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The Bear – Stagione 1
Un settore che la televisione dell’ultimo decennio ha portato in auge in modo abbastanza imprevedibile è quello della cucina: dai programmi culinari ai talent, dai report sui migliori ristoranti del mondo alla ricerca dei piatti tradizionali dei vari paesi in show dedicati. Non è un caso quindi che The Bear, serie FX ambientata proprio nella cucina di un piccolo ristorante di Chicago, abbia rapidamente attirato l’attenzione di pubblico e critica.

Christopher Storer, uno che di esperienza in TV ne ha tanta e che arriva ad essere per la prima volta autore completo – creatore, sceneggiatore e regista – per The Bear dopo una sfilza di colpi andati a segno e collaborazioni in serie importanti: dalla co-partecipazione in alcuni degli spettacoli più famosi di Bo Burnham, al ruolo di produttore esecutivo in Ramy, nonché tra le altre cose la regia per alcuni episodi delle serie di AppleTV+ Little Voice e Dickinson. Se c’è una cosa che hanno in comune tutti questi suoi passati progetti, e che possono far capire la strada che porta al suo ultimo lavoro, è che si tratta di prodotti dallo stile ibrido tra dramma e commedia – alcune di quelle citate sono infatti classificate come dramedy – e in alcuni casi caratterizzati da un umorismo nero, o comunque da toni che poco hanno da spartire con la comicità in senso stretto.

The Bear è, in realtà, una serie che si sbilancia più sul lato drammatico, sebbene la si possa identificare senza problemi come una dramedy per via della comicità che, in modo sembra quasi inconsapevole, emerge dall’assurdità delle situazioni che si vengono a creare – la durata degli episodi tra l’altro è di circa trenta minuti, in linea con gli standard di questa categoria di show. Anche l’antefatto conserva una sua drammaticità di fondo dal quale si riesce però a evincere una certa ironia: Carmen Berzatto, detto “Carmy”, è un giovane talento della cucina che ha fatto carriera velocemente ed è riuscito ad andare a lavorare come chef in ristoranti stellati; quando il fratello Mikey improvvisamente si toglie la vita, però, il protagonista sceglie di lasciare la sua carriera e tornare nella sua Chicago a gestire il modesto ristorante di famiglia specializzato in panini al manzo, un luogo ben lontano dall’alta cucina alla quale era abituato. Se da questa premessa ci si poteva aspettare una serie che puntasse molto di più sulla comicità della situazioni che potevano venirsi a creare dall’incontro/scontro di due mondi e due modi diversi di fare cucina, lo spettatore rimane da subito spiazzato: la scelta, come si è detto, è di premere forte il pulsante della malinconia del protagonista ed elevare il carico drammatico dell’ambiente culinario mettendo in risalto le difficoltà che affronta questa categoria di lavoratori.

Sì, perché uno dei punti di forza di The Bear sta proprio nel come sceglie di mettere in scena la vita e il lavoro dei personaggi: la regia di Storer – e poi anche di Joanna Calo, co-autrice a tutto tondo della serie – mostra la dinamicità e lo stress a cui sono costantemente sottoposti i cuochi; le immagini sono frenetiche, non c’è un momento di pausa e ad ogni errore che fa perdere del tempo prezioso bisogna trovare subito una soluzione con la logica del “the show must go on”, perché i clienti da servire rimangono e le macerie saranno raccolte solo alla fine del turno.
In questo caos si sviluppano le relazioni tra i personaggi ed emergono tutti i dissapori e le emozioni a cui si può pensare: gelosie, ansie, paure, ambizioni e diversità di vedute. Il tutto è gestito con una delicatezza – che sembra quasi un ossimoro per come si è parlato finora della spigolosità delle vicende narrate – e un’attenzione tale da tenere incollati allo schermo, facendoci assistere appassionati a quello che accade in cucina: gli autori sono bravissimi anche nella scrittura dei dialoghi, una parte essenziale per una serie che si svolge quasi sempre negli stessi ambienti, tanto da far pensare in certi momenti di star guardando una pièce teatrale – e il bellissimo settimo episodio “Review” non fa che portare all’estremo questo concetto.

Carmy è magistralmente interpretato da Jeremy Allen White, molto noto in TV grazie al suo ruolo principale in Shameless ma che ha all’attivo anche una parte nella prima stagione di Homecoming; il personaggio sembra essere scritto su misura per lui poiché l’attore riesce a dargli una caratterizzazione ottima pur con le pochissime battute a lui riservate. Carmy è infatti taciturno, immerso nei suoi pensieri e nella sua elaborazione del trauma – la morte di Mikey, interpretato in un flashback da Jon Bernthal (The Walking Dead, The Punisher) – e con lo sguardo sempre perso nel vuoto: questo suo carattere si scontra con quello di Richie, interpretato da Ebon Moss-Bachrac (Girls, The Punisher), il migliore amico di Mikey e, di fatto, fratello maggiore acquisito per il protagonista. Richie è molto impulsivo e decisamente più pragmatico di Carmy: le sue idee su come andrebbe gestita la paninoteca finiscono sempre con lo scontrarsi con il desiderio del protagonista di voler portare il ristorante ad un livello organizzativo e culinario superiore. Su questa dialettica e sul loro confronto poggiano le basi gran parte delle linee narrative drammatiche, il restante è invece legato al loro rapporto con i collaboratori, in particolare con la nuova ragazza assunta, Sidney.

La giovane interpretata da Ayo Edebiri (Dickinson) è il vero punto di rottura della cucina di The Bear: le sue nuove idee, la sua ambizione e la sua venerazione per Carmy la portano a divenire presto il fulcro di tutta l’organizzazione della paninoteca, scatenando gelosie e malumori in chi in quel ristorante ci lavora da tutta una vita. La sua giovane età è spesso un vincolo, una barriera oltre la quale le persone scelgono di non vedere il talento florido e la passione che scorre nelle sue vene, una passione che alle volte si trasforma in impulsività e la porta a fare il passo più lungo della gamba o a prendere decisioni di getto causando problemi. Questo oscillare tra l’essere l’astro nascente della cucina – e Carmy riconosce questa sua intraprendenza cercando però di non farla esplodere tutta insieme – e l’essere l’elemento estraneo sono la parte più interessante di questo personaggio e dell’intero show.

The Bear è inaspettatamente una delle migliori novità di quest’anno e il grande plauso della critica internazionale ne è la dimostrazione. In Italia la serie è disponibile interamente su Disney+ e FX ne ha già ordinato una seconda stagione: il consiglio è di recuperare al più presto questa serie imperdibile, il miglior biglietto da visita da autore tout court per Christopher Storer.
The Bear – Stagione 2
Una delle sorprese del 2022, arrivata a metà anno a inaugurare l’estate, è stata la caotica, ansiogena e brillante The Bear, dramedy che, con una prima stagione da otto episodi, ha raccontato il mondo della ristorazione da una prospettiva senza filtri e soprattutto incurante della sua stessa crudezza e crudeltà. Chiunque abbia approcciato lo show perché appassionato di cucina, o di Christopher Storer (autore della serie), o di Jeremy Allen White (indimenticato Lip Gallagher di Shameless), si è quindi trovato davanti a qualcosa di imprevedibile: una dramedy, sì, in cui però la componente comedy era spesso una breve parentesi piazzata strategicamente per riprendere fiato tra un’apnea e l’altra. Lo show di FX ha conquistato pubblico e critica ed è tornato esattamente un anno dopo con una seconda annata da dieci episodi (disponibili su Hulu e dal 16 agosto anche su Disney+) in cui l’impressione è stata quella di poter finalmente tirare il fiato.
O forse no.

