, che sta lavorando benissimo per rendersi appetibile alle nuove generazioni senza tradire la propria identità.

Insomma, Deep Purple, sangue e un Ash Williams in forma smagliante. Davvero, cosa volete di più? Ah, no, forse qualcosa c’è: Lucy Lawless… dove sei?

Voto: 8
Ash vs. Evil Dead – 1×03 Books from Beyond
Da un po’ di tempo, quando si parla di televisione, si tende a fare la differenza tra qualità e intrattenimento, come se qualcosa di molto buono fosse altrettanto impegnativo e invece solo abbassando il livello si potesse passare una mezz’ora di intrattenimento televisivo buono e leggero.

Ahs vs. Evil Dead smentisce una volta per tutte questa linea di pensiero dimostrando che uno show può essere leggero, ben fatto e appassionante. Con un prodotto come questo cadere nel trash sarebbe stato molto facile – e probabilmente ci sarebbe anche un po’ piaciuto; l’unica cosa che si può recriminare a questa dramedy è proprio il fatto di essere troppo perfetta, curata non solo nei dialoghi, ma anche negli effetti speciali, nella quantità di eventi mostrati e nella loro importanza, nelle scenografie, nella regia e fotografia d’autore – che mantiene la traiettoria indicata da Raimi nel pilot. Forse in questo la serie tradisce un po’ lo spirito dei film di cui è sequel, girati con mezzi di fortuna – soprattutto il primo capitolo –, pochi soldi, un’esperienza ancora da costruirsi, ma con tanta voglia di fare cinema. Ovviamente il difetto di essere troppo curato è qualcosa a cui lo spettatore ci mette poco ad abituarsi e, sebbene l’aver a disposizione il giusto budget non possa essere considerato un difetto, sarebbe stato interessante vedere il maestro Raimi alle prese con gli stessi – o almeno simili – mezzi con cui ha completato la trilogia de La Casa.

Questo nuovo capitolo della saga è interessante non solo rispetto a se stesso, ma anche al lungo percorso da regista di Sam Raimi; è come se tutto fosse tornato alle origini e il regista e autore avesse voluto rimettere le mani su un vecchia opera per riscriverla, influenzato da tutti gli altri lavori svolti nel frattempo, che l’hanno fatto crescere e diventare un’icona del cinema moderno. Così si spiegano le numerose differenze tra la serie e i film, non solo dettate dai diversi mezzi a disposizione, ma anche dalla voglia di far evolvere una creatura che è entrata nella storia grazie al suo essere semplice ed efficace. Il personaggio interpretato da Bruce Campbell, per esempio, non è mai stato così spiritoso e irriverente, soprattutto perché intorno a lui non aveva un gran quantità di spalle che potessero permettere certi scambi di battute che invece in AVED ha. L’introduzione di personaggi secondari parlanti ha portato non pochi vantaggi ad una serie che non poteva permettersi dieci puntate di soli combattimenti con il demone di turno, ma che doveva per forza di cose costruire un racconto più articolato della saga a cui fa riferimento. Pablo e Kelly per ora sono solo questo, due spalle che danno la possibilità ad Ash di essere un personaggio ancora più completo di quello che ci si ricordava; la costruzione di una loro psicologia sfaccettata e complessa forse non si avrà mai, ma il loro scopo non è questo. Anche la poliziotta Amanda ha lo stesso ruolo, che “Books from Beyond” riesce a mettere chiaramente in evidenza: tutte queste new entry hanno lo scopo di servire il vero protagonista e mattatore della serie, Ash, e di aiutarlo a costruire una trama che possa essere un po’ più evoluta rispetto a quella dei lungometraggi, senza rinnegarli e mantenendo lo stesso spirito.

È proprio questa la cosa più importante dell’intero progetto: l’aver mantenuto l’anima sia di Ash che di Evil Dead modernizzando il corpo che la contiene. Per questo il citazionismo dello show continua ad avere un senso, come lo aveva in Evil Dead II; AVED, però, non vuole essere solo una grande citazione dei lavori precedenti di Raimi, ma cerca di allargare il colpo coinvolgendo anche grandi icone pop. La citazione all’horror moderno percorre tutta la serie, e infatti ritroviamo diversi elementi di The Walking Dead che faranno incuriosire i fan dello show di AMC: le tombe con le croci di legno viste più volte in TWD, il mulino a vento – che ricorda la fattoria protagonista della seconda stagione – e, non ultimi, i morti che ritornano in vita sotto forma di zombie-demoni; anche il trucco prostetico richiama fortemente quell’universo. Non è un caso che entrambi gli show abbiano anche il compito di riportare in auge dei temi che andavano di moda qualche anno fa, attualizzandoli e riproponendoli ad un pubblico giovane che ha imparato ad adorarli senza fare troppa fatica. Non solo citazioni agli zombie cable, ma anche a grandi classici del cinema, come Alien – con il faccia a faccia letterale tra Ahs e il demone evocato –, o a registi importanti come Tarantino – di cui viene riproposta la celebre inquadratura a fronte dell’automobile.