Il ritorno di The Bear infatti parte da un vero e proprio conto alla rovescia: se la prima stagione si chiudeva con la decisione di trasformare il locale in un ristorante “degno di una stella Michelin”, la seconda si apre con la consapevolezza che nemmeno tutti i soldi trovati nel precedente season finale sono sufficienti a garantire questo risultato. Bisogna aprire entro sei mesi, anzi, tre: ci vuole molto poco per arrivare a questa conclusione, soprattutto considerando il folle autoricatto elaborato da Carmy con zio Jimmy/Cicero – la restituzione del debito entro 18 mesi o la cessione di tutto, ristorante ed edificio compreso. Non è casuale il fatto che la season premiere inizi con una condanna proposta dalla vittima stessa: in questa stagione la storyline di Carmy avrà esattamente l’autosabotaggio come fil rouge, un percorso in contromano mentre (quasi) tutti gli altri si muovono in una direzione nuova e gratificante, alla riscoperta di se stessi e delle proprie capacità. Qui si trova il primo, grande ossimoro rappresentato dal protagonista: se la sua brigata fatta di colleghi/amici/parenti si trova sul ramo ascendente della parabola è sicuramente solo grazie a lui e a quanto accaduto nella prima stagione; è indubbio infatti che la spinta al cambiamento sia arrivata grazie a Carmy e nonostante il dolore per la perdita di Michael. La contraddizione scatta nel momento in cui colui che ha dato il “la” al movimento degli altri rimane immobile, nonostante all’apparenza provi di tutto per dare una svolta alla sua vita.

Let it rip

La seconda stagione ha al suo centro la creazione del The Bear dalle macerie del The Beef: la ricostruzione fisica del locale è metafora lampante della ricostituzione della squadra, che passa per quella di ciascun suo componente, segnato a sua volta da traumi e lutti. Come in ogni percorso di ricerca individuale, anche il locale fatica a trovare la sua strada, ostacolato da storie ed errori passati che riemergono in continuazione: quasi come se fosse un test, per capire se davvero si vuole andare avanti bisogna accettare di lasciarsi indietro il passato, di demolire muri devastati dalla muffa, di aprire armadietti chiusi da anni. Le decisioni da prendere che portano sempre più vicini al The Bear sono le stesse che mettono le distanze col The Beef (o, almeno, con le sue parti più tossiche, in tutti i sensi): non sfugge come questo processo sia molto simile a quello di decostruzione e ricostruzione che si fa in terapia, quando è solo dopo l’analisi – etimologicamente lo scioglimento, la scomposizione – che si può pensare a una sintesi, a una ricomposizione dei pezzi.
Funziona così per il locale e funziona così per la maggior parte del team.
Nel primo caso, l’apoteosi del processo avviene attraverso il superamento del test per i sistemi antincendio e le condutture del gas: è necessario scavare accuratamente nei ricordi per trovare la soluzione, che si trova proprio nelle discutibili decisioni di Michael; dunque il segreto per far ufficialmente partire il The Bear va ricercato nei momenti peggiori del The Beef, che vengono setacciati da chi riesce a essere meno emotivamente coinvolto dalla vicenda di Michael – in questo caso Fak.
Nel secondo caso, come si diceva, non tutto il team segue la stessa strada, ma si possono individuare due macrogruppi grazie a una stagione in cui il ritmo rallenta, in cui ci si prende il tempo necessario per donare a ogni personaggio la possibilità di raccontare la propria storia.
Da una parte abbiamo Richie, Natalie, Tina, Marcus e persino Ebra, anche se sarà il più refrattario al cambiamento; dall’altra troviamo Sydney, che si troverebbe a metà strada tra il primo e il secondo gruppo se non fosse per lui, Carmy, vero protagonista al contrario dell’altrimenti dominante processo evolutivo della brigata.

Every Second Counts

Nel budget di questi tre mesi, impegnativi come sei, non ci sono solo le ristrutturazioni, le nuove strumentazioni, lo studio di ricette per un menù che punti alle stelle: c’è anche la formazione del personale, che inizia da subito con la decisione di dare a Tina (scelta come nuova sous chef da Sydney, a sottolineare la strada compiuta dalle due donne) e a Ebra la possibilità di studiare in una vera scuola di cucina, focus del quinto episodio “Pop”. Se Tina (Liza Colón-Zayas) accetta con un entusiasmo commovente, che porta alla splendida scena al karaoke in cui la veterana del Beef conquista un gruppo di giovanissimi estranei manifestando tutta la sua emotività in musica, non è lo stesso per Ebraheim (Edwin Lee Gibson), che in questo nuovo ambito si sente un pesce fuor d’acqua. Non è una questione di età, ma di attitudine al cambiamento: se per Tina questa svolta è arrivata probabilmente al momento giusto della sua vita, portandola non solo a cambiare atteggiamento ma a risplendere in queste nuove vesti, Ebra rappresenta tutte quelle persone che nella routine e nelle “care vecchie abitudini” trovano un conforto difficile da abbandonare. Avere un ruolo completamente rinnovato al The Bear non è qualcosa che faccia per lui, e ciononostante Ebra tornerà, mettendo sul piatto tutto quello che è e che può dare per servire in una squadra che lo riaccoglie comunque, in un altro modo e con altri compiti, senza lasciarlo da parte.

Abbiamo poi Marcus (Lionel Boyce), che nel quarto episodio vola a Copenhagen per imparare nuove tecniche da adottare per i dolci da servire al The Bear. È un episodio che si distacca dagli altri non solo per gli evidenti chilometri di distanza da Chicago, ma anche perché cambia completamente di ritmo, e per diverse ragioni. Innanzitutto c’è la solitudine di Marcus, che decide di partire nonostante la madre malata a cui non smette di pensare nemmeno per un secondo; c’è la sua scoperta della città, la voglia di imparare da zero e il rapporto con Luca (Will Poulter, una delle tante guest star di questa stagione), che si costruisce di giorno in giorno all’interno di una professionalità rigida ma non tossica, che sa comprendere la cura e il perfezionamento di sé e dei dolci in egual misura.

Il mondo della pasticceria è fatto di tempi dilatati, di misure precise, di consapevolezza del fatto che si sta creando la parte del menù che forse più di ogni altra andrà ad appellarsi ai ricordi della vita di una persona (ne saranno un esempio il cannolo “The Michael” ma anche la banana al cioccolato offerta a Cicero). Ed è peculiare come si riesca anche in questo caso a parlare della pressione del perfezionismo ma in un ambiente tanto tranquillo da sembrare sacro, in cui Luca può confessare le sue antiche ossessioni e cosa gli ha permesso di diventare così bravo, cioè aspirare anche solo ad avvicinarsi al cuoco che per lui era inarrivabile – scopriremo poi che il riferimento sarà proprio a Carmy. Infine non si può non menzionare come questa regia sia l’unica diversa dal resto della stagione, che per nove episodi è solidamente in mano a Christopher Storer e a Joanna Calo: a dirigere qui, a causa di un’impossibilità dei due di recarsi a Copenhagen, troviamo una vecchia conoscenza, Ramy Youssef (autore e protagonista di Ramy, serie prodotta da Storer), a cui non sono stati mostrati i tre episodi precedenti proprio per far sì che questo avesse un ritmo suo, dettato dalle sue esigenze. Ne emerge dunque “Honeydew”, una puntata addirittura rilassante all’interno del quadro della serie, in cui persino un momento di potenziale paura come quello dell’incidente in bicicletta di un signore danese diventa un atto di cura di Marcus, ricambiato da un intenso abbraccio senza parole.

Ma è Richie (Ebon Moss-Bachrach) l’osso duro del team – lo sanno loro e lo sappiamo anche noi. È per questo che il settimo episodio, “Forks”, pur mettendo in scena un cambiamento forse troppo rapido per avverarsi in una sola settimana, colpisce nel segno e ci conquista, perché ci mostra cosa possa diventare una persona quando non solo ha un obiettivo, ma ne coglie la vera essenza. Richie è un uomo nato per stare in mezzo alla gente, ma allo stesso tempo incapace di moderare i propri istinti ogniqualvolta senta pungolate le sue insicurezze e i suoi complessi d’inferiorità. È per questo che inizialmente si mostra riluttante a fare bene il suo mestiere, perché crede che iniziare dal pulire delle forchette sia un atto derivato dal giudizio nei suoi confronti, tutta una macchinazione del mondo (e di Carmy) per fargli sentire ogni grammo della sua inadeguatezza. È solo quando entra nel gioco e capisce che l’ossessione per il dettaglio del cugino nasce da un’esigenza ben precisa – fornire il miglior servizio possibile per persone che in quel ristorante ci vanno non solo per il cibo ma soprattutto per l’esperienza – che avviene la svolta.

Richie dimostra di essere una spugna in grado di apprendere alla velocità della luce, di interfacciarsi con chiunque, e paradossalmente proprio per questo di sentirsi a proprio agio persino durante una chiacchierata con Chef Terry (una sempre perfetta Olivia Colman). Decine di persone avrebbero avuto le gambe molli trovandosi vis-à-vis con una chef di quel livello, ma lui no, e non perché non gli interessi: non succede perché si relaziona con lei da un punto di vista personale, chiedendole la cosa più umana possibile (perché diavolo sia lei a pelare i funghi quando potrebbe farlo fare a chiunque) e ricevendo in cambio una conversazione onesta e sincera proprio grazie a questo modo di interfacciarsi con lei, senza terrori ma neanche reverenze. Chef Terry racconta cosa vuol dire trovarsi con un pugno di mosche alla soglia dei quarant’anni e recuperare la forza di ricostruirsi al punto da arrivare esattamente dov’è lei: è proprio questo il discorso di cui Richie aveva bisogno, dopo aver perso un cugino che è stato per lui un fratello e dopo aver dovuto abbandonare definitivamente ogni possibilità di tornare con l’ex moglie Tiffany (Gillian Jacobs).

A chiudere il gruppo, pur non avendo un intero episodio su di lei, troviamo Natalie/Sugar, che passa dal dover essere praticamente convinta a lavorare al progetto a esserne così coinvolta da capire, nel season finale, di voler lavorare al The Bear. Sugar è la dimostrazione di come – pur avendo lo stesso bagaglio di traumi familiari di Carmy – ci sia una possibilità di autoricostruzione nel momento in cui si trova un obiettivo e si riesce al contempo ad avere la propria vita. Non è una coincidenza il fatto che in questa stagione sia incinta: è infatti la prova (e non sarà l’unica) che lavoro e vita privata possono coesistere, che dare tutto e dare il meglio di quello che si ha in un progetto non deve avere come contropartita la solitudine e l’isolamento, soprattutto se si coinvolge chi si ha accanto nel proprio percorso. Il marito, Pete, non sarà forse l’elemento più apprezzato della famiglia, ma è una brava persona, che riesce a cogliere il punto quando dice a Sugar: “You’re easier. […] Because you love this, and, like, you’re not as pissed all the time”.
A livelli diversi, ogni persona di questo gruppo si muove verso la novità e l’ignoto ribilanciando di volta in volta oneri e onori, responsabilità e momenti personali. Sotto questo profilo, Sydney e Carmen sono decisamente più in difficoltà.

You’re going to have to care about everything more than anything

Se Carmy è quello che nella prima stagione ha fatto da volano per tutti gli altri, possiamo dire che Sydney sia quella che ha risvegliato in Carmy la voglia di mettersi davvero in gioco. A unirli non è solo un sogno comune, ma anche le paure condivise, le ansie dettate dal “non abbastanza”: se per lui è “non dare abbastanza”, per lei è “non essere abbastanza”, e quando due insicurezze del genere si uniscono per creare qualcosa, possono farsi bene a vicenda quanto ferirsi mortalmente.
A sottolineare questo concetto troviamo la terza puntata che è incentrata su Sydney per un motivo ben preciso: Carmy la lascia da sola, dandole buca all’ultimo per un giro di test di cibi che peraltro era stato proprio lui a suggerire. “Sundae” è un episodio che fa del processo creativo culinario il vero protagonista, grazie a un tour per ristoranti e locali che Syd intraprende in solitaria e che la porterà a girare per Chicago con la mente aperta a ogni suggestione. Come dirà anche Luca a Marcus, i piatti migliori non sono quelli che arrivano dalle tecniche più raffinate ma dall’ispirazione, e per questo bisogna passare tanto tempo in cucina quanto fuori; è lo stesso messaggio che troviamo qui, con la splendida regia di Joanna Calo che mostra l’anima creativa di Syd attraverso l’accostamento di immagini – palazzi, pasta, finestre, ravioli, ricordi d’infanzia, piatti ideali.
Il problema di Sydney è che il suo costante non sentirsi all’altezza la porta a non puntare i piedi quando ce n’è bisogno e a farlo troppo quando è assolutamente non necessario: Syd e Carm passano una stagione intera a non essere sintonizzati sulle stesse frequenze, ed entrambi pensano che sia perché l’altro non ha abbastanza fiducia in loro. Il confronto che avviene nel penultimo episodio, sotto a quel tavolo che per la prima volta li vede raccontarsi a cuore aperto, li riconduce al nocciolo della questione: entrambi sono in grado di tirare fuori il meglio dall’altra persona, di darsi manforte, di tenere il timone quando l’altro è in difficoltà. Il loro è un duo in costruzione che ha ancora molto lavoro davanti, soprattutto a livello di comunicazione: se ci sarà – come si spera – una terza stagione, questo sarà uno degli snodi fondamentali.

E infine arriviamo a Carmy. Il suo percorso, che inizialmente ci viene mostrato sulla strada giusta – la terapia di gruppo, la ricerca di “joy and amusement”, il rapporto con una Claire ritrovata che pare quasi caduta dal cielo al momento giusto – in realtà è una strada falsata in partenza.
Non è la paura il problema, e neanche il bilanciamento tra lavoro e vita privata: la vera questione sta a un livello molto più profondo ed è quella per cui Carmy non crede di aver diritto alla felicità, di potersela meritare. Dall’esterno sembra che ci provi a concedersela, nonostante la riluttanza iniziale, ma lo fa nel modo sbagliato, sbilanciato, facendo sì che il tempo dedicato a Claire diventi letteralmente tempo sottratto al The Bear; e in fondo basterebbe solo parlare, anche perché Claire lavora in prima linea in ospedale, dunque sa benissimo cosa voglia dire trovare equilibrio tra la propria vita e un lavoro che è la quintessenza dell’emergenza. Carmy scopre che può essere felice, ma non pensa di meritarselo: e, come in una profezia autoavverante, fa inconsciamente tutto ciò che serve per mettersi nelle condizioni di dover fare una scelta; per condursi a un punto in cui lui possa dire di averci provato ma di non potercela fare perché per questo lavoro non si può avere altro a cui pensare – mentre tutte le persone attorno a lui sono la dimostrazione di quanto questo non sia vero.