Per questo Ash vs. Evil Dead continua ad essere una scommessa vinta, riuscendo ad incarnare lo spirito originale in una forma nuova che gli calza a pennello, grazie anche alla lunghezza degli episodi, che permettono di andare subito al sodo e raccontare ciò che deve essere raccontato senza scene che servano a fare minutaggio a discapito del ritmo. È ancora presto per dire se una stagione costruita esclusivamente in questo modo possa essere soddisfacente, ma fino ad ora lo è e, per adesso, ci basta.

Voto: 8
Ash VS Evil Dead – 1×04/05 Brujo & The Host
Omaggio e revisione, tradizione e tradimento. Ash VS Evil Dead continua a viaggiare sui binari paralleli che ne hanno finora decretato il successo, e il suo riuscito mix di splatter, humour e cultura pop sembra non voler mostrare cedimenti.

Unico motore (im)mobile della storia continua ad essere ovviamente Ash, ma in questi due episodi si percepisce la volontà degli autori di non limitarsi al rispolvero di una vecchia icona anni Ottanta: grazie al maggior spazio di manovra garantito dalla serialità, il protagonista viene presentato al pubblico come antitesi dell’eroe (americano) contemporaneo.

Il personaggio incarnato da Bruce Campbell, secondo le intenzioni di Raimi, ha sempre trovato il suo punto di forza nella non convenzionalità, tanto fisica quanto caratteriale; tuttavia in “Brujo” l’appeal del protagonista viene chiaramente messo in opposizione alla complessità psicologica, a volte esasperante, degli eroi dell’odierno panorama horror (ogni riferimento a The Walking Dead è puramente casuale). Lo spazio per l’introspezione viene totalmente negato: Ash non prova sensi di colpa o dubbi per la sua missione, tutto quello che gli interessa e che lui sa fare è combattere il Male a colpi di doppietta e motosega.

La sequenza del trip allucinogeno è, da questo punto di vista, cruciale. Quella che, in altri contesti, sarebbe stata la svolta più importante per il protagonista, costretto ad affrontare i propri demoni interiori e a raggiungere una piena consapevolezza di sé, qui assume i contorni di una fantasmagoria pop in cui l’inconscio di Ash, tra la sigla di Charlie’s Angels, copertine di Playboy e immagini di incontri di wrestling, è la summa dei valori del redneck americano medio, attratto da violenza grafica e donne facili. Quando i deliri di Ash prendono corpo nella città di Jacksonville, inoltre, quella che per tradizione sarebbe l’epifania del protagonista viene qui ironicamente disinnescata: il collegamento alla trilogia originale sottolinea la diretta responsabilità di Ash nel risveglio delle forze del Male e nella morte dei suoi amici, ma a risvegliarsi nella sua mente sono solo i ricordi di quando poteva bere birra con entrambe le mani.

L‘ingenuità compiaciuta si impone senza mezzi termini sull’eroismo tormentato e incassa la vittoria definitiva in “The Host”, episodio che si diverte a ironizzare a ruota libera sui cliché delle possessioni demoniache. Anche in questo frangente, l’irriverenza della serie si impone sulla risoluzione classica degli eventi tipici del genere: Ash si ritroverebbe costretto a sacrificare Kelly per annientare il demone che la controlla, aggiungendola alla lunga lista di sensi di colpa, ma il suo approccio spicciolo ai problemi porta a una soluzione tanto improbabile quanto rocambolesca che suona come una vera dichiarazione d’intenti del protagonista: a volte basta essere dei perfetti idioti per salvare la situazione.

Ash si riconferma quindi un eroe grottesco dalle triviali ma granitiche certezze, un personaggio vecchio che si adatta alla modernità senza snaturare se stesso (l’upgrade della mano di metallo risulta estremamente chiaro in quest’ottica) e che riesce ad imporsi sul Male grazie al rifiuto completo della logica. Lo stesso distacco dalla razionalità per affrontare il paranormale sembra muovere l’ammazza-demoni interpretata da Lucy Lawless, personaggio dalle intenzioni ancora incerte ma il cui ruolo è inserito appieno nei canoni della saga (Ash uccise i suoi parenti nel secondo capitolo cinematografico), a dimostrare come le intenzioni di Raimi e soci siano non solo omaggiare il materiale narrativo di partenza ma renderlo parte integrante dello sviluppo della serie.

Come in ogni puntata, le citazioni della trilogia originale e di altre opere capitali della televisione e del cinema si sprecano, e vale la pena menzionarne due in particolare: da un lato la visione allucinata della testa in salamoia di Ash non può che rimandare alla serie animata Futurama, dall’altro il riflesso demoniaco di Kelly nello specchio è un fine rimando a un caposaldo della serialità televisiva come Twin Peaks, in cui il tema della possessione e dello sdoppiamento d’identità veniva proposto in chiave decisamente più cupa.