Capire Carmy non è facile, ma questa stagione ci viene incontro con “Fishes”, l’episodio forse più sorprendente di tutti non solo per la durata (il doppio rispetto agli altri), non solo perché arriva direttamente dal passato, e neanche perché è pieno – fin quasi all’esagerazione – di guest star. Torniamo indietro di anni, a un Natale a casa Berzatto che ci costringe a rivalutare i livelli di ansia della scorsa stagione: tra le crisi della madre Donna (una Jamie Lee Curtis da Emmy immediato), la lite tra Michael e Uncle Lee (Bob Odenkirk), la confusione e la tensione che serpeggiano in egual misura in una casa in cui i legami di parentela acquistano e perdono di valore a seconda di quanto conviene, Carmy ha ben poco di stabile a cui aggrapparsi. Certo, c’è la cugina Michelle (Sarah Paulson) e il compagno Steven (John Mulaney), ma non sono che una piccola boa in mezzo al vortice di ansia e biasimo, di risentimenti e sensi di colpa che risucchiano l’intero gruppo e soprattutto Carmy, che in quella serata cristallizza tutti i suoi traumi e al contempo il suo inscindibile legame col resto della famiglia.
“Fishes” è un episodio sorprendente per tutti i motivi sopra esposti, ma soprattutto perché scopriamo la sua vera natura solo nell’ottava puntata: quella a cui abbiamo assistito non è stata una analessi narrativa predisposta per lo spettatore, ma un ricordo di Carmy, che nel presente si ritrova ad avere un attacco di panico e a raccontare a Claire “di quel Natale in cui mia mamma ha sfondato la casa con un’auto”. Carmen Berzatto non è ancora pronto per trovarsi sul ramo ascendente della sua parabola perché è ancora nella fase in cui, piuttosto che affrontare i suoi demoni (specialmente quello in cui dovrà riconoscere di non essere molto diverso da sua madre), è deciso a colpevolizzare la natura del suo lavoro per giustificare il fatto di non poter essere felice; anzi, di “non aver bisogno” né di dare, né di ricevere gioia e divertimento, perché è deciso a raccontarsi un mondo in bianco e nero, in cui la moneta da pagare per la felicità è il fallimento su tutto il resto – un fallimento che non è ovviamente disposto ad accettare.

La seconda stagione di The Bear aveva un compito arduo dopo l’inaspettato ma meritatissimo successo della prima annata: aver rallentato il ritmo del racconto per dare spazio al percorso di tutti, averlo affiancato alla costruzione del The Bear e aver invertito i percorsi personali rispetto ai primi otto episodi sono stati tutti elementi che hanno portato a un’annata diversa dalla prima e persino migliore. La terza stagione non è ancora stata annunciata, ma sarebbe del tutto insensato abbandonare qui un racconto che ha ancora così tanto da dare, soprattutto nel modo che ha di legare l’arte della cucina alla natura umana, i sentimenti esasperati a quelli più sottili, la cura degli altri a quella per se stessi. Dopo un’annata come questa non possiamo che aspettarci una risalita anche per Carmen Berzatto, e quel che è certo è che saremo qui ad aspettarla.

Voto: 9
The Bear – Stagione 3
Dopo il successo della prima stagione e l’ancor più grande risonanza della seconda, l’acclamata serie di Christopher Storer The Bear, vincitrice di numerosi premi tra cui Emmy e Golden Globe, è arrivata il 27 giugno col suo terzo capitolo (dieci episodi usciti su FX Hulu disponibili in Italia su Disney+ il 14 agosto). Le aspettative, inutile dirlo, erano altissime: l’ottima accoglienza di pubblico e critica ha portato la serie a diventare un fenomeno di culto, così come gli attori del cast (in particolare Jeremy Allen White e Ayo Edebiri). Tuttavia, come spesso accade, le aspettative possono diventare un’arma a doppio taglio, soprattutto per uno show che ha fatto della sua estetica, del ritmo e del suo modus narrandi un unicum nella serialità contemporanea; la terza stagione di The Bear rimane su livelli molto alti secondo ognuno di questi criteri, ma qualcosa scricchiola nell’innovativa creazione di Storer. E i motivi sono più di uno.

Che il successo di un prodotto diverso dagli altri possa portare a voler alzare l’asticella creativa, e che nel farlo si possa finire fuori dai margini, è un rischio inevitabile se si vuole andare avanti e mostrare di avere ancora cose da dire e modi nuovi per raccontarle. Le peculiarità dello stile di The Bear– il ritmo serrato, le frenate improvvise con episodi flashback, il montaggio che si stacca dalla realtà per farsi emotivo e affine alla libera associazione mentale – sono parte della fortuna delle prime stagioni, e questo Storer lo sa: trovare quindi un certo autocompiacimento nel riproporle in maniera ancor più particolare o “sofisticata” era forse solo questione di tempo. Ciononostante la serie rimane di alta fattura, sia sul lato formale sia sulla costruzione di personaggi che, salvo un paio di eccezioni di cui parleremo, rimangono scritti con un altissimo lavoro di cesello in termini di profondità psicologica. Ed è qui che questa annata pone il pubblico in crisi: può una stagione avere queste caratteristiche e tuttavia apparire manchevole, quasi sfilacciata, dispersa in maniera centrifuga e al contempo richiusa in se stessa, con i suoi pregi e i suoi difetti dilatati fin quasi al parossismo?

La terza stagione doveva rappresentare una sorta di sintesi, dopo la pars destruens della prima (in cui Carmen Berzatto lavorava al The Beef con l’obiettivo di rivoluzionarlo, e dunque distruggerlo) e la pars construens della seconda (in cui si assiste all’ufficiale distruzione del primo locale, ma solo per costruire il The Bear). Nessuno si era davvero illuso che dalla cena di inaugurazione in poi sarebbe stata tutta discesa, e questo perché il protagonista (ma non solo lui) è un soggetto psicologicamente instabile, figlio di una famiglia disfunzionale, dei traumi che l’hanno caratterizzata e di quelli che Carmy stesso ha continuato a riproporre all’interno della sua vita, secondo uno schema di coazione a ripetere che ora si inserisce d’imperio in un quadro patologico.
Non ci stupisce quindi che l’ambiente del The Bear collassi intorno a una figura così fragile e impositiva al tempo stesso; ma mentre osserviamo come, con una scrittura attenta e realistica, il trauma di Carmy si dipani dentro e intorno a lui, creando vittime più o meno raggiunte dal suo vortice autodistruttivo, la struttura della serie sembra essere colpita dalla medesima disfunzionalità, da quello stesso vagare un po’ a caso, senza un centro narrativo pulsante che tenga salde le fila della narrazione anche quando ce ne si allontana temporaneamente (una dinamica che invece ha funzionato bene nelle prime stagioni).

The Bear è una serie in cui il “come” è sempre stato più importante del “cosa”, ma questa volta non tutto ha funzionato e la bilancia ha cominciato a pendere troppo da un lato: il problema non è tanto che “non accada nulla” (non è vero, ma soprattutto non è poi così rilevante nella riuscita di una serie), quanto che si viva la stagione con un costante senso di preparazione a qualcosa che pare non arrivare mai.
E così si arriva all’ultima scena, in cui il senso di incompiutezza si concretizza con quel “To be continued” che non lascia dubbi: con ogni probabilità questa sensazione è stata una scelta voluta, ma il risultato è stato più confuso del necessario, e l’impressione di aver passato il tempo a “girare intorno” alle cose ha superato quella – che forse era davvero l’obiettivo di Storer – di impaziente trepidazione per la quarta stagione. Quest’ultima era stata già “silenziosamente” confermata a marzo, quando erano arrivate indiscrezioni secondo cui il cast stava girando la terza e la quarta annata “back to back”, una dietro l’altra; la notizia è stata poi parzialmente smentita, perché in effetti alcune scene sono già state girate, ma non si è per nulla parlato di un avvicendamento rapido delle due stagioni.