La furia iconoclasta di Ash VS Evil Dead non sembra dunque conoscere limiti e regala agli spettatori una delle serie più intelligenti e divertenti del momento, che con umiltà produttiva e tematica riesce a imporsi come valida alternativa alle serie horror mainstream a lei affini.

Voto 1×04: 8
Voto 1×05: 8
Ash vs. Evil Dead – 1×06/07 The Killer of Killers & Fire in the Hole
E così siamo quasi arrivati al rush finale di questa turbolenta prima stagione di Ash vs. Evil Dead. La serie di Raimi conferma le sue qualità, ma evidenzia anche qualche dettaglio su cui si dovrà lavorare soprattutto in futuro.

Sembra scontato ribadirlo, ma non lo è: Ash vs. Evil Dead è riuscita a riportare in auge gli antichi fasti di quell’operazione, all’epoca sperimentale e originalissima, di horror commedy ideata da Sam Raimi con La Casa. Sembrava facile, ma il rischio di cadere nella parodia (vista soprattutto l’età di Bruce Campbell) o di puntare tutto sull’effetto nostalgia c’era. E fortunatamente è stato evitato.

Bisogna anche dire, però, che la sesta puntata è anche probabilmente quella meno riuscita fino ad ora, più lenta nel ritmo e con una scena d’azione finale messa lì per dare un po’ di pepe ad una mezz’ora che, altrimenti, avrebbe lasciato l’amaro in bocca allo spettatore più desideroso di action, splatter e dialoghi taglienti. Si tratta di un episodio probabilmente di passaggio, finalizzato a raccogliere le conseguenze di quanto successo in quello precedente e a preparare il terreno per il futuro, con l’ingresso finalmente nel gruppo dell’agente Amanda Fisher. Il tutto si snoda in maniera un po’ lenta e con pochi sussulti, cosa che, vista la breve durata della serie, rischia di lasciare troppo insoddisfatti, come se l’iniezione settimanale di Ash Williams non desse questa volta nessun particolare effetto.

Quello che la serie sembra parecchio intenzionanta a fare in questa fase della stagione è dare maggior risalto ai due personaggi comprimari Pablo e Kelly. Con un Ash messo parzialmente da parte, ma sempre con i suoi momenti da antologia e battute fulminanti, sono praticamente loro due a reggere questi ultimi episodi sulle loro spalle. E ci riescono benissimo. Anche nel settimo, con il gruppo che viaggia diviso per la maggior parte del tempo, è proprio il loro il segmento quello più riuscito e divertente, che conferma soprattutto la crescita del personaggio di Kelly (incredibile, vista la poca incisività che aveva ad inizio stagione) e anche l’ottima alchimia tra i due attori, che regalano siparietti esilaranti giocando benissimo con i loro ruoli e la loro espressività.

Funziona meno il gioco di coppia tra Ash e Amanda, con il personaggio di lei che conferma di nuovo la debolezza di scrittura che l’ha caratterizzata in tutto questo arco. L’inserimento nel gruppo non ha finora portato alcun beneficio, e anche come elemento singolo l’Agente Fisher non riesce ad esprimere un briciolo di potenziale, un po’ perché ancora ignara di ciò con cui ha a che fare, un po’ anche per un’attrice non proprio brillantissima e in grado di giocare con questo ruolo. La sua parte, al momento, è quella di semplice spalla per risvegliare il lato più comicamente seduttore di Ash, che, pur essendo sempre uguale a se stesso e senza evoluzione, fa in realtà alla fine quello che tutti ci aspettiamo: far ridere e rendersi protagonista di momenti esclusivamente badass.

Purtroppo, l’affiatamento raggiunto tra i tre protagonisti principali rende difficile l’inserimento di Amanda all’interno delle proprie dinamiche, anche perché sembra ancora un pesce fuor d’acqua, lontana dalle regole che dominano ormai il mondo soprannaturale in cui i personaggi sono inseriti. Potrebbe essere l’elemento outsider, in grado di portare razionalità in un gruppo che sembra ormai essersi abituato e abbandonato al caos, ma è ancora troppo poco lo screentime che le è stato riservato per l’interazione con gli altri e il risultato è così finora abbastanza sciapo. Del resto, serve un’iniezione di adrenalina potentissima negli ultimi minuti del sesto episodio per risollevare una puntata altrimenti abbastanza spenta sotto ogni punto di vista.

L’impressione generale che questi due episodi lasciano è che Ash vs. Evil Dead sappia funzionare benissimo quando ha da creare specifiche situazioni e che dia il suo meglio nell’episodico piuttosto che nella continuità narrativa, che invece è portata avanti un po’ a fatica (si vedano anche i frammenti di una sempre più sottoutilizzata Lucy Lawless), senza trovare esattamente un equilibrio tra le due parti. Avendo però solo 25 minuti a disposizione, trovare questo bilanciamento diventa fondamentale, perché lì dove si punta solo sulla situazione, come nel settimo episodio, tutto scorre in maniera velocissima e assolutamente divertente e godibile, ma dove invece si vuole proseguire con la narrazione e raccontare una storia la serie perde un po’ di ritmo ed interesse.