Il problema è che, a giudicare dalla terza, quest’idea di racconto diviso in due sembra esserci stata davvero: il risultato è che ci si trova davanti a quella che pare una lunga premessa (ottima sotto tanti profili, eccellente nella rappresentazione del trauma, con almeno un paio tra gli episodi migliori della serie) a un racconto che invece deve ancora arrivare. Giochiamo sempre su alti livelli, dunque, ma il meccanismo narrativo pare essersi avviluppato su se stesso: gli elementi ci sono, ma manca la sensazione che ci sia davvero qualcuno al timone di questa annata.

“Non-negotiables. That’s how we do this correctly”/ “Am I fucking this up?”

Se la scorsa stagione si era conclusa con la convinzione di Carmy che per non fallire sul lavoro si debba rinunciare a una vita privata, quest’annata riparte da lì, ma si concede il tempo di una puntata, “Tomorrow”, per allargare il focus, riempire i buchi tra flashback e racconti, e soffermarsi con più attenzione sull’origine dei traumi di Carmy – che in realtà sono “uno e trino”. Con queste puntate non assistiamo a una rivelazione scioccante in merito a queste tre manifestazioni, anzi, possiamo dire che molto spesso non facciamo che assistere a scene già viste, implementate da altre che creano il contesto ma nulla di più: eppure ne usciamo con una conoscenza molto più profonda del protagonista (e non solo), sempre perché non è una questione di “cosa” ma di “come”. Montare insieme certe scene ha un valore perché crea connessioni, epifanie e associazioni tra idee e ricordi che insieme valgono molto di più della somma delle loro parti.

È così che capiamo come il trauma originario (quello genitoriale: l’abbandono del padre ma soprattutto l’alcolismo di Donna) abbia lasciato la sua impronta ma abbia al contempo creato le condizioni per il secondo trauma, quello fraterno. Mikey era, come Carmy e Sugar, soggetto a un “alcolismo di famiglia”, come viene definito tecnicamente, dove la dipendenza di un membro del gruppo influenza in modo inevitabile tutti i componenti della cerchia familiare. Mikey in particolare ha poi sviluppato una dipendenza personale, le cui conseguenze dal punto di vista del protagonista sono diventate nuovi traumi: prima l’allontanamento agito dal fratello – dunque un abbandono, un altro –, poi la scoperta tardiva di non aver potuto impedire la sua dipendenza (dopo quella di sua madre) e in ultimo la perdita definitiva con il suicidio. Da questa diade lacerante, composta da spinte uguali e opposte che vedono una costante preoccupazione per i propri familiari affiancata dalla fuga e dall’evitamento degli stessi (sia da parte di Carmy che di Sugar), si genera la ferita che ha portato Carmy, nel periodo della sua formazione, al terzo trauma, ossia a interiorizzare i comportamenti dell’unico chef abusante tra tutti quelli per cui ha lavorato.

Non facciamo certo ora la conoscenza di David Fields, ma è solo in questa stagione che capiamo la profondità del danno creato: e questo non solo perché è una persona ignobile, che reputa la salute mentale qualcosa di sacrificabile in vista dell’eccellenza, ma perché il suo comportamento si incastra alla perfezione con la ferita originaria e secondaria di Carmy.
Caratteristiche frequenti nei figli di persone con dipendenze sono l’esigenza di controllo totale, l’aspirazione alla perfezione, il dover costantemente dimostrare qualcosa agli altri per sopperire alle proprie insicurezze interiori: se queste non vengono decostruite correttamente, portano spesso a stili di vita difficili da sostenere. Il percorso lavorativo di Carmy è stato modellato da una persona abusante, i cui comportamenti così pieni di violenza si sono innestati sui suoi vuoti, generando una spirale di autodistruzione e, al contempo, di riproposizione sugli altri del trauma subìto. Se nel corso delle prime stagioni gli atteggiamenti negativi di Carmy apparivano più o meno numerosi, è in questa annata che il tutto raggiunge la soglia critica, perché ormai è uno chef di prim’ordine e deve dimostrare costantemente di meritarselo: a suo fratello, alle persone intorno a lui, al David Fields nella sua testa, in definitiva a se stesso, l’unico per cui niente sarà mai abbastanza – perché la perfezione non esiste, il controllo totale è un’illusione e perseguirle conduce solo a una perenne frustrazione.

Il suo modo di agire nei momenti in cui emerge l’istinto, dunque l’inconscio, non fa altro che creare un ambiente lavorativo tossico, in cui tutti patiscono le conseguenze della sua pessima condotta e in cui il ciclo del trauma viene ripetuto attraverso parole e atteggiamenti identici a quelli che tanto l’hanno ferito in passato.
A differenza di Fields, però, Carmy non si comporta così in quanto sadico, ma in quanto persona ferita: e sono due cose ben diverse. Lo osserviamo per tutta la stagione essere spinto da due impulsi opposti, quello più forte (che prende le mosse dai suoi traumi) e quello più debole, che porta a momenti in cui Carmy riconosce che qualcosa non va, chiede scusa, si interroga sui suoi errori e promette di cambiare. Ma sono solo parole, che rimangono sulla superficie e che non riescono a modificare la sostanza perché non c’è consapevolezza di quanto a fondo sia radicato questo disturbo. Ci sarà da capire se Carmy, avendo finalmente affrontato Fields, farà a tempo a invertire la rotta: prima che finiscano i soldi di Uncle Jimmy, prima che Sydney capisca che se ne vuole andare con Shapiro, prima di perdere davvero tutto e tutti perché incapace di imparare la lezione di Chef Terry: quando non hai idea di dove stai andando, non cercare di controllare ogni cosa, perché in realtà tutto può accadere e “proprio per questo sei invincibile”.

“I don’t remember your mom”
“You don’t want to.”


“The bastard made me very, probably mentally ill”, dirà Carmy nel season finale, riconoscendo per la prima volta ad alta voce i danni subiti da Fields (un sempre spaventoso Joel McHale), ma senza capire perché lo abbiano devastato così tanto. Noi invece abbiamo ormai capito che all’origine di tutto, anche dei problemi del ristorante, c’è quindi il trauma generazionale della famiglia Berzatto, di cui Sugar e Donna sono le altre due protagoniste: l’episodio a loro dedicato, “Ice Chips”, è quasi interamente girato nella stanza di ospedale in cui Sugar sta affrontando il travaglio, ed è proprio nel momento più delicato della sua vita che riesce ad affrontare i propri demoni. La paura di trasmettere alla figlia la sua stessa ferita è più forte di qualunque ritrosia al confronto con la madre, e questo si incrocia, per una volta con un pizzico di fortuna, con una fase della vita in cui Donna (una di nuovo strepitosa Jamie Lee Curtis) sta cercando di prendersi cura di sé: si apre all’ascolto, accetta le parole della figlia, si scusa. Ma soprattutto dà udienza, letteralmente, ai sentimenti della figlia, ai danni che le ha causato, ai pensieri intrusivi che saranno pure “irrazionali”, ma che non per questo cessano di esistere o di essere estenuanti.

Alla fine dell’episodio precedente, “Legacy”, sentiamo per qualche secondo quello che Sugar ascolta mentre è in macchina: è una guida alla comprensione dei comportamenti dei figli di alcolisti, che la teoria psicologica divide in cinque tipologie – Facilitatore, Eroe, Capro Espiatorio, Mascotte, Bambino Perduto. Tutti i figli Berzatto rientrano in queste categorie variamente mescolate: Mikey era colui che mascherava le conseguenze dei conflitti attraverso il senso dell’umorismo (Mascotte) e al contempo quello che si metteva nei guai e che attirava l’attenzione su di sé (Capro Espiatorio); una caratteristica, quest’ultima, che parzialmente condivide con Carmy (“I think you’ve managed, in a miraculous way, to make this about yourself”, gli dice Syd nel secondo episodio, “Next”), che però ha maggiormente i tratti del Bambino Perduto, che evita il conflitto con la fonte del trauma e che riduce i contatti con l’esterno; Sugar, infine, ha il ruolo di Facilitatore e di Eroe al tempo stesso, perché cerca sempre di rendere felice sua madre (e gli altri) a costo della sua salute mentale e fisica, apparendo più responsabile dei fratelli ma non per questo meno sofferente.
L’abilità della scrittura nel farci comprendere quanto il trauma sia una questione generazionale si trova nello scambio riportato a inizio paragrafo, in cui con due sole battute ci viene fatto capire quanto Donna a sua volta sia stata vittima di sua madre e come questo ciclo non possa che ripetersi all’infinito se non c’è qualcuno (in questo caso Sugar) che lavora su di sé abbastanza da provare a fermarlo.

I don’t need to be inspired. I don’t need to be impassioned. I don’t need to make magic.
I don’t need to save the world, you know?


Per quanto riguarda il resto della brigata, la stagione lavora discretamente nel concedere a ciascuno di loro un tempo sufficiente a farci capire in che stato d’animo siano i suoi componenti. E, a differenza della brigata del ristorante Ever, non stanno affatto bene.
Marcus è in piena fase di lutto dopo la morte della madre, e questo inaspettatamente lo mette molto più in connessione con Carmy: i loro scambi sono quasi sempre fruttuosi e Marcus si trova spesso in accordo con lui ma con obiettivi diversi. A differenza di Carmy, la ricerca dell’eccellenza di Marcus è spinta dalla curiosità, dalla scoperta, dalla necessità di mettere in parole l’altrimenti indicibile dolore per la madre.

Richie è su un percorso tutto suo inaugurato con la seconda stagione, che lo vede progredire sotto un profilo personale ma avere qualche zona d’ombra su quello lavorativo, in cui comincia presto a perdere colpi e motivazione sempre a causa del rapporto con Carmy e con l’assenza di Mikey; unica luce in fondo al tunnel pare essere il legame tra lui e Jess, che procede lentamente e con tutte le nostre speranze.
Tina, dopo un’evoluzione costante dalla precedente annata, comincia a barcollare sotto il peso dell’ambiente lavorativo; e il motivo, che pensavamo di conoscere, è ancor più evidente dopo il sesto episodio, “Napkins”, diretto da Ayo Edebiri. Assistiamo infatti al percorso doloroso e accidentato che l’ha portata al The Beef, a conoscere la famiglia Berzatto e a trovare in quel locale chiassoso un posto per sé, in cui sentirsi a casa e protetta. Capiamo molto meglio ora le ritrosie ai cambiamenti apportati da Syd e Carmy durante la prima stagione, ma comprendiamo ancora di più perché fosse così legata a Mikey nonostante i debiti, lo spaccio e in generale i danni che quest’ultimo aveva inferto a tutti. Sebbene Carmy sia umanamente lontanissimo dal fratello, la sua involuzione in questa stagione la riporta a un’ambivalenza affettiva già vissuta: voler bene al fratello Berzatto che ha davanti, ma non poter fare a meno di soffrire per le conseguenze dei suoi atteggiamenti. È un luogo che sta diventando per lei meno sicuro quando c’è Carmy in giro, ma che conserva ancora un po’ della sua magia quando lavora con Syd, con Ebrahim, con Marcus: forse non tutto è ancora perduto.
Uncle Jimmy infine è in una posizione di potere nei confronti del nipote, a causa del capitale investito nel locale; eppure anche lui in queste puntate non riesce a non vedere quanto Carmy sia ormai fuori controllo ed è forse l’unico a capire l’origine di tutto: anche in lui matura il senso di colpa di non aver fatto abbastanza, perché gli è chiaro (lui c’era) che la disfunzionalità che ha davanti scaturisce proprio dal nucleo familiare.

A fronte di un parco personaggi gestito molto bene, è impossibile non notare come si sia esagerato nell’utilizzo dei cugini Faks, che sono un ottimo comic relief ma a piccole dosi: chef Matty Matheson, interprete di Neil Fak, è soprattutto produttore e consulente culinario della serie, e non si vuole pensare che ci sia il suo zampino nell’aumento di screentime dei Faks, ma il sospetto viene e si spera che verrà moderato nella quarta annata.
Rimane infine una spina nel fianco della scrittura della serie la costruzione del personaggio di Claire: creata solamente in funzione di Carmy, non dotata di vita propria o di motivazioni per cui dovrebbe essere innamorata di quest’ultimo, anche in questa annata – in cui è relegata, con una sola eccezione, a essere l’ennesimo fantasma nella testa del protagonista – non ha alcuna indipendenza narrativa. Viene superficialmente descritta come “pace” rispetto al caos di tutto il resto, ma, a parte qualche flashback in cui vediamo i due insieme solo dal punto di vista di Carmy, non sappiamo e non capiamo nient’altro. Potrebbe essere sostituita con una qualunque altra persona e non farebbe alcuna differenza: e questo, in una serie che lavora in maniera raffinatissima sulla costruzione di personaggi anche secondari, è un passo falso difficilmente perdonabile.

The Bear, che non perde occasione per portare in scena guest star vecchie e nuove (quest’anno si aggiungono Josh Hartnett e John Cena), con questa annata si dimostra ambivalente e instabile come il suo protagonista. A fronte di un’attenzione impeccabile per quasi tutti i personaggi, per la loro psicologia e i loro legami (basti menzionare il personaggio di Chef Terry, una sempre ottima Olivia Colman), il bandolo della matassa sembra perdersi più volte, e i punti a favore della stagione non riescono a nascondere che qualcosa è mancato. Ci sono dei cliffhanger (non sappiamo nulla della recensione del locale e quelle poche parole che vediamo vengono da una fonte ormai inattendibile; per questa ragione si ignora il contenuto delle telefonate di Jimmy e di Computer; Syd non ha ancora preso una decisione), ma non è solo su quelli che dovrebbe basarsi l’attesa di una nuova annata.

Nell’ultimo episodio, “Forever”, Carmy è evidentemente fuori posto a quel tavolo di chef che si raccontano nei loro momenti più alti e più bassi, nonostante lui sia al loro stesso livello; in modo simile, questa stagione porta sulla bilancia una qualità indiscussa per molti versi, ma che ha qualche difficoltà a legarsi insieme agli altri elementi per produrre un piatto completo e un’esperienza che lasci soddisfatti fino in fondo. Dalla visione se ne esce confusi, come se fossimo consapevoli di esser stati in uno dei ristoranti migliori del mondo e di aver mangiato piatti eccezionali, ma privi di un filo conduttore che desse a quell’esperienza la dimensione che si meritava.
Per la quarta stagione saremo certamente di nuovo lì, con la speranza che la brigata dietro al progetto riesca a unire i pezzi in quel modo unico che abbiamo imparato a conoscere in questi anni.

Voto: 7+
The Bear – Stagione 4
Questa non è la storia di un ristorante.
O meglio, siamo stati indotti dall’inizio a pensare che The Bear (Fx/Hulu) fosse “semplicemente” una strepitosa e realistica serie ambientata nella ristorazione; in realtà, ciò a cui assistiamo da quattro stagioni è la storia di una famiglia filtrata dalle lenti della cucina. Da questa consapevolezza si può comprendere meglio non solo la natura dello show di Christopher Storer, ma anche come mai la ricezione di questa stagione da parte del pubblico sia così polarizzata: chi apprezza la decostruzione e ricostruzione dei rapporti interpersonali si oppone a chi ci vede una deviazione dai suoi presupposti, un tradimento dell’impostazione delle prime stagioni. Una serie diversa, insomma, che prima parlava tanto di cucina e ora l’ha fatta scivolare in secondo piano.