Difetti non gravissimi, certo, ma da leggere come pericolo in chiave futura, soprattutto quando le idee per la creazione di situazioni singole inevitabilmente inizieranno a diminuire e si sentirà bisogno di una trama un pochino più sostanziosa per sorreggere un progetto che vorrebbe essere, perlomeno nelle intenzioni, di lunga serialità.

Voto 1×06: 6½
Voto 1×07: 7+
Ash vs. Evil Dead – 1×08/09 Ashes to Ashes & Bound in Flesh
Ad un passo dal finale di stagione, Ash vs. Evil Dead spara le ultime cartucce che ha a disposizione e che ha saputo tenere da parte per questo momento che, a causa di una piccola flessione negativa, stava iniziando a sollevare piccoli grandi dubbi sull’efficacia della costruzione di questo ciclo di puntate.

Dopo sette episodi era già chiaro che il punto forte della serie risiedesse nei singoli avvenimenti piuttosto che nella visione d’insieme della stagione: “Ashes to Ashes” e “Bound in Flesh” non fanno altro che rafforzare questo concetto. Sono infatti due puntate che prese singolarmente risultano potenti e divertenti, mentre in un’ottica generale sottolineano tutte le carenze di caratterizzazione dei personaggi e rendono palese una forte instabilità della trama orizzontale. La suspense, il sangue che scorre a fiumi e le mazzate sono i punti forti e quelli maggiormente caratteristici di questo prodotto, mentre tutto ciò che li lega sembra ancora abbozzato, non rifinito come il resto, prendendo esempio dalla trilogia a cui si ispira lo show. È importante tenere a mente questi dettagli, perché giudicare AVED come una serie qualunque non farebbe giustizia allo spirito del franchising, che nasce volutamente così e non diventa in questo modo per un’eventuale inadeguatezza del comparto autoriale.

Lette sotto questo punto di vista, “Ashes to Ashes” e “Bound in Flesh” hanno il pregio di mantenere tutti i punti forti di questa serie e di introdurre quegli elementi che ancora mancavano in AVED: antagonisti forti da battere e la madre di tutte le autocitazioni, la baita. L’introduzione del secondo Ash nell’episodio otto (ma anche lo svelamento della vera natura di Ruby nel nove) dà finalmente corpo ad un cattivo che prima non sembrava tale e quindi non destava preoccupazioni per la sorte dei nostri protagonisti. L’evil del titolo non ha mai avuto una forma propria neanche nei film, incarnandosi nei coprotagonisti che di volta in volta morivano, senza però ucciderlo. La scelta di far nascere un Ash malvagio in “Ashes to Ashes” ha dato al Male un corpo tutto suo, non facendolo più diventare un ospite di qualcuno e quindi rendendolo vulnerabile come era vulnerabile l’involucro che sceglieva.

L’uccisione di Amanda ha lanciato un messaggio chiaro circa quello che possiamo definire un nuovo personaggio: Ash malvagio non condivide nulla con il protagonista della serie, se non le caratteristiche fisiche, che danno spazio alla prevedibile gag sullo scambio di persona. La morte di Amanda, che rappresenta il momento clou della puntata, ha il potere di farci capire subito le vere intenzioni di questo personaggio più delle tante parole che, come abbiamo visto, funzionano di meno in Ash vs. Evil Dead. La decisione di uccidere Ash malvagio, però, ci catapulta subito nei difetti della serie, capace solo di pensare a breve termine sbarazzandosi di un personaggio potenzialmente molto forte che avrebbe potuto legare le ultime tre puntate di questa stagione. Il ruolo di Ruby è l’ennesima conferma che in fase di scrittura alcuni passi falsi sono stati fatti: uno tra questi è proprio la mancanza di focus sul suo personaggio, che manca della verve che un cattivo dovrebbe avere.

Il secondo elemento di novità introdotto in “Ashes to Ashes” e ripreso da “Bound in Flesh” è l’ambientazione delle puntate: la baita, che faceva da sfondo ai primi due film, ritorna protagonista, diventando il non plus ultra dell’autocitazionismo. Questo ritorno alle origini è un segno importante per lo show, che in qualche modo vuole ribadire la sua natura di prodotto a metà tra l’operazione nostalgia e il tentativo di giocare con qualcosa di ormai datato conferendogli una nuova vita – abbastanza da permettere alla serie di sopravvivere nel panorama televisivo di oggi. Così il bosco e la casa stessa, ma anche le stanze al suo interno, la botola in salotto e il capanno degli attrezzi, oltre a stuzzicare i ricordi dei tanti fan di quello che è stato il primo lungometraggio di Sam Raimi, creano un’iconografia e un’atmosfera che ci rimandano non solo a The Evil Dead, ma anche a quel genere di film horror splatter a basso costo degli anni ’80 che ha influenzato diverse generazioni successive di registi.