È da qui che bisogna iniziare a sciogliere la matassa, provando a capire innanzitutto se The Bear abbia cambiato direzione oppure sia sempre stata orientata in questo modo.
Già a partire dalla seconda stagione, e trovando conferma nella seppur confusionaria terza, Storer ha messo in chiaro quanto il vero tema non fosse quello del mondo delle brigate nelle cucine, bensì la storia di una famiglia (nel senso ampio del termine) disfunzionale, che trova il suo punto di snodo all’interno di una ristorante. È qui che le famiglie di sangue e quella lavorativa si incontrano per creare un terzo elemento, superiore alla somma delle singole parti; è qui che l’ambiente tossico e caotico tipico di tante cucine fornisce spunti ai traumi di ciascuno, ma è sempre qui che la collaborazione tra i pari elementi di una brigata si trasforma in tassello chiave per la guarigione personale e collettiva.

I personaggi, però, vanno creati con calma, e i traumi vanno mostrati, non raccontati: è per questo che la prima stagione ha iniziato solo a seminare elementi per la costruzione dei protagonisti, da far crescere nel corso degli anni; sempre per questo, la parte della cucina – fondamentale nel successo della serie – è stata all’inizio predominante rispetto all’altra (che era ancora in nuce) arrivando a conquistare pubblico, critica e addetti ai lavori, grazie al suo ritmo incessante, al caos e alle scene al cardiopalma, sottolineate dai continui “Yes, chef!” ormai identificativi della serie.

The Bear, giunto alla quarta stagione, non ha più come parte preponderante le dinamiche ansiogene tipiche di un ristorante che sogna di sopravvivere o di raggiungere una stella Michelin, è vero: ma non è possibile dire per questo che abbia invertito la rotta, perché i segni c’erano già tutti e quello che lo show sta facendo ora è raccogliere quanto ha seminato in passato. Possono mancare quelle puntate che, da spettatori, finivamo con il fiato corto e la sensazione di non voler mai più mettere piede in un locale di ristorazione: ma non si può negare che se alla quarta stagione il punto forte di The Bear fosse ancora solo questo, avremmo un grosso problema di non-evoluzione.

La prima annata ha gettato quelle basi che già a partire dalla seconda sono state usate come colonne portanti per raccontare quello che The Bear, a tutti gli effetti, è: la storia di come, all’interno di una famiglia, i traumi passino di generazione in generazione, di come si modifichino in base alle varie personalità, di quanto queste ferite possano trasformare la vittima in carnefice se non si sceglie di fermare la spirale di mutua distruzione per lasciare spazio al dolore, proprio e altrui. È la non-comunicazione, infatti, l’elemento chiave della serie: in uno show dove i personaggi sembrano dirsi tutto in faccia al punto da aver fatto diventare le loro litigate un instant classic farcito di “fuck you” in abbondanza, esiste invece un tema che è il vero tabù, “l’elefante nel ristorante”, come lo definirà Syd in questo season finale. L’assenza di comunicazione del proprio dolore è la causa dei problemi tra i personaggi di questa serie, come dimostrano per opposizione i confronti tra Syd, Carmy, Richie e Natalie, ma ancor prima tanti altri scambi che hanno costellato una stagione all’insegna di scuse e senso di responsabilità, di “ho sbagliato” e “ti voglio bene, ma non te lo dico abbastanza”. Era questo il passo in più che poteva portare la serie a uscire dalle evidenti difficoltà della terza stagione, un’annata in cui, a fronte di un ottimo sviluppo di quasi tutti i personaggi, la scrittura si era fatta confusa, figlia di scelte sbagliate e anche di un eccesso di hybris dello stesso Storer, ma soprattutto influenzata essa stessa dalla tossicità delle relazioni che portava in scena – forse per questo c’era stato l’opinabile aumento di screen-time dei Faks come comic relief? Era forse un maldestro tentativo di bilanciare una parte drammatica diventata quasi insostenibile, che si è ritorto contro gli stessi autori?

Per fortuna in questa stagione il problema non si è ripetuto e del resto non ce n’è stato bisogno, dato il cambio di clima generale: due elementi capitali della scorsa annata – i confronti tra Donna e Natalie e tra Carmy e David Fields – hanno infatti innescato un effetto domino questa volta virtuoso, a dimostrazione di come a volte basti il cambiamento di alcuni elementi della famiglia per imporre una frenata alla caduta e iniziare la risalita. Non si rinuncia certo a un po’ di tensione tipica (il timer di Computer è una diavoleria generatrice di panico), ma si inserisce subito su binari differenti, a partire dai graditi ritorni di Jess, Garrett e Rene – che garantiscono un cambio di passo inevitabile nelle dinamiche della brigata – e, dal quinto episodio, di Luca come improbabile stagista di Marcus. A questo si aggiungono i piccoli-grandi obiettivi di tutti, ciascuno alle prese col proprio orticello da curare nel marasma generale: ed è chiaro a tutti come sia proprio la degenerazione dell’ambiente familiare-lavorativo a impedire loro di arrivare subito a quello che cercano.
C’è Tina, che non riesce a scendere sotto i tre minuti al piatto fino a quando Luca non la cronometrerà fuori dal caos serale; c’è Richie, che fatica a trovare le parole per motivare il suo staff, e che solo fuori da lì capirà di essere “la sabbia” che tiene insieme tutti; abbiamo Marcus e Ebraheim, entrambi pronti al grande salto ma non senza un aiuto esterno (Luca nel primo caso, il consulente nel secondo).

Rimane quella riconoscibile tensione del fare sempre meglio, alimentata dalle risorse più scarse e dal ticchettio di un timer ineluttabile; eppure ognuno riesce a trovare il proprio spazio, grazie al fatto che finalmente Carmy comincia a mettere in pratica quelle parole che fino alla scorsa stagione erano, appunto, solo parole. La scelta di non discutere per ogni cosa, l’accettare di fissare il menù e di lavorare con meno elementi rappresentano il suo modo di ammettere che non deve più auto-imporsi ostacoli impossibili da superare solo per ignorare il dolore, soprattutto se questo mette in croce tutti gli altri: ma anche, e questa è la grande novità, perché forse quel lavoro non è davvero la cosa che lo rende felice.

È dalla prima annata che raccogliamo indizi in questa direzione, fondamentali nella vita di Carmy. Uno è la spinta verso la cucina di altissimo livello come modo per dimostrare qualcosa a Mikey (nel monologo del primo season finale spiegava che, poiché il cibo era la connessione col fratello e proprio perché quest’ultimo lo aveva rifiutato, lui per reazione aveva deciso che avrebbe lavorato nei migliori ristoranti del mondo); un altro è la convinzione che il fratello gli avesse lasciato il ristorante per sistemare non solo quello ma anche la famiglia (vedasi lo stesso monologo); infine, troviamo la passione di Carmy per l’arte, un elemento passato sottotraccia ma che è stato presente in tutte le stagioni, con i taccuini straripanti di disegni che spuntavano troppo spesso per essere ignorati.

Superato il confronto con Fields, Carmy già nello scorso finale aveva capito che quell’uomo lo aveva “con ogni probabilità fatto ammalare mentalmente”, anche se gli sfuggiva il motivo per cui avesse avuto così tanta presa su di lui: è in questa stagione che comincia a capirlo, e questo perché decide di passare all’azione, accogliendo le parole di chi lo circonda e osservando gli altri.
Tina gli ricorda che è il più bravo e che non deve dimostrare niente a nessuno; Natalie gli regala una chiave di lettura preziosa, ossia che può non amare più quello che fa e che va bene così. Sydney procede molto meglio senza le ansie di Carmy, e anzi, il ristorante inizia ad avere qualche speranza quando lui molla la presa. È inoltre significativo che sia proprio Marcus a entrare nella lista dei migliori chef di Food & Wine, perché lui e Carmy nella terza stagione avevano un elemento in comune: il lavoro come modo per superare un lutto. Ma i risultati sono stati di gran lunga diversi, perché Carmy era già chiuso in se stesso ben prima della morte di Mickey; Marcus invece ha usato la creatività per sfogare il suo dolore, ma senza chiudersi al resto del mondo, senza smettere di comunicare – i dialoghi tra lui e Luca in questa stagione, con i ruoli simbolicamente invertiti, rappresentano l’importanza dello scambio come stimolo alla crescita.

È aprendosi all’Altro, anche alle persone più impensabili, che Carmy capisce quantomeno che un danno c’è stato e che la sua strategia di compensazione è stata solo peggiorativa. È in un senso di guarigione che vanno inquadrati due suoi dialoghi, prima con Uncle Lee (Bob Odenkirk), che stupisce lui e noi tutti raccontando della sua riconciliazione con Mickey e dell’orgoglio del fratello maggiore per il minore, e poi quello con la madre Donna nel penultimo episodio, “Tonnato”. Le strepitose performance di Jamie Lee Curtis e Jeremy Allen White rendono questo confronto difficilissimo anche per il pubblico, perché prima del sollievo si passa attraverso la tensione dei non detti e delle reazioni impreviste – tipiche di entrambi. Invece, nonostante la loro disfunzionalità, tutto va contro ogni aspettativa e si conclude con l’atto d’amore più grande, in generale e soprattutto per i Berzatto: il nutrimento, che parte da Carmy, disposto a cucinare per sua madre, e termina con Donna, maniaca del controllo che sta imparando a tirare il freno a mano e che qui accoglie il pollo arrosto del figlio come un ramo d’ulivo.

La stagione gioca con le nostre aspettative in modo evidente: l’unico episodio doppio, “Bears”, rappresenta il secondo ritrovo di tutti i Berzatto, e per questo richiama il suo predecessore, “Fishes”, di cui ancora ricordiamo la tensione. Sono tutti pronti a un potenziale disastro, dagli spettatori ai personaggi stessi: ed è qui che invece, in linea col lavoro della stagione, la situazione volge verso un’imprevista positività. La comica riunione sotto un tavolo paradossale, che passa dal contenere tre persone a tutti “i Bear”, è l’esatto opposto della tavolata di “Fishes”, dove ognuno portava il suo contributo per far saltare i nervi al prossimo. Qui tutti collaborano per andare in aiuto di una bambina, Eva, mettendosi in gioco per lei sul tema delle paure, ma di fatto aprendosi anche l’un l’altro, riconoscendo la reciproca vulnerabilità e constatando la propria appartenenza a questa strana famiglia allargata.

Non è un caso che dopo questa puntata Sydney decida di rimanere al The Bear, dopo aver parlato con Donna del concetto di famiglia e averlo vissuto per la prima volta con consapevolezza. Per Syd è sempre stato difficile scegliere: la strada per la sanità mentale sul posto di lavoro era ovviamente lontana da Carmy, ma in realtà la decisione non era mai stata meramente lavorativa. Dopo “Worms”, episodio scritto da Ayo Edebiri (Syd) e da Lionel Boyce (Marcus), la sua scelta sembrava virare verso Shapiro, e questo perché il confronto con l’undicenne TJ metteva la sua situazione in termini di pro e contro – a chiaro sfavore del The Bear. Ma a pesare non è stata la parte razionale. A contare è ad esempio la vicinanza di Carmy e dei colleghi dopo l’infarto del padre, o gli avvenimenti al matrimonio di Tiff: sono cose come queste che la portano alla conclusione non tanto di lavorare al The Bear, ma di accettare di essere una “Bear” anche lei – con tutto quello che questo comporta.

Sarà lo stesso Carmy a dirglielo in “Goodbye”: “I believe in you more than I’ve ever believed in myself. […] Because you’re The Bear”, che sì, si può leggere come riferimento al locale, ma che in realtà rappresenta un ufficiale battesimo all’interno della famiglia. Syd è una Bear e lo è stata dal momento in cui ha messo piede al The Beef, decisa a sistemarlo dall’interno nonostante avesse un’intera brigata contro.
Non abbiamo dubbi in merito, perché è proprio nel finale che Sydney dice in faccia a Carmy che il suo problema ha origine dalla famiglia, una cosa che lui si rifiuta di vedere fino a che lei, che lo conosce da meno tempo di tutti, non glielo spiega con l’affetto di un’amica e la rabbia di una sorella. Senza Syd non avverrebbe quello scambio tra Carmen, Richie e Natalie (che ha il suo snodo nella presenza del primo al funerale del fratello) e di conseguenza neanche l’accettazione della scelta di Carmen di abbandonare il lavoro.

Con buona pace di chi vede nella “fuga” di Carmy un tradimento delle origini, a livello diegetico questa è l’unica scelta sensata per il suo personaggio. Carmy in cucina non è mai stato felice, ed è significativo che le uniche volte in cui lo abbiamo visto sorridere siano state quando si trovava a raccogliere verdure nell’orto di un ristorante in un flashback passato, e quando decide di visitare la casa-museo di Frank Lloyd Wright: Carmy sta riscoprendo una gioia interiore che non nasce dal caos dei fornelli ma da una creatività quieta, rasserenante, capace di comunicare con lui in modo inedito, lontano da quell’ansia che per anni ha trasferito dalla famiglia alla cucina.

Sarebbe bastato questo per rendere autosufficienti le ragioni di Carmy, ma purtroppo ogni rosa ha la sua spina, e anche in questa stagione ritroviamo una Claire priva di indipendenza caratteriale: non ha un suo spessore (si è cercato di conferirglielo con Syd in ospedale, ma non è bastato), la sua caratterizzazione è del tutto al servizio del percorso di Carmy e rimane, ad oggi, l’unico personaggio che non riesce ad avere una sua tridimensionalità. Inutile dire quanto, circondata da personaggi scritti in punta di cesello, la cosa risalti al punto da far male a occhi e orecchie.
Il resto del cast risulta sempre ineccepibile per scrittura e performance, e anche il reparto guest star continua a regalare soddisfazioni: al ritorno dei già citati Odenkirk e Curtis, di Sarah Paulson, Gillian Jacobs, John Mulaney e Josh Hartnett, si aggiunge quest’anno Brie Larson nei panni di una spassosissima Francine Fak, Rob Reiner come consulente di Ebra e il mai abbastanza applaudito Will Poulter, che torna a vestire il grembiule di Luca.

La stagione si chiude con l’addio di Carmy, dunque, che tuttavia promette di fare il possibile per estinguere il debito del locale (ora di Cicero, Syd, Natalie e Richie): pur ammettendo di non sapere come, lo ripete con la certezza implacabile di chi sa che ci riuscirà. È facile pensare che sia solo un’illusione, ma è impossibile non ricollegarlo alle parole di Chef Terry nel finale della scorsa stagione: “quando non hai idea di cosa stai facendo, in realtà sei invincibile” perché, e il sottotesto era questo, ogni strada è davvero possibile. Carmy non ha idea di cosa farà nella sua vita e di come lo farà, ma almeno sa cosa non vuole più fare né essere, e non è poco.
La serie è stata rinnovata per una quinta stagione e forse proprio lì vedremo un nuovo Carmy: una persona capace di rompere il circolo del trauma, come già aveva fatto sua sorella e come purtroppo Mickey non è riuscito a fare. Il timer di Computer a 0 è l’ultimo frame della stagione: ma dal fondo si può solo risalire.

Voto: 8+
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