Nonostante Ash vs. Evil Dead abbia qualche problema legato soprattutto alla profondità dei protagonisti, è chiaro che sia una scommessa vinta, perché è riuscito ad essere fedele e coerente con se stesso e con i film di cui è sequel, rinnovando un genere che sembrava affascinante perché lontano nel tempo e intoccabile e facendolo fare a Raimi, il solo che avrebbe potuto portare a termine una missione che sembrava impossibile.

Voto 1×08: 7
Voto 1×09: 7
Ash vs. Evil Dead – 1×10 The Dark One
In questi primi giorni del nuovo anno si conclude la prima stagione di Ash vs Evil Dead, portandosi dietro un ottimo esordio sul piccolo schermo e un finale che probabilmente farà parlare di sé, ma che in fin dei conti funziona ed è coerente con lo spirito della serie.

Si fa fatica a inquadrare la serie che narra le vicende di Ash all’interno di una confezione che metta d’accordo tutti oggigiorno: è una comedy per la sua irriverenza e la sua dissacrazione del genere horror, così come hanno fatto i film di cui è un diretto sequel, ma è anche qualcosa di più, e questo è ben chiaro dopo un finale inaspettato che non mancherà di essere discusso per la sua realizzazione. La scelta finale che deve prendere il protagonista, infatti, porta tutto il discorso sull’animo umano del personaggio ad un livello superiore, completando l’evoluzione di Ash lungo il corso della stagione. Non vi è soltanto una motivazione egoistica nell’accettazione delle condizioni di Ruby, bensì la volontà più profonda di voler salvare Pablo e Kelly e di voler in qualche modo redimersi proprio nel luogo dove tutto è cominciato, dal quale tutte le persone a cui teneva non sono mai uscite.

Se il personaggio interpretato da Bruce Campbell è stato il cuore pulsante di questa prima stagione, lo stesso non si può dire di Ruby, il cui utilizzo nel corso degli episodi lascia riflettere sulle possibilità che avrebbe potuto avere il personaggio se solo fosse stato meglio approfondito. Certo, il tutto era funzionale alla rivelazione di “Bound In Flesh”, ma questo non giustifica la scelta di tenere fuori dai giochi un pezzo da novanta come Lucy Lawless per diverse puntate, soprattutto in vista del ruolo che avrebbe interpretato in “The Dark One”. Questa scelta si riflette su una cattiva gestione dell’entrata in scena dei Dark Ones: sappiamo che hanno scritto il Necronomicon e che probabilmente possono controllare il Male, ma nulla in più ci viene rivelato, rimandando il tutto ad una seconda stagione di cui, si presume, saranno protagonisti.

Per chiudere il cerchio sul focus dedicato ai personaggi di Ash Vs Evil Dead, non si può non ritenersi soddisfatti anche dal lavoro effettuato da Ray Santiago e Dana DeLorenzo, che riescono, inaspettatamente, a dare un certo spessore ai due personaggi “spalla” di Ash, senza mai oscurare il protagonista ma nemmeno rimanendo schiacciati dal suo carattere invadente. Pablo è funzionale a quest’ultimo atto del racconto: la sua possessione è l’arma nelle mani di Ruby per riuscire a trovare un accordo con Ash, ma se El Jefe cede alla proposta della donna è proprio grazie al legame che si è creato tra i due nel corso della stagione. Lo stesso si può dire per il rapporto Pablo-Kelly e le gag esilaranti che da esso derivano; la ragazza ha però un ruolo molto più attivo in “The Dark One”, mettendo in mostra una spiccata dose di intelligenza e crudeltà – qui si vede il cambiamento più evidente dal pilot – nei confronti della casa per salvare i suoi amici.

Finisce quindi dove tutto è iniziato, nella Casa di Raimi, che non è più solo un luogo inteso come spazio fisico, ma un vero e proprio personaggio, prima cinematografico e adesso televisivo. La morte di Heather mette in mostra tutte le qualità horror che hanno trasformato un setting in un elemento di genere, capace di consolidarsi nell’immaginario collettivo e di rivelarsi ancora ricco di potenzialità oggi, dopo ben trent’anni.

È già stato sottolineato come uno dei problemi maggiori della serie sia la difficoltà nel costruire una trama solida sul lungo periodo, eccellendo però nei singoli momenti. Questo viene confermato nel finale, con delle scene fantastiche se prese isolatamente, ma che perdono di efficacia nel loro susseguirsi, con un ritmo troppo altalenante per convincere appieno. Tutto il segmento di Kelly poteva probabilmente essere risolto più velocemente, senza spezzare troppo la vicenda più concitata e interessante di Ash, così come quest’ultima sembra troppo frammentata tra l’uccisione del bambino e l’incontro-scontro con Ruby.
Come è stato già scritto precedentemente, comunque, il finale dell’episodio e della stagione funziona ed è in linea con i principi alla base della serie: situazioni ai limiti dell’assurdo e un’ironia intelligente e ricercata. Possiamo definirlo quasi apocalittico, decisivo per porre le basi per una seconda stagione che si annuncia come ancora più grande e, si spera, meglio gestita, ora che si ha uno spunto narrativo potenzialmente enorme da approfondire.

In questi anni di sequel, reboot, remake e revival non è facile riuscire ad ottenere risultati soddisfacenti, ovvero proporre serie di qualità senza tradire il materiale di partenza. Ash Vs Evil Dead ci è riuscita grazie alla valorizzazione dei punti di forza che già risiedevano nell’opera originale di Raimi e ad un’evoluzione degli stessi, in modo da poter essere fruibili e apprezzabili anche dalle nuove generazioni. Certo, ci sono dei difetti narrativi che non possono essere ignorati in una serie tv, seppur di soli dieci episodi, ma sono superabili e poco influenti se si considera il successo dell’operazione.

Voto episodio: 8
Voto stagione: 8
Ash vs Evil Dead – Stagione 2
È arrivata al termine la seconda stagione di Ash vs Evil Dead, la serie che ha portato in televisione la follia di Ash Williams in un tripudio di splatter e demenzialità che non ha eguali sul piccolo schermo.

Ash vs Evil Dead è una serie che sin dalle proprie origini non ha mai fatto mistero di non voler raccontare qualcosa di estremamente innovativo, né di travolgere per la propria arguzia o profondità di personaggi; è una comedy pura e dura vecchio stile, sotto certi aspetti, che fa affidamento su una demenzialità che autorizza a mettere in campo qualsiasi idea, che consente di sviluppare qualsiasi trovata gli autori possano partorire: quale altra serie, ad esempio, potrebbe permettersi di giocare con insoliti incastri fisici con dei cadaveri, con gnomi assassini, muppets indemoniati e bambole folli? Chi potrebbe mai immaginare che dopo la tanta attesa riconciliazione padre-figlio ci possa star bene un’auto che investe a folle velocità il genitore e ne faccia un residuo disgustoso al suolo?

A partire da questa genialità – perché di questo si tratta – Craig DiGregorio, lo showrunner (che ha però abbandonato la nave e non ci sarà per la terza stagione già annunciata) ha cercato di costruire una stagione coerente e che non fosse solamente una sequela di idiozie senza soluzione di continuità. Ancor più efficacemente del primo anno, a dirla tutta, la scrittura autoriale costruisce intorno ad Ash e ai suoi compagni di avventura una trama che possa reggere la durata tutt’altro che semplice di 10 episodi. La scelta è dunque ricaduta su Elk Grove, la città natale di Ash, e sul percorso di redenzione di questo agli occhi dei suoi concittadini.

Che l’idea di riportare il racconto alle origini sia stata una trovata particolarmente azzeccata è evidente sin dai primissimi episodi di questa stagione; non solo perché permette al protagonista di analizzare ed affrontare il suo rapporto col padre, che non brilla certo per particolare novità, quanto per la generale presa di coscienza che Ash è – giustamente – considerato dal resto della sua città uno psicopatico che ha fatto una strage nella capanna nel bosco. Il suo processo di redenzione – e dunque l’ascesa a vero e proprio eroe, che richiama il terzo capitolo della saga cinematografica – è perfettamente coerente con le scelte prese da questa serie nella costruzione del suo personaggio, che rimane ad ora l’invenzione più geniale della serie. Ash Williams, Bruce Campbell al secolo (perché scinderli sembrerebbe fare un torto ad entrambi), è la vera colonna portante della serie non solo perché ne è il protagonista, ma perché conserva in sé lo spirito proprio dello show; la sua umanità e sensibilità dietro la maschera del macho alla costante ricerca di compagnia femminile e di alcol è la perfetta incarnazione dell’uomo qualunque della provincia americana che si ritrova, suo malgrado, a dover rivestire i panni dell’eroe. Ma lo fa ai suoi termini: con una motosega che sostituisce la mano persa ormai dall’inizio delle sue avventure infernali, controvoglia e con il solo desiderio di una vacanza.

Senza scomodare paragoni azzardati né analisi più approfondite di quanto la serie meriterebbe, c’è comunque da ammettere che Ash vs Evil Dead non è solo un racconto folle che vale la pena seguire per lo stretto tempo necessario a farsi quattro risate: è anche uno sguardo ironico ed eccessivo alle realtà rurali americane, con lo scimmiottamento dei tropoi del genere e della provincia americana, mai come in questi mesi di elezioni presidenziali così alla ribalta. Questa particolare posizione è soprattutto evidente nei personaggi di Elk Grove che circondano il protagonista e soprattutto Chet (Ted Raimi) che incarna, per quel che riesce a durare, il perfetto compagno all’idiozia giovanile di Ash. È uno sguardo divertito verso un’America repubblicana chiusa in se stessa, che ha sempre guardato il diverso con sospetto e finanche repulsione, ma che non si tira indietro nel celebrarlo quando le fa comodo.

E se c’è da tenere in conto quanto il ritorno sul viale dei ricordi sia stato efficace – c’è da ammettere che le parti che fanno più direttamente riferimento ai film originali continuano ad essere le più ispirate –, il punto forte su cui poggia l’intera struttura di Ash vs Evil Dead è la potenza chimica del trio di protagonisti, con la positiva aggiunta della mai troppo apprezzata Lucy Lawless. Il gruppo quest’anno, ancor più che durante la stagione precedente, si è dimostrato di altissimo livello nei momenti più intimi – che pur sono presenti ed in alcuni casi anche molto riusciti – ma soprattutto ben amalgamato al suo interno nei tempi comici. In questo senso bisogna sottolineare la comicità espressa da Dana DeLorenzo: la sua Kelly è una vera forza e la sua comicità “annoiata” da quello che costantemente le accade funziona alla perfezione. Inutile dirlo, l’attrice meriterebbe molta più considerazione di quella che riceve.

Che cos’è, allora, che non funziona? Sebbene questa stagione sia stata migliore della precedente sotto molti punti di vista, ha sofferto però di un problema di non secondaria importanza: una certa ripetitività. Non nella trama, che ha saputo mostrarsi vitale e costruire episodi molto intensi, come l’intero viaggio al manicomio per dirne una, ma talvolta si è percepito il racconto come se fosse solo un gustoso orpello ad una demenzialità a tutto campo che non è stata sempre in grado di reggere il ritmo dell’episodio. A momenti geniali come il pupazzo di Ash sono corrisposte scene obiettivamente pesanti, come quella dell’obitorio a inizio stagione che, pur apprezzata per l’inventiva e il coraggio – perché ce ne vuole –, non riesce ad essere una forza propulsiva alla visione quanto vorrebbe e forse meriterebbe. Non ha poi aiutato un brutto finale, che è sembrato in parte ammazzare tutta la costruzione precedente: un finale del genere per Baal obiettivamente ce lo saremmo volentieri evitato.

In definitiva, dunque, la seconda stagione di Ash vs Evil Dead non è stata perfetta, ha avuto difficoltà e momenti di stanchezza che non possono chiaramente che inficiare la visione di un prodotto che fa dell’intrattenimento diretto ed immediato il proprio punto di forza; d’altro canto, però, è anche innegabile che la serie stia ancora funzionando in senso generale, producendo momenti di una demenzialità così squisita da trasformarsi in scintille di pura genialità.

Voto Stagione: 7
Ash vs Evil Dead – Stagione 3
Is Ash dead? Never. Ash is as much a concept as a person. Where there is evil in this world, there must be one to counter – man or woman, it matters not. Thanks for watching.

L’annuncio della cancellazione di Ash vs Evil Dead da parte di Starz e la scelta di Bruce Campbell di congedarsi dal suo leggendario alter ego, avvenute entrambe poche settimane prima del finale di serie, hanno sferrato un colpo pesantissimo nel cuore dei fan, ma hanno anche dato valore testamentario ad una stagione che, tra alti e bassi, ha continuato a espandere la mitologia del franchise creato da Sam Raimi nel 1981.

Più di un anno è passato da quando Ashley J. Williams ha sconfitto per l’ennesima volta il Necronomicon e ripulito la sua immagine presso la cittadina natale di Elk Grove. Ormai diventato un eroe cittadino, Ashy Slashy sfrutta la notorietà guadagnata per scatenare i suoi rinomati istinti bestiali, condensati nell’esilarante spot pubblicitario che apre il primo episodio: armi, bandiere e pornografia sono i capisaldi di ogni buon cittadino americano e Ash è pronto ad offirli a prezzi stracciati. L’idillio redneck del salvatore dell’umanità viene però interrotto bruscamente dalla rediviva Ruby, determinata a uccidere Ash per sfuggire alle forze oscure che le danno la caccia da millenni, ma a mettere in seria difficoltà il protagonista è l’incontro con Brandy, la figlia di cui ignorava l’esistenza che verrà coinvolta suo malgrado nell’eterna lotta contro le forze del Male.

L’ingresso in scena di Brandy è cruciale perché è un personaggio che accorpa in sé il cuore tematico della stagione e molte suggestioni extradiegetiche di indubbio fascino per gli aficionados della saga: il peso dell’eredità di Ash dentro e fuori dal racconto. Se nella seconda stagione il protagonista affrontava le proprie responsabilità per la morte della sorella e ricostruiva a stento i rapporti con un padre ancor più indisciplinato di lui, adesso si ritrova a vestire il ruolo del genitore in maniera del tutto inadeguata e con esiti grotteschi – fulminante la scena finale di “Family”, in cui Ash prova a consolare Brandy per la morte della madre offrendole una canna. Ash non vuole essere né padre né flagello dei non morti, così come Bruce Campbell non vuole più essere vincolato al personaggio che ha segnato la sua carriera per più di trent’anni, ma i cittadini di Elk Grove e i fan della saga non smettono di avere bisogno del loro eroe, perciò l’attore continua a infondere un incredibile entusiasmo nella sua interpretazione – poco importa se sia genuino o simulato – mantenendo intatta l’aura iconica di Ash per la sua uscita di scena.

Riflessioni sul personaggio a parte, questa stagione presenta alcuni difetti strutturali, principalmente di scrittura, che inficiano la scorrevolezza del racconto. La presenza dei Cavalieri di Sumeria, antico ordine di guerrieri protettori dell’Eletto, sembrava lasciar presagire un’interessante espansione della mitologia del Necronomicon – oltre ad essere una sfacciata metafora del fandom della saga –, ma il loro ruolo all’interno del racconto si è rapidamente esaurito nei primi episodi e la stessa sorte tocca purtroppo a Kelly e Pablo, le due novità più interessanti all’interno del franchise. Nonostante il loro ruolo nella battaglia contro il Male continui ad essere cruciale, le loro storyline vengono messe da parte in favore della lotta di Ash con i non morti e con la paternità, lasciando loro un’importanza marginale nello sviluppo della storia.

Tutte queste sviste e incongruenze dimostrano la volontà degli autori di concentrarsi su un unico evento cruciale – lo scontro tra Ash e il gigantesco demone Kandar –, ma la serie non ha mai avuto interesse verso la raffinatezza stilistica: Ash vs Evil Dead promette risate e sangue a dismisura, e in questi due campi continua a dimostrare grande genialità ed inventiva. Mantenendosi in linea con lo stile di Sam Raimi, le scene d’azione rimangono il fiore all’occhiello della serie: la fusione tra violenza in salsa slapstick e continue punchlines da film action anni Ottanta dimostra come i tratti cartooneschi del protagonista siano ancora intatti e permette a Bruce Campbell, così come all’altrettanto iconica Lucy Lawless, di sfoggiare il loro dinamismo e l’innato senso plastico per l’azione. Il livello di splatter raggiunge nuove vette parossistiche e coinvolge ogni fluido corporeo possibile: la battaglia a colpi di sperma di “Booth Three” è senza dubbio la sequenza d’azione meglio riuscita della stagione, tanto per l’equilibrio tra orrore e humour quanto per la sua valenza tematica – l’uomo che ha paura del proprio lascito evita letteralmente i colpi della sua eredità genetica.

Altro elemento imprescindibile della serie sono i suoi legami diretti con la trilogia originale che si manifestano nella scrittura come nella presenza fisica di agganci al passato. Nonostante fosse stato inghiottito dal terreno nella seconda stagione, in “Apparently Dead” i protagonisti sono costretti a tornare al cottage nel bosco, luogo-simulacro dove nasce la leggenda di Ash a cui non si può smettere di fare riferimento: anche quando la casa è fisicamente inesistente, la sua aura maligna riempie ogni sequenza dell’episodio. Compare di nuovo l’iconica Oldsmobile che ha accompagnato Ash in tutti i film della saga e, come ne L’armata delle tenebre, il protagonista si ritrova faccia a faccia con il suo doppio malefico, segno dell’ossessione feticista del Male per il protagonista pari a quella dei suoi alleati. A colpire però non sono tanto i riferimenti del franchise al suo stesso canone, quanto la sua sfacciataggine nel prendere altre icone della cultura pop contemporanea e piegarle a proprio vantaggio.

In “Rifting apart” Ash e i suoi comprimari entrano in una dimensione a metà tra l’Inferno e il mondo dei vivi, una copia oscura di Elk Grove popolata da creature di lovecraftiana memoria: l’associazione mentale con il Sottosopra di Stranger Things è inevitabile, ma quella che all’apparenza è una citazione ai limiti del plagio è un vero e proprio furto di un immaginario alieno al franchise in cui il protagonista riesce a muoversi con una fluidità sorprendente. La duttilità dell’icona di Ash era già stata dimostrata nel 2007 con Marvel Zombies vs Army of Darkness, fumetto ideato da Robert Kirkman in cui lo sboccato ammazzamorti si scontrava con la versione zombificata dei supereroi Marvel, e viene rafforzata con la sequenza finale di “The mettle of man”: Ash si risveglia in un universo postapocalittico alla Mad Max e si prepara per una nuova battaglia contro le forze del Male con una Oldsmobile supercorazzata e l’immancabile ghigno sul volto.

Ash vs Evil Dead si conclude quindi con un’interruzione imprevista che diventa romanticamente il testamento di un attore e della sua icona, la fine di un folle viaggio che tra alti e bassi ha sempre garantito al pubblico un intrattenimento grezzo ma irresistibile e ha donato una seconda vita all’icona più emblematica dell’immaginario horror anni Ottanta.

Voto stagione: 7
Voto serie: 7
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